Civati si vota votandolo

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Mentre scrivevo questo pezzo, Beppe Grillo ha pensato bene di esporre alla gogna la giornalista dell'Unità Maria Novella Oppo. Una pessima idea tra tante, di cui avranno magari a rimproverarsi più che di altre; anch'io nel mio piccolo farò quel che potrò in tal senso.

La prendo un po' lunga. Durante il dibattito su Sky - un po' penalizzato dai ritmi ansiogeni, e dire che l'anno scorso la stessa formula sembrava così efficace - a un certo punto si è parlato di matrimonio gay. Si tratta di un argomento importante, non solo in sé (si tratta di riconoscere la parità dei diritti civili a una categoria di persone che non l'ha ancora raggiunta, e allineare l'Italia con le democrazie più evolute), ma perché è in qualche modo il reagente che separa all'istante le due nature del partito, che non hanno mai veramente quagliato: siamo tutti del PD finché non ci parli di matrimonio ai gay: se ce ne parli, ci separiamo immediatamente in cattolici ed ex ds. Così è, e così forse è giusto che sia.

Dunque, di fronte a una domanda sul matrimonio gay, Civati non ha nessuna difficoltà a strappare un applauso dicendo che lo vuole, subito; e lo vuole chiamare "matrimonio", senza tante garbate perifrasi che andrebbero incontro alla timidezza dei cattolici anche più progressisti ("unione alla tedesca"). Renzi no. Non tanto perché cattolico, ma perché ha la vittoria in tasca e sta giocando in difesa, come Bersani l'anno scorso, pensando più a cosa può mantenere che a cosa può ancora promettere. Per Renzi parlare di matrimonio significa tentare una battaglia perdente; lui invece vuole cambiare qualcosa subito, e quindi andrà avanti con la proposta di Scalfarotto, che è quella che ha le maggiori possibilità di ottenere qualcosa nei tempi brevi. A questo punto non è più un confronto tra un cattolico (Renzi) e un progressista (Civati), ma tra pragmatismo e ideale, e quindi io per temperamento dovrei scegliere il pragmatismo, come ho sempre fatto fin qui. Non lo faccio. Un po' perché Renzi è un pragmatista solo quando gli garba: le sue proposte di riforma della costituzione rasentano il grillismo per praticabilità. Ma non è solo questo.

Non lo faccio perché non è il momento: quando si andrà alle urne vere voterò quel che c'è da votare, parlerò di pragmatismo e di tattica e di strategia e continuo in coscienza a pensare che la via più praticabile verso la parità dei diritti sia quella a piccoli passi che sta percorrendo, con una certa fatica, Scalfarotto. (Anche se fino a qualche anno fa, quando si trattava di farsi notare, Scalfarotto la irrideva - solita storia). Ma per una volta che ho finalmente l'occasione di dire cosa voglio, senza sempre sacrificarmi alla tattica e alla strategia, non me la faccio perdere: io, come Civati, voglio che i gay si possano sposare come tutti gli altri; magari non siamo la maggioranza nemmeno nel Pd, ma è importante far vedere che non siamo nemmeno in pochi.

Alle consultazioni primarie di domenica voterò, e voterò Civati. Si tratta di una scelta fatta da tempo, e abbastanza scontata; credo che Renzi si sia già conquistato un ruolo centrale nel partito, con ostinazione e con merito: non mi è diventato più simpatico nel corso del processo, ma ritengo che sia il candidato più credibile che il PD possa avere in questo momento, e quando sarà l'ora non avrò grosse difficoltà a votare per lui; questa però non è l'ora. Per adesso si tratta di far sapere che PD desideriamo, e io lo desidererei banalmente un po' più a sinistra su tante questioni (laicità, diritti, economia). Malgrado la sovraesposizione su social network e blog (ricordate per favore cos'è sempre successo ai fenomeni esplosi sui vostri desktop: Scalfarotto, Giannino, eccetera) non credo che Civati abbia possibilità di vincere: se riuscisse a rosicchiare più del venti per cento e ad arrivare secondo avrà compiuto la sua missione. Voto Civati con lo stesso spirito con cui l'anno scorso consigliavo a lettori e amici di votare Vendola: non vincerà, ma è importante far notare che c'è, e rappresenta un bacino rilevante.

Non so se si è capito, ma più del risultato di domenica, mi preme far notare che il mio non è un voto di bandiera: non voto Civati perché è "contro", non voto Civati perché mi rappresenta, in lui mi riconosco, e balle varie. Credo che in questo momento abbia un valore posizionale; penso che sia stato anche abbastanza bravo ad arrivarci, in questa posizione, che non è sempre stata la sua. Penso che saper trovarsi lo spazio sia una delle qualità del politico: di un'altra abilità fondamentale, quella alla negoziazione, mi sembra un po' carente. Tanto peggio. Lo so che ogni voto è irrazionale, ma se si può in modo anche infinitesimamente irrazionale spostare il baricentro del PD verso la sinistra, credo che lo sforzo valga sempre la fatica e il rischio di un voto in più. Poi succederà quel che deve succedere: ci saranno altre elezioni, le perderemo o le vinceremo male; saremo costretti a nuovi compromessi e compromissioni, ci difenderemo parlando di strategia e lamentandoci della cattiva sorte e degli elettori che si aspettano sempre chissà che. Ci sarà tantissimo tempo per tutto questo: domani c'è un po' di tempo per dire cosa vogliamo davvero. Io il Pd lo voglio più simile a Civati, e spero di essere in buona compagnia.
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