Aquì mataron a Rafael

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Si chiamava Rafael Nahuel, aveva 21 anni, e lo hanno assassinato proprio qui, sulle sponde del lago Mascardi, il 26 novembre del 2017. Era solo un mapuche ribelle, Rafael. La sua uccisione non ha destato lo stesso scalpore della desaparición di Santiago Maldonado, l’attivista di Buenos Aires avvenuta solo un paio di mesi prima. Era solo un mapuche, Rafael Nahuel. Un poliziotto delle forze speciali federali gli ha sparato alla spalle durante il “recupero” di una terra che apparteneva alla sua gente da generazioni ma che il Governo argentino aveva deciso di “vendere” a privati stranieri. La sua morte non ha fermato il “recupero” della terra. Nella terra dove Rafael ha versato il suo sangue, la comunità Lafken Winkul Mapu continua a resistere.
Siamo a pochi chilometri da Bariloche, sulla riva del lago. Laghi che qui sono grandi come mari e che ricoprono le ampie vallate adagiate ai piedi dei massicci montuosi. Tutto è immenso in Patagonia. Anche le ingiustizie. Grandi lenzuola stese dipinte con scritte che ricordano il sacrificio di Rafael e la battaglia dei popoli originari mapuche per la Ñuke Mapu, la terra madre, sono appesi lungo il sentiero che sale sulla collina e che porta alla comunità: sette famiglie per una cinquantina di persone tra donne, bambini e uomini. Dietro il primo steccato, dove sono stati appesi dei barattoli che servono a segnalare le entrate indesiderate come artigianali antifurto, troviamo l’attivista che ha il compito di fare da vedetta. È lui che, soffiando forte su un corno, segnala il nostro arrivo alla gente della comunità. Non possono abbassare la guardia neppure per un minuto. «Quasi tutte le sere la polizia federale o le milizie private vengono a compiere provocazioni. Qualche giorno fa hanno ferito un bambino di dieci anni con pallottole di piombo - racconta. Ma anche di giorno non possiamo mai stare tranquilli. Ogni tanto si presenta qualcuno che fa finta di essere un turista o un viaggiatore smarrito, e comincia a fare domande. Dobbiamo stare sempre in guardia». Il panorama che ci circonda è di quelli che ti mozzano il respiro. Un patrimonio di bellezza che dovrebbe appartenere a tutta l’umanità. Possibile che non ci siano leggi atte a tutelare l’area? «È proprio questo il problema. Il Governo ne ha fatto un’area protetta ma è proprio con questo sistema che è stata aperta la strada ai privati. Tutto è diventato negocio, merce da vendere al miglior offerente. L’istituzione del parco è stato solo un mezzo per impossessarsi di una terra che, per essere tutelata, aveva bisogno solo di essere lasciata libera». Sulle terre recuperate sorgeva un hotel. Faceva parte di un progetto di sfruttamento turistico della zona che prevedeva anche la privatizzazione forzata della spiaggia. Lo scorso anno per accedere al lago, si doveva pagare 300 pesos. Ma l’operazione di recupero dell’area ha fermato il business e ora la spiaggia è tornata accessibile a tutti. Oggi l’albergo è un rudere dal quale i mapuche prelevano i materiali necessaria e costruire le “rucas”, le case della comunità. Purtroppo, ci spiegano non sono riusciti a procurarsi il materiale per isolare il tetto. Basterebbe qualche telone di plastica da pochi pesos. “Pochi pesos” per noi, ma che per le tasche di chi vive solo della sua terra sono tanti. Inoltre, la polizia non consentirebbe mai a degli indigeni di passare i tanti posti di blocco sistemati lungo la strada che porta al villaggio con del materiale edile. Ci offriamo di portarglieli noi domani stesso. Ci ringraziano con qualche imbarazzo. Gli spieghiamo che non è carità. La loro lotta è anche la nostra. Il primo che ci viene ad accogliere è un anziano maestro, 82 anni compiuti, spiega che gira per le comunità mapuche ad insegnare le cultura e la storia dei popoli originari di Patagonia. «Molti mapuche non soltanto non sanno parlare la loro lingua, ma ignorano anche la nostra storia». Il maestro ci porge il mate e guarda lontano, verso l’altra sponda del lago Mascardi, quella ad occidente. «Là non può camminare nessuno. Tutta la sponda ovest del lago è stata comperata da un imprenditore inglese di nome Joe Lewis. Ma qui noi continuiamo a resistere e non ce ne andremo mai».
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