fate largo all'avanguardia

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Amami, odiami; stringimi, stammi lontano
"Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri". Giovanni 13, 34

Che cos’è, l’avanguardia, esattamente? E a cosa serve?

Per alcuni si tratta di forare la quarta parete e cambiare il mondo. Non è mai stato facile, e da qualche decennio è anche demodé. Ma la chiameremo ancora Ipotesi Progressiva.
Per altri si tratta sempre e solo di ego. Sindrome d’onnipotenza dell’artista, che fa esplodere qualunque testo o partitura. Si urla, si balla, si tira cacca e sangue sul pubblico, che adora e applaude. In un certo senso si torna alla preistoria, quando l’artista era uno sciamano (e un ciarlatano, naturalmente). Chiamiamola Ipotesi Regressiva.

E poi c’è Lars Von Trier. Quando d’inverno cala Lars Von Trier, si sente in lontananza un coro, che bisbiglia sommesso e petulante, siamaosiodiasiamaosiodiasiamaosiodia. Balbettanti cinefili, marmaglia borghese, puah. Si ama? Si odia? Ma chi se ne frega? Mica dobbiamo portarcelo a letto, Lars.
Noi abbiamo domande più interessanti, noi. Noi siamo il tribunale della rivoluzione, e ci domandiamo: Von Trier è Progressivo o Regressivo? L’unica domanda interessante, quella che fa scattare la molla della ghigliottina. Il resto è brusio da borsette, per l’appunto.

Mi piace immaginare che la stessa domanda se la faccia lui. Quel tipo di domande che si fanno i nordici, no? Insomma, ci sono o ci faccio? Sono un rivoluzionario o un ciarlatano? Può darsi che io stia sacrificando l’estetica al messaggio: ma questo mio sacrificio non è forse esso stesso un messaggio, che dice “quanto sono figo?”
Ma sono davvero così figo? Tecnicamente, non valgo poi molto. Agli attori do istruzioni a caso, quando uso l’handycam mi trema la spalla, se affido i movimenti di macchina a un computer nessuno noterà la differenza. Si aggiunga che odio tutti, in particolare gli attori: egotici dannati, non ci parlo volentieri. Ma vorrei che mi amassero. Sì, vorrei che mi considerassero un loro amico. Però ho difficoltà a starci insieme. Nella stessa stanza.

Il Grande Capo è un viaggio nel cervello di Von Trier, dove fa parecchio freddo, ma ci si diverte. Matte risate, sul serio. Il protagonista dovrebbe essere Kristoffer.
Kristoffer è un artista, un attore d’avanguardia, un ciarlatano. Ama sé stesso, le sue teorie e le sue messe in scena astruse. In mancanza di scritture accetta di impersonare il Grande Capo di una dot com (tornano di moda, anche se tra un po' gli troveremo un nome diverso). È convinto di trovarsi davanti a un vile canovaccio da nobilitare con la sua arte. Invece farà l’incontro più importante della sua vita artistica: Ravn.

Ravn assomiglia al gangster di Pallottole su Broadway: è il vero Grande Artista, quello istintivo, che non sa nulla di teorie. Parte integrante del suo genio è l’assoluta amoralità. Non c’è bene né male, solo l’arte per l’arte. L’arte di Ravn è la sua impresa, la tecnica che padroneggia al meglio è la stesura dei contratti. Senza sborsare un solo soldo, Ravn ha costruito e dirige un’impresa di successo. Per difendersi dalle decisioni impopolari che prende continuamente, si è inventato un Grande Capo fittizio, di cui lui sarebbe soltanto un esecutore, incaricato di indorare le pillole. Più il Grande Capo è arbitrario e dogmatico, più Ravn si accredita come mascotte dei dipendenti. Perché dirigere l’impresa non gli basta: sopra ogni cosa, Ravn vorrebbe farsi amare.

In quell’orsacchiotto c’è una cosa che forse non avevamo ancora capito di Lars: il principio “o-lo-ami-o-lo-odi” non è un dilemma, ma una strategia. Devi odiare il dogmatico Von Trier per amare il rivoluzionario Lars. Ogni regola serve ad essere elusa, questo forse lo avevamo capito già: quello che non avevamo capito è quanto fosse importante per il regista agorafobico l’essere amato, l’essere abbracciato. Un film di danesi che si abbracciano e cercano di volersi bene è qualcosa che val la pena di vedere – anche perché c’è sempre un nord del nord: in questo caso il gelido cipiglio dell’acquirente islandese che esecra i sentimentalismi dei terroni di Copenhagen.

Prima di incontrare Ravn, Kristoffer non aveva idea di cosa fosse veramente un artista: un mangiatore d’uomini e donne, un killer. “Il testo è sacro, per me”, diceva a Ravn, all’inizio. “Anche se l’avesse scritto Hitler”. Sono le cose che si dicono gli avanguardisti, tra le quinte. Ma se fosse la vera vita? Cosa succede quando scopri che il tuo testo l’ha scritto davvero Hitler? Un dittatore insensibile, pronto a mandare la sua impresa al macello, travestito per di più da simpatico orsacchiotto? A quel punto Kristoffer ha un soprassalto: per un attimo sembra voler riscattare la sua mediocrità e il suo egotismo. C’è la possibilità di forare davvero la quarta parete: mandare a monte la recita, salvare l’azienda e i suoi dipendenti. Per ottenere un risultato, Kristoffer è persino disposto a sacrificare le sue teorie e ricorrere all'arma segreta: quel teatro borghese tanto odiato, con la sua untuosa ed esecrabile capacità di suscitare emozioni. E in quel momento siamo tutti con lui. È bravo, è commovente, il suo ego è finalmente funzionale al testo che si è scelto. È troppo bello per finire così.
E infatti non finirà così. L’ego è una brutta bestia: ti segue ovunque vai. È lui il nostro Grande Capo.

Vale la pena aggiungere che il film fa molto ridere; perlomeno ha fatto ridere me, molto più di Commediasexi. A questo punto io credo di amare Von Trier, anche se non vorrei mai stare in una stanza con lui. E con nessuno di voi. Però vorrei che mi amaste di più, sento che non mi amate quanto merito.

Idee più chiare su:
- Secondavisione ("o si ama o si odia").
- Marco Luceri ("l’amato-odiato furetto danese").
- Giulio Sangiorgio e Mauro F. Giorgio (sul fondo compaiono giochi di parole in greco, Derrida Deleuze e Guattari; Debord si era dato malato).
- Fenice ("Iniziamo dicendo che le scuole di pensiero sono due e ben nette: Lars von Trier si odia o si ama".
- "Un regista che è riuscito da sempre a dividere critica e pubblico: o lo si ama, o lo si odia!" (Cineblog)
- "Lars von Trier, o lo si ama o lo si odia! Sembra proprio che vie di mezzo non esistano" (Cinefile.biz su Manderlay)
- Sicuramente Dogville ha diviso gli spettatori; è comunque un film che difficilmente si può considerare godibile, e quindi o lo si ama o lo si odia.
- Potrei andare avanti ma è troppo facile.
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