L'ultimo aggiornamento che ho scritto per la testata Dossier Libia di cui sono direttore responsabile. In questa pagina trovate tutti i miei articoli in merito agli abusi e alle violazioni che avvengono sull'altra sponda del Mediterraneo
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  • Verso le coste di Zarzis, verso il muro della fortezza Europa dove si spiaggiano i cadaveri dei migranti
    Il gruppo internazionale Europe Zarzis Afrique lancia una carovana in Tunisia e ai confini con la Libia per denunciare gli orrori cui sono sottoposti i migranti ed avviare progetti di solidarietà
    A Zarzis si arriva, si parte e si muore. Sulle bianche sabbie che buttano a mare della cittadina sono rimasti ancora degli ombrelloni a testimoniare un trascorso turistico neppure troppo lontano. Siamo in Tunisia, nel governatorato di Médenine, nella costa sud. Zarzis, poco più di 70mila abitanti, è vicina, troppo vicina al confine con la Libia. Sulle sue strade arrivano i profughi in fuga da quello che oramai viene comunemente chiamato come l’inferno libico. Una sosta obbligata che può durare mesi o anche anni prima di riprendere un viaggio ancora lungo, verso una meta che forse non vedranno mai. 
    Le onde che lambiscono le belle spiagge dove un tempo si abbronzavano i turisti oggi depositano quasi quotidianamente
    cadaveri. Corpi semilavorati dal mare e dalla salsedine che un tempo erano uomini, donne e bambini. Sono i corpi dei migranti in fuga dalla Libia. Migranti fatti salpare per lo più dal porto di Zuwara (o Zuara), sopra scassati gommoni che non hanno retto l’impatto del mare. Un mare dove le navi delle Ong, scientificamente criminalizzate da una politica senza più vergogna, sono sempre più rare. 
    Ogni giorno, la gente di Zarzis ed i volontari della
    Mezzaluna Rossa battono la spiaggia per raccogliere i cadaveri e portarli in cimiteri senza nome. Becchini loro malgrado, seppelliscono ciò che l’Europa non vuole vedere. 
    Vittime innocenti dell’esternalizzazione e della militarizzazione della frontiera europea, i migranti in fuga non fanno oramai notizia se sono morti. Quando sono vivi, quando riescono a sopravvivere alle torture e al mare, vengono trasformati in carne da “talk show” da una politica che ha superato tutti i livelli di spudoratezza e che punta a
    fascistizzare l’Europa cavalcando paure immotivate e fake news. Chi soccorre i migranti, viene indicato come il pericolo numero uno per la “patria”, la “razza”, l’“identità nazionale”. Lo scorso agosto, alcuni pescatori di Zarzis furono fermati in mare, in acque internazionali, da una motovedetta italiana, condotti ad Agrigento ed arrestati. L’accusa era quella di aver soccorso in mare una barca con 29 profughi che stava naufragando. Il 19 giugno, un’altra barca di pescatori tunisini si era azzardata a soccorrere 75 migranti su una imbarcazione che stava affondato. Le loro richieste di aiuto erano state ignorate dalle autorità marittime italiane e maltesi. Per venti giorni sono stati abbandonati in mare prima che la Tunisia concedesse il permesso di sbarco. 
    Nonostante tutto questo, i pescatori di Zarzis continuano a
    salvare la gente. “Quando in mare vedi 100 o 120 persone che stanno per annegare cosa fai? – ti chiede Slaheddine Mcharek, un pescatore tunisino – pensi solo a come puoi metterli in salvo, anche se non è facile!”.
    Sono in tanti a Zarzis a pensarla come
    Slaheddine. Volontari di associazioni umanitarie, donne e uomini che non si rassegnano ad un mondo in cui domina la violenza. Ed è proprio per incontrare queste persone che si è costituito il gruppo internazionale “Europe Zarzis Afrique” e gettare un ponte ideale tre le due sponde dello stesso mare. Nato nel 2011 dalla lotta delle famiglie tunisine che chiedevano verità sulla scomparsa dei loro figli partiti per l’Europa, il gruppo informale Europe Zarzis Afrique ha costruito un percorso che è riuscito a superare ogni confine. Non solo quelli d’Europa. Pensiamo solo alla partecipazione all’incontro “Cumbre Mundial de Madres de Migrantes Desaparecidos” svoltosi a Città del Messico nel novembre del 2018.
    Sul sito di “
    Europe Zarzis Afrique” potete trovare tutte le informazioni sugli obiettivi e la carovana e anche la possibilità, se potete, di sostenere economicamente il progetto con un piccolo contributo anche di un solo euro. Il prossimo appuntamento lanciato da Europe Zarzis Afrique sarà proprio Zarzis, da giovedì 1 a lunedì 5 agosto, per una serie di laboratori di scambio politico e progetti di economia alternativa a sostegno delle comunità locali e una marcia al confine con la Libia.
    Dossier Libia parteciperà alla carovana, assieme agli amici di Carovane Migranti, Melting Pot e di Ya Basta Êdî Bese. Arriveremo a Zarzis da
    Tunisi, seguendo a ritroso le tracce dei profughi in fuga verso l’Europa. Perché oggi più di ieri il silenzio è complice e neppure noi, proprio come la gente di Zarzis, vogliamo rassegnarci ad un mondo in cui domina la violenza. 

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Terra e libertà. Los Panchos di Città del Messico

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Dallo Zocalo, la grande piazza dove si affaccia il palazzo del Governo e dove sventola la bandiera nazionale più grande del mondo, dovete mettere in conto almeno un'ora di metropolitana, con gli immancabili venditori di caramelle e suonatori di chitarra che salgono e scendono ad ogni fermata.
Arrivati alla "delegazione" di Acapatzingo, cercare la piazzetta dei “collettivi”, un miscuglio tutto sudamericano tra bus e taxi, che effettuano un percorso più o meno stabilito e che partono quando l'autista decide che è ora di partire. Vedete di farvi scarrozzare pressappoco dalle parti della colonia Polvorilla. Dopo una mezz’oretta, quando non ne potrete più di sobbalzare su “carreteras” che definire disastrate è fargli un complimento, scendete. Anche se tutto è andato bene, sappiate che non siete ancora arrivati. L’ultimo passo è quello di affidarvi a uno degli sconclusionati taxi locali. Vedete di inventarvi qualche balla con l’autista, che certo sarà curioso di sapere che caspita cerca un "gringo" da quelle parti. Ma si sa che “los grigos”, sotto la latitudine di Tucson, sono “todos locos” per definizione!
Alla fine dei conti, avrete alle spalle un viaggio di perlomeno tre ore ed avrete difficoltà a pensare che non avete raggiunto neppure la prima periferia di quell'immensa, inimmaginabile megalopoli che è Mexico City. Una città talmente grande che nessuno sano di mente può anche soltanto pensare di pensare di conoscerla sufficientemente.
Ed è proprio una Ciudad de México che non ti aspetti, quella che ti si apre dietro al portone con due grandi stelle rosse. Ma, se sei arrivato sino a qua, vuol dire che non cercavi solo i tramonti delle spiagge di Acapulco o la musica dei mariachi. Hai appena messo piede nel “barrio” dei “panchos” del Frente Popular Francisco Villa Indipendiente.
L’effetto è pressapoco quello dell’armadio fatato di Narnia, che ti trasporta dal tuo reale ad uno fantastico. Te ne accorgi subito e non solo dalle case, che qui dentro sono tanto curate e colorate quanto fuori sono fatiscenti e grigie. Oppure dalla cura con la quale sono tenuti i viali con tanto di fiori e piante ornamentali. Te ne accorgi soprattutto dall’orgogliosa aria di “rebeldia” che qui dentro si respira.
Ad accogliere la delegazione di Ya Basta è Gherardo, uno dei portavoce della “junta” di governo che ci racconta la storia della colonia intanto che giriamo tra i grandi spazi comuni del quartiere attrezzati a campi gioco, giardini, biblioteche, scuole, sale di riunione, stanze con accesso alla rete internet.
Tutto quanto vediamo, spiega Gherardo, è il frutto di un ventennio di lotte. E quando in Messico dicono “lotta” intendono proprio “lotta”. Non so se mi sono spiegato… Ancora oggi, che il “barrio” ha avuto un qualche riconoscimento ufficiale - tanto è vero che sono allacciati alla rete elettrica (con bolletta autoridotta però) e idrica (autoridotta anche questa bolletta, ovviamente) - i tentativi di sgombero non sono ancora finiti. Ed è per questo che il portone di accesso al quartiere è rinforzato e continuamente presidiato.
Tutto è cominciato negli anni ’80 con una cava a cielo aperto che, come sempre succede in Messico (ma anche in tutto il resto del mondo), ha devastato l’ambiente, inquinato acqua e aria, per portare in cambio tanti soldi per il padrone e tanta miseria anche per coloro che ci erano pure andati a lavorare. Quello che resta della cava è ancora visibile dalla cime della collinetta dove sorge il “barrio”. Se ne sta là come un monumento alla stupidità e al servilismo umano. Tutta la zona attorno apparteneva al padrone della cava. Uomini e donne compresi. Questi è un tizio che, grazie ai proventi della miniera, oggi ha smesso l’attività mineraria per dedicarsi ad un commercio molto più fruttuoso. il narcotraffico. La prima occupazione che ai panchos (li chiamano così perché si ispirano a Pancho Villa) è costata botte e sangue è avvenuta proprio sopra una discarica (abusiva) della cava.
Qui c’è da spiegare che in Messico, esattamente al contrario di quanto avviene in Europa, l’occupazione della terra - Villa e Zapata avranno pur imbracciato il fucile per qualcosa! - è più o meno tollerata mentre le occupazione delle case vengono immediatamente sgomberate anche con l’aiuto dell’esercito.
“All’inizio eravamo poche famiglie - spiega Gherardo -. Non avevamo una terra o soldi per acquistarla. Così ci siamo sistemati qui, Ci siamo costituiti in una cooperativa per avere accesso a dei mutui agevolati e abbiamo cominciato a costruire case per tutti. Tutte uguali nella metratura, tutte diverse negli spazi interni. Abbiamo tenuto duro e, un po’ alla volta, tante altre famiglie che vivevano nella baraccopoli si sono aggiunte a noi. Abbiamo affrontato tante battaglie, che non sono ancora finite, per ottenere ad un prezzo accessibile l’energia elettrica e altri servizi. Oggi qui vivono 596 famiglie che significa tra le 2500 e le 3000 persone. Molti lavorano nelle nostre cooperative, altri fuori del quartiere. Nessuno però soffre la fame, i bambini crescono sani e vanno a scuola. Non è così negli altri quartieri poveri di Città del Messico”.
Già. I bambini. Ce ne sono a centinaia che giocano e saltellano negli spazi comuni (qui la gente vive con le porte aperte e più fuori che dentro le case). Cosa farete quando cresceranno e anche loro avranno bisogno di una casa?
“Che domande? Occuperemo altre terre naturalmente, e tireremo su altre case anche per loro!”
Proprio vero: Villa e Zapata avranno pur imbracciato il fucile per qualcosa!
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