In questa pagina ho riportato gli ultimi articoli che ho scritto per il quotidiano ambientalista Terra, il settimanale Carta, Manifesto, per siti come Global Project, FrontiereNews o siti di associazioni come In Comune con Bettin e altro ancora.

Venezia scende in piazza contro i picchiatori «anti degrado»

VENEZIA SICUREZZA Migliaia di persone al corteo antifascista
Almeno quattromila persone hanno sfilato in corteo a Venezia dietro allo striscione «Ai nostri posti ci troverete, Venezia è antifa», gridando «siamo tutte antifasciste». La manifestazione è stata promossa dal cso Morion e dall’Anpi per rispondere all’aggressione avvenuta una settimana fa ai piedi del ponte di Rialto con conseguente pe
staggio di una decina di attiviste ed attivisti del centro sociale da parte di picchiatori riconducibili all’estrema destra che accompagnavano l’influencer bolognese Jolly Time in una delle sue performance «anti degrado».
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Sabato corteo antifascista a Venezia: «La città non è un parco per nazisti»

LA MANIFESTAZIONE Dopo le aggressioni della banda di Jolly Time, il Morion, l’Anpi e l’intera Venezia antifascista in piazza sabato prossimo, 19 settembre

Una violenza da far inorridire, quella che scorre nei video. Otto o nove energumeni che tirano pugni, calci e testate a un gruppetto di giovanissime ragazze e ragazzi che andavano a preparare una festa di quartiere. Protagonisti del pestaggio: l’influencer bolognese di estrema destra Jolly Time (che però in questo caso non risulta tra i picchiatori) e i suoi accompagnatori olandesi e inglesi esperti di arti marziali.
A denunciare quanto accaduto sabato in campo San Bortolo, sono state direttamente le vittime, ieri mattina, nel corso di una conferenza stampa al Laboratorio Morion. «Abbiamo riconosciuto l’influencer che pochi giorni prima aveva causato disordini alla Bolognina e gli abbiamo chiesto cosa fosse venuto a fare a Venezia – spiega Federica Toninello, attivista del Morion, tra le vittime dell’aggressione -. Non ci ha nemmeno risposto ma i suoi accompagnatori, quando hanno visto che alcuni di noi indossavano magliette con scritte Antifa, ci hanno spruzzato col peperoncino e hanno cominciato a picchiarci senza tregua, irrefrenabili, senza tenere conto di tutta la gente che passava per la calle».
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Moschea a Venezia. Lo sciopero si arena per paura e divisioni. Una guerra di religione tutta interna alla destra

RETROFRONT La comunità bengalese non segue il promotore Prince Howlader. E lui si rimangia la proposta di «bloccare la città». Fredda la Cgil


VENEZIA Non ci sarà nessuno sciopero per la moschea. È bastato poco per far fare retromarcia a Prince Howlader, l’autoproclamatosi presidente dell’associazione islamica «Giovani per l’Umanità» ed affiliato di Fratelli d’Italia, che aveva minacciato di paralizzare l’intera città se il neo eletto sindaco Simone Venturini non avesse mantenuto fede all’impegno di realizzare una moschea in quell’area dismessa e degradata a due passi dalla stazione di Mestre. Alla freddezza della comunità islamica, divisa tra tante associazioni e spaventata dal clima di odio alimentato dalla destra nei loro confronti, ha subito fatto seguito il muro dei sindacati. «Nessuno scambio tra fede e diritti – ha tagliato corto Daniele Giordano, segretario generale della Cgil -. Si riapra piuttosto il dialogo tra le parti». Lo stesso Howlader, privato dell’appoggio della sua comunità che ha fatto capire come non rappresenti tutti i mussulmani di Venezia, è subito rientrato nei ranghi affermando che la sua non intendeva essere una minaccia o una provocazione: «Non vogliamo bloccare tutto ma siamo pronti a manifestare con la preghiera».

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Senza l’ok alla moschea «Venezia e Mestre si fermano»

VENEZIA 
DI RITO DI SCIOPERO La comunità bengalese contro il neo-sindaco Venturini che ha sospeso l’autorizzazione

«Ora basta! Siamo stanchi di essere presi in giro dal Comune. Se non ci consentiranno di costruire la nostra moschea questa volta scenderemo tutti in piazza. E se scioperiamo noi bengalesi, a Venezia, Mestre e Marghera si ferma la Fincantieri e tutto il turismo tra cucine, ristoranti ed alberghi. Volete vedere che lo facciamo?». A lanciare il guanto di sfida all’amministrazione comunale di Venezia e al neo eletto sindaco Simone Venturini, è Prince Howlader, cittadino italiano di 33 anni originario del Bangladesh. Un breve trascorso come impiegato nell’Ulss locale ed oggi proprietario di una sua azienda di servizi e presidente dell’associazione islamica Giovani per l’Umanità che rappresenta una parte considerevole della comunità bengalese del veneziano. Un trascorso politico tutto a destra il suo. «Abbiamo valori in comune, valori conservatori: la famiglia e la sicurezza per prima cosa» dichiarava Howlader entrando nel direttivo del circolo mestrino di Fratelli d’Italia.
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"Giovedì Bianco" negli aeroporti italiani per ricordare il genocidio

Presìdi in cinque aeroporti accolgono i voli da Tel Aviv per denunciare il genocidio a Gaza, le complicità italiane e chiedere la sospensione dei collegamenti diretti con Israele 


Un “muro di coscienza” attorno a cinque aeroporti italiani. Un muro permeabile, radicalmente diverso dai sanguinosi muri di esclusione alzati dalla Fortezza Europa. Un muro fatto di persone che hanno come unico obiettivo quello di ricordare ai passeggeri in arrivo da Tel Aviv che a Gaza si sta compiendo un genocidio. Un genocidio di cui i nostri Governi sono complici. L’iniziativa chiamata “Giovedì bianco” ha coinvolto, in questa prima uscita svoltasi ieri, giovedì 20 agosto, gli aeroporti Catullo di Verona Villafranca e di Cagliari nella mattinata, di Milano Linate e di Roma Fiumicino nel pomeriggio, per concludersi al Marco Polo di Venezia in serata.


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Zona industriale a fuoco, nessuno allerta gli abitanti

«Avevamo la casa piena di fumo nero e non ci spiegavamo il perché. Le sirene d’allerta non sono suonate. E non è nemmeno la prima volta. Il primo comunicato del comune che ci consigliava di chiudere le finestre è arrivato soltanto ore dopo. Grazie tante.
Lo avevamo capito da soli che era meglio tapparsi in casa»: così un residente di Marghera descrive la situazione che si è venuta a creare dopo che il deposito di materiali ferrosi al terminal Multiservice è andato a fuoco, con tutta probabilità a causa del gran caldo. A Venezia sono giornate da bollino rosso.
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Venezia, l’ambasciatore Usa Fertitta «oscura» la festa del Redentore

MANIFESTAZIONE DI PROTESTA Il megayacht del magnate è grande come un condominio di 12 piani

Un Redentore di fuoco per Venezia. Almeno 500 attiviste e attivisti hanno sfidato ieri il caldo infernale e le manganellate per protestare contro quello che hanno chiamato «Centodiciassette metri di arroganza». Tanto è lungo il Boardwalk, il mega yacht del multimiliardario Tilman Fertitta, ambasciatore Usa e amico personale del presidente Trump, venuto in laguna per assistere ai tradizionali “foghi” del Redentore. Come ormeggio, il Boardwalk (una sorta di villaggio turistico galleggiante alto come un condominio di 12 piani, costato 450 milioni di dollari) si è scelto il posto migliore: Riva Sette Martiri, proprio davanti alla Galleggiante da cui saranno lanciati stasera i fuochi pirotecnici. Il che renderà impossibile assistere allo spettacolo per le persone radunate in quella fondamenta. 
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"Non c’è posto a scuola per i bambini stranieri" ESCLUSI DALLE ELEMENTARI Le lettere ai genitori: «La sua domanda di iscrizione è stata cancellata»

«Gentile signore, la richiesta di iscrizione per l’alunno è stata presa in carico, la conferma di accettazione è tuttavia alla formazione di una nuova classe. (classe che non si farà)». Così, refusi di scrittura compresi, si è visto rispondere un genitore alla sua domanda di iscrizione del figlio alla scuola elementare Bernagozzi di Portomaggiore, Ferrara. Con altri genitori la dirigenza scolastica è stata ancora più laconica: «La sua domanda di iscrizione di sua figlia è stata cancellata. Distinti saluti. Si prega di non rispondere a questo indirizzo mail».

Nessuna spiegazione, nessuna presa in carico del problema, nessuna informazione su una eventuale graduatoria, nessuna proposta alternativa su dove e come far frequentare la scuola ai bambini. E stiamo parlando della scuola dell’obbligo. Scuola che almeno undici bambini di Portomaggiore non hanno potuto frequentare perdendo così l’intero anno scolastico. Tanti perlomeno sono i casi di esclusione accertati dalla locale associazione PortAmico, ma probabilmente sono molte di più le bambine ed i bambini del Comune ferrarese che non hanno frequentato e che non frequenteranno la scuola perché «non c’è posto. Cordiali saluti».
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Contro genocidio e precariato, la protesta ferma la Biennale

ARTE E POLITICA Una trentina i padiglioni chiusi. Tensioni con le forze dell’ordine al corteo ProPal

La Biennale ha chiuso le sue porte per tutta la giornata di ieri. Una trentina di padiglioni nazionali ha risposto all’appello lanciato da Anga (Art not genocide alliance), collettivo indipendente di artisti e lavoratori del settore dell’arte, e ha sbarrato l’accesso alle esposizioni in segno di protesta contro il genocidio e il precariato. Scene mai viste in tutta la lunga storia della rassegna d’arte internazionale, quelle di ieri nei Giardini dell’Arsenale. Ingressi dei padiglioni sprangati mentre curatori, lavoratori, artisti e performer se ne stavano seduti per terra lì davanti reggendo cartelli in inglese e in altre lingue che riportavano frasi come «la Palestina è il futuro del mondo». Oppure: «Il precariato uccide l’arte». Visitatori, tutt’altro che infastiditi, chiacchieravano con i manifestanti facendo domande e solidarizzando con le loro richieste. Richieste che, per la prima volta, sposavano due questioni che solo apparentemente sono diverse: il precariato e la guerra.
«IL PRECARIATO dei lavoratori nel settore dell’arte è una piaga alla quale nessun governo ha voluto porre un freno – spiega davanti al padiglione olandese un attivista Anga, che chiede l’anonimato -. Dicono che non ci sono risorse ma i finanziamenti per la guerra e per supportare regimi genocidari come quello di Israele li trovano sempre. Per questo noi di Anga crediamo che manifestare per i propri diritti sindacali e nello stesso tempo chiedere il rispetto delle regole internazionali boicottando quei governi che le violano siano la stessa battaglia. Una battaglia internazionale perché coinvolge tutti gli Stati del mondo. La Biennale d’arte di Venezia in questo senso è un perfetto palcoscenico».
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Biennale, più di cento artisti: «No all’artwashing di Israele»

BIENNALE Primo sciopero nella storia dell’Esposizione: domani lavoratori fermi per 24 ore

Lo hanno chiamato «il padiglione del genocidio». I visitatori vengono accolti da personale gentilissimo che regala belle borse in tela dove infila eleganti depliant. L’installazione artistica di Belu-Simion Fainaru, «The Rose of Nothingness», consiste in una grande piscina rettangolare foderata di nero dove piovono gocce d’acqua a simboleggiare le lacrime versate dagli ebrei durante l’olocausto. Lacrime che nel futuro sono servite a fecondare la Terra Promessa. Stiamo parlando del padiglione di Israele alla Biennale d’Arte di Venezia e, nelle intenzioni dei curatori, l’installazione altro non sarebbe che un messaggio di pace e fraternità.
A far invece chiudere il padiglione, ricordando che in quella Terra Promessa si sta compiendo un genocidio, ci hanno provato 113 artisti internazionali e 18 team di padiglioni nazionali riuniti nella sigla Anga (Art Not Genocide Alliance), collettivo internazionale di lavoratori nel settore dell’arte, con una lettera inviata ai vertici della Biennale. Lettera che è stata ignorata.
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