Dove andiamo da qui?

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A queste confessioni di uno scaricatore non voglio mettere la parola Fine prima di aver dato almeno un po' di spazio al dubbio: e se avessero sempre avuto ragione loro, i nemici? I legittimisti del copyright, i mistici dell'analogico, i feticisti del vinile, gli Odoardi del Novecento, con le loro collezioni di LP ricche e scelte. A parte che definirli nemici è già una grossa forzatura: non volevamo mica far loro la guerra, men che meno annientarli, anzi: in linea generale noi Parassiti eravamo contenti che ci fossero, e che fossero tanti. Più fessi continuavano a svenarsi per pagare, più ci sarebbe stata musica in giro; e in mezzo a tanta musica, anche un po' di quella buona. (Come se poi a noi fosse piaciuta soltanto quella buona; no, al nostro bambino interiore piaceva anche quella scema, purché la confezione fosse professionale). Su un punto però non transigevamo: erano fessi. Spendevano per qualcosa che era gratis, che era libero. Vivevano di sensazioni immaginarie, ancora negli anni Zero continuavano a mettere in funzione quel vecchio catafalco circolare con la puntina analogica, autoipnotizzandosi al punto da non sentire più il crepitio dei solchi e da convincersi che le tracce digitali dei CD DDD suonassero peggio. E vabbe', tanta gente c'è che compra i libri o i giornali ormai solo per annusarli, ed è ancora utile che ci siano, fanno girare l'economia, che ormai gira solo perché c'è un po' di sabbia nel meccanismo: non si è ancora capito come girerà quando sarà tutto digitale.

Erano feticisti, sì, vivevano di sensazioni illusorie e involucri colorati: e invece noi? A furia di disprezzare la qualità, di considerarla un aspetto secondario, forse abbiamo perso per strada la musica. Forse la musica non abbiamo più voglia di ascoltarla perché sono anni che la assumiamo liofilizzata, in compresse che non sanno di niente, all'inizio forse credevamo di sentire qualcosa, ma ora davvero no, più niente. Anche le canzoni che ho amato negli ultimi anni - e ne ho amate - se le metto assieme mi accorgo che sono piatte, male arrangiate, tirate via (volutamente, ma ormai in certi ambiti si è proprio persa la nozione della qualità: i migliori artisti figurativi contemporanei, anche sforzandosi, un Tiziano non riuscirebbero a fartelo). Che differenza con gli arazzi sonori che era quasi inevitabile ascoltare nei Novanta, qualsiasi genere tu frequentassi: c'era una profondità che non c'è più, perché negli mp3 non passava. Però

Però nel frattempo i fessi si sono riorganizzati. Negli ultimi anni le vendite dei vinile sono decollate, senza altra spiegazione salvo quella del puro e semplice dandismo: il vecchio catafalco a cavallo per il gusto del vecchio catafalco a cavallo, qualcosa di scomodo, che ti fa perdere tempo. Ma forse la musica è esattamente questo: perdere tempo. Se l'assumi a compresse non funziona. Magari ti nutri, ma non la gusti. A quei buffi tizi nelle carrozze a cavallo, a loro la musica però piace ancora. In tutti questi anni hanno continuato a frequentare una profondità che io non riesco nemmeno più a percepire.

Io nel frattempo ho buttato via l'ultimo ricordo vergine che mi è rimasto. È successo una qualsiasi mattina d'estate, quando all'improvviso il mio bambino interiore si è messo a scandire con più chiarezza una cosa che mi aveva cantato altre volte: una specie di uerdouigò frommì, uerdowego from he, where do we go from... here? La stringa. Avevo trovato una stringa. Il bambino che che vent'anni prima non sapeva l'inglese lo aveva in qualche modo miracolosamente imparato, e adesso sapevo che quella canzone a un certo punto diceva: where do we go from here. Da lì in poi:

Un secondo e mezzo su google.
Erano gli America.
Avevo desiderato per più di vent'anni di ascoltare un pezzo degli America.
Una mezz'ora su eMule.
Ascoltato.
Fine della mia infanzia.

Di tutto un passato di sfumature e sensazioni, di ombre infinite e improvvisi bagliori, mi rimane un archivio di compresse, che perdono sapore appena cominci a succhiarle. E per cosa le sto conservando? Per chi?
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