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  • Carne da cannone. In Libia i profughi dei campi sono arruolati a forza e mandati a combattere
    I profughi di Libia, dopo essere stati trasformati in “merce” preziosa dai trafficanti, con la complicità e il supporto del’Italia e dall’Europa, sono diventati anche carne da cannone.
    Arruolati di forza, vestiti con vecchie divise, armati con fucili di scarto e spediti a combattere le milizie del generale Haftar che stanno assediando Tripoli. I profughi di Libia, dopo essere stati trasformati in “merce” preziosa dai trafficanti, con la complicità e il supporto del’Italia e dall’Europa, sono diventati anche carne da cannone.

    Secondo fonti ufficiali dell’Unhcr e di Al Jazeera, il centro di detenzione di Qaser Ben Gashir, è stato trasformato in una caserma di arruolamento. “Ci viene riferito – ha affermato l’inviato dell’agenzia Onu per i rifugiati, Vincent Cochetel – che ad alcuni migranti sono state fornite divise militari e gli è stati promesso la libertà in cambio dell’arruolamento”. Nel solo centro di Qaser Ben Gashir, secondo una stima dell’Unhcr, sono detenuti, per o più arbitrariamente, perlomeno 6 mila profughi tra uomini e donne, tra i quali almeno 600 bambini.

    Sempre secondo l’Unhcr, tale pratica di arruolamento pressoché forzato – è facile intuire che non si può dire facilmente no al proprio carceriere! – sarebbe stata messa in pratica perlomeno in altri tre centri di detenzione del Paese. L’avanzata delle truppe del generale Haftar ha fatto perdere la testa alle milizie fedeli al Governo di accordo nazionale guidato da Fayez al Serraj, che hanno deciso di giocarsi la carta della disperazione, mandando i migranti – che non possono certo definirsi militari sufficientemente addestrati – incontro ad una morte certa in battaglia. Carne da cannone, appunto.

    I messaggi WhatsUp che arrivano dai centri di detenzione sono terrificanti e testimoniano una situazione di panico totale che ha investito tanto i carcerieri quanto gli stessi profughi. “Ci danno armi di cui non conosciamo neppure come si chiamano e come si usano – si legge su un messaggio riportato dall’Irish Time – e ci ordinano di andare a combattere”. “Ci volevano caricare in una camionetta piena di armi. Gli abbiamo detto di no, che preferivamo essere riportato in cella ma non loro non hanno voluto”.

    La situazione sta precipitando verso una strage annunciata. Nella maggioranza dei centri l’elettricità è già stata tolta da giorni. Acque e cibo non ne arrivano più. Cure mediche non ne avevano neppure prima. I richiedenti asilo sono alla disperazione. Al Jazeera porta la notizia che ad Qaser Ben Gashir, qualche giorno fa, un bambino è morto per semplice denutrizione. Quello che succede nei campi più lontani dalla capitale, lo possiamo solo immaginare. E con l’avanzare del conflitto, si riduce anche la possibilità di intervento e di denuncia dell’Unhcr o delle associazioni umanitarie che ancora resistono nel Paese come Medici Senza Frontiere.

    Proprio Craig Kenzie, il coordinatore per la Libia di Medici Senza Frontiere, lancia un appello perché i detenuti vengano immediatamente evacuati dalle zone di guerra e che le persone che fuggono e che vengono intercettate in mare non vengano riportate in quell’Inferno. Ma per il nostro Governo, quelle sponde continuano ad essere considerate “sicure”.
  • Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, sconvolto dalle torture perpetrate ai prufughi in Libia
    Dopo la smentita della Commissione Ue alle dichiarazioni del Viminale secondo cui i porti libici sarebbero “sicuri”, arriva anche la bocciatura della massima carica delle Nazioni Unite
    Scioccato dalle inumante condizioni in cui vengono trattenuti nei centri libici i profughi. A dirlo non sono più solo i giornalisti o gli osservatori della associazioni per i diritti umani, ma lo stesso segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. “Sono rimasto molto sconvolto dal livello di sofferenza e soprattutto dal livello di disperazione che ho trovato”, ha dichiarato Guterres alla stampa, di ritorno da una visita ufficiale al centro di detenzione di Zara. “E non sogniamoci di addossare tutte le colpe alla Libia – ha aggiunto il segretario generale delle Nazioni Unite – Di quanto sta succedendo è responsabile l’intera comunità internazionale”.

    Sotto accusa specialmente la linea del Governo italiano che non si fa scrupolo di riportare i migranti in fuga in quelle stesse prigioni da cui erano scappati. Prigioni in cui, denuncia sempre Antonio Guterres, li aspettano torture e violenze.

    “Nelle attuali circostanze – afferma il segretario Onu – è davvero difficile sostenere che lo sbarco in Libia sia lo sbarco in una situazione di sicurezza”. Guterres ha concluso la sua conferenza stampa invitando i Paesi europei ad affrontare con serietà la questione dei migranti, “in modo compatibile con la difesa degli interessi dello Stato ma anche con i diritti umani dei profughi”.

    Una ennesima bocciatura – arrivata questa volta da altissimo livello – della fake new diffusa dal Viminale secondo cui la Libia sarebbe un “Paese sicuro” anche per la comunità Europea.

    Ricordiamo che una settimana fa, giovedì 28 marzo esattamente, una nota del ministro Matteo Salvini riportava la “notizia” secondo cui la Commissione Europea avrebbe dichiarato che la Libia “può e deve soccorrere gli immigrati in mare, e quindi è da considerare un Paese affidabile. Dove gli immigrati che vengono riportati a terra dalla Guardia costiera vengono tutelati dalla presenza del personale Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni”.

    Una balla bella e buona, immediatamente smentita anche dalla stessa Commissione Europea. Natasha Bertaud, portavoce dell’esecutivo Ue che si occupa del dossier migranti, ha subito precisato che “La Commissione europea non considera i porti libici come porti sicuri. E’ proprio per questa ragione che nessuna nave battente bandiera europea può sbarcare dei migranti nei porti libici!”

    “Un porto sicuro – ha sottolineato Bertaud – è un porto dove possono effettuarsi le operazioni di salvataggio e dove la vita delle persone salvate non è minacciata. Queste condizioni non sono rispettate nei porti libici ed è la ragione, ripeto, per la quale nessuna nave battente bandiera europea può sbarcare dei migranti in quei porti”.

    Adesso la Libia è precipitata di nuovo nella guerra civile. Due giorni dopo le ottimistiche dichiarazioni di Salvini sul suo “Paese sicuro”, le milizie fedeli al generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, hanno attaccato Tripoli deve risiede il Governo ufficiale del Paese. E’ guerra civile. In più, lo stesso segretario generale dell’Onu ha dichiarato che nelle carceri libiche sono perpetrarti stupri, torture e violenze indicibili.

    Davvero saremo così ipocriti e vigliacchi da continuare a considerare i porti di Libia sicuri?
  • Nessuna e nessuno scampa allo stupro. Nei centri libici l’impunità dei carcerieri è la regola
    Racconti orribili emergono dal report della Commissione Onu per le donne rifugiate
    Violenze sessuali orribili e di routine. Violenze cui sono sottoposti praticamente tutti i migranti in transito per la Libia: uomini, donne, bambini e bambine. Violenze che spesso vengono filmate e girate via Skype ai parenti delle vittime per spingerli a pagare ingenti somme di denaro come riscatto.

    Lo afferma un report presentato lunedì dalla Commissione Onu per le Donne rifugiate che ha intervistato centinaia di sopravvissute all’inferno libico.

    “La violenza sessuale crudele e brutale, oltre alla tortura, è consumata come una prassi consolidata tanto nelle carceri clandestine quanto nei centri di detenzione ufficiali del Governo libico. Ma gli stupri sono perpetrati di routine anche durante gli arresti casuali e nell’ambito del lavori forzati, che possiamo anche chiamare ‘schiavitù’, ai quali sono costrette le donne e gli uomini migranti” ha spiegato Sarah Chynoweth, portavoce dalla Commissione che cha subito sottolineato come sia “assolutamente insostenibile che i rifugiati che riescono a fuggire attraverso il Mediterraneo vengano intercettati, riconsegnati alla Libia e costretti ancora a subire queste violenze”. La Commissione cita esplicitamente l’accordo firmato dal nostro Paese nel 2017, quando, con il sostegno dell’Unione Europea, che ha finanziato con decine di milioni di euro la Guida costiera libica che opera in un clima di assoluta impunità, fornendogli anche i mezzi per catturare i migrati e riportarli nei centri di tortura.

    Nel complesso, l’Ue ha speso 338 milioni di euro, dal 2014 ad oggi, in questa politica sulle migrazioni che si è rivelata non soltanto fallimentare ma anche delinquenziale.

    Sono storie orribile e racconti da farti venire il voltastomaco, quelli che – a fatica – gli psicologi e gli operatori specializzati riescono a cavar fuori dai sopravvissuti. Storie di stupri di una violenza inaudita, di torture indicibili, di mutilazioni genitali di massa, di fratelli costretti a violentare le sorelle o la stessa madre. Alcuni rifugiati hanno raccontato di fosse comuni riempire di cadaveri con i genitali tagliati lasciato fuori a marcire. Storie quasi impossibili da raccontare. Per vergogna, incredulità, e anche per paura. “Ci minacciano di fare delle cose orribili ai nostri fratelli e alle nostre sorelle rimasti laggiù, se raccontiamo in Europa quello che accade in Libia” ha detto un ragazzino ai soccorritori dell’Aquarius.

    Orrori che vengono filmati e mostrati ai parenti rimasti in patria per estorcere denaro. Quando alle famiglie è stato rubato tutto quello che si poteva rubare, i carcerieri permettono ai migranti ancora vivi di continuare il viaggio. I centri di detenzione libici non servono a impedire o a limitare le migrazioni. Aggiungono solo dolore al dolore con l’unico risultato quello di far sbarcare in Europa persone pesantemente traumatizzate e che, nel caso dell’Italia, come sottolinea il report della Commissione Onu, ricevono pure un sostegno psicologico del tutto inadeguato o addirittura assente.
  • L’Unhcr denuncia l’ingiustificabile violenza della polizia libica contro i migranti
    50 feriti di cui 2 gravissimi è stata la risposta alla protesta dei richiedenti asilo del campo di Sikka
    Almeno 50 migranti sarebbero stati seriamente feriti dalla brutale azione condotta dalla polizia libica per rispondere alle proteste dei rifugiati rinchiusi nel campo di Sikka. Una violenza ingiustificabile portata a termine, per di più, contro persone che già versano in precarie condizioni di salute e la scorsa settimana avevano deciso di protestare contro una detenzione che si sta prolungando nei mesi e senza prospettive di soluzione. 
    La denuncia viene dalla portavoce dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, Shabia Mantoo, in occasione di una conferenza stampa svoltasi ieri al Palazzo delle Nazioni di Ginevra. Parole molto dure, queste di Mantoo, secondo il quale la reazione spropositata delle polizia ha causato anche due ferimenti gravissimi di cui non si hanno notizia.
    Al momento dello scoppio della protesta, nel campo di Sikka erano detenute circa 400 persone registrate dall’Unhcr: 200 eritrei, 100 somali, 53 etiopi e 20 cittadini sudanesi. Dopo l’irruzione della polizia, 120 migranti sono stati trasferiti in altri campi. Shabia Mantoo ha espresso grande preoccupazione sulla sorte di queste persone e anche su coloro che sono rimasti nel campo di Sikka, sottolineando come agli ispettori dell’Agenzia per i rifugiati non  sia ancora stato concesso di avvicinare i feriti per sincerarsi delle loro condizioni.
    L’Unhcr ha denunciato la detenzione prolungata e insostenibile che molti rifugiati stanno affrontando in Libia. Attualmente ci sono 5.700 rifugiati e migranti prigionieri nei campi, 4.100 sono valutati dall’agenzia come bisognosi di protezione internazionale. Parliamo di cifre “ufficiali” naturalmente, riguardanti i migranti regolarmente registrati dall’Unhcr, perché sui numeri reali non si possono che fare stime approssimative. 
    Trovare alternative alla detenzione, spiega l’Unhcr, deve essere una priorità. L’apertura di un corridoio umanitario per il rimpatrio, chiamato Gathering and Departure Facility, ha permesso all’Agenzia di salvare 3 mila 303 migranti – l’ultimo rimpatri di 128 nigerini è avvenuto due giorni fa –  ma i numeri rimangono assolutamente sproporzionati per la reale quantità di richiedenti asilo presenti nel territorio libico.  
    Per questo, l’Agenzia per i rifugiati ha lanciato un appello alla comunità internazionale affinché faccia pressione nei confronti del Governo libico e collabori per trovare alternative valide alla detenzione prolungata. Appello rimasto assolutamente inascoltato. 
  • Tutto il dolore del mondo nelle poesie di Segen
    Non era neppure il suo vero nome, Segen. Lo chiamavano così perché nel piccolo villaggio di Mai Mine, nel cuore dell’Eritrea da dove è partito, così vengono soprannominate le persone alte e con il collo lungo che pare quello di una giraffa. 
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    Il suo vero nome era Tesfalidet Tesfom. E’ morto subito dopo il suoi sbarco a Pozzallo, il 12 marzo dello scorso anno. Inutili i soccorsi che il personale medico della nave Open Arms e del presidio medico della cittadina siciliana hanno tentato di prestargli. Era ridotto troppo male. Solo pelle e ossa. Non riusciva neppure a stare in piedi. Il dottor Vincenzo Morello dell’Usmaf ha dovuto prenderlo in braccio per farlo sbarcare dalla nave: “Gli ho chiesto perché era in quelle condizioni e lui ripeteva: Libia, Libia”. Non ha potuto dire altro perché è spirato poco dopo. 
    In tasca gli hanno trovato un portafogli senza soldi ma con due fogli di carta strappati da qualche quaderno e mezzo mangiati dalla salsedine. 
    Li aveva utilizzati per scriverci due poesie. 
    Il suo corpo è stato sepolto nel piccolo cimitero in riva al mare di Pozzallo, sotto una croce bianca. Qualcuno ci ha scritto sopra in matita il suo nome: Tesfalidet Tesfom.
    Poesie
    Nel portafogli di Segen, solo due fogli di carta riempiti di poesie

    Tempo sei maestro
    per chi ti ama e per chi ti è nemico,
    sai distinguere il bene dal male,
    chi ti rispetta
    e chi non ti dà valore.
    Senza stancarti mi rendi forte,
    mi insegni il coraggio,
    quante salite e discese abbiamo affrontato,
    hai conquistato la vittoria
    ne hai fatto un capolavoro.
    Sei come un libro, l’archivio infinito del passato
    solo tu dirai chi aveva ragione e chi torto,
    perché conosci i caratteri di ognuno,
    chi sono i furbi, chi trama alle tue spalle,
    chi cerca una scusa,
    pensando che tu non li conosci.
    Vorrei dirti ciò che non rende l’uomo
    un uomo
    finché si sta insieme tutto va bene,
    ti dice di essere il tuo compagno d’infanzia
    ma nel momento del bisogno ti tradisce.
    Ogni giorno che passa, gli errori dell’uomo sono sempre di più,
    lontani dalla Pace,
    presi da Satana,
    esseri umani che non provano pietà
    o un po’ di pena,
    perché rinnegano la Pace
    e hanno scelto il male.
    Si considerano superiori, fanno finta di non sentire,
    gli piace soltanto apparire agli occhi del mondo.
    Quando ti avvicini per chiedere aiuto
    non ottieni nulla da loro,
    non provano neanche un minimo dispiacere,
    però gente mia, miei fratelli,
    una sola cosa posso dirvi:
    nulla è irragiungibile,
    sia che si ha tanto o niente,
    tutto si può risolvere
    con la fede in Dio.
    Ciao, ciao
    Vittoria agli oppressi

    Non ti allarmare fratello mio, dimmi, non sono forse tuo fratello?Perché non chiedi notizie di me?
    È davvero così bello vivere da soli,
    se dimentichi tuo fratello al momento del bisogno?
    Cerco vostre notizie e mi sento soffocare
    non riesco a fare neanche chiamate perse,
    chiedo aiuto,
    la vita con i suoi problemi provvisori
    mi pesa troppo.
    Ti prego fratello, prova a comprendermi,
    chiedo a te perché sei mio fratello,
    ti prego aiutami,
    perché non chiedi notizie di me, non sono forse tuo fratello?
    Nessuno mi aiuta,
    e neanche mi consola,
    si può essere provati dalla difficoltà,
    ma dimenticarsi del proprio fratello non fa onore,
    il tempo vola con i suoi rimpianti,
    io non ti odio,
    ma è sempre meglio avere un fratello.
    No, non dirmi che hai scelto la solitudine,
    se esisti e perché ci sei
    con le tue false promesse,
    mentre io ti cerco sempre,
    saresti stato così crudele se fossimo stati figli dello stesso sangue?
    Ora non ho nulla,
    perché in questa vita nulla ho trovato,
    se porto pazienza non significa che sono sazio
    perché chiunque avrà la sua ricompensa,
    io e te fratello ne usciremo vittoriosi
    affidandoci a Dio.

    Tomba
    La tomba di Segen sul mare di Sicilia
  • Gli altri migranti della Libia
    Che fine hanno fatto i sub sahariani che lavoravano nel Paese all’epoca di Gheddafi, prima della guerra civile?
    L’immagine che abbiamo dei migranti in Libia è quella di persone ridotte alla disperazione, brutalmente incarcerata e quotidianamente torturata nei centri di detenzione. Un quadro che senza dubbio corrisponde alla verità dei fatti, considerato le oramai innumerevoli testimonianze di sopravvissuti e di giornalisti, per tacere dei tanti report dell’Unhcr e di ong per i diritti umani che hanno a più riprese denunciato e documentato senza possibilità di smentita, gli abusi e le violazioni perpetrate nelle famigerate strutture di detenzioni. Violazioni, peraltro, confermata in molte interviste dallo stesso premier Fāyez al-Sarrāj.

    Ma ci sono anche altri migranti, in Libia. Persone che, perlomeno all’inizio, non avevano nessuna intenzione di raggiungere l’Europa e che avevano come meta della loro migrazione proprio la Libia.

    All’epoca di Gheddafi, la Libia era un grande attrattore di lavoratori provenienti per di più dall’Africa sub sahariana. Dal Chad, dalla Nigeria, dal Niger e anche da Sudan o dai Paesi del golfo di Guinea, migliaia di persone salivano verso la costa per svolgere quei lavori che, per dirla con un luogo comune, “i libici non volevano fare”. Manodopera a basso costo che veniva sfruttata, in particolare, nelle coltivazioni agricole, nell’edilizia, nei trasporti, nel settore petrolifero o come scaricatori nei porti. Lavori senza dubbio duri e mal pagati, con pochissime tutele statali e sindacali, ma che hanno permesso a decine di migliaia di migranti di costruirsi un futuro nel Paese, affittando casa e costruendo una famiglia.

    Poi è arrivata la guerra civile. Il Paese si è spezzato in tre con un Governo a Tripoli, un altro nella Cirenaica ed il sud abbandonato alle organizzazioni criminali che fanno capo a milizie mercenarie alle dipendenze di vere e proprie città stato. Qualsiasi parvenza di legalità è stata spazzata via. E nessuno si è domandato che cosa ne sia stato di questi migranti.

    Secondo una stima delle nazioni unite, oggi in Libia ci sono perlomeno 670 mila migranti. Coloro che sono stati regolarmente registrati dall’Unhcr sono esattamente 56 mila 455. All’incirca 6 mila e 200 sono detenuti nei centri per immigrazione irregolare. Ma questo è un dato sicuramente sottostimato considerando le continue violazioni alle più elementari procedure giuridiche che avvengono in questi luoghi.

    In ogni caso, salta immediatamente agli occhi che attualmente in Libia ci sono alcune centinaio di migliaia di persone di cui nessuno sa nulla.

    P. B. era uno di questi migranti. E’ arrivato a Tripoli dal nativo Niger nel 2008 o nel 2009 (non se lo ricorda bene). Ha lavorato nei campi e poi al porto di Tripoli come scaricatore e stivatore. “Ci facevano fare i turni più pesanti e ci pagavano la metà di quanto guadagnava un libico per lo stesso lavoro. Dormivamo nei capannoni o anche a bordo delle navi ma almeno avevamo di che campare. Io riuscivo anche a mandare qualcosa a casa”. P. è arrivato in Italia due anni fa e oggi svolge lavori saltuari nel porto di Venezia. “Con Salvini è sempre più dura. Pare che abbiano timore di ritorsioni a farti lavorare. Eppure non manca il lavoro attorno alle navi. E’ chiaro che ci sarebbe bisogno di noi. Mi pare di rivivere la stessa situazione che ho vissuto in Libia quando è cominciata la guerra ed è esploso il razzismo. Tutti stanno diventando cattivi ed hanno sempre più paura”.

    Dopo la morte di Gheddafi, le condizioni dei lavoratori stranieri in Libia sono precipitate. “Capitava che alla fine della giornata non ci dessero lo stipendio, semplicemente perché non volevano darcelo. E se protestavamo, minacciavano di non farci lavorare domani. Se andava bene ce ne davano solo una parte, proprio per non farci morire di fame, e l’altra se la intascavano loro. Capitava anche che ci minacciassero con la pistola. Tutti giravano armati al porto. Chi protestava, spariva”. Una situazione di violenza e sopraffazione che ha investito, sia pure in misura minore, anche i lavoratori libici. “Una volta, loro perlomeno, avevano dei diritti. Oggi non più. Quando sono andato via, buttava male anche per loro”.

    Ma il vero problema che ha spinto P. e tanti altri migranti arrivati in Libia per lavorare, a prendere il mare per l’Europa è stato il crollo della moneta locale. Uno stipendio base di 700 dinari equivalgono sulla carta a 500 dollari ma al mercato nero non ottieni più di 100, 150 dollari Usa al massimo. Impossibile quindi riuscire a ricavare qualcosa da spedire a casa per aiutare le famiglie, come facevano prima della guerra.

    Con la perdita di valore del dinaro, la guerra ha portato anche disoccupazione. E proprio i lavoratori stranieri, meno tutelati, sono stati i primi a pagarne le spese. Nella campagne soprattutto, molte aziende sono state chiuse e i campi coltivati ridotti. I lavoratori salariati sono stati pressoché rimpiazzati da schiavi. Ed intendiamo dire proprio “schiavi”. Perché non ci sono altri termini per definire una persona rapita e costretta a lavorare a forza di botte sino alla morte.

    Da sottolineare che lo schiavismo, in Libia, è stato pressoché legalizzato, nell’indifferenze del mondo intero, anche se i militari libici continuano pudicamente ad usare il termine “lavoratori”. “Qui in Libia, abbiamo bisogno di lavoratori migranti. Ad essere onesti, non potremmo fare niente senza di loro – ha spiegato in una intervista a Irin il generale Mohammed al-Tamimi, comandante militare di un posto di blocco a nord di Sebha – Quando catturiamo dei migranti preferiamo tenerli con noi e impiegarli nei campi come lavoratori, invece di spedirli in un centro di detenzione. Senza di loro non tireremmo avanti”.

    Chiamiamola schiavitù, allora. Tanto è una parola che oggi non fa più orrore a nessuno.
  • “Gli abusi ai migranti? Colpa dell’Europa!” Fayez Al-Sarraj si scaglia contro i Paesi dell’Unione, e li accusa di spendere più risorse a stilare report umanitari che ad aiutare i profughi
    Il primo ministro libico, Fayez Al-Sarraj, declina qualsiasi responsabilità sui maltrattamenti e sugli abusi cui sono soggetti i profughi in transito per la Libia e rilancia, accusando l’Europa di essere la vera responsabile della crisi in atto nel suo Paese e di non fare abbastanza per aiutare tanto il popolo libico quanto i migranti. 
    In una intervista rilasciata al quotidiano spagnolo El Pais e riportata anche dal sito The Libia Address, Al-Sarraj ammette esplicitamente che nei centri di detenzione libici, come più volte hanno segnalato tante organizzazioni umanitarie, la situazione è disperata e le violazioni dei diritti umani sistematiche. La colpa però, sarebbe tutta dell’Europa che “dedica più risorse alla realizzazione di questi rapporti che ad aiutare la Libia a risolvere il problema”. 
    Il primo ministro Al-Sarraj confonde le organizzazioni non governative che stilano queste relazioni con i Governi incaricati di disegnare una politica estera e di gestire le risorse economiche destinate ai Paesi terzi. 
    “Ma perché l’Europa non sostiene i Paesi da cui provengono questi migranti? – ha dichiarato il primo ministro – Perché non trovano un posto per costoro? Magari integrandoli in Europa? Ai leder europei non importa nulla dei profughi che restano in Libia ma solo di quelli che sbarcano nelle loro coste! Dateci delle soluzioni, invece di limitarvi a stilare delle inutili relazioni!” 
    Le “soluzioni” di cui parla Fayez Al-Sarraj, sarebbero naturalmente l’investimento di ulteriori risorse economiche nella Guardia Costiera e nell’esercito libico, attualmente impegnato a fronteggiare le milizie del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, per il controllo dei depositi petroliferi. 
    Alla domanda del giornalista de El Pais che gli chiede se ritiene la Libia un “porto sicuro” – che è la foglia di fico dietro la quale l’Europa può evitare di affrontare la questione dei recuperi in mare – Al-Sarraj evita di rispondere spiegando che “Stiamo cercando di fare il nostro meglio con le risorse disponibili” ma ammette la sua incapacità a dettar legge al suo stesso esercito. “Ora come ora, non è possibile disciplinare tutte le nostre forze armate e contenere il loro ricorso all’uso forza. Ma speriamo di riuscirci il primo possibile”. 
  • Altri cadaveri nel Mediterraneo. Un risultato della politica dei “Porti chiusi”
    Altri naufragi nel Mediterraneo. Altri cadaveri da consegnare ad una storia che condannerà all’infamia l’Italia e l’Europa.
    Altri naufragi nel Mediterraneo. Altri cadaveri da consegnare ad una storia che condannerà all’infamia l’Italia e l’Europa. Un gommone semi affondato con 120 persona a bordo tra cui donne incinta, bambini e un neonato di appena due mesi, era stato avvistato nella mattinata di ieri a 50 chilometri dal porto di Tripoli da un aereo dell’Aeronautica Militare Italiana che ha dato il via alle operazioni di soccorso. Ma, questa mattina, quando è arrivata a soccorso la vedetta Duilio della Marina Militare, solo tre migranti erano ancora vivi, tutti e tre in grave stato di ipotermia. I sopravvissuti sono stati trasportati a Lampedusa. Nel mare, sono rimasti 117 cadaveri. Il gommone aveva cominciato a sgonfiarsi 11 ore dopo la partenza. Uomini, donne e bambini sono caduti in mare un po’ alla volta, annegando o morendo di freddo. Delle gravi condizioni in cui versava l’imbarcazione era stata avvisata anche la Guardia Costiera libica, cui spettava il compito di coordinare i soccorsi, che però non è intervenuta a soccorso dei naufraghi.
    Un tweet di Sea Watch International informa che al momento del naufragio un mercantile era nella zona ma non ha aiutato i migranti. “Una conseguenza dei porti chiusi: troppa paura di soccorrere”. 
    Quando la Duilio che si trovava a 110 miglia dal disastro è arrivata nella zona, era oramai troppo tardi per soccorrere i naufraghi. 
    La politica dei “porti chiusi” ha avuto come unico risultato quella di svuotare il mare dalle navi delle Ong. Porti che poi sono tutt’altro che chiusi. Questa mattina una motovedetta della Guardia Costiera aha sbarcato a Lampedusa 68 migranti, tra cui una quindicina di minori non accompagnati, per lo più provenienti del Bangladesh. Erano salpati mercoledì notte dal porto libico di Zuara. Una operazione che – sottolinea La Stampa che ne dà notizia – “smentisce la retorica dei «porti chiusi» ai migranti: disposizione che, allo stato dei fatti, sembra riguardare solo le navi umanitarie delle Ong che, peraltro, al momento non si trovano in zona Sar, fermate da divieti e questioni burocratiche”. 
    L’Europa ha trasformato l’immigrazione in merce preziosa e, con la politica dei “porti chiusi”, si è sbarazzata dagli unici attori che continuavano ad operare con logiche non di mercato, le Ong, consegnando di fatto il business alle mafie. Mafie che comprano e vendono esseri umani dalle milizie libiche che, a loro volta, ricevono soldi dall’Italia per nuove divise, armi e barche proprio per fare “affari” con queste mafie. Il mercato nero dei diritti umani è stato di fatto non soltanto legalizzato ma anche sostenuto ed alimentato dai nostri democratici Governi. Un giorno, ne siamo certi, la storia ci condannerà con infamia.
  • La denuncia di Human Rights Watch: in Libia civili e migranti quotidianamente rapiti, torturati e uccisi
    Violazioni continue dei diritti fondamentali.  Nessun percorso aperto alla giustizia
    Ginevra – La Libia è in balia di gruppi armati irregolari e violenti ed a pagare il prezzo di questo Paese diviso sono i civili. Lo ha dichiarato ieri Human Rights Watch presentando il suo World Report 2019. L’organizzazione internazionale per i diritti umani chiede alle autorità libiche di dare priorità alla riforma del settore della giustizia e ristabilire il principio di responsabilità per i membri di gruppi armati.
    Sette anni dopo la fine della rivoluzione del 2011 che mise fine al regime di Muammar Gheddafi, in Libia si sono formati due Governi che si sono rivelati incapaci ad intraprendere un qualsiasi percorso di riconciliazione.
    Entrambi i governi rivendicano il controllo del territorio, delle istituzioni e delle risorse. Intanto gruppi armati legati all’una o all’altra fazione spadroneggiano nel Paese e violano continuamente le leggi: rapiscono i civili, uccidono, torturano, imprigionano arbitrariamente ed hanno costretto con la forza a sfollare migliaia di persone.
    Tanto le forze governative che le milizie hanno mantenuto migliaia di migranti e richiedenti asilo in centri di detenzione dove le condizioni sono disumane e l’abuso fisico è la prassi.
    Le milizie hanno imposto il terrore sia ai libici che ai migranti. Nessuna autorità si oppone a loro o osa chiedere loro di rendere conto delle loro azioni” ha spiegato Hanan Salah, operatore di Human Rights Watch. “Fino a quando questo stato di cose non cambierà, non ci sarà possibilità alcuna di svolgere una consultazione elettorale libere ed equa”.
    Nelle 674 pagine del World Report 2019, giunto oramai alle sue 29esima edizione, Human Rights Watch valuta il rispetto dei diritti umani in più di cento Paesi.
    Nell’introduzione, il direttore esecutivo Kenneth Roth sottolinea che l’odio, l’intolleranza e il populismo che si è diffuso in molti Paesi hanno anche posto i semi di una nuova resistenza. Nuove alleanze di Governo basate sul rispetto dei diritti, spesso sollecitate da cittadini e associazioni, sono nate proprio per controbattere la deriva sovranista. I loro successi dimostrano che è possibile difendere i diritti umani anche in tempi scuri.
    Il prolungato conflitto armato ha azzoppato le più importanti istituzioni libiche, come la magistratura che oggi non può funzionare correttamente per le continue minacce e gli attacchi dei miliziani contro giudici, avvocati e procuratori.
    E anche dove i tribunali esercitano la loro influenza, sono state ravvisate gravissime violazioni del procedimento penale.
    Nel mese di agosto, per esempio, un tribunale di Tripoli in un processo di massa ha condannato a morte, nonostante le palesi violazioni della procedura, 45 presunti ex sostenitori di Gheddafi ed altri 54 a cinque anni di carcere per l’uccisione di manifestanti nei disordini 2011.
    Anche la Corte penale internazionale che nel 2011 ha avuto mandato di indagare sui crimini di guerra, sui crimini contro l’umanità e sul genocidio in Libia, ha emesso un solo mandato di arresto contro un comandante delle forze di Bengasi affiliato al Libyan National Army (LNA) che continua a rimanere in libertà.
    Come conseguenza dei conflitti, 200mila persone rimangono sfollate. Migliaia di famiglie che sono fuggite dagli scontri a Bengasi dal 2014 e dagli scontri armati a Derna del maggio 2018, non sono in grado di tornare alle loro case e di rivendicare le proprietà ed i mezzi di sussistenza per timore di rappresaglie da parte di gruppi LNA che li hanno accusati di sostenere il terrorismo.
    In giugno, i rappresentanti delle città di Misurata e Tawergha hanno firmato un accordo di pace che doveva aprire la strada per il ritorno di 48mila persone scacciate illegalmente dalle loro città. Ma le distruzioni, i saccheggi, la paura di rappresaglie ed i continui problemi di sicurezza, hanno fatto fatto sì che solo poche centinaia di persone accettassero l’invito a tornare a casa.
    Gli scontri tra Tebu e le milizie locali arabe del sud tra febbraio e giugno hanno ucciso decine di civili. Le Nazioni Unite hanno denunciato come nel solo mese di settembre, i sanguinosi scontri tra milizie rivali a Tripoli hanno lasciato più di 100 morti, tra cui molti civili.
    Anche se lo Stato Islamico, dalla sua cacciata da Sirte nel mese di dicembre 2016, non controlla nessun territorio in Libia, non smette di organizzare attacchi mortali diretti soprattutto contro obiettivi civili. Nel mese di maggio, l’Isis ha rivendicato un attacco all’Alto Commissariato Elettorale di Tripoli che ha provocato la morte di 12 persone, alcune delle quali civili.
    Non se la passano meglio i giornalisti presenti nel Paese. Sia le milizie che le forze governative hanno minacciato, attaccato e imprigionato i professionisti dei media. I giornalisti inoltre denunciano come anche il governo di Accordo Nazionale, riconosciuto a livello internazionale, ha imposto misure restrittive nei confronti di colleghi internazionali e delle reti televisive, imponendo censure e restrizioni durante le visite di esponenti di Governi internazionali, limitando l’accesso alle sedi istituzionali e impedendo di visitare i centri di detenzione per migranti.
  • Guerra all’aeroporto di Tripoli. In Libia la tregua è già finita
    Si torna a combattere il Libia. Fonti ufficiali del Consiglio di Presidenza parlano di 6 morti – di cui perlomeno due civili – e 38 feriti in un un conflitto scoppiato martedì nella zona sud di Tripoli e che si è intensificato nella giornata di ieri.
    Si torna a combattere il Libia. Fonti ufficiali del Consiglio di Presidenza parlano di 6 morti – di cui perlomeno due civili – e 38 feriti in un un conflitto scoppiato martedì nella zona sud di Tripoli e che si è intensificato nella giornata di ieri. La ripresa dei combattimenti tra le milizie fedeli al presidente Fayez al Serraj e i rivali della settima fanteria controllate dal Governo della Tripolitania, mette di fatto fine alla tregua stipulata in settembre. 
    Secondo il Libya Herald, la causa del conflitto va imputata al tentativo delle truppe presidenziali di prendere il controllo dell’aeroporto per consegnarlo al consorzio di imprese italiane cui sono stati appaltati i lavori di ricostruzione. Appalto che nel nostro Paese è stato propagandato come uno dei “successi del Governo Conte” che non ha però fatto i conti con il precario equilibrio in cui versa il Paese. Un appalto che Serraj avrebbe sottoscritto senza consultare gli altri membri del Governo e che è stata una delle principali cause della mozione di sfiducia nei suoi confronti presentata lunedì dai tre vice presidenti in carica – Abdul Salam Kajman, Ahmed Maiteeq e Fathi Magbari – che ha scatenato il conflitto armato. I tre vice hanno indicato nel protagonismo di Serraj principale causa della frammentazione che impera nel Paese e del crollo degli equilibri che dovevano garantire un percorso costituzionale di pacificazione sotto l’egida dell’Onu.
    Percorso che oggi sembra improponibile. Al momento in cui scriviamo, continuano i combattimenti nella zona aeroportuale di Gaser Benghashir. “I civili sono terrorizzati a causa di scontri tra gruppi armati non controllati e abbandonano le case per rifugiarsi a Tripoli” si legge in una nota ministeriale. Allarme anche al centro di detenzione dei migranti dove centinaia di eritrei e somali sono rinchiusi. Tra loro ci sono 44 minorenni, 12 neonati e circa 45 donne. A loro non è concesso possono neppure scappare a Tripoli. 
  • Avvertimento dell’Onu: “La presenza di mercenari provenienti dal Sudan si sta rafforzando”
    Questi gruppi irregolari sono arrivati a seguito di Operazione Dignità e potrebbero diventare protagonisti del conflitto in Libia
    Secondo una notizia riportata dall’agenzia Libya Observer, nel sud della Libia, si starebbe rinforzando la presenza di milizie armate provenienti dal Darfur, la provincia settentrionale del Sudan. Si tratta, sempre secondo l’agenzia distanza libica, di gruppi di mercenari sudanesi che avrebbero già partecipato a vari conflitti nel Paese, intervenendo, in particolare, a sostegno della cosiddetta Operazione Dignità, lanciata dalla metà dello scorso maggio dal generale Khalifa Haftar contro le milizie islamiste arroccate in Cirenaica. 
    Questi mercenari sarebbero ora tornati in forze nel sud del Paese e, spiegano una nota diffusa dagli
    osservatori Onu, “Questi gruppi sono coinvolti in varie attività mercenarie (non è chiaro se ancora alle dipendenze di Haftar o di altri.ndr) o operano addirittura per conto proprio. In entrambi i casi, istituiscono checkpoint illegali e sono responsabili di attività criminali come il contrabbando o di veri e propri atti di banditismo”. 
    Gli osservatori dell’Onu avvertono il rischio più che concreto che queste milizie di
    irregolari sudanesi diventino parte integrante del conflitto nel caso la loro presenza del Paese dovesse protrarsi nel tempo.  
  • “Paga o ti spacchiamo un braccio”
    Il video ci è stato segnalato dalla comunità nigerina e mostra un ragazzo torturato nel campo di Bani Walid.
    Il video ci è stato segnalato dalla comunità nigerina e mostra un ragazzo torturato nel campo di Bani Walid. Le immagini sono di ieri. Altri 12 migranti provenienti dal Niger sono stati rapiti dai miliziani libici e si aggiungono ai circa 200 di cui abbiamo già scritto. La voce del torturatore chiede al ragazzo di farsi mandare del denaro dai suoi familiari altrimenti gli spezzeranno un braccio. Il ragazzo piange e ripete “domani, domani vi trasferiscono i soldi”
  • Dalla Libia una richiesta d’aiuto: “Hanno già assassinato 6 persone, aiutateci!”
    25 Dicembre. Qui, oggi, è Natale. Lì è l’orrore quotidiano. Riceviamo stamattina presto da alcuni contatti in Libia e da alcune famiglie di migranti un nuovo appello. Un audio nel quale è stata registrata la trattativa in corso da trafficanti di esseri umani. Modalità, costo a persona, costo totale a gruppo. Tra i due trafficanti c’è una terza persona, il “condottiero”, quello che si occuperà del trasporto degli uomini e delle donne vendute. La trattativa è urgente. Uno dei trafficanti deve lasciare il paese e si deve sbarazzare del suo carico umano in tempi brevi. La telefonata viene inviata anche ai familiari di alcuni dei prigionieri, per tentare anche gli ultimi riscatti possibili. Abbiamo immediatamente avvisato le organizzazioni internazionali presenti in Libia ed in Niger. Ma è Natale. Abbiamo girato le informazioni e la registrazione al giornalista Ibrahim Manzo Diallo, giornalista nigerino molto noto e attivo in patria, e che a sua vola aveva ricevuto la stessa notizia. Diallo ha diffuso questo comunicato, appellandosi alle autorità di Niamey per tentare di salvare il gruppo di prigionieri:
    “Le immagini delle torture alle quali sono sottoposte queste persone sono insostenibili e non ce la sentiamo di pubblicarle. Chiediamo che venga fornita tutta l’assistenza necessaria a questi compatrioti”. Il gruppo di circa 200 prigionieri si trova a Bani Walid, nella Libia meridionale. La nostra fonte riporta che sei di loro sono stati già uccisi.
    Nell’audio si ascolta l’appello di uno dei detenuti che è stato obbligato a chiamare la sua famiglia. Al fratello del giovane detenuto viene chiesta una somma per la sua liberazione. Il fratello giura che troverà i soldi e chiede il luogo dove portarli per poter liberare il fratello prigioniero. Ma i trafficanti alzano la posta e la richiesta di riscatto. Chiedono che oltre ai soldi per il fratello, lui trovi i soldi per altre sei persone. Quelle sei persone sono morte.
    Trai i prigionieri c’è una donna malata. Per quei 200 prigionieri potrebbe essere l’ultimo giorno di vita oggi. O potrebbero intraprendere un viaggio su un barcone dalla Libia verso Malta, verso l’Europa che li accoglierà o che li rimanderà nell’inferno libico. Noi li chiamiamo crimini contro l’Umanità. Chi può faccia qualcosa !

    Ecco l’audio con la richiesta di aiuto
  • “Migliaia di migranti muoiono nel tentativo di attraversare il deserto del Sahara”
    La denuncia dell’International Organization for Migration
    Negli ultimi cinque anni, almeno 6 mila e 600 migrati sono stati ammazzati mentre tentavano di attraversare il Sahara. Lo riferisce l’International Organization for Migration (Iom) che ha parlato di vero e proprio “record” di morti calcolato, per di più, in forte difetto. Infatti, riporta l’agenzia di stampa The Libyan Address, “questi numeri sono solo la punta dell’iceberg” e  “rappresentano solo una piccola parte del vero numero di morti di persone in movimento dall’Africa”. Solo quest’anno che va a concludersi, gli osservatori hanno documentato mille e 400 migrati uccisi. La maggior parte di questi sono morti nel sud della Libia, ma anche nelle regioni settentrionale del Niger e del Sudan. Fame, disidratazione, percosse e abusi fisici, malattie e mancanza di medicinali sono le principali cose dei decessi. 
    Il portavoce dell’IOM, Joel Millman, ha denunciato come le rotte migratorie siano saldamente controllate da bande di trafficanti di esseri umani, che gestiscono come “merce” i migranti dall’africa nera. Tra loro, ci sono anche donne e bambini. Tutto questo nell’indifferenza se non con la complicità delle truppe regolari. Chi riesce a sopravvivere, rimane comunque vittima di traumi fisici e psichici che lo segneranno per tutta la vita. E’ questa la gente che finisce nei lager libici e che viene abbandonata in mare dalla Comunità Europea. 
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  • Quanto accade in Libia va al di là di ogni possibile giustificazione politica
    Lo dice un rapporto dell’Onu che invita gli Stati europei a soccorrere in mare i migranti e ad evitare qualsiasi collaborazionismo con le autorità libiche
    L’ultimo rapporto degli osservatori Onu sulle condizioni dei migranti in Libia è un campionario di orrori indicibili. Ve lo diciamo col cuore in mano: abbiamo fatto fatica a leggerlo sino alla fine. Eppure per l’Italia e per l’Europa, rimane un “Paese sicuro” e chi se ne frega se le autorità libiche non hanno mai ratificato la Convenzione del 1951 sullo status dei rifugiati, si guardano bene dal riconoscere l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e non si sono nemmeno mai sognate di abbozzare una qualsiasi politica di asilo, abbandonando volontariamente queste persone allo sbaraglio, in mano ai ricatti e alle vessazioni delle bande criminali organizzate, se non dalla stessa polizia, senza nessun diritto riconosciuto dallo Stato. 
    Il rapporto, che potete scaricare integralmente in fondo alla pagina, si basa su informazioni raccolte dai funzionari dei diritti umani tra gennaio 2017 e agosto 2018, su visite di monitoraggio regolari a 11 centri di detenzione e su una serie di interviste raccolte in Nigeria e in Italia ai migranti che sono riusciti ad abbandonare il Paese “sicuro”.
    “Migranti e rifugiati – leggiamo – soffrono orrori inimmaginabili durante il loro transito e soggiorno in Libia. Dal momento in cui entrano nel territorio libico, diventano vulnerabili a uccisioni illegali, torture e altri maltrattamenti, detenzione arbitraria e privazione illegale della libertà, stupri e altre forme di violenza sessuale e di genere, schiavitù e lavoro forzato, estorsione e sfruttamento da parte di attori sia statali che non statali”. 
    “Tali violazioni cominciano nel momento in cui migranti e rifugiati attraversano il confine meridionale della Libia durante il loro viaggio verso la costa settentrionale. Il viaggio prosegue con il pericoloso attraversamento del Mar Mediterraneo, che finisce sempre col l’intercettazione da parte dalla Guardia costiera libica che li riportano indietro, dove sono sottoposti a detenzione indefinita e frequenti torture e altri maltrattamenti in centri inadatti ad ospitare esseri umani”. 
    A tutto questo orrore le autorità libiche non possono, o non vogliono, porre rimedio e si sono rivelate “incapaci o riluttanti a porre fine alle violazioni e agli abusi commessi contro migranti”. 
    “Anni di conflitti armati e divisioni politiche hanno indebolito le istituzioni libiche, compresa la magistratura, che non sono state capaci, se non addirittura riluttanti, ad affrontare la pletora di abusi e violazioni commessi contro migranti e rifugiati da parte di contrabbandieri, trafficanti, membri di gruppi armati e funzionari statali che godono di totale impunità”.
    “Questo clima di illegalità fornisce terreno fertile per attività illegali illecite, come la tratta di esseri umani e il traffico criminale, e lascia uomini, donne e bambini migranti e rifugiati in balia di innumerevoli predatori che li considerano come merci da sfruttare e estorcere al massimo guadagno finanziario. Gli abusi contro i migranti e rifugiati subsahariani, in particolare, sono aggravati dal fallimento delle autorità libiche nell’affrontare il razzismo, la discriminazione razziale e la xenofobia”.
    La stragrande delle detenzioni, spiega il rapporto, sono assolutamente arbitrarie “in quanto non sono mai stati accusati o processati in base alla legislazione sulla migrazione”.
    Gli osservatori Onu hanno “costantemente osservato un grave sovraffollamento, mancanza di adeguata ventilazione e illuminazione, accesso inadeguato alle strutture di lavaggio e latrine, confinamento costante, rifiuto di contatto con il mondo esterno e malnutrizione. Le condizioni portano alla diffusione di infezioni cutanee, diarrea acuta, infezioni delle vie respiratorie e altri disturbi, e le cure mediche sono inadeguate. I bambini, compresi quelli separati o non accompagnati, sono tenuti insieme agli adulti in condizioni similmente squallide“. Sono state documentate “torture e altri maltrattamenti, lavori forzati, stupri e altre forme di violenza sessuale perpetrate dalle guardie. Il fatto che le donne siano detenute in strutture senza guardie di sesso femminile facilita ulteriormente l’abuso e lo sfruttamento sessuale”.
    “Molti di coloro che sono detenuti nei centri sono sopravvissuti a orrendi abusi da parte di contrabbandieri o trafficanti e avrebbero bisogno di assistenza medica e psicologica. Eppure sono sistematicamente tenuti prigionieri in condizioni abusive, tra cui fame, gravi percosse, ustioni con metalli caldi, elettrocuzione e abusi sessuali di donne e ragazze, con l’obiettivo di estorcere denaro alle loro famiglie … Sono spesso venduti da una banda criminale a un’altra e hanno l’obbligo di pagare il riscatto più volte prima di essere liberati o portati nelle zone costiere per attendere la traversata del mar Mediterraneo. La stragrande maggioranza delle donne e delle adolescenti più giovani intervistate ha riferito di essere stata violentata da gruppi di trafficanti e spesso sono stati portate in alloggi predisposti per per essere abusate collettivamente”. 
    “Le donne più giovani che viaggiano senza parenti maschi sono anche particolarmente vulnerabili all’essere costrette a prostituirsi. Innumerevoli migranti e rifugiati hanno perso la vita durante la prigionia da contrabbandieri o trafficanti di esseri umani dopo essere stati uccisi, torturati a morte o semplicemente lasciati morire di fame o di negligenza medica. In tutta la Libia è facile trovare corpi non identificati di migranti e rifugiati con ferite da arma da fuoco, segni di tortura e ustioni mortali in depositi di immondizia, argini di torrenti, vicoli o nel deserto”.
    Tutto questo lo compiono non solo le bande di trafficanti ma anche polizia ed esercito regolare.  Gli osservatori hanno ricevuto molte “informazioni credibili sulla complicità di alcuni attori statali, inclusi funzionari locali, membri di gruppi armati formalmente integrati nelle istituzioni statali e rappresentanti del Ministero dell’Interno e del Ministero della Difesa, nel contrabbando o traffico di migranti e rifugiati. Questi attori statali si arricchiscono attraverso lo sfruttamento e l’estorsione di migranti e rifugiati vulnerabili”.
    “Oltre alla detenzione per violazione della legislazione sull’immigrazione, i migranti e i rifugiati sono vulnerabili ad essere arbitrariamente arrestati e detenuti, anche da gruppi armati nominalmente sotto il controllo del Ministero dell’Interno, in relazione ad accuse di furto, reati legati alla droga, lavoro sessuale, consumo di alcool e terrorismo. In questo modo si tengono centinaia di persone, la maggior parte senza accusa né processo per periodi prolungati”.
    “Migranti e rifugiati sono a rischio di arresto o cattura arbitraria ai posti di blocco o in strada da parte di forze di sicurezza, membri di gruppi armati ma anche privati cittadini privi di qualsiasi autorizzazione”. Come dire che un libico vede un migrante per strada, se è una donna la può stuprare liberamente, se è un uomo se lo può portare nei campi o nella fabbrica e metterlo al lavoro a suon di frustate. “Migranti e rifugiati sono spesso sfruttati da datori di lavoro senza scrupoli che si rifiutano di pagare i loro stipendi, sapendo che in pratica non hanno alcun ricorso alla giustizia”. E questo non solo per i migranti in transito verso l’Europa ma anche per quelli che già si trovavano in Libia prima della rivoluzione e lavoravano legalmente. “La mancanza di liquidità nelle banche libiche ha lasciato migranti e rifugiati impiegati nel settore pubblico come insegnanti, infermieri e ingegneri che non riescono a ritirare i loro stipendi”. 
    Anche l’esistenza medica più elementare viene negata a chi non è libico. Gli osservatori hanno “raccolto informazioni su migranti e rifugiati malati e feriti, tra cui anche donne incinte e in travaglio, che sono state allontanate dagli ospedali pubblici”. Rivolgersi alla legge è peggio che andar di notte. “Migranti e rifugiati cui sono stati commessi abusi, compresi i sopravvissuti alla tratta e allo stupro, si astengono dal presentare denunce o reclami alla polizia, temendo di essere arrestati e di trasformarsi da vittime a colpevoli”. 
    Il rapporto Onu termina con una raccomandazione all’Europa che è esattamente l’opposto di quanto sta facendo attualmente il nostro Governo Lega 5 Stelle che ha scelto di perseguire la stessa politica varata da Minniti di affidare alla Libia – “Paese sicuro”! – il compito di fermare le migrazioni, condendola, per di più, con una valanga di razzismo e xenofobia, chiusura dei porti e criminalizzazione delle navi delle Ong. 
    “Raccomandiamo che l’Unione europea e i suoi Stati membri intensifichino le operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo e facilitino il lavoro salvavita delle navi di soccorso gestite dalle organizzazioni umanitarie. Esortiamo inoltre gli Stati europei a sincerarsi che qualsiasi cooperazione con le istituzioni libiche includa la garanzia del rispetto dei diritti umanitari, e che non contribuiscano o facilitino, direttamente o indirettamente, la violazioni di questi diritti”. 

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