L'ultimo aggiornamento che ho scritto per la testata Dossier Libia di cui sono direttore responsabile. In questa pagina trovate tutti i miei articoli in merito agli abusi e alle violazioni che avvengono sull'altra sponda del Mediterraneo
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  • L’accordo con la Libia è illegittimo. Lo afferma il Tribunale di Trapani che assolve i migranti della Vos Thalassa per “legittima difesa”
    Erano accusati di ammutinamento e aggressione ma il giudice ha stabilito che è lecito ribellarsi contro chi ti vuole riconsegnare ai tuoi torturatori
    Si sono fatti 10 mesi di galera, ma alla fine il tribunale li ha mandati a casa con assoluzione piena. Stiamo parlando dei due migranti, un ghanese e un sudanese, accusati di aver fomentato la rivolta a bordo della nave Vos Thalassa che stava tentando di riportarli in Libia. Ma la notizia vera sta tutta nelle motivazioni della sentenza di assoluzione, emessa dal giudice Piero Grillo del tribunale di Trapani: settanta pagine in cui si invoca per i “rivoltosi” il diritto alla legittima difesa, in quanto l’intenzione di riconsegnarli alla Guida Costiera libica e, di conseguenza, alle carceri inumane in cui erano detenuti era una evidente aggressione nei loro confronti e la loro reazione perfettamente legittimata. 
    Ma c’è di più. La sentenza prende in esame anche il comportamento del comandante della
    Vos Thalassa la cui condotta viene definita “non giusta, ma semplicemente scusata”. L’uomo infatti si era conformato alle disposizioni del Viminale che gli aveva ordinato di riconsegnare i migranti ai loro torturatori libici. Se per un comandante, obbedire agli ordini, anche quando non sono giusti, può considerarsi giustificabile, scrive il giudice, ancor di più è comprensibile e legittima la ribellione dei migranti a bordo, considerando che – e questo è il punto focale della sentenza del tribunale – il famoso accordo tra Italia e Libia voluto dal ministro Marco Minniti è da ritenersi non legittimo, in quanto non è stato mai ratificato dal Parlamento (passaggio obbligatorio per ogni trattato internazionale), non rispetta la convenzione Sar sui salvataggi in mare, e viola esplicitamente i fondamentali i diritti umani dei profughi in fuga da un Paese che certo non può essere considerato sicuro. La sentenza insomma, afferma senza tanti giri di parole che le navi italiane non possono e non devono riconsegnare i profughi alla famigerata Guardia Costiera libica. 
    La storia risalente allo scorso luglio della Vos Thalassa, nave di proprietà della società olandese
    Vroom ma battente bandiera italiana, era stata usata dalla propaganda sovranista per sottolineare la presunta pericolosità dei migranti in fuga dalla Libia. I 67 migranti raccolti a bordo, secondo la ricostruzione del Viminale, avrebbero violentemente aggredito i marinai del cargo colpevoli solo di volerli riconsegnare al paradiso libico, ed avrebbero “dirottato” (termine usato dal ministro Matteo Salvini) da autentici pirati la nave verso le coste italiane. Una bufala smentita dallo stesso comandante della nave e dai marinai di bordo che, hanno dichiarato, non sono stati vittime di nessuna violenza o aggressione pur se i migranti erano decisi a non lasciarsi riconsegnare nelle mani dei torturatori libici. Probabilmente, il rischio di un possibile ammutinamento fu cavalcato dalla Vos Thalassa per sollecitare l’intervento della nave costiera italiana Diciotti e risolvere la situazione senza perdere troppo tempo, cosa che poi accadde. La nave infatti era impegnata nel suo quotidiano lavoro di assistenza alle piattaforme petrolifere e, dopo aver svolto il suo dovere di salvare i naufraghi, non aveva voglia di perdere troppo tempo in estenuanti battibecchi da campagna elettorale col Viminale. Fatto sta che i migranti appena sbarcati nel suolo italico furono accusati di aggressione e di violenze e, due di loro, furono tradotti in carcere sino alla piena assoluzione da parte del tribunale di Trapani
    Da sottolineare che la sentenza del giudice Grillo adopera un concetto tanto caro ai sovranisti come quello di
    legittima difesa.  Se questa va applicata contro il pluri citato “ladro che ti entra in casa”, tanto più va usato contro chi ti vuole riconsegnare ai tuoi torturatori!

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Libano, il Paese dei cedri scomparsi

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Beirut è affacciata sul mare ma non lo sa. Il suo elegante lungomare prima della guerra civile era il cuore turistico della città, impreziosito da negozi di alta moda e rinomati ristoranti frequentati da petrolieri sauditi e uomini d’affari occidentali.
Beirut è affacciata sul mare ma non lo sa. Il suo elegante lungomare prima della guerra civile era il cuore turistico della città, impreziosito da negozi di alta moda e rinomati ristoranti frequentati da petrolieri sauditi e uomini d’affari occidentali. Oggi è un corpo estraneo alla città. Su queste rive non approdano più le grandi navi da crociera. Sono rari anche i battelli da pesca che osano avventurarsi in un mare costantemente sorvegliato dalla marina militare israeliana. Le ferite dell’invasione dell’82 sono ancora aperte e di tutto quello che un tempo veniva chiamato la “Svizzera del medio Oriente” non è rimasto più niente. Neppure il ricordo tra le giovani generazioni. La vita dei libanesi si svolge tutta dentro la città. Anzi, dentro il loro quartiere di appartenenza. La città è un mosaico ed ogni tessera ha un suo colore. Le bandiere verdi di Hezbollah sventolano sui lampioni delle strade sciite, la mano di Fatima sui quartieri sunniti. Grandi statue di madonne che schiacciano la testa del serpente e volti severi di San Marone marcano gli incroci delle vie abitate dai cristiani maroniti, mentre le stampe di Mechitar di Sebaste campeggiano davanti alle case degli armeni cattolici, dorate icone orientaleggianti avvertono che il quartiere appartiene agli armeni di rito ortodosso. Drusi, palestinesi e i tanti rifugiati siriani sono trincerati nei loro campi ed è piuttosto raro che se ne allontanino. I rari visitatori che passeggiano senza meta per la città, hanno la straniante impressione di saltare di tempo e di spazio ogni volta che attraversano una strada. Ragazze in minigonna e tacchi alti bevono aperitivi sedute al tavolino mentre dall’altra parte della strada passeggiano donne con lo hijab in testa o coperte completamente da uno chador sciita. Questa è Beirut. Anzi, questa è una delle tante Beirut. Ci sono anche quartieri che sono delle vere e proprie città autonome all’interno della grande metropoli. Testimonianze viventi di come una guerra possa terminare senza che arrivi la pace, come il campo di Sabra e Chatila. I palestinesi che ancora ci vivono continuano a chiamarlo così, ma in realtà, dopo l’eccidio compiuto dalle falangi nere nell’82, sono rimaste in piedi solo le case diroccate di Chatila, mentre Sabra è rimasta solo nel nome di una strada. Per entrarci dovete recarvi nel suk profumato di spezie e di frutta, della periferia meridionale di Beirut. Non troverete porte o indicazioni eppure capirete subito, non appena ci mettete il piede dentro, di essere entrati in un altro mondo. Proprio come una Alice che attraversa lo specchio. Tutto cambia d’improvviso. Anche la luce, che fa fatica a farsi largo tra tra le strettissime calli coperte da vere e proprie tettoie di fili elettrici impazziti. Chabra è un dedalo di calli che neanche la mia Venezia se lo sogna. Un labirinto talmente aggrovigliato che se non ci sei nato e ti ci azzardi ad entrare, non ne esci più. Eppure, lo spazio del quartiere è poco. Un chilometro quadrato o poco più. Il campo si è sviluppato tutto in altezza. Ovviamente senza uno straccio di piano regolatore (e quando mai da queste parti?) Una casa sopra l’altra, come veniva meglio, lasciando appena lo spazio per far passare gli umani. Edifici che stanno in piedi perché non hanno spazio per crollare, pigiati tra di loro come viaggiatori su bus nell’ora di punta. Una città che ospita nessuno sa quante persone perché il Governo libanese ha preferito risolvere il problema evitando di censire i suoi abitanti e considerandoli ufficialmente “non esistenti”. Stessa politica delle struzzo che il Governo ha scelto per i profughi siriani che dall’inizio della guerra sono fuggiti nel Paese. Secondo una stima dell’Unhcr sarebbero più di un milione. Non ci sono dati precisi perché, come abbiamo detto, il Governo libanese vieta persino agli operatori umanitari di censirli. Per lo più vivono nella Bekaa. Al tempo dei fenici, queste valli erano coperte dai famosi cedri che hanno tracciato la storia della marineria mediterranea. Oggi è un deserto di tendopoli abitate da gente dimenticata. Se vi avvicinate alle loro tende, vi faranno entrare col sorriso sulle labbra e vi offriranno un tè, stupiti che qualcun no al mondo si ricordi che esistono e che, un tempo, avevano una casa e una vita. Sono stato in Libano qualche mese fa, tra aprile e maggio. Era un momento piuttosto caldo per il Paese perché erano in corso le elezioni presidenziali. Ho accompagnato, nella mia qualità di giornalista, una equipe legale con l’obiettivo di documentare le condizioni dei profughi siriani e monitorare i rischi di implosione di quel “Fragile Mosaico”. Così abbiamo chiamato il progetto che è stato organizzato dal Progetto Melting Pot Europa. Ho visitato buona parte del Paese, dai confini militarizzati e sempre più caldi con Israele, sino al nord, alla frontiera con la Siria, per parlare con le ragazze e le ragazze dell’Operazione Colomba che vivono nel campo profughi di El Gharbi.
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