¡Que corra la voz!

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Facciamo vivere Radio Despertar
Un progetto di Ya basta! Êdî bese! per ridare voce alla stazione radio del caracol de La Realidad
La Realidad - Bisogna tirarsi giù all'amaca alle quattro della mattina per arrivare puntuali all'appuntamento con i compas di Radio Despertar. Le quattro della mattina che, da queste parti, non è neppure tanto presto. Quando il sole sorge verso le sei, trova i campesinos del caracol de La Realidad già sui campi da un pezzo. A te, ancora mezzo cotto dal sonno, vien da pensare "dormo in auto considerato che, per fortuna, non guido io" ma la strada è talmente sconnessa che ringrazi il dio dell'occidente e anche il Gran Serpente Piumato Quetzalcóatl che non hai fatto colazione prima. Poi bisogna inerpicarsi per una collina e hai appena la forza di accorgerti che il paesaggio che si dipana attorno a te, mentre la nebbia si scioglie lentamente sotto i primi raggi del sole, è tanto bello da togliere il fiato. Dall'alto, la selva Lacandona sembra un manto morbido e soffice di verde intenso, che copre tutto il Creato. Tiri gli occhi ma non trovi traccia della poche fattorie che hai incrociato. Anche la strada balorda che hai appena percorso sembra inghiottite dal verde.
Radio Despertar sorge proprio nel punto più alto della collina. Qui i compas zapatisti hanno tirato sù una antenna lunga 35 metri che, piantata là in mezzo alla selva, fa più effetto della torre Eiffel a Parigi. Proprio sotto di lei, tutta coperta di scritte e di colori, c'è la baracca della radio. "La Radio de Los Marez" si legge sul logo. Marez è l'acronimo di "municipi autonomi ribelli dell'esercito zapatista".
Il giorno prima la carovana di Ya Basta Êdî Bese era stata ricevuta dalla Giunta di Buon Governo "Hacia la esperanza" della Realidad. La radio, ci hanno spiegato i portavoce zapatisti, ci permette di raggiungere tutte le comunità, i villaggi e le piccole fattorie che fanno riferimento al caracol. Nel cuore della Locandona non c'è copertura telefonica, non c'è internet e la stessa elettricità, dove questa arriva, viene fornita saltuariamente da un generatore. La radio a modulazione di frequenza è quindi uno strumento indispensabile per comunicare, fare controinformazione ed anche allertare la popolazione nel caso di azioni da parte di reparti governativi o paramilitari. Già. Perché nel Chiapas la guerra non è ancora finita e il rischio che il Governo voglia tentare di mettere fine alla ribellione zapatista con un violento colpo di mano è sempre in agguato.
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Al sonido de una voz


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Perché ci ostiniamo a tornare in Chiapas
Sono quasi due decenni che camminiamo a fianco delle popolazioni indigene che il 1 gennaio 1994 si sono sollevate in armi per rivendicare giustizia e diritti dopo secoli di soprusi e discriminazioni. Dopo essere stati posti ai margini della storia, sfruttati da governi e imprese straniere per la ricchezza dei loro territori, privati della possibilità di scegliere o anche solo di intervenire nelle decisioni che li riguardavano, hanno ripreso in mano con forza e consapevolezza il proprio destino e hanno iniziato un percorso che li ha portati, e li sta ancora portando, verso la costruzione di un mondo migliore.
Grazie ai nostri viaggi in Chiapas nelle comunità zapatiste abbiamo potuto vedere con i nostri occhi la costruzione di quella autonomia diventata possibile. Gli incontri svolti con le Giunte del Buon Governo ci hanno permesso di costruire insieme alle comunità ribelli progettualità comuni, dal basso, che hanno non solo permesso il miglioramento di alcuni aspetti legati alla vita nella Selva, ma che ci hanno dato l’opportunità di mettere in comune le nostre esperienze, apprendendo l’uno dall’altro conoscenze nuove che sono diventate poi strumenti di lotta che ognuno ha riportato nei propri territori con un rinnovato senso di essere comunità.
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La Vocera de los pueblos

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Repressione e barriere tecnologiche per frenare la raccolta firme
Sulle orme di Marichuy, la candidata indipendente indigena alla presidenza del Messico
San Cristóbal de Las Casas - C'è un uomo che canta nel grande zócalo di San Cristóbal. In Messico, neppure la politica può fare a meno di una colonna sonora di musica campera. Dietro di lui, un banchetto dove attiviste e attivisti dispensano volantini informativi e raccolgono firme. Siamo a due passi dal balcone dove, in quella indimenticabile notte del primo gennaio 1994, il subcomandante Marcos urlò "ya basta!" contro lo sfruttamento capitalistico dei popoli indigeni.
Le firme che il banchetto raccoglie sono tutte per lei: María de Jesús Patricio Martínez meglio conosciuta come "Marichuy". Una donna di 53 anni, indigena nahua ed esperta in medicina tradizionale, che il Cni, il Congreso Nacional Indígena, ha candidato niente meno che alla presidenza del Messico. Candidatura che in tanti hanno definito pretestuosa, inutile, utopistica, controproducente… ma una candidatura che, in ogni caso, fa paura.
"Le stanno provando tutte per impedirci di raccogliere le firme necessarie - ci spiega Marisol, una attivista indigena -. Si sono attaccati ad ogni pretesto. Ad esempio non possiamo scrivere nei moduli 'la candidata Marichuy' ma 'l'aspirante candidata' altrimenti invalidano tutto. E poi questa storia che le firma vanno raccolte elettronicamente e trasmesse entro lo stesso giorno, pena la loro cancellazione… In un Paese come il Messico dove la maggior parte degli indigeni fatica a farsi dare un documento di identità!"
La raccolta delle firma elettronica è una novità di questa campagna elettorale e, guarda caso, si applica solo alle nuove candidature, proprio come quella di Marichuy! I documenti e le relative firme debbono essere scansionate tramite un tablet - e non con uno qualsiasi, ma in uno di quelli di ultimo modello con l'aggiornamento di sistema, altrimenti l'app non funziona! - e quindi trasmessi entro la mezzanotte del giorno di raccolta all'ufficio preposto. In un Paese del nord Europa la faccenda potrebbe avere un aspetto pratico volto a facilitare le procedure democratiche, ma in Messico, dove la connessione è ancora un privilegio riservato a pochissimi, e, quando va bene, due ore di connessione ti costano due anni di purgatorio per le bestemmie che ti trovi a tirare, la questione assume tutto un altro significato, anche senza contare il costo non indifferente di un tablet di alta tecnologia. E come se non bastasse, l'app ci mette in media oltre 5 minuti per scansionare un documento e non lo "legge" se non è posto sotto un faro di luce bianca! "Qualche giorno fa - continua Marisol - siamo andati in un paese vicino. Abbiamo lavorato tutto il giorno e raccolto più di cento firme. Al momento di inviare tutto all'ufficio elettorale, la connessione è sparita. Non c'è stato verso di collegarsi alla rete in tutto villaggio. Internet è magicamente tornato a funzionare solo dopo che sono scaduti i termini di invio. Tutto da rifare, per noi! Sarà un caso?"
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Compartir la salud, compartir la vida

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La società è malata, lo zapatismo è la cura
A San Cristóbal nasce Radici nel Vento, un progetto di salute dal basso
San Cristóbal de las Casas - Che non sia esattamente un quartiere residenziale dell'alta società, il barrio di Cuxtitalli, lo si capisce subito. Siamo ad una sola mezz'ora di scarpinata in salita dallo zócalo di San Cristóbal, eppure siamo in un altro mondo. "Qui sono tutti indigeni, per la maggior parte tzozil. Lo spagnolo è la seconda lingua" ci spiega Nina. Lei è una attivista dei movimenti romani. Da otto anni si è trasferita in Chiapas col compagno, Fabio. Entrambi fanno parte del nodo solidale alla lotta zapatista. Qui sono nati i loro due figli. Qui hanno continuato quella lotta per la casa, la salute ed i diritti che ha caratterizzato tutta la loro vita. Qui hanno comprato una casa che oggi è un punto di riferimento per tutti i compagni che, per un progetto o per l'altro, passano per il Chiapas.
Il piano terra è diventato la Casa de Salud Comunitaria Yi'bel Ik'. Termine, quest'ultimo, che in lingua tzozil significa "Radici nel vento". "Radici, perché con le radici noi ci curiamo e perché è nel recupero delle radici che noi vogliamo costruire il futuro - ci spiega una ragazza indigena -. Vento, perché non sta mai fermo, nessuno può dire dove possa arrivare".
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Hay que seguir soñando

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Migranti in cammino tra la violenze dei narcos e quella dello Stato
Lungo i binari dove corre la Bestia, sorge l'Albergue, un progetto di accoglienza dal basso che salva centinaia di vite
Ixtepec - Non ci sono treni passeggeri in Messico. La rete ferroviaria esiste, ma i soli treni che vi transitano trasportano merci. Eppure, sono tanti - uomini, donne, bambini, intere famiglie - sono tantissimi i migranti che si aggrappano ai vagoni scuri e sporchi di quel treno, e gli affidano le loro vite e la speranza di superare i muri di confine. Lo chiamano "la Bestia".
In centro America come in Europa, in Messico come in Italia, i migranti non sono nient'altro che merci. Ma sono quegli stessi muri che li respingono a trasformarli in merce. In roba che si vende e si compra: manodopera a poco prezzo per i latifondi o per le minas, carne da cannone per le bande di narcos, schiavi da marciapiede nei viali o nelle case chiuse della prostituzione, organi per i ricchi mercati chirurgici degli Stati Uniti.
Il prezzo del biglietto lo contratti con i coyotes che ti ci fanno salire, su quel treno. Qualche volta ti costa tutto quello che hai, qualche volta la vita, qualche volta il prezzo è ancora più alto. Ci sali nell'indifferenza di chi, in quel confine che ti separa dal futuro, è nato dalla parte giusta. Ci sali nella complicità della polizia, delle istituzioni e di quella politica che urla alla "tolleranza zero", ai "pericoli della clandestinità", alla "difesa della nazione" e di presupposti "valori culturali".
Oggi questo treno transita ancora per Ixtepec. A nord, i binari hanno uno scartamento diverso e la Bestia è obbligata a fermarsi, regalando la possibilità ai fuggitivi di scendere senza rischiare troppo l'osso del collo.
Ma i migranti che scelgono di cavalcare la Bestia sono sempre meno. Ma non certo perché la loro situazione sia migliorata. Anzi. Il muro è ancora là.
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