Booo! Ti stavi addormentando?

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La strada è l'ambiente più pericoloso che la mia generazione abbia frequentato. Ad altri è toccata l'eroina, l'AIDS ad altri ancora, ma se mi guardo intorno tutti quelli della mia classe che mancano all'appello si sono persi per strada: curve, frontali, attraversamenti, il mio cimitero privato è una carta stradale. Mio padre e mio zio gestivano il prontointervento, una volta al mese in media portavano nel cortile carrozze accartocciate in modi osceni, che un tempo erano state belle automobili e ora accatastate sembravano moniti di lamiera che avrebbero tolto al viandante per sempre ogni velleità di mettersi alla guida - e invece ho guidato anch'io, tantissimo: e quanti incidenti, quante crisi di sonno, quanta imbecillità, quanta fortuna ad essere ancora qua a raccontare. Pensare che a volte si tirava tardi solo per finire di ascoltare una cassetta.

Ma man mano che il decennio proseguiva, e i nodi si approssimavano al pettine, tutto diventava più rapido e necessario, e le cassette cominciarono a rivelare il loro aspetto funzionale: servivano a tenermi sveglio. Come agli aviatori le anfetamine, sì. E quindi che tipo di cassette erano, che tipo di musica serviva. Il puro e semplice chiasso, scoprii abbastanza presto, non funzionava. I Deep Purple a buco in rotazione addormentano esattamente come Bach, non per via dell'educazione classica del povero Jon Lord, ma perché dopo un po' il tuo cervellino si assuefa a qualsiasi rumore, purché costante, mia cugina a un concerto si addormentò sulle casse (dei Nomadi). Invece, se in mezzo a una fuga di Bach ci infili un pezzo dei Deep Purple, boom! Ti svegli. Devi addormentarti un po' per poterti svegliare di botto, c'entra qualcosa l'adrenalina, o i cicli del sonno, o che ne so. In sostanza si tratta di sottoporsi deliberatamente a una serie di choc. È una cosa molto più complicata di quanto sembri: si tratta di farsi le sorprese da soli, nascondere da qualche parte un bambino interiore che ti faccia Booo! Ma come fai a cascarci tutte le volte?

Oggi sapete benissimo come si fa: si preme il tasto della funzione random, o shuffle, o come si chiama sul vostro arnese. Vent'anni fa la cosa era più complessa, ma indiscutibilmente più divertente: si riempivano nastri di musica casuale. All'inizio si cominciava saccheggiando la propria stessa collezione di LP e cassette originali - ma questi nastri stuccavano subito, anche nella loro casualità assomigliavano ancora troppo a chi li metteva assieme, diventavano subito imbarazzanti come il suono della propria voce registrata. Erano ancora troppo simili alle cassette che facevi per la fidanzatina, salvo che ora la tua fidanzatina eri tu, era morboso.

Invece la musica rubata alle radio funzionava benissimo. Negli anni degli studi, quando la radio poteva restare accesa anche cinque o sei ore al giorno, tu lasciavi una cassetta nel deck, e quando sentivi roba interessante premevi pause, poi rec, poi di nuovo pause. Se pensate che la qualità sonora dovesse essere non ottimale, non sbagliate, ma ricordate a quanta musica compressa avete ascoltato negli ultimi dieci anni: credete che un radiorip su un nastro decente fosse di qualità inferiore? Vero è che spesso il nastro non era affatto decente, era un palinsesto sbrindellato inciso e reinciso decine di volte, perché dopo un po' la tal canzone non sorprendeva più e andava sovraincisa. Quindi sì, la qualità faceva schifo ma non era un problema. Ripensandoci, faceva schifo anche l'autoradio, e poi bisogna essere tamarri dentro per esigere alta fedeltà mentre sei al volante di un diesel, ma stattene piuttosto a casa ad ascoltarti la Royal Philarmonic in DDD. Non era la qualità il problema. Il problema era salvarsi la vita, restando svegli mentre la doppia linea di mezzeria cominciava ad accavallarsi, e a tal scopo l'irrompere di My generation nel bel mezzo di un Lied di Battiato, benché discutibile da ogni punto di vista minimamente estetico, funzionava. Era inoltre un furto, sia a Battiato che agli Who, ma di questo si è già parlato. Eravamo ladri gentiluomini, che rubavamo soltanto per tenerci svegli nelle lunghe notti di guardia al nostro destino, e ci contentavamo di copie scadenti, anzi.

Anzi dopo un po' si verificò un fenomeno interessantissimo (mi piace scriverlo a questo punto, quando anche gli ultimi superstiti del mio ideale pubblico stanno sonnecchiando), stavo dicendo, un fenomeno interessantissimo: cominciammo a preferire le copie proprio perché scadenti. Le canzoni acefale, senza attacco e prima strofa, perché hai cominciato a riconoscerle e registrarle dal ritornello. I fruscii, che aggiungevano alla canzone un qualcosa di caldo, di condiviso: era il suono dell'etere, la comunione ideale con gli altri cinque gatti che alle tre del mattino stavano ancora ascoltando la nastroteca di MondoRadio, quello che oggi sono i like o i commenti ai vecchi video su Youtube. L'irruzione del dj con qualche inutile parola, sempre sgradita, ma che al ventiseiesimo ascolto assumeva un senso arcano. Il crepitare di LP non tuoi e quindi automaticamente più fighi dei tuoi, i fruscii, i frastuoni accidentali, le improvvise irruzioni di liscio o di radio Maria o del pezzo sottoinciso che rifiutava l'oblio... Tutto questo a un certo punto sovrastò la semplice forma cassetta, divenne un flusso di incoscienza che ti teneva sveglio, sì, ma in un limbo informe e stratificatissimo. Era diventata arte, forse l'unica forma d'arte possibile. Era l'unica cosa intelligente che ascoltavi, o che vedevi. Era lo Zeitgeist, era tutto.

Era Blob.
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