- gesticolando, come un coglione

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La forbice

Quando insegnavo la Storia ai sordi – il che è impossibile, specie se nessuno ti ha mai spiegato come si fa – ho iniziato a inventarmi alcuni gesti, di cui ora non mi libero più. Trasformare un concetto in un gesto è una cosa che il non-sordo non dovrebbe fare (specie davanti ai non-sordi) perché ti fa sembrare un folle.

Per esempio, quando io inizio a parlare di "impoverimento" (che già di per sé non è un soggetto sexy), la mano destra se ne va per conto suo, e pinocchiescamente inizia a fare il segno della forbice (quello con l'indice e il medio, avete presente) non rapidamente come a dire "taglia taglia", ma lentamente: una forbice lenta e inesorabile che… si chiude? No, si apre. Perché l'impoverimento (cercavo di spiegare) è una forbice che si apre lentamente: chi è povero diventa più povero, chi è ricco diventa più ricco. Perché? Non so il perché.

Tutta la mia mezza vita si configura come un tentativo di spiegare ai sordi cose che nemmeno io so bene, ma quando dalla metafora si passa ai fatti (quando ti trovi davanti gente che è sorda per davvero) senti quanto sia ruvida la realtà, e poco accogliente.

Congedandomi dal mondo dei sordi mi è rimasta questa idea: che molti miei pensieri, in realtà, siano solo gesticolazioni; tentativi di esprimersi in un alfabeto che non so. È tragico perché io credo di avere qualcosa da dire, ma in realtà ho solo un gesto da ripetere. La forbice. La forbice. La forbice. La volete capire o no? Niente, loro guardano la mano.

Ieri ho visto questo bel documentario di Riccardo Iacona, sulle case di Milano; e ho sentito quel vecchio tremito alla mano destra. La forbice. Avete visto cosa fanno a Milano? Sgomberano i locatari da 600 euro al mese, e ristrutturano in residence da 1000 euro al mese. Non c'è mica tanto, in fondo, tra i 600 e i 1000: ci sono due lame di forbice che si stanno aprendo lentamente tra noi. Mi sembra di gesticolare, quando scrivo queste cose. Insomma, c'è un modo intelligente e snob per spiegarlo? Chi sta sotto i 600, è povero e lo diventerà sempre di più; chi può permettersi i 1000, d'ora in poi è ricco e avrà altri problemi. State in mezzo? Non potrete restarci per molto. No, non vi sto chiedendo di scegliere, non è una scelta che spetti a voi.

Lo so, lo so, dividere la gente in poveri e ricchi, nel 2006, è pazzesco (io poi conosco gente su entrambe le sponde: e con molti ci eravamo lasciati da buoni amici). Ci sarà senz'altro una teoria economica che spiega tutto questo sotto forma di cicli di sviluppo e recessione. Io non ho mai studiato economia – è solo colpa mia. Dove avevo la testa? Io ho studiato (per esempio) storia dell'Arte. Ho imparato che verso la fine del Duecento in Italia impazzava il gotico: è uno stile maestoso ma leggero, promosso dalla classe borghese che si sta facendo avanti. I commerci sono buoni, i soldi girano, ogni Comune vuole avere la sua bella chiesa con le guglie. Persino i pittori cominciano a interessarsi alla gente: cancellano i fondi oro e piazzano i poveri e i ricchi sullo stesso sfondo urbano, qualcosa che sembra già una prospettiva. Va di moda San Francesco, il ragazzo ricco e viziato che pianta tutto e si fa povero: una scelta ancora praticabile, nel Duecento. Poveri e ricchi stavano ancora sotto lo stesso cielo, parlavano la stessa lingua, in fondo prendevano la stessa pioggia e pativano lo stesso caldo.


In seguito accadono alcune cose, ma non è chiaro quale sia la decisiva. Forse la peste, forse le guerre, è un concorso di cause o una serie di sfighe di respiro europeo, fatto sta che nel giro di cinquant'anni cambia tutto. La popolazione si dimezza, molti tornano in campagna, i poveri che girano per le strade smettono di essere considerati creature del buon Dio che hanno fatto forse la scelta giusta. E i pittori lo sentono. Si rimettono a fare santi ieratici per le cappelle private delle famiglie bene. Se non possono proprio reintrodurre il fondo oro, si mettono a lavorare sulle aureole o sui vestiti: i personaggi che vanno per la maggiore sono i Re Magi, perfetti manichini per opere di haute couture.

La cosa interessante, è che se per raccontare la Storia non avessimo che i pittori, potremmo pensare che nel primo Quattrocento la gente stesse meglio che un secolo prima: i quadri erano più colorati, i vestiti più sofisticati, i santi più eleganti. Il fatto è che si era aperta la forbice, e gli artisti sanno sempre con chi stare: con chi paga le commesse (non è mica una scelta, non spetta a loro scegliere). La stessa cosa accade oggi, e accadrà domani. Se di quest'epoca che viviamo dovesse sopravvivere solo la moda, il design d'interni, la sagoma delle auto sportive… ehi, c'è il rischio serio di passare alla Storia come un'epoca d'oro. Oro. Oro dappertutto. Quando iniziate a vedere lo sfondo oro nelle foto, è ora di preoccuparsi.

La cosa peggiore è che questo sfondo oro io comincio a vederlo anche in rivendicazioni che mi sembrano giuste e importanti. Per dire, l'intero programma della Rosa nel Pugno mi sembra sbalzato nell'oro. Il matrimonio ai gay, ad esempio, certe sere mi sembra un gradino importante verso la parità totale; qualcosa che non ha precedenti nel passato dell'uomo. E poi il mattino dopo mi appare una rivendicazione di lusso, quando abbiamo quartieri dove la gente non paga più l'affitto e ha iniziato a spararsi a pallini. La forbice si è aperta, e forse non è mai stata così aperta. Poveri e ricchi non parlano neanche più la stessa lingua. Non hanno la stessa legge, non parliamo poi dell'assistenza sociale. Sono due mondi e non comunicano. E l'arte – e la letteratura – sanno sempre da che parte stare.
È una scelta obbligata. Da una parte c'è il denaro, c'è il gusto, c'è il linguaggio. Dall'altra parte è solo un branco di scimmie che piange, ride, gesticola.
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Maestri di vita (7) – Quinto Orazio Flacco

Di solito non mi pesa troppo il mio lavoro, tranne la notte del giovedì.
Venerdì mattina ho cinque ore di seguito, e per me sono molte, cinque ore d’italiano ai sordi. Ma se voi ne fate di più (com’è probabile) adesso mi state già invidiando: faccio un lavoro stimolante, poche ore al giorno, e mi lamento. Di cosa mi lamento?
È intutile spiegare. Orazio ha già scritto una nota satira al riguardo.

Come mai, Mecenate,
nessuno, nessuno vive contento
della sorte che sceglie
o che il caso gli getta innanzi
e loda chi segue strade diverse?


Giovedì sera ho una riunione con amici, che spesso va avanti fino a tardi. Quando alla fine arrivo nel piazzale, parcheggio sempre davanti a un signore che dorme sotto il portico. Nella bella stagione lo trovo ancora alzato: leggiucchia la Gazzetta dello Sport prima d’imbottirne il sacco a pelo. Ma adesso è inverno, e il termometro della mia auto a volte segna meno cinque.
Così mi capita, giovedì dopo giovedì (per l’orologio è già venerdì mattina) di passare davanti a questo signore, e invidiarlo. Perché domani lui si sveglia quando vuole, e non deve fare le cinque ore che faccio io.

Penso a questa cosa, nel piazzale: e siccome c’è un gran silenzio a quell’ora, mi capita di ascoltare il mio stesso pensiero: e ascoltandolo, me ne vergogno.
Poi giro l’angolo, e già sto pensando a domani, a quello che devo fare per passare cinque ore dignitose… e quel signore già l’ho dimenticato. Fino al giovedì seguente.

“Beati i mercanti”,
esclama il vecchio soldato,
le ossa rotte da tanta carriera;
“Meglio la vita militare”,
ribatte il mercante sulla nave in burrasca,
“Vuoi mettere? si va all’attacco
e in breve o muori o vai in trionfo”.


Quando finirà? In giugno, forse, e poi troverò un lavoro più soddisfacente. Anche quello che faccio adesso, non è così male: ma non è normale trovarsi a invidiare un senzatetto, anche solo per un minuto alla settimana.
Ho la sensazione, però, che non finirà in giugno, né in settembre, né più tardi: che continuerò a invidiare i senzatetto e i benzinai, gli assistenti universitari e gli autisti dei furgoni, e continuerò ad agitarmi inquieto nel mondo del lavoro, come il malato nella branda, fino all’età della pensione (quale pensione?) e anche oltre.

E come faccio a saperla così lunga? Facile. Ho letto Orazio, io.

A farla breve, senti
dove voglio arrivare:
se un dio dicesse: "Eccomi qui,
pronto a fare ciò che volete:
tu, da soldato, sarai mercante,
e tu, giurista, un contadino:
scambiatevi le parti
e via, uno di qua, l'altro di là.
Che fate lí impalati?"

Rifiuterebbero,
eppure avrebbero potuto essere felici.
Non ha forse ragione Giove
a sbuffare irritandosi con loro
e a sancire che d'ora in poi
non sarà piú tanto arrendevole
da porgere orecchio a preghiere simili?


Quinto Orazio Flacco, Sermones I, 1.

È commovente (e un po’ triste) accorgersi che duemila anni, il motore a scoppio, la penicillina, i pomodori e la cibernetica non ci hanno cambiato più di tanto.
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La verità sul supplente di italiano

C’è gente che è passata di qui, ha letto il pezzo sulla lezione di Ungaretti, e si è commossa: che sensibilità, che stile, che fine pedagogia. Chissà com’è bravo, questo prof. E chissà come gli vogliono bene i suoi studenti.

La realtà, naturalmente, è ben’altra.
La realtà è che io sono un povero incompetente, con la tendenza a cacciarsi nei guai e ad accettare le offerte di lavoro più inverosimili. La realtà è che dopo cinque mesi ho la netta sensazione di non aver cavato un ragno dal buco.
L’unico sensibile miglioramento: da un po’ di tempo in qua non mi capita più di chiudere la porta dell’aula a chiave e minacciare di buttar la chiave dalla finestra. Ma è dura. È così dura.

Sapete quand’è che uno capisce che non ama il suo lavoro (coliche a parte)?
Quando si mette a fantasticare di come sarebbe bello, tutto sommato, fare il commesso in un ipermercato, girare coi pattini tra gli scaffali tutto il santo giorno, e d’estate c’è l’aria condizionata. O il benzinaio – che preoccupazioni ha un benzinaio, se non fuma? Se facessi l’autista di furgone potrei ascoltare la radio tutto il giorno. E anche in fonderia pagano bene…

A volte mi sembra di aver davanti dei marziani. Simpatici, per carità, ma io non ho l’abilitazione per insegnare italiano ai marziani. Ammesso che serva a qualcosa l’italiano su Marte.
E vado a letto col batticuore, e mi sveglio con l’angoscia. Ho fatto il carabiniere, e non andava bene; ho fatto il pagliaccio, e non andava ancora. Ho urlato ed era inutile, sono stato zitto e loro urlavano. Vien voglia di corrompere il bidello, che suoni la benedetta campana, o fuggire sulla tazza del cesso, come Lodoli, che è quello il posto del letterato nella scuola dell’obbligo.

Quanto al famoso Ungaretti, ieri sono arrivati i compiti delle vacanze. Sentite un po’ – giusto per ristabilire la verità storica:

1) Secondo te, è una poesia allegra o triste?
triste

2) Cosa fa Ungaretti la notte di Natale?
Fa che non ha voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade

3) “Ho tanta stanchezza sulle spalle”. Perché è stanco?
Perché scrive molte poesie

4) “Gomitolo di strade”. Questa immagione è molto strana. Cosa vuole dire?
Doveva morire, invece no

Morale: sono più bravo a scrivere le cose che faccio che a farle. Non fidatevi di me, specie quando scrivo in prima persona.

***

Postilla su Wittgenstein (Ludwig):
Mi è venuta in mente un’altra cosa di lui: a un certo punto cercò di fare l’insegnante in una scuola media, ma non ce la fece. Fuggì, dopo aver bussato uno dei suoi scolari. Si rimise a fare il filosofo del linguaggio.
Beh, non è poi male, fare il filosofo del linguaggio. Almeno, dal di fuori parrebbe… bisognerebbe chiedere a Momo.
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