In questa pagina ho riportato gli ultimi articoli che ho scritto per il quotidiano ambientalista Terra, il settimanale Carta, Manifesto, per siti come Global Project, FrontiereNews o siti di associazioni come In Comune con Bettin e altro ancora.

Biennale, più di cento artisti: «No all’artwashing di Israele»

BIENNALE Primo sciopero nella storia dell’Esposizione: domani lavoratori fermi per 24 ore

Lo hanno chiamato «il padiglione del genocidio». I visitatori vengono accolti da personale gentilissimo che regala belle borse in tela dove infila eleganti depliant. L’installazione artistica di Belu-Simion Fainaru, «The Rose of Nothingness», consiste in una grande piscina rettangolare foderata di nero dove piovono gocce d’acqua a simboleggiare le lacrime versate dagli ebrei durante l’olocausto. Lacrime che nel futuro sono servite a fecondare la Terra Promessa. Stiamo parlando del padiglione di Israele alla Biennale d’Arte di Venezia e, nelle intenzioni dei curatori, l’installazione altro non sarebbe che un messaggio di pace e fraternità.
A far invece chiudere il padiglione, ricordando che in quella Terra Promessa si sta compiendo un genocidio, ci hanno provato 113 artisti internazionali e 18 team di padiglioni nazionali riuniti nella sigla Anga (Art Not Genocide Alliance), collettivo internazionale di lavoratori nel settore dell’arte, con una lettera inviata ai vertici della Biennale. Lettera che è stata ignorata.
Nella scorsa edizione dell’esposizione internazionale, due anni fa, proteste e pressioni ottennero comunque di far spostare il padiglione nazionale dai Giardini alle Tese dell’Arsenale in una zona considerata meno centrale ma più controllabile in caso di manifestazioni di protesta. Ma la soluzione non ha avuto i risultati sperati. Nella tarda mattinata di ieri, proprio in occasione della seconda giornata inaugurale della 61esima Biennale d’Arte, le attiviste e gli attivisti di Anga hanno messo in scena una dura protesta contro la presenza del padiglione israeliano che, di fatto, ha dovuto chiudere i battenti per oltre tre ore con artisti e curatori asserragliati dentro, difesi da un cordone di polizia. Protagoniste dell’iniziativa, un paio di centinaia di persone tra espositori, curatori di altri padiglioni e lavoratori, ai quali si sono spontaneamente aggiunti altrettanti visitatori, per lo più provenienti dall’estero, che hanno dato alla manifestazione un colorito carattere internazionale. Ricordiamo che in questi giorni di pre esposizione, alla Biennale si entra solo con invito riservato a critici d’arte, artisti, giornalisti e addetti ai lavori.
L’iniziativa è scattata alle 12,30. Bandiere della Palestina al vento, striscioni contro il genocidio, slogan pro pal e volantini lanciati in aria in cui si invita a boicottare Israele e tutte le nazioni complici. La manifestazione si è conclusa con un corteo che è sfilato lungo le Tese dell’Arsenale. «Quello che abbiamo di fronte – ha gridato al megafono una portavoce di Anga – è un tentativo di ‘artwashing’. L’arte viene usata per ripulire l’immagine di uno Stato genocida i cui leader sono accusati dalla Corte Penale Internazionale di crimini di guerra e contro l’umanità». In tutto questo la Biennale «è complice», afferma la portavoce.
Anga invita a boicottare anche i padiglioni di tutte quelle nazioni che sostengono Israele. A tale proposito, il collettivo ha diffuso un depliant in cui elenca, nazione per nazione, il livello di collaborazione col governo di Netanyahu. Ce n’è anche per l’Italia, ovviamente, che continua a supportare con materiale militare Tel Aviv.
Ma le proteste contro il «padiglione del genocidio» non si fermeranno qui. Per domani Anga, Biennalocene, Sale Docks, Usb, Cobas e altre associazioni hanno indetto uno sciopero di 24 ore. Sarà il primo sciopero dei lavoratori in tutta la storia della Biennale. «Nessun artista o lavoratore culturale – si legge nel comunicato – dovrebbe essere costretto a condividere una piattaforma con uno Stato accusato di genocidio».

Le Pussy Riot «assediano» il padiglione russo

LA PROTESTA Nella mattinata di ieri, subito dopo l’apertura dei cancelli della mostra ai Giardini dell’Arsenale, una trentina di attiviste ha messo in scena un coloratissimo corteo che si è diretto verso il padiglione russo

Sono solo loro le protagoniste della più spettacolare performance di questa 61esima edizione della Biennale d’Arte di Venezia: le Pussy Riot. Nella mattinata di ieri, subito dopo l’apertura dei cancelli della mostra ai Giardini dell’Arsenale, una trentina di attiviste ha messo in scena un coloratissimo corteo che si è diretto verso il padiglione russo. Passamontagna rosa a coprire il volto, fumogeni dello stesso colore, vestiti succinti rigorosamente neri, seni scoperti con scritte in pennarello anti Putin, e musica punk a tutto volume.
Così, scandendo lo slogan «Enjoy the show, ignore the war» (goditi lo spettacolo e ignora la guerra), le giovani attiviste si sono dirette verso il padiglione russo proprio nel momento in cui l’ambasciatore di Mosca stava inaugurando la sala davanti agli ospiti invitati. Il corteo, al quale si sono uniti molti visitatori della Biennale e degli attivisti di gruppi di dissidenti anti Putin, ha cercato di fare irruzione nel padiglione ma le porte sono state prontamente sbarrate dai curatori della mostra. Immediato anche l’intervento della polizia che ha fatto cordone attorno all’edificio.
Le Pussy Riot e gli altri manifestanti, qualche centinaio in tutto, hanno comunque cinto d’assedio il padiglione per oltre un’ora, sigillando dentro l’ambasciatore e i suoi ospiti, gridando slogan contro la guerra mentre i fumogeni passavano dal rosa al giallo e azzurro, i colori della bandiera ucraina.
«Gli artisti e i curatori di questo padiglione sono stati nominati dal presidente Putin in persona col compito di propagandare una immagine della Russia come di un paese democratico e di negare i crimini del regime contro gli ucraini ma anche contro i suoi stessi cittadini – ha spiegato una giovane incappucciata – Questa non può essere definita arte. L’arte è libertà».

Venezia, la Rai vende Palazzo Labia: destinazione d’uso anche turistica

La Rai vende i gioielli di famiglia e, tra questi, c’è uno degli edifici storici più belli d’Italia: il settecentesco Palazzo Labia che si specchia con la sua pietra d’Istria sul Canal Grande di Venezia e che contiene uno straordinario ciclo di affreschi di Giambattista Tiepolo. Il palazzo ospita la sede Rai del Veneto, nel cuore di Cannaregio, a due passi dalla stazione di Santa Lucia, accanto all’omonima chiesa.
Non è la prima volta che la Rai tenta di sbarazzarsi dell’immobile per fare cassa, spostando la sede regionale in terraferma. La delibera del consiglio di amministrazione che dà il via libera alla vendita risale al luglio del 2022. Con Palazzo Labia a essere messi sul mercato dalla Rai ci sono altri storici edifici, 15 per l’esattezza, tra cui, per citare quelli di maggior pregio, il Teatro delle Vittorie a Roma, il palazzo della Radio di via Verdi a Torino e altre sedi e teatri di posa situati in altre città italiane come Firenze, Genova, Milano e Cagliari.

Quando fu firmata la delibera, i giornalisti delle sedi regionali si mobilitarono al grido di «non si vendono i gioielli di famiglia». In seguito la delibera cadde nell’oblio uscendo dalle pagine di cronaca, pure se avrebbe meritato una maggior attenzione da parte delle istituzioni, coinvolgendo almeno le soprintendenze e il ministero della Cultura cui spetta il diritto di prelazione.
Le riservatissime trattative per gli immobili sono tutt’ora in corso e ci è voluto un video di Fiorello, in cui il popolare conduttore denuncia la svendita del Teatro delle Vittorie, per aprire il dibattito pubblico. Un patrimonio storico, artistico e culturale di cui Palazzo Labia è un esempio rappresentativo.
Eppure la Rai lo ha messo in vendita con un prezzo di partenza di 60 milioni e con una destinazione d’uso aperta tra uffici di rappresentanza, residenzialità e ricettività. Il rischio è che lo storico palazzo possa trasformarsi nella casa di vacanza del milionario di turno oppure nell’ennesimo hotel a cinque stelle.
Certo, chi lo acquista dovrebbe comunque garantire la conservazione degli affreschi e dei preziosi arredi d’epoca ma la gestione di queste opere rimarrebbe comunque a mera discrezione dell’acquirente. In laguna, la questione del destino di Palazzo Labia è entrata a piedi uniti nell’accesa campagna elettorale che si concluderà il 24 maggio con l’elezione del nuovo sindaco.

Entrambi i due principali contendenti alla carica, Simone Venturini per il centrodestra e Andrea Martella per il centrosinistra, hanno espresso ferma contrarietà alla vendita. «Non consentiremo operazioni speculative e difenderemo il lavoro e la professionalità dei giornalisti Rai» ha dichiarato Venturini. Dal canto suo Martella ha spiegato che, se Palazzo Labia fosse alienato, «la città perderebbe, oltre che un prezioso edificio storico, anche la strategica funzione di ospitare la sede della Rai regionale e un presidio di produzione culturale, informazione, lavoro qualificato e identità cittadina».
Dopo le proteste, il governo sta cercando di intervenire. Il ministro Giuli ha contattato la presidente della Vigilanza Rai, Barbara Floridia: nel colloquio ha condiviso la necessità di preservare la dimensione pubblica di pezzi importanti del patrimonio immobiliare della Rai a rischio di dismissione, tra cui il Teatro delle Vittorie.

Gli “enfants de la Creuse”: i bambini rubati dalla repubblica francese

Colonialismo interno e infanzia negata: la deportazione silenziosa dei bambini di Réunion.

In Francia sono conosciuti come gli “enfants de la Creuse” – i bambini della Creuse, una regione rurale nel cuore della Francia – ed è una di quelle storie di cui si fa fatica a parlare, persino a scrivere. Si fa fatica perché pare impossibile che un’infamia del genere possa essere accaduta in un Paese così geograficamente vicino al nostro come la Francia, sotto un governo che aveva tutti i crismi per potersi definire “democratico” e, per di più, in un’epoca così recente, dagli anni ‘60 agli anni “80. Vien da chiedersi, proprio come quando si visita un campo di sterminio nazista, come sia possibile che tutto questo possa essere accaduto. Eppure è accaduto. E, proprio come per i campi di sterminio nazisti, nella totale indifferenza dell’opinione pubblica. Ma al posto di “indifferenza” potremmo scrivere meglio “vile complicità”.

Ancora oggi, nessuno sa quanti furono gli “enfants de la Creuse”. Nessuno li ha mai contati perché, semplicemente, non contavano nulla. Secondo gli studiosi che ancora oggi faticano ad abbattere il muro di omertà che circonda questa vicenda, sarebbero all’incirca duemila. Erano bambine e bambini nati nell’isola di Réunion, un possedimento francese, perso nell’Oceano Indiano dove lo sfruttamento intensivo delle risorse da parte degli invasori europei ha regalato agli abitanti solo fame e miseria.

Nel secondo dopoguerra, decenni di monocultura imposta della vaniglia e della canna da zucchero, destinata alla produzione di rum, avevano impoverito ed eroso i terreni agricoli dell’isola. La povertà era diffusa e strutturale e, tuttavia, una “ricchezza” da sfruttare Réunion sembrava averla ancora: i bambini. L’idea di usarli per ripopolare le aree rurali francesi colpite da un forte calo demografico, come il dipartimento della Creuse, venne al ministro gollista Michel Debré. L’operazione, come spesso accade in casi come questi, fu giustificata come una “missione umanitaria”: strappare dei poveri bambini alla fame e alla miseria per regalare loro un radioso futuro in Francia. In realtà, i minori furono sottratti alle famiglie con un consenso manipolato, quando non estorto con la forza, e trasferiti in condizioni traumatiche in un ambiente a loro del tutto estraneo, come la campagna francese, dove furono costretti a lavorare come manodopera agricola o domestica.

Abbandonati a sé stessi, senza alcun controllo da parte delle autorità, questi bambini e queste bambine subirono abusi, sfruttamento, violenze e isolamento culturale. Le conseguenze – fisiche, psicologiche e sociali – furono devastanti. Piccoli schiavi costretti a vivere in condizioni di totale vulnerabilità, senza che venisse data loro neppure la possibilità di mettersi in contatto con la loro famiglia originaria. Alcuni morirono per gli abusi e i maltrattamenti subiti, altri preferirono togliersi la vita.

Solo a partire dagli anni Novanta, grazie alle testimonianze delle vittime sopravvissute raccolte da alcuni giornalisti, il caso degli “enfants de la Creuse” riuscì ad emergere, senza comunque fare grande breccia nella coscienza francese.

Nel 2014, l’Assemblea nazionale francese ha riconosciuto formalmente una “responsabilità morale” dello Stato, ma senza alcuna conseguenza giudiziaria concreta, in quanto i crimini erano andati in prescrizione e tutti i procedimenti legali sono stati archiviati. Eppure, gli “enfants de la Creuse” furono qualcosa di più di una semplice “pagina nera” nella storia di Francia.

“Questi bambini furono le vittime di una sistematica politica colonialista di deportazione e sfruttamento di minori – spiega Maria Stefania Cataleta, docente di International Criminal Law e avvocata accreditata alla Corte penale internazionale –. I minori furono colpiti in quanto membri di una popolazione civile vulnerabile, discriminata sia per origine razziale sia per condizione sociale di povertà. Questi atti contro di loro furono perpetrati su larga scala, nell’ambito di un piano concertato e ben strutturato, conosciuto dai suoi autori e attuato con piena consapevolezza. Insomma, la vicenda dei bambini di Réunion può essere considerata, secondo tutti i criteri, un vero e proprio crimine contro l’umanità avvenuto in tempo di pace”.

Ma se ormai non ha più senso inseguire una condanna penale, la battaglia per portare giustizia agli “enfants de la Creuse” si gioca oggi su un altro terreno. 

 

Non più quello delle aule giudiziarie, ma quello della memoria, della politica e della coscienza collettiva. “Serve una ‘politica della memoria’ capace di fare i conti col passato: un percorso fatto di raccolta di testimonianze, ricerche storiche, iniziative culturali che mirino a restituire dignità alle vittime e a ottenere perlomeno un riconoscimento morale e politico. Non basta una risoluzione parlamentare, come quella approvata in Francia nel 2014 – spiega Maria Stefania Cataleta –. La vera posta in gioco è costruire una consapevolezza pubblica capace di trasformare una pagina rimossa in una responsabilità condivisa”.

Un percorso doveroso non solo per i bambini della Creuse, ma anche per gli altri “enfants”, vittime di un capitalismo colonialista tutt’altro che defunto e che, ancora ai nostri giorni, continua a trattare l’infanzia come una merce da gestire piuttosto che un diritto da proteggere. Dimenticare la storia significa, prima o poi, rischiare di riviverla.

La resistenza di Prosfygika, il caracol zapatista di Atene

Nel bel mezzo della città di Atene, batte un “corazon” zapatista. E’ il quartiere di Prosfygika. Ci sono passato per puro caso qualche anno fa e me ne sono subito innamorato. Così diverso da quell’Atene delle grandi strade asfissiate dal traffico e delle aree archeologiche affollate di turisti interessati solo a scattarsi un selfie per i loro social. A Prosfygika, le strette vie di botteghe autogestite, le case dai cui balconi svoltola la bandiera della Palestina, le piazzette dai muri coperti di murales antifascisti e la gente che lo frequenta e che parla dozzine di lingue diverse, ti raccontano una storia completamente diversa. Una storia di lotta e di resistenza. 

Non è un quartiere periferico, Prosfygika. Siamo proprio nel bel mezzo della capitale greca, a 15 minuti dalla centralissima piazza Syntagma, esattamente a metà strada dal palazzo della Corte Suprema e dalla direzione centrale della polizia. Prosfygika è una vera spina nel fianco per le imprese turistiche e immobiliari che più volte hanno tentato di sgomberare il quartiere con la scusa di ristrutturazioni che altro non nascondono che speculazioni edilizie. 

Oggi la storia si ripete: Prosfygika è sotto assedio e i residenti si preparano resistere alle ruspe e lanciano appelli alle reti di solidarietà internazionali.


Prosfygika (προσφυγικά in greco) si può tradurre come “casa dei rifugiati”. Il quartiere è composto da 8 edifici con 228 appartamenti, progettato secondo l’architettura modernista del Bauhaus, realizzato negli anni ’30 per offrire rifugio ai profughi greci provenienti dall’Asia Minore dopo la guerra greco-turca che causò le persecuzioni e la fuga della popolazione di lingua greca che, dai tempi degli achei, abitava in Asia Minore. Durante l’occupazione nazifascista, il quartiere divenne un luogo di resistenza e le case di Prosfygika facevano da base alle organizzazioni partigiane legate al Fronte di Liberazione Nazionale (EAM) ed alla sua ala militare ELAS. Dopo il ritiro dei nazisti, durante lo scoppio della guerra civile greca, il quartiere divenne un vero campo di battaglia urbano tra la sinistra partigiana e il nuovo governo imposto da Usa e Regno Unito. Nel dicembre del 1944, gli inglesi bombardarono l’area con artiglieria e mortai per fiaccare la resistenza e causando una strage tra la popolazione. Ancora oggi, le facciate dei palazzi sono costellate di fori di mitraglie e schegge di bombe. 


Ma difendere Prosfygika dalla speculazione edilizia, per la Grecia non significa solo difendere la memoria storica del Paese. 


Negli anni ’90 il Governo tentò di demolire il complesso per “rimodernarlo” e realizzare un grande centro commerciale con relativo parcheggio collegato al vicino stadio della squadra calcistica del Panathinaikos. Ma grazie alla resistenza degli abitanti e ad un cambio di Governo che portò i socialisti al potere, gli edifici furono riconosciuti come monumento storico e il progetto abbandonato.


Oggi Prosfygika conta circa 400 residenti di oltre 27 nazionalità tra rifugiati, migranti, famiglie, attivisti sociali e persone in difficoltà, che hanno occupato e ristrutturato gli appartamenti che il Comune aveva abbandonato nel tentativo di allontanare gli abitanti che si sono organizzati in una comunità autogestita ispirata alle esperienze degli zapatisti del Chiapas. Prosfygika è stata costruita sul principio che la libertà individuale esista solo all’interno di una comunità solidale, autogestita e autonoma. Le decisioni vengono prese in una assemblea generale sul modello dei “caracol” zapatisti. I conflitti interni ed i comportamenti problematici vengono affrontati tramite processi collettivi di critica e autocritica, con l’obiettivo di trasformare i disagi senza mai escludere le persone. 

Oggi, la comunità di Prosfygika ha realizzato una cucina e un panificio collettivo collegati a una rete di distribuzione alimentare, una biblioteca con strutture per l’educazione dei bambini, gruppi di assistenza sanitaria e legale, spazi culturali e artistici, strutture specifiche per le donne e per assistere le persone vulnerabili. 


Come abbiamo detto all’inizio, un quartiere del genere non pò rappresentare altro una vera a propria spina nel fianco per una società capitalista che mira a mercificare anche il sociale. Nell’estate del 2025 gli speculatori immobiliari sono tornati alla carica, spingendo la Regione dell’Attica ad avviare le operazioni di sgombero con l’obiettivo ufficiale di riconvertire l’area ad uso commerciale. Obiettivo che nasconde, neppure troppo velatamente, un processo di gentrificazione e di speculazione edilizia a fini turistici.


Per denunciare la pesante situazione di tensione che si è creata nel quartiere e le continue intimidazioni contro i residenti, le attiviste e gli attivisti di Prosfygika hanno lanciato una campagna internazionale di solidarietà sotto l’hashtag #saveprosfygika, con raccolte fondi per sostenere i lavori di manutenzione e la difesa legale del quartiere. Parallelamente è stato avviato un piano di restauro autogestito degli edifici storici, con il coinvolgimento a titolo gratuito di architetti, ingegneri e maestranze, per dimostrare che il quartiere può essere preservato senza espellere chi vi vive. Il 5 febbraio 2026 l’attivista Aristotelis Chantzis, ha iniziato uno sciopero della fame a oltranza affermando che uno sgombero forzato significherebbe lasciare senza casa centinaia di persone e distruggere un laboratorio di convivenza e di solidarietà. Un laboratorio che ha dimostrato che si possono realizzare politiche alternative alle mere logiche di mercato e di esclusione sociale anche nel cuore di una grande e moderna metropoli europea e non sono nelle selve del Chiapas o nelle montagne del Kurdistan. 

Riprendiamoci la notte. La passeggiata dei ragazzi che aiutano chi è finito ai margini

Le ragazze e i ragazzi cominciano ad arrivare verso le sette di sera. Sono una trentina in tutto. Ridono e scherzano attorno ad un tavolo dove qualcuno, arrivato un po’ prima, ha preparato un piatto caldo rigorosamente vegano. Tre giovani mescolano un pentolone caldo da cui si leva l’aroma di un té abbondantemente zuccherato e lo travasano con attenzione nei termos. Altre riempiono i portabagagli delle auto con coperte, scarpe, abiti invernali, scatole di biscotti e merendine, fazzoletti, assorbenti.

Alle otto sono tutti pronti per partire. Laura Fontolan, una delle coordinatrici del progetto con Sebastiano Bergamaschi, dà le ultime istruzioni mentre indossano le pettorine nere identificative con le strisce catarifrangenti. “Mi raccomando di evitare qualsiasi situazione di pericolo. Niente iniziative personali. Non abbiamo bisogno di eroi. Ascoltate tutti col massimo rispetto che si deve alle persone e parlate con tutti coloro che vogliono parlare con voi ma non fate promesse che non possiamo mantenere”. Quindi mi sussurra: “E’ bene ripeterlo in tutte le uscite. C’è sempre qualcuno di nuovo e la tentazione di fare i supereroi cercando di risolvere situazioni che non sono alla nostra portata è sempre forte”.
Laura assegna i quartieri di competenza ai vari gruppi, un ultimo saluto, l’invito, concluso il giro, a ritornare in sede per un report finale, e si parte.
Siamo al centro sociale Rivolta di Marghera e questo copione si ripete ogni freddo mercoledì invernale che dio manda in terra. Loro sono le ragazze e i ragazzi di “Riprendiamoci la notte”, per lo più attivisti del Rivolta e del Pandora. Il loro obiettivo – e questo sì che è davvero da supereroi! – è quello di abbattere i muri. Quei muri di paura, indifferenza, odio e ignoranza che separano la città “sicura”, la città dei benestanti, da quanti vivono ai margini, nascosti in quelle stradine laterali dove è sconsigliato transitare di notte, accampati su un pezzo di cartone, sotto un lampione o una tettoia sgangherata, esclusi da ogni speranza di benessere.
Il progetto è nato dagli amici di Giacomo “Jack” Gobbato, il giovane attivista del Rivolta accoltellato nella notte del 20 settembre 2024 mentre difendeva una donna da una aggressione. Sebastiano, che era con Jack in quella tragica notte e rimasto ferito nella colluttazione, spiega: “Qualcuno ci ha accusato di aiutare quella stessa umanità che ha partorito l’assassino di Jack ma noi sappiamo che la risposta giusta alla violenza non è l’odio. Una città sicura si costruisce assieme, vivendola in tutti i suoi aspetti, senza escludere nessuno e fornendo servizi e welfare che non siano opere di misericordia o di carità ma diritti acquisiti. Dobbiamo capire che nessuno può sentirsi sicuro se qualcuno viene lasciato indietro”.
L’aumento del degrado, dei reati – Mestre è diventata uno dei crocevia più importanti della regione per il traffico di droga – e degli episodi di violenza anche verso i residenti, ha visto la nascita di molte associazioni di cittadini come “Riprendiamoci la Città” che hanno dato vita a manifestazioni che hanno portato in piazza migliaia di persone. “Noi cerchiamo di aiutare come possiamo queste persone che dalle istituzioni non hanno nulla – spiega Laura -. Persone che se le cacciano da un quartiere non hanno alternative che spostarsi su un’altro. Ma soprattutto cerchiamo di presidiare il territorio e di far capire che la vera sicurezza o è di tutti o non è di nessuno, e che non puoi pensare di star bene tu se gli altri stanno male”.

Venezia, il welfare dal basso di «Riprendiamoci la notte»

VENEZIA DIRITTI Dopo undici anni di politiche securitarie che hanno solo reso le strade più insicure, ogni mercoledì attivisti e cittadini si fanno carico delle persone in condizione di disagio


Undici anni di politiche sociali basate sull’idea che una città “sicura” si costruisce solo attraverso controlli di polizia, repressione del disagio, allontanamenti degli indesiderati, divieti e proibizioni. Undici anni, tanto sono durate le due amministrazioni del sindaco “fucsia” Luigi Brugano, anni di “sicurezza armata”, in cui sono state sistematicamente smantellate tutte le strutture di welfare e di riduzione del danno per fare spazio all’assunzione di vigili armati di pistole e taser. Vigili impreparati al dialogo ma «capaci di correre dietro ai nigeriani», come ebbe a dichiarare lo stesso primo cittadino. 

Undici anni i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. Oggi Mestre è diventata uno dei crocevia più importanti della regione per il traffico di droga e per certe strade, di notte, è consigliabile tenersi lontani. Le cronache dei giornali locali riportano quotidianamente episodi di furti, degrado e violenza di cui sono vittime soprattutto i residenti. Centri sociali come il Loco, che costituivano un presidio del territorio, sono stati sgomberati con la scusa di «combattere il degrado» e lasciare il posto a esercizi commerciali di lusso. Esercizi che sono falliti uno dietro l’altra col risultato di abbandonare altri spazi allo spaccio e alla paura. 

L’episodio più tragico è accaduto nella notte del 20 settembre 2024, quando un giovane attivista del centro sociale Rivolta, Giacomo “Jack” Gobbato, fu ucciso a coltellate mentre difendeva una donna da una aggressione. Proprio sull’onda dell’indignazione suscitata da questo e da altri episodi, sono cominciate le mobilitazioni dei residenti di Mestre e di Marghera che si sono organizzati in associazioni come “Riprendiamoci la Città” e hanno dato vita a manifestazioni che hanno visto scendere in piazza migliaia di persone, tra i quali molti elettori fucsia pentiti. 

«Quanto accaduto nella notte in cui Jack è stato ucciso ha fatto capire la necessità di costituire un presidio permanente nel territorio – spiega Laura Fontolan – così abbiamo deciso di organizzare delle ronde il cui compito non è quello di allontanare le persone che vivono per strada ma di costruire un dialogo. Insomma, vogliamo abbattere i muri e non alzarne altri». Così è nato il progetto “Riprendiamoci la Notte” che ogni mercoledì raduna una trentina tra ragazzi e ragazze del Rivolta e del laboratorio Climatico Pandora e con loro cittadini attivi nei quartieri. Indossano una pettorina nera con strisce catarifrangenti, infilano nei bagagliai delle auto coperte, termos colmi di tè zuccherato, merendine, assorbenti, vestiti caldi e altri generi di prima necessità e si dividono per andare a presidiare in piccoli gruppi le strade più a rischio della città. 

«Evitate qualsiasi situazione di pericolo – raccomanda agli attivisti ogni mercoledì Laura – niente iniziative personali. Non abbiamo bisogno di eroi. Ascoltate tutti col massimo rispetto che si deve alle persone e parlate con tutti coloro che vogliono parlare con voi ma non fate promesse che non possiamo mantenere». Sebastiano Bergamaschi, che era con Jack in quella tragica notte e rimase a sua volta ferito nella colluttazione, è uno dei coordinatori del progetto: «Qualcuno ci ha accusato di aiutare quella stessa umanità che ha partorito l’assassino di Jack ma noi sappiamo che la risposta giusta alla violenza non è l’odio. Una città sicura si costruisce assieme, vivendola in tutti i suoi aspetti, senza escludere nessuno e fornendo servizi e welfare che non siano opere di misericordia o di carità ma diritti acquisiti. Dobbiamo capire che nessuno può sentirsi sicuro se qualcuno viene lasciato indietro». 

Venezia, il Mose fa felice i commercianti ma trasforma la laguna in uno stagno

L’acqua alta non dà tregua a Venezia. Da più di due settimane, ininterrottamente, le paratoie del Mose non fanno altro che alzarsi e abbassarsi per fermare l’ingresso delle maree in laguna. I cellulare dei residenti sono un continuo trillare a tutte le ore per gli sms del Centro Maree: «Programmata l’attivazione del sistema Mose alle ore… Seguire gli aggiornamenti». Dal 27 gennaio a oggi, sono state contate 21 chiusure. Più di una al giorno. Non era mai successo prima. Quella che era la laguna dei Dogi è stata trasformata in uno stagno. In città è guerra aperta tra i lavoratori del porto, che rischia la chiusura delle attività per l’impossibilità di far transitare le navi, e gli operatori del turismo che, soprattutto in questi giorni di Carnevale, pretendono le calli sempre asciutte.

Sei anni dopo la sua inaugurazione nel luglio del 2020 (inaugurazione parziale perché l’opera non è tutt’ora completata), l’unica cosa chiara è che così non si può andare avanti. Cosa è successo? «Si è verificato esattamente quello che gli ambientalisti avevano previsto – spiega Gianfranco Bettin, coportavoce di Europa Verde Venezia – interrompere lo scambio secolare col mare non solo ha sconvolto l’equilibrio idrodinamico, portando conseguenze ancora tutte da verificare all’ecosistema lagunare, ma ha colpito al cuore la funzione portuale. Era un’opera sbagliata sin dalla sua concezione. Questa scelta scellerata ha portato un ritardo di decine di anni.
Sarebbe stato più utile un sistema diverso e meno impattante che poteva entrare in vigore almeno venti anni fa. Invece si è scelto un meccanismo di appalti miliardari perfetto per foraggiare la corruzione. Oggi il Mose continua a drenare tutti i finanziamenti che potrebbero essere utilizzati per la salvaguardia». Dal costo previsto di 1,3 miliardi di euro per la sua costruzione, l’opera è lievitata a 6,5 miliardi. E non è ancora completa. Ogni alzata di paratoia costa attorno ai 270 mila euro. La manutenzione minima dell’impianto vale circa 100 milioni all’anno. Mantenere efficiente ogni singola paratoia sommersa costa quasi 3 milioni. Tutti soldi che potrebbero essere investiti meglio.
Che il Mose non fosse idoneo a salvaguardare Venezia dalle acque alte lo affermava la stesso Via, la valutazione di impatto ambientale, che aveva dato un giudizio potenzialmente negativo sull’opera e, per realizzarla, l’allora governo Berlusconi aveva scelto di imboccare la scorciatoia del commissariamento. Il Mose era stato pensato inoltre per le acque alte eccezionali ma, con i cambiamenti climatici e l’innalzamento del livello del mare, le maree eccezionali sono diventate normali. Inizialmente venivano considerate maree eccezionali quelle superiori a 1,30 metri.
Limite che ha innescato le proteste dei commercianti di piazza San Marco, punto focale del turismo ma anche uno dei luoghi più bassi di Venezia, dispiaciuti che i loro clienti fossero costretti a bagnarsi i piedi: «Che avete costruito il Mose a fare se andiamo ancora sotto?». Inoltre, l’abbassamento da 6 a 12 metri del fondale delle bocche di porto ha innescato ingressi di marea più veloci e copiosi, rendendo più imprevedibili e più frequenti le acqua alte, con danni alle fondamenta e ai palazzi, lambiti da canali che sembrano fiumi in piena.
Così, complice anche il Carnevale e il suo indotto, la commissaria straordinaria del Mose, Elisabetta Spitz, ha deciso di portate il livello di guardia delle marea a solo un metro. Con la conseguenza che oggi le paratoie sono in un continuo saliscendi. Piedi asciutti e commercianti contenti; tanti saluti alla laguna, all’ambiente, al porto e alla salvaguardia della città.
Spiega la professoressa Andreina Zitelli, una delle firmatarie della Via: «L’opera era sbagliata nelle finalità. Non era idonea a salvaguardare la città dalla acqua alte normali essendo progettata solo per quelle eccezionali. Ora che l’eccezione è la regola non basta più. Servono soluzioni strategiche di ampio respiro come sollevare Venezia. Le tecnica c’è. Una società svizzera ha innalzato in via sperimentale l’isola lagunare di Poveglia. Bisogna cominciare a pensare a fare lo stesso per tutte le isole di Venezia. Costerà? Meno che mantenere il Mose. E poi bisognerà innalzare la soglia della bocca di porto del Lido a 6 metri per tenere lontano il mare, invece di scavarla per far spazio alle paratoie». E il Mose? «Tra una ventina di anni cominceranno a smantellarlo».

Olimpiadi Milano-Cortina, addetto alla vigilanza morto nel gelo

LAVORO Un uomo di 55 anni è deceduto mentre svolgeva servizio di vigilanza allo Stadio del ghiaccio di Cortina d'Ampezzo

Morire sul luogo di lavoro, morire di freddo. Morire a soli 55 anni in una gelida garitta di sorveglianza, davanti ai cantieri dei giochi olimpici. Pietro Zantonini era nato a Brindisi ma da qualche mese si era trasferito con la moglie nel Veneto alla ricerca di una occupazione stabile. Non c’era riuscito e, come tanti altri, per vivere si barcamenava nel precariato. La sua ultima occupazione era fare la vigilanza notturna nel cantiere dello stadio del ghiaccio di Cortina d’Ampezzo in vista delle Olimpiadi invernali. La notte di giovedì 8 gennaio il termometro è sceso a meno 11 gradi.

Pietro Zantonini ogni due ore doveva uscire dal suo gabbiotto per un giro completo di ricognizione ed è stato assalito dal gelo. Prima di perdere i sensi, l’uomo è riuscito a chiedere aiuto ai colleghi che hanno chiamato i soccorsi al 118. Ma gli sforzi degli operatori che hanno tentato di rianimarlo si sono rivelati inutili e l’uomo è spirato prima dei arrivare in ospedale. La moglie e la famiglia chiedono giustizia e hanno denunciato, tramite l’avvocato Francesco Dragone, le pesanti condizioni in cui il vigilante era costretto a lavorare e delle quali si sarebbe lamentato anche con i colleghi: orari massacranti, turni notturni prolungati e consecutivi senza nessuna difesa dal gelo delle Dolomiti. Il pubblico ministero Claudio Fabris ha aperto una inchiesta e disposto l’autopsia della corpo.

In una nota stampa Simico, la società di infrastrutture responsabile dei lavori per le Olimpiadi invernali di Milano e Cortina, ha espresso «condoglianze per la morte del vigilante» e «commossa vicinanza alla sua famiglia» sottolineando subito dopo che il decesso è comunque avvenuto in «un cantiere che non è di propria competenza». Il testo Testo unico sulla sicurezza sul lavoro asserisce che quando un’impresa affida lavori o servizi in appalto o subappalto, deve comunque garantire che i luoghi di lavoro siano sicuri. «Nell’esprimere il nostro profondo cordoglio alla sua famiglia, riteniamo inaccettabili queste condizioni di lavoro, tanto estreme da mettere a rischio la vita – ha commentato la deputata Luana Zanella, capogruppo Avs alla Camera -. Le Olimpiadi invernali sono un sistema complesso i cui costi esorbitanti sono a carico prevalentemente dello Stato, tra questi non è ammissibile che ci sia anche quello della vita di un lavoratore».

Trump contro il pianeta. Gli Usa silurano la lotta globale alla crisi climatica

Donald Trump ce ne ha regalata un’altra delle sue. Il suo personalissimo modo di augurare un “prospero anno” nuovo al pianeta Terra, è stato quello di ritirare gli Stati Uniti da 66 tra organizzazioni internazionali, trattati e organismi multilaterali legati alle Nazioni Unite e alla governance climatica globale. Tra questi figurano nomi centrali come la **Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici(UNFCCC), l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), l’International Renewable Energy Agency (IRENA) e l’International Solar Alliance. Tutte piattaforme fondamentali per coordinare politiche di mitigazione e adattamento al riscaldamento globale.

Una mossa a sorpresa che ha lasciato spiazzati anche i più critici oppositori al presidente Usa. 

La Casa Bianca ha motivato questa scelta definendo queste istituzioni “contrarie agli interessi nazionali”, “mal gestite” e “in contrasto con la sovranità americana”. In realtà si tratta dell’ennesimo rifiuto della cooperazione multilaterale che, oltre ad isolare ancora di più gli Usa, fanno carta straccia delle istituzioni mondiali costruite dopo la Seconda guerra mondiale con lo scopo di assicurare pace, sviluppo e giustizia al pianeta a vantaggio di politiche di bullismo basate sulla mera “legge del più forte”. L’idea che anche gli Stati Uniti facciano parte del pianeta Terra e che questioni niente affatto di secondo piano come i cambiamenti climatici vanno affrontate tutti insieme, non passa neppure per la testa del Tycoon. 

Proprio quel pianeta su cui poggiano i piedi anche gli elettori di Donald Trump, sarà la prima vittima di questa unilaterale scelta di campo.
La decisione statunitense di lasciare il trattato globale su cui si basano gli Accordi di Parigi (UNFCCC) infatti, segna una disconnessione formale dagli sforzi per contenere l’aumento della temperatura globale che rischia di pregiudicare tutto il lavoro sin qui svolto. Lavoro che per altro era assolutamente insufficiente agli scopi. Per decenni la partecipazione americana è stata sia simbolica sia operativa: ma senza la presenza degli USA – che, ricordiamolo, è il maggior storico emettitore di gas serra del mondo – la capacità di costruire coalizioni forti per ridurre le emissioni si indebolisce tragicamente. 

Per Simon Stiell, responsabile dell’UNFCCC “Questa scelta è un clamoroso autogol. Una grave battuta d’arresto per la cooperazione climatica internazionale, con effetti negativi sull’economia, sui posti di lavoro e sulla resilienza contro i disastri climatici.” Dello stesso avviso Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite che ha dichiarato: “Esprimiamo profondo rammarico per la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi da decine di enti delle Nazioni Unite. L’azione mette in pericolo la cooperazione globale su clima, diritti umani e sviluppo sostenibile”.
Rachel Cleetus, direttore dell’Union of Concerned Scientists (UCS), che ha sede proprio negli Stati Uniti e che raggruppa alcuni tra i più stimati scienziati del mondo, ha sottolineato come per Trump la scienza conti come un due a briscola. “Questa decisione rappresenta un nuovo minimo storico per gli Usa. Un’amministrazione anti-scienza e anti-cooperazione che sacrifica il benessere delle persone e destabilizza la governance globale. Uscire dai principali organismi climatici isola gli Stati Uniti e indebolisce la nostra credibilità internazionale”.

Uscire dall’IPCC, vincitore di un premio Nobel e tutt’ora il più accreditato organismo scientifico sui cambiamenti climatici, significa anche rendere più difficile l’accesso diretto delle istituzioni americane ai dati e alle valutazioni scientifiche globali. Non solo ciò riduce la qualità delle politiche climatiche interne (che alla fin fine è proprio uno degli obiettivi del Tycoon, ma indebolisce anche la voce degli scienziati statunitensi che sono sempre stati tra i più attivi nel denunciare i pericoli delle emissioni climalteranti.
Come se non bastasse, la retromarcia degli Stati Uniti darà ad altri governi occidentali, non ultimo il nostro, la scusa per ritardare, indebolire o cassare del tutto i propri impegni di riduzione delle emissioni, avvalorando il messaggio che la cooperazione climatica non sia più fondamentale per la prosperità e la sicurezza collettiva.

Ma l’uscita degli Usa da questi 66 organismi multilaterali avrà una ricaduta diretta anche nei cosiddetti Paesi “in via di sviluppo” che vedranno una drastica riduzione dei finanziamenti e delle risorse tecniche per progetti di energia pulita e adattamento. Con conseguente allargamento delle disuguaglianze globali. Gli attuali, e più che precari, equilibri geopolitici delle politiche ambientali verranno ridisegnati incentivando l’estrattivismo selvaggio a scapito delle popolazioni civili. 

Resta da vedere come la comunità scientifica, i – sempre più rari – governi progressisti e l’arcipelago associazionistico e ambientalista internazionale, riusciranno a rispondere a questa violenta presa di posizione targata Usa e a costruire una risposta globale. Perché l’ambiente non conosce confini, e la crisi climatica non può aspettare il prossimo ciclo politico.

 

L’immaghine di copertina è stata creata con l’AI

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