L'ultimo aggiornamento che ho scritto per la testata Dossier Libia di cui sono direttore responsabile. In questa pagina trovate tutti i miei articoli in merito agli abusi e alle violazioni che avvengono sull'altra sponda del Mediterraneo
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  • “Gli abusi ai migranti? Colpa dell’Europa!” Fayez Al-Sarraj si scaglia contro i Paesi dell’Unione, e li accusa di spendere più risorse a stilare report umanitari che ad aiutare i profughi
    Il primo ministro libico, Fayez Al-Sarraj, declina qualsiasi responsabilità sui maltrattamenti e sugli abusi cui sono soggetti i profughi in transito per la Libia e rilancia, accusando l’Europa di essere la vera responsabile della crisi in atto nel suo Paese e di non fare abbastanza per aiutare tanto il popolo libico quanto i migranti. 
    In una intervista rilasciata al quotidiano spagnolo El Pais e riportata anche dal sito The Libia Address, Al-Sarraj ammette esplicitamente che nei centri di detenzione libici, come più volte hanno segnalato tante organizzazioni umanitarie, la situazione è disperata e le violazioni dei diritti umani sistematiche. La colpa però, sarebbe tutta dell’Europa che “dedica più risorse alla realizzazione di questi rapporti che ad aiutare la Libia a risolvere il problema”. 
    Il primo ministro Al-Sarraj confonde le organizzazioni non governative che stilano queste relazioni con i Governi incaricati di disegnare una politica estera e di gestire le risorse economiche destinate ai Paesi terzi. 
    “Ma perché l’Europa non sostiene i Paesi da cui provengono questi migranti? – ha dichiarato il primo ministro – Perché non trovano un posto per costoro? Magari integrandoli in Europa? Ai leder europei non importa nulla dei profughi che restano in Libia ma solo di quelli che sbarcano nelle loro coste! Dateci delle soluzioni, invece di limitarvi a stilare delle inutili relazioni!” 
    Le “soluzioni” di cui parla Fayez Al-Sarraj, sarebbero naturalmente l’investimento di ulteriori risorse economiche nella Guardia Costiera e nell’esercito libico, attualmente impegnato a fronteggiare le milizie del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, per il controllo dei depositi petroliferi. 
    Alla domanda del giornalista de El Pais che gli chiede se ritiene la Libia un “porto sicuro” – che è la foglia di fico dietro la quale l’Europa può evitare di affrontare la questione dei recuperi in mare – Al-Sarraj evita di rispondere spiegando che “Stiamo cercando di fare il nostro meglio con le risorse disponibili” ma ammette la sua incapacità a dettar legge al suo stesso esercito. “Ora come ora, non è possibile disciplinare tutte le nostre forze armate e contenere il loro ricorso all’uso forza. Ma speriamo di riuscirci il primo possibile”. 

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Libano, il Paese dei cedri scomparsi

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Beirut è affacciata sul mare ma non lo sa. Il suo elegante lungomare prima della guerra civile era il cuore turistico della città, impreziosito da negozi di alta moda e rinomati ristoranti frequentati da petrolieri sauditi e uomini d’affari occidentali.
Beirut è affacciata sul mare ma non lo sa. Il suo elegante lungomare prima della guerra civile era il cuore turistico della città, impreziosito da negozi di alta moda e rinomati ristoranti frequentati da petrolieri sauditi e uomini d’affari occidentali. Oggi è un corpo estraneo alla città. Su queste rive non approdano più le grandi navi da crociera. Sono rari anche i battelli da pesca che osano avventurarsi in un mare costantemente sorvegliato dalla marina militare israeliana. Le ferite dell’invasione dell’82 sono ancora aperte e di tutto quello che un tempo veniva chiamato la “Svizzera del medio Oriente” non è rimasto più niente. Neppure il ricordo tra le giovani generazioni. La vita dei libanesi si svolge tutta dentro la città. Anzi, dentro il loro quartiere di appartenenza. La città è un mosaico ed ogni tessera ha un suo colore. Le bandiere verdi di Hezbollah sventolano sui lampioni delle strade sciite, la mano di Fatima sui quartieri sunniti. Grandi statue di madonne che schiacciano la testa del serpente e volti severi di San Marone marcano gli incroci delle vie abitate dai cristiani maroniti, mentre le stampe di Mechitar di Sebaste campeggiano davanti alle case degli armeni cattolici, dorate icone orientaleggianti avvertono che il quartiere appartiene agli armeni di rito ortodosso. Drusi, palestinesi e i tanti rifugiati siriani sono trincerati nei loro campi ed è piuttosto raro che se ne allontanino. I rari visitatori che passeggiano senza meta per la città, hanno la straniante impressione di saltare di tempo e di spazio ogni volta che attraversano una strada. Ragazze in minigonna e tacchi alti bevono aperitivi sedute al tavolino mentre dall’altra parte della strada passeggiano donne con lo hijab in testa o coperte completamente da uno chador sciita. Questa è Beirut. Anzi, questa è una delle tante Beirut. Ci sono anche quartieri che sono delle vere e proprie città autonome all’interno della grande metropoli. Testimonianze viventi di come una guerra possa terminare senza che arrivi la pace, come il campo di Sabra e Chatila. I palestinesi che ancora ci vivono continuano a chiamarlo così, ma in realtà, dopo l’eccidio compiuto dalle falangi nere nell’82, sono rimaste in piedi solo le case diroccate di Chatila, mentre Sabra è rimasta solo nel nome di una strada. Per entrarci dovete recarvi nel suk profumato di spezie e di frutta, della periferia meridionale di Beirut. Non troverete porte o indicazioni eppure capirete subito, non appena ci mettete il piede dentro, di essere entrati in un altro mondo. Proprio come una Alice che attraversa lo specchio. Tutto cambia d’improvviso. Anche la luce, che fa fatica a farsi largo tra tra le strettissime calli coperte da vere e proprie tettoie di fili elettrici impazziti. Chabra è un dedalo di calli che neanche la mia Venezia se lo sogna. Un labirinto talmente aggrovigliato che se non ci sei nato e ti ci azzardi ad entrare, non ne esci più. Eppure, lo spazio del quartiere è poco. Un chilometro quadrato o poco più. Il campo si è sviluppato tutto in altezza. Ovviamente senza uno straccio di piano regolatore (e quando mai da queste parti?) Una casa sopra l’altra, come veniva meglio, lasciando appena lo spazio per far passare gli umani. Edifici che stanno in piedi perché non hanno spazio per crollare, pigiati tra di loro come viaggiatori su bus nell’ora di punta. Una città che ospita nessuno sa quante persone perché il Governo libanese ha preferito risolvere il problema evitando di censire i suoi abitanti e considerandoli ufficialmente “non esistenti”. Stessa politica delle struzzo che il Governo ha scelto per i profughi siriani che dall’inizio della guerra sono fuggiti nel Paese. Secondo una stima dell’Unhcr sarebbero più di un milione. Non ci sono dati precisi perché, come abbiamo detto, il Governo libanese vieta persino agli operatori umanitari di censirli. Per lo più vivono nella Bekaa. Al tempo dei fenici, queste valli erano coperte dai famosi cedri che hanno tracciato la storia della marineria mediterranea. Oggi è un deserto di tendopoli abitate da gente dimenticata. Se vi avvicinate alle loro tende, vi faranno entrare col sorriso sulle labbra e vi offriranno un tè, stupiti che qualcun no al mondo si ricordi che esistono e che, un tempo, avevano una casa e una vita. Sono stato in Libano qualche mese fa, tra aprile e maggio. Era un momento piuttosto caldo per il Paese perché erano in corso le elezioni presidenziali. Ho accompagnato, nella mia qualità di giornalista, una equipe legale con l’obiettivo di documentare le condizioni dei profughi siriani e monitorare i rischi di implosione di quel “Fragile Mosaico”. Così abbiamo chiamato il progetto che è stato organizzato dal Progetto Melting Pot Europa. Ho visitato buona parte del Paese, dai confini militarizzati e sempre più caldi con Israele, sino al nord, alla frontiera con la Siria, per parlare con le ragazze e le ragazze dell’Operazione Colomba che vivono nel campo profughi di El Gharbi.
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