Huellas de la Memoria, le scarpe di chi non si stanca di cercare i suoi desaparecidos

humeOttantasei paia di scarpe appese ad un muro. Scarponi da contadino e stivali da uomo, ma anche mocassini e sandali da donna, "ballerine" da bambina. E sotto ciascun paio di scarpe una frase per ricordare.

Mi chiamo Letty Hidalgo e cerco mio figlio Roy. Fu fatto sparire l’11 Gennaio del 2011 in Monterrey.

Sono Teresa Vera. Cerco Minerva, mia sorella. Dove sta? La fecero sparire il 29 Aprile del 2006, in Matías Romero, Oaxaca. Mi manca

Milynali, la mia anima va seguendoti camminando fino ad incontrarti. Tua mamma Graciela Pérez.

I miei piedi si stancheranno forse di camminare, però la mia anima ed il mio cuore mai smetteranno di cercare, Pepe. Tua mamma.

Questi passi cercano Tomás Pérez Francisco. Seguiremo l’orma di nostro padre che non se ne andò e neppure si perse. Ce lo portarono via vivo.

Sono le scarpe di chi non si stanca di cercare. Sono le scarpe di chi chiede verità, di chi vuole sapere che fine hanno fatto le loro madri, i loro padri, i loro fratelli, i loro figli e le loro figlie. Vittime innocenti, desaparecidos nel nulla, con l'omertà e l'indifferenza, meglio ancora, con la complicità del Governo messicano.

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Difendiamo Wirikuta. Intervista con Santos De La Cruz

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Si stava recando all'aeroporto,l'avvocato Santos De La Cruz, portavoce del popolo wixarikà, quando una macchina piena di uomini armati ha cercato di intercettarlo. La prontezza di riflessi dell'autista che lo accompagnava, che ha prontamente accelerato, ha probabilmente salvato la vita dell'avvocato De La Cruz. E questa è solo una delle tante minacce alla vita che è il legale che ha istruito le pratiche contro le compagnie minerarie, ha ricevuto nel corso della sua battaglia in difesa del Cuore Sacro del Messico: le alture di Wirikuta, uno dei luoghi più ricchi di biodiversità del mondo. Patria spirituale degli indigeni wixarikà ma anche terra ricca di argento e di altri minerali preziosi. Compagnie come la canadese First Majestic Silver Comp hanno ottenuto dal governo messicano l'autorizzazione ad aprire miniere a cielo aperto che inquinerebbero le falde acquifere e decreterebbero la morte di Wirikuta. E con Wirikuta, scomparirebbero anche i wixarikà che attraverso i pellegrinaggi in queste magiche colline tramandano la loro cultura orale. Chiamato in Europa da associazioni in difesa dei diritti dei nativi, come Salviamo Wirikuta, l'avvocato Santos de la Cruz, ha partecipato a due iniziative di Ya Basta Edi Bese nel veneziano; la prima nel centro sociale Dedalo di Mira, organizzata dall'associazione Argo, e la seconda nelle aule universitarie di San Basilio e poi nello spazio occupato di Ca' Bembo con gli studenti del Lisc.
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Il sole nasce a Wirikuta

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Magari non avevano chiaro il significato del termine scientifico "biodiversità", ma certamente gli antichi del popolo wixarikà non avevano scelto male, quando avevano indicano in quelle colline che hanno chiamato Wirikuta il luogo dove è nato il sole. Siamo nel cuore del Messico, nello Stato federale di San Luis Potosí, a circa 360 chilometri a nord di Mexico City.
La riserva naturale di Wirikuta sorge nelle alture della Sierra de Catorce, in quella vasta area chiamata deserto del Chihuahua che dal Messico centrale sale sino a varcare il Rio Bravo ed a lambire le praterie del Texas e dell'Arizona. Un'area di 140 mila ettari quadrati che nel 2004 il governo messicano ha dichiarata Riserva Ecologica Naturale e Culturale, e che nello stesso anno è entrata a far parte dei siti Sacri Naturali dall’Unesco come Patrimonio mondiale dell’umanità.
Già. Perché questo "deserto" non è affatto… deserto. Tutto il contrario. In questo angolo di mondo si concentra la maggior biodiversità e ricchezza endemica cactacea per metro quadrato dell’intero pianeta terra.
Non è per caso quindi, che il popolo indigeno wixarikà, meglio conosciuti in Centroamerica come gli huichol, hanno visto in Wirikuta il luogo magico in cui nacque la vita. Su questa alture sacre, dimore elettive degli dei dei wixarikà, ebbe origine, in tempi remotissimi, la Creazione ed ancora oggi queste alture reggono il peso dell'equilibrio del vivente. Da Wirikuta si dipana nella nostra Terra l'eterno ciclo della natura.
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Bertita Càceres nel segno della madre: "Svegliamoci, umanità"

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Porta un nome pesante, Berta Cáceres. Lo stesso nome di sua madre, uccisa con otto colpi di pistola dopo averle spezzato braccia e gambe per aver difeso la sua comunità indigena honduregna dalla devastazione procurata dalla privatizzazione dell’acqua e dalla realizzazione di una diga. Lo stesso nome di sua nonna, anch’essa attivista per i diritti civili e l’ambiente, e prima sindaca donna dell’Honduras. “E’ una tradizione di famiglia. Lo facciamo per ricordarci che le battaglie proseguono anche dopo di noi e che non ci si deve fermare. Mai”. Ho incontrato “Bertita” a Ferrara, in occasione del festival di Internazionale. Abbiamo parlato in uno di quei preziosi giardini, nascosti dentro gli eleganti palazzi rinascimentali, che si trovano solo nella città che fu di Lucrezia Borgia e che - nessuno lo crederebbe mai! - è una delle più verdi d’Italia. Ci siamo seduti, intanto che scendeva la sera, sull’antica vera di un pozzo, dopo una sua applauditissima conferenza, ed abbiamo parlato. Sorrideva come solo le ragazze del centroamerica sanno sorridere ad una persona che non hanno mai visto prima. Aveva i lunghi capelli sciolti e uno zainetto da ragazzina sulle spalle. Mi ha confessato di essere un po’ stanca. Il Cica (Collettivo Italia Centro America) che l’ha portata in Europa, le ha organizzato un vero e proprio tour de force tra incontri, partecipazioni a programmi radio e interviste. Io le ho detto che non volevo trattenerla ancora ma lei non ha voluto sentir ragioni. Bisogna fare quello che va fatto, mi ha spiegato. A tutti i costi. Stanchezza o no. E’ venuta in Europa p
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La linea verde dietro il muro. Così Israele ruba l'acqua della Palestina

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Immaginate un extraterrestre. Immaginate che attraversi gli spazi siderali sulla sua lucente astronave per atterrare nella spianata del Tempio, scansando contraeree, missili e mitragliate varie da parte dell’esercito meglio armato del mondo. Immaginate che il nostro alieno esca dalla sua astronave e se ne vada a spasso per Gerusalemme chiedendo alla gente: “Scusate, come faccio a distinguere i palestinesi dagli israeliani, considerato che per me siete tutti terrestri: tutti ugualmente brutti, privi di antenne e tentacoli?”
Ebbene, voi cosa rispondereste?
Amira Hass, giornalista e scrittrice ebrea ed israeliana che ha scelto di vivere a Ramallah per raccontare al mondo quanto avviene in Palestina, non ha dubbi. “Gli risponderei di guardare i tetti delle case per controllare se ci sono serbatoi. E poi il verde. Gli direi di osservare se attorno alle case c’è del verde”.

Abbiamo incontrato Amira a Venezia, in una sala messa a disposizione dalla municipalità del centro storico perché l’attuale sindaco della città lagunare, Luigi “Gigio” Brugnaro, uno di quelli che non è né di destra né di sinistra, non vuol sentire discorsi che non abbiano dentro la parola “schei”. O, al più, il termine “sicurezza”. Appuntamento lunedì sera, 19 settembre, a 33 anni esatti dal massacro di Sabra e Chatila, nella grande sala San Leonardo, a tre passi dall’antico Ghetto ebraico che ha dato il nome a tutti i ghetti del mondo. A differenza del loro sindaco, i veneziani hanno accolto Amira Haaz regalandole una grande partecipazione di pubblico: perlomeno duecento persone presenti. E dopo l’incontro, organizzato dal coordinamento cittadino per il Medio Oriente e dal forum per l’Acqua, Amira si è intrattenuta con i giornalisti e con le attiviste e gli attivisti di Ya Basta che stanno organizzando una carovana verso l’altra sponda del mediterraneo, così come hanno già fatto per il Kurdistan, il Messico zapatista e tante altre realtà in lotta.
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