L'ultimo aggiornamento che ho scritto per la testata Dossier Libia di cui sono direttore responsabile. In questa pagina trovate tutti i miei articoli in merito agli abusi e alle violazioni che avvengono sull'altra sponda del Mediterraneo
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  • Carne da cannone. In Libia i profughi dei campi sono arruolati a forza e mandati a combattere
    I profughi di Libia, dopo essere stati trasformati in “merce” preziosa dai trafficanti, con la complicità e il supporto del’Italia e dall’Europa, sono diventati anche carne da cannone.
    Arruolati di forza, vestiti con vecchie divise, armati con fucili di scarto e spediti a combattere le milizie del generale Haftar che stanno assediando Tripoli. I profughi di Libia, dopo essere stati trasformati in “merce” preziosa dai trafficanti, con la complicità e il supporto del’Italia e dall’Europa, sono diventati anche carne da cannone.

    Secondo fonti ufficiali dell’Unhcr e di Al Jazeera, il centro di detenzione di Qaser Ben Gashir, è stato trasformato in una caserma di arruolamento. “Ci viene riferito – ha affermato l’inviato dell’agenzia Onu per i rifugiati, Vincent Cochetel – che ad alcuni migranti sono state fornite divise militari e gli è stati promesso la libertà in cambio dell’arruolamento”. Nel solo centro di Qaser Ben Gashir, secondo una stima dell’Unhcr, sono detenuti, per o più arbitrariamente, perlomeno 6 mila profughi tra uomini e donne, tra i quali almeno 600 bambini.

    Sempre secondo l’Unhcr, tale pratica di arruolamento pressoché forzato – è facile intuire che non si può dire facilmente no al proprio carceriere! – sarebbe stata messa in pratica perlomeno in altri tre centri di detenzione del Paese. L’avanzata delle truppe del generale Haftar ha fatto perdere la testa alle milizie fedeli al Governo di accordo nazionale guidato da Fayez al Serraj, che hanno deciso di giocarsi la carta della disperazione, mandando i migranti – che non possono certo definirsi militari sufficientemente addestrati – incontro ad una morte certa in battaglia. Carne da cannone, appunto.

    I messaggi WhatsUp che arrivano dai centri di detenzione sono terrificanti e testimoniano una situazione di panico totale che ha investito tanto i carcerieri quanto gli stessi profughi. “Ci danno armi di cui non conosciamo neppure come si chiamano e come si usano – si legge su un messaggio riportato dall’Irish Time – e ci ordinano di andare a combattere”. “Ci volevano caricare in una camionetta piena di armi. Gli abbiamo detto di no, che preferivamo essere riportato in cella ma non loro non hanno voluto”.

    La situazione sta precipitando verso una strage annunciata. Nella maggioranza dei centri l’elettricità è già stata tolta da giorni. Acque e cibo non ne arrivano più. Cure mediche non ne avevano neppure prima. I richiedenti asilo sono alla disperazione. Al Jazeera porta la notizia che ad Qaser Ben Gashir, qualche giorno fa, un bambino è morto per semplice denutrizione. Quello che succede nei campi più lontani dalla capitale, lo possiamo solo immaginare. E con l’avanzare del conflitto, si riduce anche la possibilità di intervento e di denuncia dell’Unhcr o delle associazioni umanitarie che ancora resistono nel Paese come Medici Senza Frontiere.

    Proprio Craig Kenzie, il coordinatore per la Libia di Medici Senza Frontiere, lancia un appello perché i detenuti vengano immediatamente evacuati dalle zone di guerra e che le persone che fuggono e che vengono intercettate in mare non vengano riportate in quell’Inferno. Ma per il nostro Governo, quelle sponde continuano ad essere considerate “sicure”.

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Libano, il Paese dei cedri scomparsi

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Beirut è affacciata sul mare ma non lo sa. Il suo elegante lungomare prima della guerra civile era il cuore turistico della città, impreziosito da negozi di alta moda e rinomati ristoranti frequentati da petrolieri sauditi e uomini d’affari occidentali.
Beirut è affacciata sul mare ma non lo sa. Il suo elegante lungomare prima della guerra civile era il cuore turistico della città, impreziosito da negozi di alta moda e rinomati ristoranti frequentati da petrolieri sauditi e uomini d’affari occidentali. Oggi è un corpo estraneo alla città. Su queste rive non approdano più le grandi navi da crociera. Sono rari anche i battelli da pesca che osano avventurarsi in un mare costantemente sorvegliato dalla marina militare israeliana. Le ferite dell’invasione dell’82 sono ancora aperte e di tutto quello che un tempo veniva chiamato la “Svizzera del medio Oriente” non è rimasto più niente. Neppure il ricordo tra le giovani generazioni. La vita dei libanesi si svolge tutta dentro la città. Anzi, dentro il loro quartiere di appartenenza. La città è un mosaico ed ogni tessera ha un suo colore. Le bandiere verdi di Hezbollah sventolano sui lampioni delle strade sciite, la mano di Fatima sui quartieri sunniti. Grandi statue di madonne che schiacciano la testa del serpente e volti severi di San Marone marcano gli incroci delle vie abitate dai cristiani maroniti, mentre le stampe di Mechitar di Sebaste campeggiano davanti alle case degli armeni cattolici, dorate icone orientaleggianti avvertono che il quartiere appartiene agli armeni di rito ortodosso. Drusi, palestinesi e i tanti rifugiati siriani sono trincerati nei loro campi ed è piuttosto raro che se ne allontanino. I rari visitatori che passeggiano senza meta per la città, hanno la straniante impressione di saltare di tempo e di spazio ogni volta che attraversano una strada. Ragazze in minigonna e tacchi alti bevono aperitivi sedute al tavolino mentre dall’altra parte della strada passeggiano donne con lo hijab in testa o coperte completamente da uno chador sciita. Questa è Beirut. Anzi, questa è una delle tante Beirut. Ci sono anche quartieri che sono delle vere e proprie città autonome all’interno della grande metropoli. Testimonianze viventi di come una guerra possa terminare senza che arrivi la pace, come il campo di Sabra e Chatila. I palestinesi che ancora ci vivono continuano a chiamarlo così, ma in realtà, dopo l’eccidio compiuto dalle falangi nere nell’82, sono rimaste in piedi solo le case diroccate di Chatila, mentre Sabra è rimasta solo nel nome di una strada. Per entrarci dovete recarvi nel suk profumato di spezie e di frutta, della periferia meridionale di Beirut. Non troverete porte o indicazioni eppure capirete subito, non appena ci mettete il piede dentro, di essere entrati in un altro mondo. Proprio come una Alice che attraversa lo specchio. Tutto cambia d’improvviso. Anche la luce, che fa fatica a farsi largo tra tra le strettissime calli coperte da vere e proprie tettoie di fili elettrici impazziti. Chabra è un dedalo di calli che neanche la mia Venezia se lo sogna. Un labirinto talmente aggrovigliato che se non ci sei nato e ti ci azzardi ad entrare, non ne esci più. Eppure, lo spazio del quartiere è poco. Un chilometro quadrato o poco più. Il campo si è sviluppato tutto in altezza. Ovviamente senza uno straccio di piano regolatore (e quando mai da queste parti?) Una casa sopra l’altra, come veniva meglio, lasciando appena lo spazio per far passare gli umani. Edifici che stanno in piedi perché non hanno spazio per crollare, pigiati tra di loro come viaggiatori su bus nell’ora di punta. Una città che ospita nessuno sa quante persone perché il Governo libanese ha preferito risolvere il problema evitando di censire i suoi abitanti e considerandoli ufficialmente “non esistenti”. Stessa politica delle struzzo che il Governo ha scelto per i profughi siriani che dall’inizio della guerra sono fuggiti nel Paese. Secondo una stima dell’Unhcr sarebbero più di un milione. Non ci sono dati precisi perché, come abbiamo detto, il Governo libanese vieta persino agli operatori umanitari di censirli. Per lo più vivono nella Bekaa. Al tempo dei fenici, queste valli erano coperte dai famosi cedri che hanno tracciato la storia della marineria mediterranea. Oggi è un deserto di tendopoli abitate da gente dimenticata. Se vi avvicinate alle loro tende, vi faranno entrare col sorriso sulle labbra e vi offriranno un tè, stupiti che qualcun no al mondo si ricordi che esistono e che, un tempo, avevano una casa e una vita. Sono stato in Libano qualche mese fa, tra aprile e maggio. Era un momento piuttosto caldo per il Paese perché erano in corso le elezioni presidenziali. Ho accompagnato, nella mia qualità di giornalista, una equipe legale con l’obiettivo di documentare le condizioni dei profughi siriani e monitorare i rischi di implosione di quel “Fragile Mosaico”. Così abbiamo chiamato il progetto che è stato organizzato dal Progetto Melting Pot Europa. Ho visitato buona parte del Paese, dai confini militarizzati e sempre più caldi con Israele, sino al nord, alla frontiera con la Siria, per parlare con le ragazze e le ragazze dell’Operazione Colomba che vivono nel campo profughi di El Gharbi.
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