- o quanta species cerebrum non habet

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Specchio riflesso


Si passano degli anni, ultimamente, davanti a uno schermo, con l’aria di cercare chissà cosa. Verità, probabilmente: previsioni, revisioni, sunti, tracce del passaggio del mondo. Stasera però mi è venuto in mente cosa voleva dire “schermo”, all’inizio. Voleva dire maschera. Maschera protettiva.

Naturalmente questo non significa nulla. Capita che le parole cambino il loro significato nei secoli, embè? Pasticciare con le etimologie è da sfigati, se non ti chiami Heidegger (e anche se). Tanto più che il mio Zingarelli mi dà una radice longobarda, skirmjan (tirare di scherma, proteggere). I Longobardi, capito? Devono averci lasciato tre parole in croce, e una sola riassume tv, computer, playstation, videofonino: “schermo”.
E vuol dire “maschera”. Ti dà il rovescio di quel che cerchi. Del resto anche lo specchio, non fa lo stesso?

Sembra un discorso da risvolto Adelphi, ma io in realtà avevo in mente le pubblicità del grana. Se ne parlava l’altro giorno da Inkiostro (il più grande blog del sistema solare e, auspicabilmente, della galassia). Il dilemma è noto a chiunque abbia spinto un carrello della spesa almeno una volta nella vita: in Italia esistono sostanzialmente due formaggi grana. Il Parmigiano Reggiano è buono, il Grana Padano è cheap. Che fare? Spendere meno o gustare di più? La gola ha i suoi diritti, ma solo oltre una certa soglia. L’ISTAT, se la dirigessi io, terrebbe un bel riflettore puntato sul reparto latticini: chi passa al Parmigiano, ha trovato un impiego stabile; chi passa al Grana, lo ha perso (se avete grattugiato del parmigiano sui maccheroni mentre eravate Cocoprò, siete dei maledetti irresponsabili. Se continuate a spolverare grana sulle lasagne ora che avete la Tredicesima, siete tirchi e punto).

Tutto questo si riflette nelle pubblicità. Ma all’incontrario: il Grana Padano si maschera da prodotto di lusso, concupito da vitelloni eleganti e modelle brasiliane. E intanto il Parmigiano sbraca, si dà al trash anni Ottanta, riprende i Ricchi e Poveri, la famiglia Addams e il carnevale di Viareggio. Il party a base di Grana Padano è la vita dei ricchi come l’immaginano i poveri; le coreografie del Parmigiano Reggiano sono una sontuosa citazione dell’intrattenimento di bassa qualità. Tutto questo che senso ha? Forse nessuno. Forse cercano entrambi di allargare il loro bacino di utenza. Ma se è normale che il Grana Padano cerchi di darsi un tono (anche maldestramente), il caso del Parmigiano stupisce. Siamo davanti a un imputtanimento consapevole, ed è una cosa che dà da pensare (un po’ come per Lindo Ferretti). Abbiamo visto tutto in questi anni, ma un prodotto che cerca consapevolmente di peggiorare la propria immagine è ancora cosa rara (“Scordiamoci tutte quelle menate sulla qualità! Facciamo cantare i bambini! Pa-pa-pa-pa-parmigiano re…”)

In realtà io scrivo accecato dall’ira, perché gli ufficiali del marketing del consorzio hanno da tempo accantonato il mio testimonial preferito, la Vacca Volante. Quella che cercava in ogni modo di entrare nel recinto delle vacche da parmigiano, ma ogni volta veniva respinta dalla malasorte, mentre il contadino la sfotteva col tormentone: “No-o! Non so cosa mangi!”
La vacca non era trash, era animazione di qualità con tutti i ritmi giusti. Citava i Looney Tunes, scusate se è poco. Ma è vero quel che mi disse una volta la Laura: era una pubblicità razzista. C’è un recinto, e c’è una vacca che non può entrare. Perché è povera, perché è nata sul lato sbagliato del recinto, perché ha ingerito mangime non tracciabile. La Vacca è simpatica, ma è un frutto delle fobie dell’Europa post-encefacilite spongiforme. La sua pazzia è sospetta. Tutto dev’essere tranquillo, ordinato, tracciato. L’ordine è qualità. Noi vogliamo bere il latte di mucche tranquille e ordinarie. Stiamo chiudendo l’Europa in un recinto, perché abbiamo paura dei poveri e dei pazzi che non si sa cosa mangino.
Ma poi, davanti allo schermo, tifiamo per la Vacca Volante. Perché lo schermo è fatto così: ci racconta l’opposto di quello che già sappiamo. E forse è stato così sempre: il primo eroe animato è stato un topo. Non la creatura immaginaria e stilizzata che è adesso: a quei tempi il topo era un animale tristemente familiare, il peggiore inquilino di tutte le case. La gente passava il tempo a dare la caccia allo scroccone schifoso e impestato. Ma poi andava al cinema, e tifava per Jerry contro Tom. Questo è lo schermo. E voi vi fidate di quel che vi trovate scritto davanti al naso. No. Credete piuttosto al contrario.
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