I bambini soldato. Così nuove tecnologie e capitalismo ci riportano alla preistoria



L’annichilimento della coscienza funziona così: al bambino o alla bambina viene praticato un taglio sulle tempie e qui vi viene appoggiato lo stupefacente, che viene poi avvolto da bende o tenuto fermo da cerotti. Lo fanno perché non sempre è facile prendere le vene di un bambino di 10 anni con un ago. Oppure semplicemente, perché così si fa prima.
La droga in questione varia a seconda dell’esercito che ha arruolato il piccolo soldato. In Liberia o in Sierra Leone va alla grande la Brown-Brown: eroina tagliata con polvere da sparo per renderla più potente. In Africa orientale preferiscono l’erba khat che a quelle latitudine cresce un po’ dappertutto e non costa niente. In ogni caso, la droga aiuta il bambino a vincere la paura ed a ignorare gli stimoli della fame e della stanchezza. In breve tempo, sarà il bambino stesso ad assumere volontariamente lo stupefacente, che ha anche il pregio di allontanarlo dalla realtà e da non fargli provare nessun rimorso per i crimini che gli vengono ordinati di commettere.
Non c’è pericolo che disertino. Molti di loro sono stati venduti dalle loro stesse famiglie. Altri sono stati costretti ad assistere, e spesso anche partecipare attivamente, alle torture e al massacro dei loro genitori. La droga per loro è una liberazione. Altri ancora, soli e abbandonati in paesi in guerra, si sono arruolati volontariamente nell’illusione di avere in quell’esercito qualcosa che somigli ad una famiglia, o anche solo per mangiare e avere un riparo dalla notte e dal freddo.


Gli arruolatori hanno gioco facile a trasformare questi bambini in una macchina da guerra. Nell’Esercito di Resistenza del Signore, capeggiato dall’integralista cristiano Joseph Kony (o pensavate che gli integralisti fossero tutti musulmani?) dopo una iniziazione cruenta, caratterizzata dall’uccisione brutale di familiari, i bambini vengono divisi in gruppi di dieci ed addestrati alle uccisioni e alle torture. Alla fine, uno di loro scelto dall’addestratore, viene cacciato dal campo ed accusato di essere un disertore. Ai suoi ex compagni ed amici viene ordinato di braccarlo e massacrarlo. Solo dopo questo rito saranno considerati “soldati di Cristo”. Tutto questo vale anche per le bambine. Ma per loro, in aggiunta, c’è sempre la pratica dello stupro.

Quanti sono i bambini e le bambine trasformati in soldati nel mondo? Difficile dare una risposta precisa. La guerra è un fenomeno in continua espansione ed una delle poche attività umane che non conosce crisi finanziaria. Anzi! Una stima di Save the Children, datata 2007, parla di oltre 250 mila i bambini arruolati negli eserciti di 35 Paesi. Il 40 per cento di loro sono bambine.

L’Africa è il continente con più arruolamenti infantili con circa 100 combattenti minorenni. Arruolamenti che non sono imputabili solo a formazioni terroriste ma anche ad eserciti regolari. In Sudan, si stima vi siano 22 mila bambini-soldato distribuiti tra l’esercito governativo e i ribelli del Sudan People’s Liberation Army. In Uganda, circa 20 mila piccole reclute sono state assoldate dall’Esercito di Resistenza del Signore, di cui abbiamo già detto, e nella Repubblica Democratica del Congo i minori coinvolti nel conflitto nella regione di Ituri, sarebbero tra i 23 e i 30 mila. Molti di loro hanno appena sette anni. Il flagello investe anche il Sudamerica. Nella sola Colombia combattono nelle file dei narcos almeno 14 mila minori. Il primato dell’esercito di bambini soldato più numeroso del mondo invece spetta al Myanmar con circa 70 mila bambini e bambine al servizio delle truppe governative. Tutti “arruolamenti regolari”, sostengono le autorità.

E non crediate che il fenomeno sia solo imputabile ai cosiddetti “Paesi poveri”! L’arruolamento di bambini soldato avviene anche nella nostra Europa e negli Usa.
“Il fenomeno dei bambini soldato nei Paesi occidentali ha una diversa connotazione ma non per questo non preoccupante – spiega l’avvocata Maria Stefania Cataleta, una dei rari legali italiani abilitati al patrocinio innanzi alla Corte penale internazionale, ed attivista della Lidu, la lega italiana dei diritti dell’uomo -. Negli Stati Uniti la legge fissa a 17 anni l’età minima sia per l’arruolamento che per partecipare ad operazioni di guerra. Minori hanno partecipato alle campagne militari in Afghanistan, Iraq, Bosnia, Somalia e nella Guerra del Golfo. Inoltre, il Programma giovanile del corpo dei Marine, chiamato ‘Young Marines‘, recluta bambini dell’età di 8 anni! In Gran Bretagna vi è una situazione altrettanto allarmante, poiché il governo londinese è l’unico in Europa che manda regolarmente in combattimento ragazzi di 17 anni. Il reclutamento di questi giovani soldati avviene tramite le scuole militari quali le Cadet Forces, che arruolano ragazzi e ragazze tra i 12 e i 13 anni”.

Ma perché i bambini soldato sono un fenomeno così moderno ed in continua espansione? Ce lo spiega Cristina Gervasoni, una ricercatrice che ha focalizzato il suo lavoro su questa tema collegandolo al mutamento delle pratiche e del concetto stesso di guerra. “Il perfezionamento tecnologico consente oggi anche ai bambini di partecipare attivamente alle guerre. Nello specifico, grazie alle migliorie intervenute nella fabbricazione, come ad esempio l’utilizzo di parti in plastica, le armi sono diventate talmente ‘leggere’, maneggevoli ed a buon mercato da poter essere facilmente utilizzate anche da un bambino di 10 anni“.
Ne è un esempio il Kalashnikov AK-47, di fabbricazione russa, prodotto in 70 milioni di esemplari, è costituito da nove parti mobili; si tratta di una arma robusta che pesa però poco più di tre chili e necessita per di più di una bassa manutenzione. Un bambino impiega circa mezz’ora per imparare ad usarlo.

“Dalla fine del ventesimo secolo inoltre – continua la Gervasoni – le guerre sono alimentate in misura sempre maggiore dalla logica del profitto e quindi non si caratterizzano più come scontri tra Stati, ma vedono contrapporsi, oltre ad eserciti regolari, numerose forze di opposizione, fazioni, gruppi paramilitari, bande di ribelli che si battono per la conquista e il controllo del territorio al fine di sfruttarne le risorse in modo intensivo, coinvolgendo drammaticamente anche la popolazione civile”.

Per dirla con l’attivista anglo indiana Ainger, oggi le guerre non sono più guerre di conquista o guerre civili, ma solo guerre per le risorse: “Per un Paese povero, con una fragile infrastruttura e poche possibilità di affermazione economica, in possesso di risorse saccheggiabili, le possibilità di essere coinvolto in una guerra sono quattro volte più alte di quelle che ha un Paese che ne sia sprovvisto. In un circolo vizioso, lo sfruttamento delle risorse alimenta la guerra e la guerra consente di continuare lo sfruttamento delle risorse. I gruppi che conducono le guerre hanno un chiaro interesse a farle continuare. Sono conflitti in cui non conta la vittoria, quanto piuttosto della possibilità di intraprendere crimini redditizi”.

In questa epoca da fine impero di un sistema capitalistico predatorio che sta sbranando la terra per raschiare le ultime fonti di energia fossile, le guerra sono solo un fine, e non più un mezzo, per ottenere ricchezza e potere. Ed i bambini soldato, vittime e carnefici allo stesso tempo, sono solo merci da far fruttare.

Huellas de la Memoria, le scarpe di chi non si stanca di cercare i suoi desaparecidos

humeOttantasei paia di scarpe appese ad un muro. Scarponi da contadino e stivali da uomo, ma anche mocassini e sandali da donna, "ballerine" da bambina. E sotto ciascun paio di scarpe una frase per ricordare.

Mi chiamo Letty Hidalgo e cerco mio figlio Roy. Fu fatto sparire l’11 Gennaio del 2011 in Monterrey.

Sono Teresa Vera. Cerco Minerva, mia sorella. Dove sta? La fecero sparire il 29 Aprile del 2006, in Matías Romero, Oaxaca. Mi manca

Milynali, la mia anima va seguendoti camminando fino ad incontrarti. Tua mamma Graciela Pérez.

I miei piedi si stancheranno forse di camminare, però la mia anima ed il mio cuore mai smetteranno di cercare, Pepe. Tua mamma.

Questi passi cercano Tomás Pérez Francisco. Seguiremo l’orma di nostro padre che non se ne andò e neppure si perse. Ce lo portarono via vivo.

Sono le scarpe di chi non si stanca di cercare. Sono le scarpe di chi chiede verità, di chi vuole sapere che fine hanno fatto le loro madri, i loro padri, i loro fratelli, i loro figli e le loro figlie. Vittime innocenti, desaparecidos nel nulla, con l'omertà e l'indifferenza, meglio ancora, con la complicità del Governo messicano.

L'idea di trasformare delle semplici scarpe in una denuncia del fenomeno delle sparizioni forzate in Messico è venuta allo scultore Alfredo Lopez Casanova. "Qualche tempo fa ho partecipato ad una grande marcia organizzata dalle associazioni di familiari delle vittime della sparizione forzata. Vedendo questo fiume di gente che camminava piangendo i loro cari senza speranza di una risposta da parte del governo, mi sono chiesto che cosa sarebbe rimasto di tutto questo dolore. Mi sono voltato dietro e ho visto le orme. Questa è gente che, sino a che avrà fiato, non si stancherà di camminare e di chiedere giustizia e verità. Così ho chiesto loro di darmi le scarpe che portavano ai piedi e di accompagnarle con una frase. Ne ho fatto un'esposizione artistica che ho chiamato Huellas de la Memoria (Orme della Memoria.ndr) e che, prima di tutto, vuole essere una denuncia della guerra che i messicani stanno combattendo contro il narcogoverno".
Una guerra che segue, come numero di vittime, solo a quella che si combatte in Siria. Secondo le stime tirate dalle associazioni per i diritti dell'uomo, dal 2006, anno in cui Usa e Messico hanno dichiarato la "guerra ai narcos" - guerra che ha avuto come unico risultato quella di consegnare lo Stato centroamericano ai narcotrafficanti - sono circa 30 mila i
desaparecidos. E parliamo solo di scomparsi. I morti accertati invece superano quota 100 mila. Dati aggiornati al 2016. Quest'anno il trend è in aumento. Solo di giornalisti, ne sono stati assassinati 7. L'ultimo, Javier Valdez Cárdenas, accoppato a pistolettate a Culiacan davanti alla porta del giornale di cui era direttore, aveva appena scritto in un suo editoriale:


Siamo in tanti noi giornalisti a cercare le notizie con molta cautela perché abbiamo ben chiaro che un giorno una pallottola può arrivare prima di noi. Siamo in tanti noi giornalisti ad essere indignati per il silenzio che ci vogliono imporre, per le menzogne ufficiali, dal momento che quotidianamente vediamo persone a cui sono stati rubati i sogni, donne con il bacio ardente di una granata in bocca, giovani, quasi bambini, colmi di dolore e cocaina, vediamo nelle strade sicari e madri disperate, commando armati e padri di famiglia sepolti nel fango o chiusi in sacchi neri al bordo di una strada buia. Per questo devo scrivere, per dare voce alle tante persone immerse nella disperazione e nella vana speranza...
Ho più paura del governo che dei narcos.

Una settimana prima, a morire crivellata di colpi nella sua casa di San Ferdinando, è stata Miriam Rodriguez. Aveva fondato un movimento di famiglie di
desaparecidos e non si stancava di chiedere giustizia per sua figlia, rapita e uccisa nel 2012. Per uccidere Miriam, i suoi assassini hanno aspettato il giorno della festa della mamma.
Assassini che, quando capita a loro di venir accoppati in uno scontro a fuoco con un cartello rivale, si scopre che per l'80% fanno parte della polizia o dell'esercito. Oppure provenivano dalle cosiddette Forze Speciali che l'esercito Usa arma e addestra per… combattere il narcotraffico!

Madre di un giovane scomparso è anche Ana Enamorado, portavoce del movimento Migrantes Mesoamericanos, che sta portando la mostra Huellas de la Memoria per il mondo. L'esposizione è arrivata anche nel veneziano grazie all'associazione Ya Basta Êdî Bese. In questi giorni, è esposta a Ca' Bembo, fondamenta Toffetti, Venezia, nell'area occupata dagli studenti universitari del Lisc, Liberi Saperi Critici, e ci rimarrà sino al 28 maggio. Apertura pomeridiana dalla 15 alle 20.

"Mi chiedono spesso chi siano i
desaparecidos - racconta Ana -. Sono sindacalisti, ambientalisti, gente che ha provato di ribellarsi o semplicemente che ha cercato di vivere con dignità. A sparire sono anche molti migranti che cercano di raggiungere gli Stati Uniti d'America spinti dalla fame e dalla miseria. Carne da macello, uomini e donne senza documenti, che spesso le stesse autorità messicane deputate al controllo delle migrazioni incarcerano e vendono ai narcotrafficanti. Le ragazze vengono obbligate a prostituirsi, i ragazzi venduti ai latifondisti o fatti a pezzi per il ricco mercato di organi delle cliniche Usa… Spesso vengono usati come capri espiatori. Vengono obbligati a firmare un documento in cui si auto accusano di un crimine che non hanno commesso in modo da far cadere le accuse su qualche politico o su qualche narcotrafficante. Teniamo presente che molti di loro non sanno leggere e che spesso, essendo indigeni, parlano male anche lo spagnolo. E siamo in tanti noi, padri, madri, sorelle e figli, che continuiamo a cercarli. Abbiamo le loro fotografie e ripercorriamo le loro orme che portano alla frontiera. Visitiamo le carceri e i postriboli, cerchiamo di entrare nei latifondi e nelle fabbriche dove i lavoratori sono resi schiavi, ispezioniamo i corpi senza nome che vengono estratti dalle fosse comuni… A tutti coloro che incontriamo mostriamo le loro immagini e chiediamo se, per caso, li hanno visti. E qualche volta, capita anche a noi si sparire nel nulla. Perché nel Messico dove il narcotraffico è una multinazionale che compra i giudici, assume i poliziotti e finanzia i politici sia di governo che di opposizione, certe domande non si possono fare. Ma noi non possiamo fare a meno di percorrere le orme dei nostri figli, di voler sapere che fine hanno fatto, di chiedere giustizia e verità".

Bertita Càceres nel segno della madre: "Svegliamoci, umanità"

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Porta un nome pesante, Berta Cáceres. Lo stesso nome di sua madre, uccisa con otto colpi di pistola dopo averle spezzato braccia e gambe per aver difeso la sua comunità indigena honduregna dalla devastazione procurata dalla privatizzazione dell’acqua e dalla realizzazione di una diga. Lo stesso nome di sua nonna, anch’essa attivista per i diritti civili e l’ambiente, e prima sindaca donna dell’Honduras. “E’ una tradizione di famiglia. Lo facciamo per ricordarci che le battaglie proseguono anche dopo di noi e che non ci si deve fermare. Mai”. Ho incontrato “Bertita” a Ferrara, in occasione del festival di Internazionale. Abbiamo parlato in uno di quei preziosi giardini, nascosti dentro gli eleganti palazzi rinascimentali, che si trovano solo nella città che fu di Lucrezia Borgia e che - nessuno lo crederebbe mai! - è una delle più verdi d’Italia. Ci siamo seduti, intanto che scendeva la sera, sull’antica vera di un pozzo, dopo una sua applauditissima conferenza, ed abbiamo parlato. Sorrideva come solo le ragazze del centroamerica sanno sorridere ad una persona che non hanno mai visto prima. Aveva i lunghi capelli sciolti e uno zainetto da ragazzina sulle spalle. Mi ha confessato di essere un po’ stanca. Il Cica (Collettivo Italia Centro America) che l’ha portata in Europa, le ha organizzato un vero e proprio tour de force tra incontri, partecipazioni a programmi radio e interviste. Io le ho detto che non volevo trattenerla ancora ma lei non ha voluto sentir ragioni. Bisogna fare quello che va fatto, mi ha spiegato. A tutti i costi. Stanchezza o no. E’ venuta in Europa p
er denunciare quanto succede in Honduras e non voleva, non poteva perdere nessuna occasione. C’è gente che non molla mai. Gente che fa la storia e le rivoluzioni. E “Bertita”, come sua madre Berta, come sua nonna Berta, è una di queste.
Prima di accendere il registratore - gesto che continuo a considerare invadente - le ho chiesto di lei, di come vive. Mi ha raccontato che è tornata dall’Argentina dove sua madre l’aveva spedita per metterla al sicuro, quando aveva capito che il suo nome era in cima alla lista degli avversari da eliminare, ed era tornata in comunità per portare avanti la battaglia contro la diga del Proyecto Hidroeléctrico Agua Zarca portato avanti dalla Desa, Desarrollo Energético Sociedad Anónima. Per gli indigeni non ci sono sbocchi scolastici in Honduras, così Berta sta seguendo una scuola rurale messicana per diventare maestra. Sì, avete capito bene. Una di quelle scuole rurali come quella di Ayotzinapa. Mi viene da pensare che quando i militari messicani le definiscono “nidi di guerriglieri” e “covi di bolscevichi”, ci hanno pure ragione!

Parlami da tua madre. Non è la sola persona che è stata uccisa in Honduras per aver difeso il diritto all’esistenza degli indigeni. Eppure solo lei è riuscita a superare i confini del Centroamerica e a far sentire la sua voce alla comunità internazionale. Cosa aveva di più?

Hai ragione. Molte persone sono morte nella battaglia contro le concessioni idriche e le attività minerarie nel mio Paese, prima di mia madre e anche dopo. Mia madre era una voce delle tante ma era una voce forte all’interno dei movimenti e capace di farsi sentire anche nel Governo. Non è un caso che sia stata messa a processo due volte e anche messa in prigione con l’accusa di aver danneggiato l’immagine della Desa. Un… “crimine” per il quale nel mio paese si va in galera! Lei contava molto sul sostegno della comunità internazionale per le sue, per le nostre battaglie. Pensava che questo fosse l’unico modo per superare quel muro di omertà costruito dall’alleanza tra il capitale e la politica, tra le multinazionali e il Governo.

Quando ha vinto il premio Goldman dedicato agli ambientalisti in prima linea, tua madre ha pronunciato una frase che mi ha colpito molto: “Despertemos, humanidad”. Svegliamoci, umanità. Non ha detto “svegliatevi” ma “svegliamoci”. Eppure lei, “sveglia” lo era da un pezzo!

Lei era così. Si sentiva fortemente parte di una comunità. Che era, per prima cosa, quella degli indigeni lenca, ovviamente, ma, proprio in quando indigena si sentiva anche parte di una comunità più grande che è quella dell’intera popolazione della terra. Aveva subito molte discriminazioni, nella sua vita. In quanto donna, in quanto indigena. Per questo lottava per un mondo che non escludesse nessuno e che rispettasse la natura e i beni che sono di tutti.

Per la polizia, l’assassinio di tua madre è stata una rapina finita male. I presunti criminali sono stati arrestati. Ma tu continui a chiedere giustizia.

L’omicidio di mia madre è stato un omicidio politico. La criminalità comune non c’entra nulla. Lo si evince anche dalle modalità con il quale è stato compiuto. Noi continuiamo a chiedere giustizia perché non ci basta, non ci può bastare l’arresto degli esecutori. Vogliamo che venga riconosciuta e punita anche la paternità intellettuale dell’omicidio. Vogliamo che sia smascherata la cultura criminale a tutti i livelli, sia quello del Governo che quello delle banche e delle finanziarie, che è la vera mandante degli assassini. Questa è la sola giustizia che vogliamo per quello che altro non è che un crimine di Stato.

Cosa possiamo fare per contribuire alla tua battaglia?
Qui in Italia ho conosciuti tante persone che, come in Honduras, combattono giornalmente per difendere la terra, l’acqua, i boschi e le montagne da un capitalismo sempre più aggressivo. Continuate in quello che state facendo, ciascuno con la propria creatività e i propri metodi, tenendo conto che facciamo tutti parte della stessa comunità, in Europa come in America. E che combattiamo tutti la stessa battaglia. Mia madre era la voce di un popolo ma parlava a tutta l’umanità. Chiedeva un mondo aperto, più giusto e migliore. Un mondo dove tutti, e non soltanto una parte della popolazione, potessero vivere con dignità. Per questo gridava “Despertemos, humanidad”. E noi non ci fermeremo sino a quando non lo avremo raggiunto, questo nuovo mondo.

La linea verde dietro il muro. Così Israele ruba l'acqua della Palestina

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Immaginate un extraterrestre. Immaginate che attraversi gli spazi siderali sulla sua lucente astronave per atterrare nella spianata del Tempio, scansando contraeree, missili e mitragliate varie da parte dell’esercito meglio armato del mondo. Immaginate che il nostro alieno esca dalla sua astronave e se ne vada a spasso per Gerusalemme chiedendo alla gente: “Scusate, come faccio a distinguere i palestinesi dagli israeliani, considerato che per me siete tutti terrestri: tutti ugualmente brutti, privi di antenne e tentacoli?”
Ebbene, voi cosa rispondereste?
Amira Hass, giornalista e scrittrice ebrea ed israeliana che ha scelto di vivere a Ramallah per raccontare al mondo quanto avviene in Palestina, non ha dubbi. “Gli risponderei di guardare i tetti delle case per controllare se ci sono serbatoi. E poi il verde. Gli direi di osservare se attorno alle case c’è del verde”.

Abbiamo incontrato Amira a Venezia, in una sala messa a disposizione dalla municipalità del centro storico perché l’attuale sindaco della città lagunare, Luigi “Gigio” Brugnaro, uno di quelli che non è né di destra né di sinistra, non vuol sentire discorsi che non abbiano dentro la parola “schei”. O, al più, il termine “sicurezza”. Appuntamento lunedì sera, 19 settembre, a 33 anni esatti dal massacro di Sabra e Chatila, nella grande sala San Leonardo, a tre passi dall’antico Ghetto ebraico che ha dato il nome a tutti i ghetti del mondo. A differenza del loro sindaco, i veneziani hanno accolto Amira Haaz regalandole una grande partecipazione di pubblico: perlomeno duecento persone presenti. E dopo l’incontro, organizzato dal coordinamento cittadino per il Medio Oriente e dal forum per l’Acqua, Amira si è intrattenuta con i giornalisti e con le attiviste e gli attivisti di Ya Basta che stanno organizzando una carovana verso l’altra sponda del mediterraneo, così come hanno già fatto per il Kurdistan, il Messico zapatista e tante altre realtà in lotta.


“Sto pensando di scrivere un libro per descrivere quanto accade in Palestina come se mi rivolgessi ad un alieno venuto dallo spazio che ignora tutto quanto accaduto sulla terra. E comincerei il mio racconto partendo dall’acqua. All’extraterrestre che vuole imparare a distinguere israeliani e palestinesi suggerirei di guardare sopra i tetti delle case per vedere se ci sono le grandi taniche nere che fungono da serbatoio per l’acqua. Se ci sono, la casa è di una famiglia palestinese. Nelle case degli israeliani non servono, perché l’acqua esce regolarmente dal rubinetto. Io, che vivo a Ramallah, in Cisgiordania, so bene che perlomeno due o tre volte alla settimana il rifornimento idrico viene interrotto. E allora bisogna ricorrere ai serbatoi. E bisogna stare sempre attenti agli sprechi. Una casa palestinese non può permettersi di avere vegetazione intorno. Se vedete del verde attorno ad una abitazione, là vive un israeliano”.

Un problema dovuto alla scarsità di materia prima oppure una imposizione politica?
“C’è un tetto massimo alla quantità di acqua che può essere distribuita ai palestinesi. E questo limite lo stabilisce ovviamente Israele. All’autorità palestinese spetta solo il compito di decidere come, quando e dove distribuire l’acqua concessa. Ma la coperta è sempre corta per le lunghe e torride estati di Ramallah. Non ne possiamo certo sprecare per l’orto o il giardinaggio. Al contrario, agli israeliani l’acqua non manca mai. Non è soltanto una cortina di cemento armato che ci separa. Se guardate oltre il muro, verso Israele, si snoda anche una lunga linea verde”.

Eppure prima dell’occupazione, la Palestina era descritta come una terra fertile e verde…
“lo è ancora, ma solo per gli israeliani. E questo perché l’acqua la rubano ai palestinesi. Nella sola valle del Giordano, che era il granaio della Palestina, ci sono 28 pozzi che estraggono 30 milioni di metri cubi d’acqua per soddisfare i bisogni di appena 10 mila coloni. Ai 2 milioni e 400 mila palestinesi, spettano solo 109 milioni di metri cubi. Appena quattro volte quanto concesso ai soli coloni. Quello che era un giardino si è trasformato in un deserto. Capita di vedere tribù beduine accampate sotto le tubature idriche alle quali non hanno accesso, costrette a recarsi nelle colonie per acquistare l’acqua che gli viene rivenduta ad un prezzo maggiorato 3 o 4 volte. Prima del ’67, i palestinesi avevano pozzi, condutture, impianti di depurazione e un sistema idrico completo. Israele si è preso tutto. Oggi non c’è neppure l’acqua per coltivare un piccolo campo. L’agricoltura è morta, la gente sopravvive a stento ed è costretta a comperare gli alimenti dai coloni. Molti hanno rinunciato a coltivare la terra e cercano lavoro come operai. Ma, per lo più, rimangono disoccupati”.

Non è possibile scavare altri pozzi?
“Non è che non sia possibile, è che non è consentito. E questo è un effetto degli accordi di Oslo. Accordi che dovevano essere provvisori ma che sono stati fatti diventare definitivi. I palestinesi non possono scavare pozzi di loro iniziativa. O meglio. Possono scavarli, ma solo fino a 200 metri, mentre Israele non ha limiti di sorta, e soltanto in alcune aree ad ovest del Paese. Proprio dove acqua non ce n’è o ce n’è poca, perché in quella zona le falde sono impoverite dai prelievi indiscriminati compiuti dagli israeliani. Sempre per gli accordi di Oslo, ai palestinesi non è concesso sistemare tubature per portare l’acqua nei posti dove non c’è. Per realizzare un sistema idrico, c’è bisogno del permesso del Governo israeliano che, come è da prevedersi, non lo concede mai. E non crediamo che tutta quest’acqua che rubano sia necessaria alla sopravvivenza di Israele! Questo furto, nella loro logica, è solo uno strumento politico per frammentare i palestinesi ed indebolire l’autorità palestinese, i cui rappresentanti sono ricattabili e sempre costretti a mendicare qualche goccia d’acqua in più per sopravvivere”.

Questa emergenza idrica…
“Non la chiamerei emergenza, considerato che è così da 50 anni. Piuttosto: scandalo”.

Volevo chiedere, considerato che la propaganda israeliana fa un gran vantarsi di riuscire a far fiorire i deserti, se le Colonie non hanno mai sofferto di mancanza di approvvigionamenti idrici.
“Ogni anno, come saprà, io scrivo sul tema dell’acqua. E ogni volta i coloni mi contestano arrabbiatissimi dicendo che anche loro non hanno acqua e che sono tutti nella stessa barca. Così, per documentarmi come giornalista, ogni volta pongo domande scomode al governo israeliano e mi reco in visita alle colonie. Ed ogni volta mi tocca sorbirmi la stessa messa in scena. Mi assicurano che l’acqua manca a tutti, che i palestinesi la rubano, che i palestinesi mentono affermando di essere più di quelli che sono per avere più acqua. Son tutte bugie. I numeri dei palestinesi presenti sono quelli stabiliti nei conteggi della Banca Mondiale che, su queste cose, non mente. E’ vero che alcuni palestinesi rubano l’acqua, allacciandosi abusivamente alle condutture, e l’autorità ha posto multe molto salate per chi lo fa, ma l’acqua che rubano, casomai, è solo quella che Israele ha già venduto ai palestinesi. D’altronde, basta guardare il verde. Tutta quell’acqua che i coloni possono permettersi di adoperare per l’agricoltura e che, tra l’altro, non viene neppure conteggiata dal Governo israeliano come rifornimento idrico alla colonia. La verità sta nel paradosso che non solo Israele ruba l’acqua ai palestinesi, ma poi li costringe pure ad acquistare il maltolto”.

Quindi Israele mente anche in tema di acqua?
“Di più. Israele mente soprattutto sulla questione dell’acqua. Più ancora che nelle detenzioni di prigionieri politici, negli abusi ai check point, negli assassini di oppositori… la questione è che sul tema dell’acqua non possono tirare in ballo la scusa della sicurezza. Qui non si sono statistiche che possono essere manipolate. La faccenda è chiara a tutti coloro che abbiano nel cuore un ideale di giustizia. Stanno compiendo un vero e proprio furto che, oltre a tutto, viola tutti gli accordi internazionali. Perché un Paese occupante non può rubare le risorse ad un Paese occupato. Eppure Israele lo fa da 50 anni nell’indifferenza di tutti. Parlando di acqua, parliamo un modo chiaro, e senza equivoci o scusanti, di come Israele voglia risolvere il ‘problema’ della presenza palestinese”.

Abbiamo detto della Cisgiordania. Come è la situazione a Gaza?
“A Gaza, c’è una falda acquifera che corre lungo la costa. Ma cominciamo con dei numeri. Oggi nella Striscia ci sono circa un milione e 800 mila palestinesi. Nel ’47 ce n’erano 70 mila, nel ’51, 270 mila. L’acqua che bastava una volta ora non può più bastare. Per soddisfare i bisogni della gente, la falda è stata impoverita, estraendo più acqua di quanta se ne riformasse. Il risultato è che si è mescolata acqua salata. Oggi, tutti i bambini di Gaza sanno che non si deve bere quello che esce dal rubinetto. E non soltanto, anche delle acque reflue sono entrate in falda, con la conseguenza che l’acqua è oleosa, oltre che salata, e non va bene neppure per lavarsi. Certo si potrebbe convogliare qui l’acqua della Cisgiordania, che è pulita, con una tubatura, ma gli accordi di Oslo hanno deciso che Gaza e la West Bank sono entità separate ed Israele vieta qualsiasi collegamento tra le due realtà”.

Lei parla di furto, ma forse per descrivere meglio la faccenda bisognerebbe parlare di rapina a mano armata con tanto di truffa finale. E con l’aggiunta della benedizione da parte della comunità internazionale.
“Già. Io ho vissuto alcuni anni a Salfit, in Cisgiordania. La città galleggia letteralmente sopra una falda acquifera cui si potrebbe accedere scavando solo per pochi metri di profondità. Un tempo, era una città verde, ricca di giardini, di orti e di coltivazioni. Oggi è una delle città più penalizzate da punto di vista idrico, forse per il ruolo che ha avuto durante la prima intifada. Salfit la Libera, la chiamano i palestinesi. I suoi cittadini vivono sopra un lago. Eppure, per molti mesi all’anno, dal rubinetto non esce una goccia d’acqua. E quella che esce non ti permette neppure di coltivare un cespuglio di menta. L’acqua viene pompata via dai pozzi israeliani. E poi, proprio dagli israeliani, la gente di Palestina è costretta a comperarla, e al loro prezzo, se vuole vivere”.

Una diga per mettere fine al Kurdistan

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Si chiama Güneydoğu Anadolu Projesi (Gup), traducibile con “Progetto per l’Anatolia Sud Occidentale”, e viene spacciato come un piano di proporzioni bibliche da 32 miliardi di dollari per trasformare gli alti bacini dei fiumi Tigri ed Eufrate con la realizzazione di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche.
Pensato da Kemal Ataturk, il fondatore dell’attuale Turchia, come un grimaldello per rifondare lo Stato in chiave moderna, spingendolo verso una industrializzazione forzata, nelle mani del presidentissimo Recep Tayyip Erdogan, il Gup è stato trasformato in un vero e proprio strumento di genocidio per sommergere sotto tonnellate d’acqua le città, i villaggi, i luoghi di resistenza e di memoria di quei curdi che continuano a resistere alla dittatura.
La fase attuativa del progetto è cominciata a cavallo degli anni ’80 e ’90, con la costruzione di due di queste dighe: la Karayak e la Ataturk. Per l’alto costo dell’operazione e per i risultati raggiunti - la Turchia non avrebbe necessità di altra energia -, sembrava che il Gup fosse arrivato alla sua conclusione. Era chiaro a tutti gli investitori che il gioco non valeva la candela. Il Governo turco si trovò senza più finanziatori, con oltre 90 mila sfollati da ricollocare e bersagliato dalle critiche degli ambientalisti di tutto il mondo per la distruzione di inestimabili tesori archeologici di origine persiana, romana, greca ed hittita. La censura della Comunità Europea - per quanto tardiva - favorì l’accantonamento del Gup che fu ultimato solo per un decimo scarso di quanto previsto inizialmente.
Con l’ascesa al potere di Erdogan, il Gup ha ripreso vita ma in funzione decisamente anti curda. L’Anatolia Sud Occidentale, cui fa riferimento il progetto, altro è che quel Kurdistan. Termine geografico che, a queste latitudini, non puoi neppure pronunciare a meno che tu non voglia finire dritto in galera, anche se sei avvocato, anche se sei giornalista, anche - o meglio, soprattutto se, - sei deputato.

E così sono ripresi i lavori di realizzazione di altre dighe come quella di Birecik che ha sommerso l’antica città di Zeugma. Lavori che hanno portato vantaggi pressoché nulli all’economia turca ma che, in compenso, hanno causato perdite irreparabili al patrimonio artistico che, ricordiamolo, non appartiene mai ad una solo Paese ma all’intera umanità.
La prossima vittima, con la ventilata realizzazione della diga di Ilisu, sarà Hasankeyf, antichissima cittadine con duemila abitanti che tutti gli archeologi sono concordi nel giudicare uno dei siti più promettenti al mondo per studiare i primi insediamenti umani alle radici della preistoria. Una città dove la storia si respira ad ogni passo e dove ad ogni passo si possono ammirare resti assiri, urartiani, persiani, romani, bizantini, omayyadi, abassidi, artuquidi… Tutto questo sta per scomparire ad opera di un uomo che l’Unione Europea ha eletto a suo alleato.
Il totale disprezzo per Erdogan nei confronti di tutti i reperti che non siano conducibili a quella disgrazia storica di cui lui si crede erede che è stato l’Impero Ottomano (che ha fatto per il Medio Oriente quello che la colonizzazione europea ha fatto per l’Africa) non è la sola chiave interpretativa per giustificare la diga di Ilisu.
Secondo gli attivisti, nelle mani di Erdogan, il Gup va inserito di una più vasta operazione che mira a genocidiare il popolo curdo. Non solo sommergendo i luoghi della sua memoria storica ma anche di abbattendo le principali roccaforti dove si nasconde la resistenza del Pkk, sommergendo i villaggi che sostengono i guerriglieri e quei sentieri di montagna dove i combattenti curdi si sono dimostrati invincibili. “I migliori amici di un curdo - recita un proverbio - sono le sue montagne”.
E proprio queste, sono le montagne che Erdogan vuole sommergere.
Il tutto, sotto l’ottica di una trasformazione radicale del territorio che prevede l’allontanamento dei pastori curdi per fare spazio ad una nuova economia fondata sull’agricoltura, affidando le nuove terre a quei contadini turchi di bassa estrazione sociale che sono la colonna vertebrale dell’elettorato di Erdogan. E magari, trasferire sulle sponde dei nuovi bacini idrici, anche qualche migliaio di quei profughi siriani per paura dei quali l’Unione Europea ha letteralmente venduto l’anima al diavolo.
Un vero e proprio “patto col diavolo”, questo che l’Europa ha sottoscritto con Erdogan, in virtù del quale i lavori alla diga di Ilsu sono stati recentemente ripresi, dopo l’abbandono a metà degli anni ’90 per le incursioni del Pkk, l’opposizione della popolazione che si era rifiutata di collaborare in qualsiasi modo alla realizzazione dell’opera e le determinate prese di posizione di associazioni ambientaliste e, all’epoca, pure di tanti Governi esteri.
Adesso le cose sono cambiate e l’Europa vede in Erdogan solo un alleato disposto a far barriera contro quelle “invasioni di profughi” che, numeri alla mano, non hanno nessun riscontro reale ma che le destre sanno cavalcare così bene. Un prezioso alleato per i cui servigi val la pena di chiudere un occhio ad ogni azione discutibile.
E così Erdogan può impunemente arrestare giornalisti ed oppositori, massacrare popolazioni, fare affari con gli stessi integralisti che afferma di voler contrastare.
E, infine, anche “atlantidizzare” una intera regione piena di storia, arte, cultura e di combattenti che resistono in nome di quella stessa libertà e quella stessa democrazia che dovrebbero essere anche le bandiere di una Europa dei popoli e non delle banche.

Idomeni, #OverTheFortress

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Non si fa mai. Non si comincia mai un articolo con una dedica, giusto? Ma questa volta cominciamo a raccontare cosa sono andati a fare più di 250 ragazze e ragazzi in quel mare di fango e di tende rabberciate che è il campo profughi di Idomeni, mentre tutti gli altri italiani festeggiavano in tranquillità la loro pasqua, con una bella dedica. Anzi, due. A tutti quelli che: “ma perché non ve li portate a casa vostra?” Ed anche a quelli che: “fanno i profughi e ci hanno lo smartphone”.

E cominciamo a raccontare partendo da un appello. Quello #OverTheFortess lanciato dal Progetto Melting Pot Europa a “marciare” verso i confini tra la Grecia e la Macedonia per portare solidarietà e generi di prima necessità ai profughi fermati alla frontiera. L’appello gira per i centri sociali di tutta Italia, sui siti delle associazioni che si battono per i diritti dei migranti e arriva anche oltralpe dove viene raccolto dai Giovani Verdi Europei che si mettono in marcia su una rotta alternativa, scendendo verso Idomeni da nord, lungo quei Balcani che, appena una ventina di anni fa, furono teatro di una guerra che l’Europa ha dimenticato troppo presto. Gli italiani si danno appuntamento ad Ancona per la mattina del venerdì di pasqua, ed arrivare ai confini da sud, dopo aver attraversato l’Adriatico in traghetto assieme ai furgoncini dove è stipato il materiale raccolto.

“Confesso che non ci aspettavamo una tale partecipazione - spiega Barbara Barbieri di Melting Pot -. Ad un certo punto siamo stati costretti a chiudere le iscrizioni perché non c’era più posto nei traghetti. In tutto, abbiamo portato più di 250 attivisti ad Idomeni da tutte le regioni d’Italia. Sicilia e Sardegna comprese. Se poi consideriamo i triestini che sono venuti in auto, i giovani verdi europei, le persone che si sono aggregate strada facendo e i nostri compagni che erano già là, abbiamo sfondata quota 300 partecipanti”.
Non è stata una operazione improvvisata, #OverTheFortess. Gli attivisti “che erano già là”, cui accenna Barbara, e che sono rimasti ancora là, adesso che la spedizione è rientrata, fanno parte di un progetto di staffetta solidale messo in campo da Melting Pot la scorsa estate, quando l’Austria e subito dopo la Macedonia, decisero autonomamente di chiudere il confine ai migranti. Con la conseguenza di trasformare la Grecia nel cortile di una gigantesca prigione per oltre 45 mila profughi.
Il corridoio che portava in Europa si è chiuso a Idomeni, sui binari di una ferrovia dove oramai non passa più nessun treno e che sono tutt’ora sorvegliati, notte e giorno, da blindati e da plotoni di poliziotti in assetto antisommossa. Qui troviamo la grande tendopoli. Dodicimila persone secondo la stima più accreditata. Donne e bambini in netta maggioranza. Sono siriani, iracheni, curdi in prevalenza. Ma anche pakistani pashtun e hazara, e ancora yazidi dai capelli chiari, armeni, turkmeni… Il Governo greco ha lasciato la gestione del campo a Medici Senza Frontiere e all’Unhcr e ha evitato di militarizzarlo. Con la conseguenza che non ci sono controlli e c’è un via vai continuo di gente che va e che viene. Alcune furgoni messi in campo da associazioni “filantropiche” - come si legge nei loro loghi - arabe provvedono alla distribuzione di pasti caldi. Ma c’è pure un mini mercatino - tre banchetti con 3 o 4 casse di verdure - per chi vuole provare a cucinare davanti alla sua tenda. Ci sono anche punti informativi realizzati da volontari greci. Una decina di ragazze bionde, tedesche e danesi, hanno organizzato un’area per l’infanzia. Trecento bambini fanno la fila davanti a due salterelli per un minuto a testa di felicità.

La carovana #OverTheFortess entra nel campo il pomeriggio di pasqua e comincia subito a dispensare i materiali. Vestiti pesanti che in Macedonia tira ancora freddo e scarpe, soprattutto, così indispensabili a persone che tanto hanno camminato e tanto dovranno ancora camminare. “Se qui non ci fanno passare andremo in Albania - mi racconta una signora in fuga con i suoi due figlia da una Aleppo che oramai non c’è più. Ho qualche risparmio e vedremo di trovare un passaggio da qualche scafista. I vostri governanti non capiscono che chiudendo un confine non ottengono altro che di farci soffrire un po’ di più e spendere anche quel poco di denaro che ci è rimasto. Indietro non possiamo più tornare oramai. Non abbiamo lasciato niente se non guerra e terrore”.

Il patto infame che l’Unione Europea ha stipulato con il Governo turco - e che trasforma un feroce dittatore come Erdogan in un giudice supremo, atto a decide quale sia il profugo meritevole di venir inviato in Europa e quale da ricacciare nella guerra - ha avuto come primo effetto la definitiva chiusura del confine con la Macedonia. Per i profughi di Idomeni non c’è più speranza che quelle sbarre che interrompono il filo spinato si alzino. Il Governo greco preme per sgomberare il campo e spostare le famiglie nei famigerati hotspot, già denunciati da tutte le associazione per i diritti, o in campi vicini gestiti da varie onlus.
Per questo, le autorità non vedono di buon occhi chi va a portare aiuti ai profughi che ancora resistono. Il lunedì di pasqua, quando le ragazze e i ragazzi di #OverTheFortess tornano al campo per la seconda distribuzione, trovano un cordone di polizia in assetto antisommossa ad attenderli.
Per quasi cinque ore, gli attivisti tengono duro e si rifiutano di fare marcia indietro. Si siedono davanti agli scudi dei poliziotti, col materiale che intendono distribuire in mano. Comincia a piovere ma nessuno si muove. Sono le 14 passate quando la polizia cede, e abbandona il campo.
“Eravamo determinati a restare là sino a notte. Non potevamo tornare in Italia con tutte le medicine e il materiale che la gente ha portato nei nostri centro sociali perché noi le consegnassimo ai profughi - commenta Antonio Pio Lancellotti di Global Project -. Ritengo comunque vergognoso che le autorità impediscano a dei volontari portare aiuti a chi ha ne tanto bisogno. Oramai in Europa è diventato illegale fare le cose giuste. Proprio come ai tempi dei nazisti era vietato aiutare i rom o gli ebrei”.

L’ingresso al campo delle ragazze e dei ragazzi con le pettorine arancioni con la scritta #OverTheFortess è una festa per tutti. La polizia gli ha fatto perdere la mattinata e la distribuzione va avanti sino a notte fonda. La gente in fila cerca qualche capo di vestiario caldo ma anche qualcuno cui raccontare la loro storia.
“Grazie per le scarpe. Un grazie più grande per essere venuti sin qui. Adesso so che dall’altra parte del muro che qualcuno che è non mi odia, my friend” mi dice un signore anziano in un inglese migliore del mio.
Cominciano anche i lavori per la sistemazione di un punto di ricarica dei cellulari e di una wifi gratuita che si concluderanno due giorni dopo, grazie ad un gruppo di attivisti che ha deciso di fermarsi nel campo e continuare la staffetta solidale. “Non molleremo come non abbiamo mollato questa mattina - mi spiega Chiara B una ragazza di Venezia che fa parte del collettivo Asc, assemblea sociale per la casa, che gestisce un nutrito numero di occupazioni in centro storico e nell’isola della Giudecca - Sino a che ci saranno confini, ci vorrà qualcuno che abbatti i muri. Sino a che saranno violati i diritti dei profughi, ci vorrà qualcuno che si batta per i loro diritti. Che sono poi i diritti di tutti”.
Ripenso a quando scriveva don Milani. “Se voi vi arrogate il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”.
Saliamo negli autobus che è notte. Davanti alle tende i profughi accendono grandi falò per allontanare il gelo.
Domando a Chiara perché non se li porta tutti a casa sua. “Magari potessi! Tutti a Venezia li vorrei. Sai quante belle occupazioni riusciremmo ad organizzare?”

Papa Francesco e le due chiese del sudamerica

papa-francisco-mexico-cnn-5Chiunque abbia viaggiato in America Latina, non avrà potuto fare a meno di notare che in questo angolo di mondo le chiese sono due. Non c’è possibilità di confondere l’una con l’altra. Non c’è neppure uno spazio di compromesso. Chiunque creda al messaggio evangelico, in Sudamerica, è chiamato a fare una drastica scelta: o sta di qua, o sta di là. Poi tutto viene di conseguenza.
Anche chi viene da oltreoceano, dove questa scelta non è imposta, e abbia percorso con una attenzione poco più superficiale le strade che spaziano tra le infinte pianure e le invalicabili montagne, tra impenetrabili selve e sterminate metropoli, non può non essersi accorto che le marmoree cattedrali con gli altari ricoperti di bandiere nazionali e i primi banchi perennemente riservati, in ordine di grado, alle alte gerarchie dell’esercito, non hanno nulla a che spartire con le coloratissime chiese di fango dove la statua di Maria partoriente divide la mensola di legno con divinità indigene raffiguranti la madre terra. Il Cristo di San Salvador, dalla faccia dura e dalla tunica immacolata che calpesta il mondo, non è lo stesso Cristo raffigurato nei crocifissi arcobaleno intento a mietere il grano mentre gli apostoli pescano o giocano con i bambini indigeni. Così come quei vescovi che aspergono di acqua santa i mezzi blindati che partono per pattugliare le strade del Chiapas, non hanno nessun dio in comune con quel prete col berretto rosso fuoco dei Sem Terra calcato sulla fronte, che ho conosciuto a nord di Rio mentre aiutava a tirare su una barricata per contrastare lo sgombero della favella. “Stavolta verranno da questo lato della collina - mi spiegava mentre sistemava la cassa con le bottiglie incendiarie -. Dalla strada principale li abbiamo già respinti due volte”. Che fosse un prete, lo ho scoperto solo il giorno che me ne sono andato, quando l’ho sgammato a dire messa in un seminterrato davanti a 4 persone 4. Devo aver fatto una faccia, ripensando a tutti i cristi e i santi che avevo tirato giù durante gli scontri… Lui mi ha dato una pacca sulle spalle e mi ha detto “Se hai problemi, laggiù in Italia, torna qua che tiriamo su una baracca anche per te”. Posso vantarmi di possedere potenzialmente una villetta con vista sul Pan di Zucchero.


A questo punto, avrete capito senza che debba aggiungere altro, quali sono le due chiese, l’una contro l’altra armata, cui mi riferisco. La notizia di questi giorni è che, per la prima volta nella storia della cristianità in questo Continente, un papa - vuoi come Capo di Stato, vuoi come rappresentante di dio in Terra - è sbarcato su questo lato del mondo con l’intento dichiarato di rendere omaggio all’altra chiesa.
Da quando i conquistadores spagnoli, di spada e di fuoco, portarono il vangelo su questa sponda d’oceano, mai un papa aveva fatto tanto. Non certo Karol Wojtyla, anzi, San Karol Wojtyla, che preferiva benedire dittatori delinquenti come il cileno Augusto Pinochet, consegnare vescovi come Oscar Romero al macello, allearsi con in carnefici del piano Condor e stendere il silenzio sui teorici della Liberazione. Tutte qualità che hanno fatto guadagnare a Giovanni Paolo secondo, anzi a San Giovanni Paolo secondo, un bell’altare di marmo lucido nelle chiese frequentate dai militari.
Francesco no. Al di là della retorica del “papa dalla parte degli umili” che ha accompagnato tanto il suo viaggio in America latina quanto il suo intero pontificato, non possiamo fare a meno di sottolineare come il suo inchinarsi alla tomba del vescovo “zapatista” Samuel Ruiz, le celebrazioni delle messe nelle lingue indigene come lo Tzotzil e lo Tzetal (che sono gli idiomi parlati dalle popolazioni insorgenti), siano importanti e inequivocabili segnali di un radicale cambio di rotta della Santa Sede. Anche la data del viaggio è un segnale: vent’anni esatti da quegli accordi di San Andres che il Governo sottoscrisse con l’Esercito Zapatista di Liberazione nazionale e che avrebbero garantito autonomia e dignità agli indigeni. Accordi che il Messico rinnegò dopo neppure tre mesi.

Se questo cambio di rotta verso un vangelo più attento ai diritti degli ultimi sia dettato da una riflessione etica o sia piuttosto un’abile mossa propagandistica per riconquistare consensi tra gli strati più poveri della popolazione (mai troppo devoti a Santa Romana Chiesa in questo continente dove il cattolicesimo deve fare i conti con un protestantesimo in forte ascesa), badando bene di non inimicarsi i poteri che contano, è il vero mistero che attraversa tutto il pontificato di Francesco.
Certo, anche il “papa dalla parte degli umili” si è ben guardato, non soltanto dall’incontrare i genitori, ma anche dal ricordare in una solo preghiera i 43 ragazzi desaparecidos della scuola di Ayotzinapa. Una scelta che lo avrebbe messo in aperto contrasto con il Governo messicano che, diciamola coma va detta, è il principale responsabile di questo (e di tanti altri) omicidi legati al narcotraffico. Non esita però Francesco a farsi applaudire dalla folla quando dal pulpito invita i fedeli messicani a non cedere alle lusinghe del narcotraffico, affiancato da ministri sorridenti e militari in divisa che, tanto per dirla come va detta anche questa volta, sono i primi ad avvantaggiarsi dai proventi economici e dal potere politico che derivano da questo floridissimo ed inarrestabile commercio.

Quello che è approdato in Messico, in sintesi, è lo stesso Francesco che è partito dall’Italia. Papa rivoluzionario, secondo alcuni, perché ha scritto una enciclica sull’ambiente e perché sottolinea le ingiustizie del capitalismo. Senza considerare che da mezzo secolo scienziati ed ambientalisti denunciano le devastazioni all’ecosistema globale e che, da quasi due, un tizio di nome Carlo Marx - che però non era un papa - ha messo in luce le contraddizioni del binomio capitale - lavoro.
Certo, nessuno può negare che, in Messico come in Italia, Francesco stia portando avanti una battaglia per una chiesa diversa da quella fatto di scandali economici e di pedofilia costruita da Karol Wojtyla, anzi - continuo a dimenticare che l’hanno fatto santo. Vai a capire il perché… - da San Karol Wojtyla.
Basta questo per definire Francesco un papa rivoluzionario? Sì, se vi accontentate… Io, personalmente, continuo a preferirgli quel prete di Rio che occupava latifondi per restituire la terra ai contadini, celebrava messa di nascosto e che mi chiedeva un sigaro per accendere le molotov.

Lo strano caso di Nayef Zayed

justice-for-omarVive da oltre vent'anni in Bulgaria, dove ha moglie, figli e lavoro. Eppure da dicembre non può uscire dall'ambasciata palestinese a Sofia, pena l'estradizione in Israele. Con la complicità del governo bulgaro e della debolezza dell'Autorità Palestinese

Non è solo la libertà di Omar Nayef Zayed, la posta in gioco a Sofia, ma quella di tutti i rifugiati politici palestinesi in Europa. “Partigiano e combattente” per i sostenitori della causa palestinese, “terrorista e criminale” per l’esercito e il governo israeliano, dal 17 dicembre scorso, Zayed vive assediato nei locali dell’ambasciata palestinese della capitale bulgara. Due giorni prima, il Governo sionista aveva inoltrato una ufficiale richiesta di estradizione ma, poco prima dell’arresto, Zayed era riuscito ad involarsi ed a raggiungere la sua ambasciata.
Oggi, dopo quasi due mesi, Zayed vive ancora assediato nei locali di quella villetta a ridosso della zona universitaria di Sofia, che dal punto di vista del diritto internazionale sono territorio palestinese inviolabile.
Assediato, abbiamo scritto, non soltanto in quanto Zayed non può mettere il naso fuori della porta senza venire ammanettato ed immediatamente imbarcato per Tel Aviv, ma anche perché, per tutto questo tempo, la polizia bulgara non ha consentito l’accesso a nessun avvocato ed a nessun portavoce delle varie associazioni europee che si sono spese a favore della sua causa.
Lo stesso non si può dire per le pressioni esercitate dal governo israeliano tanto sulla Bulgaria, quanto sull’Autorità Palestinese, la cui indipendenza da Israele, come sappiamo, è poco più che formale. “Zayed è una bandiera della Palestina” ha proclamato l’ambasciatore a Sofia, Ahmad Madbouh, ma ha subito aggiunto che, purtroppo, le risoluzioni internazionali vanno rispettate e ha dato alla “bandiera” vari ultimatum – tutti disattesi – perché abbandoni i locali della sua ambasciata. Di diverso avviso il Fronte popolare per la liberazione della Palestina che ha diffidato l’ambasciatore dal mettere alla porta Zayed, ricordandogli che, se cadesse nella mani di Israele, ad attendere l’ex combattente ci sarebbe un futuro di prigionia dura, isolamento e torture.

Ma chi è Omar Nayef Zayed? Esattamente come ha detto l’ambasciatore, Zayed è niente di più e niente di meno che una “bandiera della Palestina”. Un modello al quale molti giovani palestinesi, in particolare quelli legati a movimenti di sinistra e lontani da derive integraliste religiose, si sono ispirati per le loro lotte contro l’occupazione militare israeliana. Nato a Jenin, nel cuore del West Bank, 52 anni fa in una famiglia di combattenti (tanto il padre, quanto la madre che i suoi otto fratelli hanno conosciuto le galere israeliane), nell’86 ha fatto parte di un commando di tre persone che ha ucciso un colono che si era macchiato di atrocità nei confronti dei palestinesi.
Una “azione di guerra” per i palestinesi, un “omicidio a sangue freddo” per i sionisti. Arrestato e condannato all’ergastolo da un tribunale militare assieme ai suoi due compagni, Zayed comincia nel ’94 uno sciopero della fame che lo porta quasi alla tomba. Ricoverato in ospedale, riuscirà a fuggire grazie all’aiuto di altri combattenti palestinesi e dopo aver peregrinato per vari Paesi arabi, riparerà in Bulgaria, dove ha ottenuto lo status di rifugiato politico ed un permesso di soggiorno a vita. Da oltre 20 anni, Zayed vive a Sofia con un lavoro, una moglie e due figli, entrambi con la cittadinanza bulgara. Una vita tranquilla con una famiglia che sarebbe stata applaudita pure al Family Day, se non fosse arrivata la richiesta di estradizione da parte della giustizia israeliana che non gli ha mai perdonato, più che l’attentato, la rocambolesca evasione. I suoi due compagni infatti, sono stati liberati tre anni fa, in virtù di uno scambio di prigionieri con Hamas.
Come abbiamo sottolineato in apertura, non è solo la vita di Omar Zayed, la posta in gioco. In un momento in cui si alza la tensione tra l’Europa e il governo di Netanyahu sull’occupazione e sulla colonizzazione dei Territori, il caso Zayed rischia di venir interpretato come una necessaria contropartita. Già il “via libera” all’estradizione può essere letto sotto questa luce di compensazione. Sa da un lato, l’Europa non può accettare passivamente l’aperta violazione di trattati come quello di Oslo, ai quali essa stessa ha fatto da testimone, dall’altro non vuole rompere con il Governo sionista, seppur colpevole di violare i diritti umani ed internazionali. Israele continua pur sempre, nell’ottica dell’attuale politica europea, ad essere la principale e più affidabile sponda di dialogo dell’altra parte del Mediterraneo. La “bandiera di Palestina” rischia di dover pagare il prezzo di tutto questo. E con lui, tanti altri combattenti palestinesi che nei Paesi europei hanno trovato asilo sotto il protettivo status di rifugiati politici. Il caso Zayed insomma, può rivelarsi un precedente pericoloso. Se la “bandiera” può essere arrestata ed estradata, allora tutti sono in pericolo.

Cristiani di trincea. Ad Alqosh, la piccola Roma dell’Iraq, il Pkk difende la comunità caldea dall’Isis

37532927I bombardamenti francesi e americani a Mosul? Assolutamente inutili. Gli unici che davvero combattono l’Isis? I peshmerga ma soprattutto i combattenti e le combattenti del Pkk. A dirlo è un prete. Ma un prete di frontiera. Anzi, di trincea. Ghazwan Baho, parroco della “piccola Roma dell’Iraq”: Alqosh. Siamo nella piana di Ninive, a ridosso del confine con la Turchia, in quello Stato autonomo ma non dichiarato che è il governatorato di Ninawa nel Kurdistan iracheno. Se salite sull’unico campanile della città e allungate lo sguardo oltre i fumo delle esplosioni riuscite a scorgere il tenue profilo della città di Mosul, neppure 50 chilometri a meridione.
Io ci sono stato per puro caso (volevo andare a Ninive ma avevo sbagliato strada e, soprattutto, momento) con due amici medici, nel 2011, dopo aver assistito ad un social forum ad Erbil che ve lo raccomando come inutile inutilità. Allora le bandiere nere dell’Isis non sventolavano ancora su Mosul. Alqosh era presidiato dai peshmerga. Le postazioni di mitragliatrici e di mortai erano puntate a valle ma si limitavano a controllare i combattenti sunniti dislocati a valle. L’Iraq, anche se nessuno lo ammetteva, era uno Stato che già non esisteva più: le sue piane petrolifere erano già state smembrate tra le aree controllate dagli sciiti e quelle dominate dai sunniti. A nord est, sulle montagne, i curdi costruivano governatorati autonomi. Frontiere che nessuna carta geografica riporta.
La croce di Alqosh stava proprio nel mezzo. La croce, sì. Perché i caldei di Alqosh sono l’unica comunità cristiana del Medio Oriente. Anzi di più. Loro sono i primi cristiani. Prima ancora degli ebrei e dei romani, sono stati oro ad aver accettato il Vangelo ed ad aver costruito le prime chiese.

Adesso, possiamo anche discutere sinché volete se questo possa definirsi un merito… senza dubbio è una verità storica. Ad Alqosh, la piccola Roma dell’Iraq, la popolazione parla ancora l’aramaico, la lingua dei vangeli. E se chiedete a Ghazwan Baho che effetto fa ad un prete, parlare la lingua di Gesù Cristo, ti risponde: “Non siamo noi che parliamo la lingua di Gesù, è Gesù che era ebreo che parlava la nostra lingua”.
Baho ha una cattedra di aramaico all’università di Roma. Due mesi all’anno lascia Alqosh e viene in Italia a tenere i suoi corsi. L’ho rivisto con piacere due giorni fa in un incontro ad Arco di Rovereto. Mi ci ha invitato quel mio amico medico col quale ero andato in Iraq. Lui è un ex di Potere Operaio e tutte le volte che mi vede, siccome sa che vengo da Venezia, mi chiede “E come sta Toni? L’ultima volta che l’ho sentito era ancora in Francia”.
La serata di Arco, martedì 24 novembre al teatro S. Gabriele, è stata organizzata dall’associazione Versolamesopotamia, che in Iraq gestisce vari progetti umanitari, per presentare il documentario “Le campane di Alqosh” del regista Roberto Spampinato e, in anteprima, un assaggio di un’opera rock dedicata ai profughi, “Quo vadis?”, realizzata dal gruppo Brb in collaborazione col progetto Melting Pot e il centro sociale Bruno di Trento. Di questo lavoro musicale, magari ne parleremo in un prossimo articolo.
La serata di Arco è stata per me, una occasione per salutare Baho, ricambiare quel caffè che mi aveva offerto nella canonica mitragliata di Alqosh e per informarmi di come va la guerra nella frontiera dove si combatte i fascisti dell’Isis.
“Per noi, il momento peggiore è stato il 6 agosto del 2014, quando gli integralisti hanno sfondato la linea e per una settimana hanno occupato la città. In quei sette giorni, per la prima volta da 2 mila anni, le campane di Alqosh non hanno suonato. La popolazione è riuscita a fuggire nelle montagne grazie alla protezione dei peshmerga e abbiamo avuto poche vittime. Con l’aiuto delle combattenti e dei combattenti curdi del Pkk, Alqosh è stata riconquistata una settimana dopo e noi abbiamo ripreso possesso delle nostre case. Dobbiamo solo ringraziare il Pkk. Quello stesso Pkk che l’Europa bolla come terrorista!”
Musulmani che difendono i cattolici. Qualcuno potrebbe vederci una contraddizione…
“Qualcuno che sia disinformato! La battaglia che combattono i peshmerga e il Pkk non è per questa o quella religione ma per la libertà e per difendere le nostre vite. Come cristiano, io aborro la violenza ma, se qualcuno vuole uccidere degli innocenti, sto dalla parte di chi li difende, anche con le armi”.
Come si vive ad Alqosh oggi? “La situazione è sempre tesa. Il fronte è pochi chilometri a sud. Ogni notte sentiamo il rombo dei bombardieri francesi e americani che vanno a sganciare i loro carichi su Mosul. pssano proprio sopra le nostre teste”.
Sono utili questi bombardamenti?
“Assolutamente no. A parte finanziare chi vende e costruisce bombe. Più che altro fanno vittime tra la popolazione civile che già è massacrata da quei delinquenti dell’Isis. Le linee militari non vengono assolutamente colpite. Vien da pensare che o siano totalmente incapaci o lo facciano apposta a mancare sempre il bersaglio!”
Cosa ha impedito all’Isis di conquistare Alqosh, a parte la resistenza dei peshmerga?
“Posso darti tre motivi. Il primo è la grande croce che abbiamo costruito in cima alla città e che ci protegge”.
Va bene. Adesso dimmi gli altri motivi?
“La strada che ogni giorno viene percorsa da centinaia di camion carichi di varie merci, armi comprese, che porta da Istanbul al sud dell’Iraq. La pista d’asfalto corre a pochi chilometri a sud di Alqosh, tra noi e le linee dell’Isis. Quella non gliela hanno mai lasciata prendere. Quando ci provano, i bombardamenti franco americani colpiscono gli obbiettivi giusti! Ma forse il motivo principale è un’altro ancora”.
Un’altra croce?
“No. Intendo l’enorme oleodotto che va da Kirkuk, il giacimento di petrolio più grande del mondo, a dove non si sa. Il tubo corre a ridosso dell’autostrada. Neppure quello gli hanno mai lasciato prendere. E’ brutto dirlo, ma è la nostra assicurazione sulla vita”.

La guerra degli inganni. Intervista con Gideon Levy

140808095340-gideon-levy-story-topUn israeliano come tanti. Nato e cresciuto in una Tel Aviv in perenne stato d’assedio e bombardato sin dai primi anni di scuola dalla macchina della propaganda. Così si racconta il giornalista Gideon Levy ai ragazzi del liceo artistico Guggenheim di Venezia che ha incontrato nell’aula magna del loro istituto giovedì scorso. Un israeliano come tanti con soltanto una particolarità in più.
Lui, si è fatto delle domande.
“Sin da bambini ci raccontano che le sole vittime siamo noi, che gli arabi vorrebbero buttarci tutti a mare, che il nostro esercito è il più morale del mondo, che è cosa normale accettare la brutalità di quanto accade a pochi metri da noi, che non ci sono alternative a questo stato di cose. Quando ho cominciato a fare il giornalista ed a girare per i territori palestinesi, ho cominciato a chiedermi come tutto ciò fosse possibile. Come può essere il più morale del mondo un esercito che massacra donne e bambini? Come può una società come quella israeliana che, se un terremoto sconquassa Haiti è la prima a portare soccorso, possa convivere con tutto questo orrore? Eppure, se fate queste domande ad un israeliano, vi risponderà offeso che sono loro, le vere vittime“.
Gideon ricorda Golda Meir, una delle fondatrici dello Stato di Israele, che ripeteva “Non perdoneremo mai ai palestinesi di averci costretto ad ammazzare i loro bambini”. Ma c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo. E Gideon Levy se lo è chiesto, prima ancora che come ebreo, come vero giornalista.
“L’idea che noi siamo il popolo eletto è radicata in Israele non solo tra i religiosi ma anche in chi non è credente e non lo ammetterebbe mai: ‘Noi siamo l’élite dei popoli della terra, noi siamo le più grandi vittime della storia. Dopo l’olocausto, noi abbiamo il diritto di fare quello che vogliamo, di prenderci tutto quello che ci aggrada’. Nella storia dell’uomo ci sono tante occupazioni ma quella di Israele in Palestina è l’unica in cui gli aggressori si presentano come vittime. ‘Noi non vorremmo occupare ma siamo costretti a farlo! I palestinesi sono dei mostri e ci ucciderebbero tutti se potessero’ ”.

Una spessa coperta di bugie che è dura da sollevare perché è saldamente cucita da tutti i settori della società israeliana, dall’esercito all’istruzione, dal governo ai servizi segreti, dai mass media ai lettori.
“Non c’è particolare censura nel mio Paese. Sono i giornalisti che non vogliono raccontare la verità. Preferiscono tranquillizzare i loro lettori raccontando la frottola che tutto va bene. Dissenso? Certo. Ci sono numerosi, eroici, gruppi di ebrei che si battono per i diritti umani, ma sono assolutamente minoritari. Inoltre, nessun giornale da loro spazio e li bolla anzi come traditori. Io, che ho raccontato la vera occupazione di Gaza, ho dovuto girare con la scorta. E quando ho scritto che trattiamo i palestinesi come animali, mi sono arrivate centinaia di lettere di protesta… ma da parte delle associazioni di tutela degli animali!”
Alle basi di quanto accade, sostiene Levy, c’è il tacito consenso della comunità internazionale che, per comodo o per sensi di colpa non ancora superati, consente ad Israele di fare ciò che non permetterebbe mai ad altre nazioni. Quello che è apartheid in Sudafrica, in Israele è legittima difesa.
“Eppure cosa è, se non apartheid, quanto accade da noi? Fino a quando Israele non pagherà a livello internazionale il prezzo della sua arroganza, non ci sarà speranza in Palestina”.
La pace, spiega Gideon, passa lungo la strada della democrazia. Inutile farsi illusioni sulla vecchia proposta “Due popoli, due Stati”.
“Ci sono 600 mila coloni nei territori occupati. Non vedo nessun politico che voglia o abbia la capacità di sgomberarli. E, d’altra parte, il Governo ha permesso la colonizzazione dei territori proprio per scongiurare la creazione di uno Stato autonomo palestinese. A questo punto, sperare di salire su questo treno già partito, sarebbe solo una perdita di tempo. Dobbiamo capire cosa è Israele oggi e renderci contro che, in realtà, Israele è tra Stati. Il primo, democratico e difensore dei diritti civili, con i suoi cittadini ebrei. Il secondo, quello della discriminazione nei confronti dei suoi cittadini di origine palestinese. Il terzo, quello dell’apartheid, quello che uccide e tortura le donne, gli uomini e i bambini dei territori occupati. Questo triplice sistema deve essere abbattuto con la formula: un solo Stato per tutti, con uguali diritti per tutti. Le colonie? Restino, ma su una base democratica. Ma per arrivare a ciò, la comunità internazionale deve rendersi conto che Israele è uno Stato come gli altri e non gli è permesso discriminare in base alla razza. Proprio come non è stato consentito di farlo al Sudafrica. Inutile sperare che cambi qualcosa all’interno della società israeliana o che il Governo israeliano conceda a tutti gli stessi diritti, se ciò non gli verrà imposto con sanzioni e la perdita di finanziamenti dall’Europa e dagli Stati Uniti. Non vedo altri sistemi capaci di porre fine alle sofferenze del popolo di Palestina”.
Gideon Levy conclude con un messaggio di speranza.
“Nella storia, gli avvenimenti accadono spesso inaspettati. Penso al muro di Berlino e alla caduta dell’impero sovietico. Chi se lo sarebbe aspettato, solo qualche mese prima? Proprio come quegli alberi che ammiriamo alti e forti. Poi, improvvisamente un giorno, li vediamo crollare e scopriamo che erano marci dentro. E io non riesco ad immaginarmi nulla di più marcio dell’occupazione israeliana in Palestina”.

Wirikuta, il deserto dove l’uomo bianco ruba il sole

Il sole è nato a Wirikuta. Tanto tempo fa, quando quasi la totalità della terra era coperta dalle acque ed i nostri antenati vivevano in una canoa, il sole bambino si levò dalla collina sacra chiamata Cerro Quemado. Camminò per tutto il giorno e, già grande, si fermò sopra le nostre teste, asciugando il mondo che ha la forma tonda di un peyote. Quindi scese ad Haramara, nel lontano ovest, si trasformò in un serpente e dovette lottare per la sua vita. Vittorioso, salì ancora in cielo da est, soffermandosi in tutti i luoghi in cui gli antichi avevano piantato alberi affinché egli non cadesse. E così il tempo degli dei si tramutò nel giorno e nella notte, affinché il popolo degli uomini potesse vivere.
Così raccontano gli sciamani huichol ai xukuri kate, che significa pressapoco “portatori delle ciotole”, che si apprestano al lungo pellegrinaggio verso la collina sacra per raccogliere il cactus hikuli, meglio conosciuto da noi come “peyote”. Non importa la strada. Quello che conta è il viaggio. Come recita un antico proverbio huicol, “tutte le strade portano a Wirikuta”. L’importante è andare, rinnovare l’antico patto tra il dio e l’uomo, conoscersi per quello che si è e conoscere il mondo per quello che noi siamo. Perché le credenze, come ha spiegato Lévi-Strauss con la sua scienza del concreto, altro non sono che fatti pragmatici. Wirikuta non è solo un pezzo di deserto nello Stato messicano di San Luis Potosí, ma l’essenza stessa, la ragione di esistere del popolo huicol.
Di tutto questo, la compagnia mineraria canadese First Majestic Silver vuol fare un bel piazza pulita, con la complicità del governo messicano che ha pensato bene di mettere all’asta una terra che non era sua ma degli huicol. Non è la prima volta che questo accade nel mondo. In particolare, nell’America latina. In particolare, qui nel deserto di Wirikuta, dove già nel 1600 gli spagnoli, alla ricerca di miniere d’argento, causarono lo sterminio degli indigeni guachichiles.
Oggi la storia rischia di ripetersi con altri carnefici e con altre vittime.
“Gli huicol vedono in Wirikuta la propria casa, il cielo, l’universo. Questo luogo è il fondamento stesso del loro divenire materiale e immateriale. A Wirikuta le essenze delle divinità wixaritari si incontrano con la biodiversità. Wirikuta è anche riconosciuto come Luogo Sacro Naturale del popolo huichol. Nell’ottobre 2000 è stato dichiarato Area Naturale Protetta per il suo grande interesse naturalistico. Purtroppo, come abbiamo visto, questo non ha impedito che diversi governi abbiano concesso licenze minerarie su questo territorio” spiega l’antropologo messicano Arturo Gutiérrez del Ángel, una delle più autorevoli voci che si sono spese contro le concessioni minerarie nel Wirikuta.
A fianco degli indigeni, sono scesi in campo gli ambientalisti, in nome di un “diritto alla natura” che accomuna popoli antichi e moderni ecologisti che sanno guardare al futuro senza perdere di vista il passato. Il Wirikuta è una delle tre aree semidesertiche biologicamente più ricche del pianeta; ospita specie endemiche esclusive, e - per quel che vale - è stato dichiarato area protetta anche dall’Unesco. Da sottolineare che la zona minacciata dalle estrazioni minerarie, che poi è quella dove si svolge il pellegrinaggio dei xukuri kate, pur facendo geograficamente parte del deserto di Chihuahua per appena lo 0,28 per cento della sua superficie complessiva, ospita il 50 per cento della flora, l’85 per cento degli uccelli e il 60 per cento dei mammiferi della regione. Nel territorio sono state riconosciute 453 specie florali, alcune di queste a rischio di estinzione, come il peyote. Questo paradiso di biodiversità è messo a rischio dall’attività estrattiva canadese che presuppone l’uso di inquinanti chimici, di cave a cielo aperto e di esplosivi. Senza contare l’enorme utilizzo di acqua per la lavorazione del materiale che, in una regione arida come questa, sarebbe sottratta alle coltivazioni e all’ecosistema, con l’effetto di desertificare tutto.
Nel Wirikuta, come in tutto il mondo, la battaglia per l’ambiente è la battaglia per la democrazia. La Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sugli indigeni tribali stabilisce che l’organo della consulta è un diritto di tutti i popoli. Lo Stato messicano l’ha adottata ufficialmente nel giugno del 1990. Eppure questo diritto viene sistematicamente negato ogni qual volta si presenta all’orizzonte una “grande opera” che colpisce gli interessi degli indigeni ma che è sostenuta da un potentato economico.
“Perché - si chiede Arturo Gutiérrez del Ángel - negli ultimi anni si concedono indiscriminatamente terre messicane e di altri paesi impoveriti a imprese minerarie soprattutto canadesi? Perché gli Stati, tanto in America Latina quanto in Asia o Africa hanno risposte tanto deboli di fronte a queste imprese? Certo, il denaro e la corruzione sono il lubrificante che permette il movimento di questo meccanismo ma non è questa la sola spiegazione. Il governo federale canadese, nonostante tutti i trattati sui diritti umani che ha sottoscritto, continua ad offrire alle imprese minerarie protezione giuridica ed economica perché non si sentano minacciate da nessun tipo di atti di pressione”.
Ma c’è anche un altro scenario da considerare. In Messico, come in altri Paesi dell’America latina e dell’Africa, l’attività mineraria era stata parzialmente abbandonata dopo una serie impressionante di fallimenti e di devastazioni ambientali che avevano portato interi popoli che prima campavano con proprie risorse a mendicare negli “slum” delle grandi città. La tendenza si è invertita quando, sul finire degli anni novanta, nel panorama dell’economia globale si è affacciato un nuovo attore: la Cina comunista. Metalli come lo zinco, l’oro, l’argento, lo stagno, il bronzo, il nichel e il ferro sono indispensabili per la nuova potenza industriale che spinge per riaprire un mercato nel quale i diritti umani contano zero ma al quale i governi più poveri, e più ricattabili, non sanno rinunciare. Secondo il rapporto 2012 di The Gaya Foundation, tra il 2005 e il 2010 il settore minerario cinese è aumentato del 25 per cento e, nello stesso periodo, sono stati portati avanti 173 progetti minerari in 212 comunità di 16 Paesi dell’America latina. Nessuna di loro è stata preventivamente consultata sull’avvio del progetto, alla faccia della Convenzione 169 dell’Onu.
“In Messico, negli anni ’90 - conclude Arturo Gutiérrez del Ángel - il governo del presidente Ernesto Zedillo ha aperto le porte alle imprese minerarie, offrendo concessioni senza misurare le conseguenze sociali ed economiche che si sarebbero avverate nel futuro. L’aumento in scala dell’estrazione mineraria negli ultimi dieci anni è stato sorprendente e spaventoso. Sappiamo che le imprese minerarie non si auto regolano affatto. Sono gli Stati che dovrebbero avere questo ruolo. E decisioni di questa portata devono sorgere dal consenso emanato da una consulta aperta, trasparente e pubblica, di tutti gli attori coinvolti, in primis, i popoli indigeni. Gli alti livelli del potere federale non possono decidere quello che conviene ai popoli. Gli huicol devono essere gli architetti del loro futuro e hanno l’inviolabile diritto di conservare la propria tradizione, che dipende sostanzialmente, e non misticamente, da Wirikuta”.

¿Dónde están todos?


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Il 26 settembre 2014 a Iguala, nello Stato del Guerrero, Messico, 43 studenti della scuola rurale di Ayotzinapa vengono sequestrati da uomini incappucciati. Secondo il Governo, sono stati fermati dalla polizia municipale e poi consegnati ai narcotrafficanti che li hanno massacrati. Ma i corpi non si trovano ancora e la versione ufficiale contrasta con la realtà dei fatti. Padri e madri dei ragazzi desaparecidos domandano giustizia e chiedono: "Dove sono tutti?"

Caracol di Oventic, Stato del Chiapas, 31 dicembre 2014

Freddo, pioggia e fango. Sul grande palco nel cuore del villaggio controllato dall'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, il sub comandante insorgente Moises dà il benvenuto ai familiari delle vittime di Ayotzinapa. Sono i padri, le madri e i fratelli dei 43 studenti indigeni rapiti il 26 settembre scorso. Non portano né paliacate né cappuccio nero. Sul loro viso si legge solo sofferenza. Salgono lentamente sul palco, reggendo ciascuno una grande foto di un ragazzino scomparso. Dai guerriglieri e dalle guerrigliere zapatiste si alza un urlo di dolore: "Vivos los llevaron, vivos los queremos". Vivi li hanno portati via, vivi li vogliamo. Manca un'ora allo scoccare della mezzanotte. Prende la parola il padre di Manuel. Aveva 15 anni, faceva il contadino e studiava perché voleva diventare un maestro.

Novantasei giorni prima
Tutte le ricostruzioni di quanto accaduto quel venerdì 26 settembre, ad Iguala, cittadina di 120mila abitanti dello Stato del Guerrero, sono lacunose o addirittura fuorvianti. Basti pensare che il primo comunicato della polizia municipale recitava: "Non è accaduto niente di significativo". Solo sei morti, una trentina di feriti di cui due tuttora in gravissime condizioni e 43 desaparecidos. Ecco il "niente di significativo"!
Ma per comprendere l'accaduto, è indispensabile capire cosa sono le scuole normali rurali in Messico.



Le scuole del diavolo
Nate sull'onda della rivoluzione dei primi del '900, quella di Francisco Villa ed Emiliano Zapata, le normali rurali sono tuttora il solo orizzonte scolastico che si apre ai figli dei campesinos e va dato loro il merito di aver alfabetizzato intere generazioni di indigeni. O il demerito, se vogliamo vederla dal punto di vista dei latifondisti e della gerarchia cattolica che hanno sempre visto con sospetto l'avvicinarsi degli indigeni ai libri, sino a definire le rurali: "las escuelas del diablo". Pur se previste nell'articolo 3 della Costituzione, negli ultimi vent'anni le normali sono state penalizzate e criminalizzate dal Governo. Lo stesso presidente Enrique Peña Nieto le ha definite "covi di guerriglieri" e "nidi di bolscevichi". E, va detto, che dal suo punto di vista ci ha pure ragione, il presidente! Dalle rurali escono i "maestri" che insegnano ai campesinos indigeni che quella terra che lavorano è la loro terra, un bene che non si vende e non si compra. Un diritto che va difeso tanto dai narcos quanto dal mal gobierno che, su quella terra che dà vita e dignità a tanta gente, hanno le stesse identiche mire: venderla (regalarla) ai latifondisti. I primi ci vogliono far droga, i secondi cassa (c'è la crisi, no?)
Di oltre cento che erano, oggi di rurali ne sopravvivono solo 17. Studenti, maestri e comunità indigena tengono duro. Ma il prezzo che queste scuole pagano è pesante. Nel solo Stato del Guerrero, dei 17 civili uccisi dai
narcos nel 2014, 15 erano normalisti. Dei 33 desaparecidos, 28 frequentavano, o avevano frequentato, le rurali.

Quel 26 settembre ad Iguala
Cosa è successo quel giorno ad Iguala? Quello che è sicuro è che un centinaio di ragazzi indigeni provenienti dalla scuola normale rurale "Raúl Isidro Burgos" di Ayotzinapa, si è recato nel capoluogo, a 120 chilometri di distanza, per "sequestrare" tre autobus di una compagnia privata con l'intento di recarsi a Città Del Messico per partecipare all'annuale manifestazione in ricordo della strage di piazza Tlatelolco, dove il 2 ottobre del 1968 oltre 300 studenti furono massacrati dalla polizia.
Va detto che il "sequestro" degli autobus per partecipare alla manifestazione studentesca del 3 ottobre, in Messico. è una "tradizione" che si ripete ogni anno. Tanto è vero che in giorno precedente gli autobus sono lasciati con la porta aperta per evitare scassi, senza benzina, con l'assicurazione in regola e, alla fine, vengono sempre restituiti in buone condizioni. I gestori inoltre, quasi mai sporgono denuncia.
Ma stavolta qualcosa è andato storto.

Signor sindaco e signora
Quel venerdì a Iguala era un giorno speciale. Il signor sindaco uscente, José Luis Abarca, presentava il candidato del suo partito, il Prd (centrosinistra), alle prossime elezioni: sua moglie, María de los Ángeles Pineda. L'arrivo degli studenti fu visto come una provocazione e, secondo quanto affermano la Procura e il Governo, fu proprio lui a scatenare la polizia municipale contro i ragazzi. Il primo scontro avviene nel pomeriggio. I poliziotti intimano ai ragazzi di consegnarsi. Gli studenti rispondono con le pietre e la polizia spara, uccide un ragazzo e ne ferisce altri dieci. Verso sera, il secondo scontro. Un ragazzo sputa in faccia ad un poliziotto che gli intima di allontanarsi. Viene arrestato e portato via. Il giorno dopo il suo cadavere sarà ritrovato a 200 metri di distanza con la faccia scarnificata e senza occhi. Nel tentativo di farlo rilasciare, i giovani riprendono a lanciare pietre ma arrivano squadroni di incappucciati che sparano a tutto ciò che si muove. Uccidono un tassista e una signora di passaggio. Sparano su un autobus con i colori simili a quelli degli studenti. Dentro c'è una squadra di una scuola locale e ammazzano un ragazzino. Uccidono altri 2 studenti della rurale e ne feriscono gravemente una ventina. Nel parapiglia, gli incappucciati e i poliziotti sequestrano gli occupanti dell'ultimo autobus, dove c'erano i ragazzi più giovani, quelli dei primi anni.
Sono questi i 43
desaparecidos.

Arrestato il sindaco. Anzi, no. Anzi, sì.
Il giorno dopo, il sindaco di Iguala cerca di sdrammatizzare l'accaduto. "Una scaramuccia con alcuni facinorosi", ed offre di tasca sua un risarcimento di 60mila pesos (3mila euro) ai familiari delle vittime che i parenti dei ragazzi della rurale di Ayotzinapa rifiutano sdegnosamente, pur se una cifra del genere, per un campesino, non la mette assieme in tutta la vita.
Grazie ai giornalisti locali che erano stati convocati in conferenza proprio durante il secondo attacco, la storia fa il giro del mondo. Il Governo e la Procura Federale sono costretti ad intervenire, arrestando 22 poliziotti municipali. La versione che viene data è che questi siano in combutta con i
narcos e che siano stati questi ultimi a massacrare i giovani, dopo che i poliziotti glieli hanno consegnati. Nei giorni seguenti viene tirato dentro anche il primo cittadino che fa in tempo a scappare con la consorte.
Verranno arrestati due volte. La prima volta a Veracruz, la seconda in un quartiere di Città del Messico.
Luis Hernàndez Navarro, direttore de La Jurnada, uno dei principali quotidiani messicani che mi ha gentilmente ricevuto in redazione, mi spiega come funziona la faccenda. "Il doppio arresto è, purtroppo, una pratica consolidata nel mio Paese. La Procura prima ha prima dato notizia dell'arresto del sindaco a Veracruz, a casa di un noto trafficante di droga che è padrone di mezza città. Due giorni dopo ha smentito tutto. Altri due giorni dopo e José Abarca è miracolosamente arrestato un'altra volte. Dove? In un quartiere del Distretto Federale che è una roccaforte storica del Prd. In modo da non turbare la tranquillità del noto ed intoccabile trafficante, ma lasciando intendere che il fuggitivo è stato protetto dal suo partito. Insomma, il Pri al Governo non ha perso l'occasione di giocare la partita provando ad addossare tutte le colpe al partito rivale, accusandolo di essere dalla parte dei
narcos".

Ma chi sono i narcos?
La tesi che sposano la Procura e il Governo Federale è che la strage sia da imputare esclusivamente ai corrotti politici del partito di opposizione che hanno consegnato i giovani ai narcos.
Se ne esce pubblicamente pure il presidente Enrique Peña Nieto che in una conferenza stampa si alza in piedi alzando il pugno chiuso ed urla: "Todos somos Ayotzinapa!"
Come? Il presidente Nieto? Proprio
quel Nieto? Già proprio quello. L'ex governatore mandante della repressione di Atenco, quando il 5 maggio 2006 la polizia ammazzò una persona, ne arrestò oltre 400 persone (di cui 17 sono tutt'ora desaparecidos). Quel Nieto che ordinò di stuprare le 42 donne arrestate per "dare loro una significativa punizione". Quel Nieto riconosciuto colpevole, graziato e poi eletto presidente dello Stato.
Ma davvero la colpa è tutta del corrotto sindaco Abarca quanto accaduto a Iguala?
Gli studenti rurali, tanti testimoni neutrali, gli stessi giornalisti hanno raccontato che agli scontri hanno partecipato anche federali e militari. "Il punto è proprio questo - sottolinea il direttore de La Journada-. Sono stati arrestati, sino ad ora, solo poliziotti municipali ma non erano loro a sparare ai ragazzi, quella notte".
Uomini e mezzi dell'esercito sono intervenuti agli scontri. Anche le telecamere di sicurezza lo hanno dimostrato. Il Governo Federale e l'esercito non possono dichiararsi innocente.
"Con questo massacro il Messico si è giocato quella poca credibilità internazionale che gli rimaneva - conclude Hernàndez -. Nieto è riuscito a farsi scaricare anche da alleati storici come il Vaticano e la Casa Bianca, che è anche la paladina di quell'antiproibizionismo che versa ogni anno miliardi di dollari assassini nelle tasche dei
narcos. Mi domando allora, se davvero il Governo Federale non sapeva niente e non sta coprendo nessuno, perché pagare un costo politico così elevato? Mi chiedo anche se sia un caso che non ci sia una linea investigativa nei confronti dell'esercito che certo, quella notte, non è stato a guardare. La caserma di Iguala è notoriamente legata al cartello narcos dei Cavalieri Templari. Insomma, il Governo dice che sono stati i narcos. Ma chi sono i narcos in Messico, mi domando?"

¿Dónde están todos?
Intanto i corpi dei 43 ragazzi non si trovano da nessuna parte. La procura federale se ne esce una settimana sì e una no con una risposta differente. Senza peraltro spiegare come sia arrivata a questa ipotesi. "Sono stati gettati in un lago profondo". Ma non ci sono laghi così profondi nelle vicinanze da non poterci fare una immersione. "Sono stati bruciati nella discarica di Iguala". Ma aveva piovuto per tutta la settimana. Carbonizzare 43 corpi senza che resti traccia identificabile col Dna comporta un grande falò che dovrebbe ardere per almeno una giornata. Nessuno degli abitanti delle case che danno sulla discarica ha visto qualcosa di simile.
I militari consegnano ad una associazione di medici argentini che seguono il caso come periti di parte dei familiari, un osso di un dito e un dente. Viene identificato come appartenente ad uno studente. Ma i soldati si rifiutano di dire - per motivi di sicurezza nazionale! - dove lo hanno trovato. Intanto, vengono alla luce decine di fosse comuni. Ci sono centinaia di corpi ma nessuno, sino ad ora, appartiene agli studenti di Ayotzinapa.
A metà dicembre la Procura decide di aver fatto abbastanza per degli indigeni. Sospende le ricerche per il periodo della vacanze natalizie con la scusa di attendere gli esiti degli esami sui corpi già trovati nelle fosse. In realtà, vuole lasciar scorrere un po' d'acqua sotto i ponti, sperando che i media parlino d'altro e che i familiari dei
desaparecidos si mettano il cuore in pace, magari accettando la "generosa" riparazione economica offerta dal Governo.
Ma con questa gente qua, hanno fatto male i conti.

Quartiere Meraviglia
San Cristobal de las Casas. Tra le ultime case dell'elegante cittadina del Chiapas e la selva sorge il Quartiere Maravilla. In realtà, è una favella fetente. L'unica "meraviglia" è che la gente riesca a sopravviverci. Eppure, proprio al centro della baraccopoli, troviamo una vasta area ben curata: ci sono scuole, aule studio con computer, case per studenti e maestri, biblioteche, sale riunioni, collegamenti alla rete, serre didattiche. Pure le aiuole sono fiorite. Tutto è pulito e colorato. Le targhe davanti alle aule ricordano Ivan Illich, Immanuel Wallerstein, Raimon Panikkar... Siamo all'Università della Terra, dove i ragazzi dei villaggi zapatisti vengono a studiare dopo le elementari. Qui, dove si sta svolgendo la parte finale del Festival della Rebeldia, incontro il giovane rurale Omar Garcia. Quella notte a Iguala, si è salvato solo perché ha cercato di portare in ospedale un compagno ferito alla testa da una pallottola e tuttora in coma profondo. "I politici al potere, ed anche quelli all'opposizione, ci vorrebbero rassicurare dicendo: tranquilli, prenderemo i colpevoli e li castigheremo. Non hanno capito che non è questo il vero punto della questione. Noi non ci accontenteremo di veder punita la mano che ha ucciso, e neppure il diretto mandante, fosse pure ad alto livello. Quello che noi chiediamo è la messa in stato d'accusa dell'esercito e del sistema politico stesso. Quello che noi vogliamo è una giustizia vera. Quello che noi pretendiamo è terra e dignità. Quello che per cui siamo pronti a morire ancora è la democrazia".

Feliz año nuevo
Caracol di Oventic. Il papà di Manuel che voleva fare il maestro comincia a parlare. "Siamo indigeni, siamo contadini, siamo poveri. Difendiamo la nostra terra come la nostra vita. Paghiamo un prezzo altissimo alle violenze dei narcos e del Mal Gobierno che vogliono rubarci la terra e la vita. Ma oggi ci hanno inferto un dolore infinito. Dove sono i nostri figli? Sono vivi? Sono morti? Li stanno torturando?"
L'anno nuovo è già arrivato da un pezzo ma nessuno ha voglia di brindare. Dietro il cappuccio nero, gli occhi dei guerriglieri zapatisti si riempiono di lacrime.



I miei tre incontri col subcomandante Marcos

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Venezia - La prima volta che l’ho incontrato ero al caracol de La Garrucha. Ciondolavo in santa tranquillità nella mia amaca, sotto la tettoia che gli zapatisti avevano riservato a noi “internazionali”. Oh... mica una amaca qualsiasi! Era una di quelle intessute dai “presos politicos” e vendute per sostenere le lotte dall’interno delle carceri. I “presos” sono indigeni che hanno appoggiato la rebeldia e che per questo sono finiti dietro le sbarre dopo processi che definire “sommari” è fargli un complimento. Processi nei quali vengono interrogati e giudicati in una lingua - lo spagnolo - che neppure parlano o capiscono compiutamente. Se in qualche centro sociale vi capita di trovare un mercatino di Ya Basta comperatene una anche voi, di queste grandi e comodissime amache.
Fatto sta che mi stavo appisolando sotto l’ampio cielo del Messico con un dito a tenere il segno sul libro di Cacucci (chi altri?) abbandonato sul petto, quando un “compa”, un compañero, col paliacate sul volto mi viene vicino e mi sussurra “Marcos esta llegando”. Quindi fa il giro dell’accampamento a svegliare allo stesso modo tutti gli altri belli addormentati delle brigate mediche di Ya Basta che senza patemi d’animo si erano calati nel rito tutto messicano della siesta. Che a queste latitudini dura dalle 2 alle 5 del pomeriggio e forse qualche cosa in più.
Intanto che cercavo pazientemente le mie scarpe che i bambini del villaggio avevano preso l’abitudine di nascondermi ogni volta che mi arrotolavo nell’amava, il “compa” ci spiega che il sub intende incontrarci. Il che era di per sé un vero avvenimento perché da perlomeno due stagioni Marcos non era più uscito pubblicamente e, come sempre, al di là dei confini del Chiapas cominciavano già a fiorire leggende su un suo ritiro politico se non addirittura sulla sua dipartita eterna. Sempre il “compa” ci invita a fare un po’ di spazio per permettere anche a tutta la gente del caracol di entrare nel capannone e ascoltare il sub. In fretta, addossiamo gli zaini su una parete e cominciamo a slegare tutte le nostre amache che avevano rigorosamente sistemato nella maniera più casuale possibile (di notte ogni tanto si rompeva un palo e qualcuno finiva col sedere a terra tra le risate generali) così che il capannone degli internazionali pareva una ragnatela intessuta da un ragno drogato con l’lsd. In pochi secondi facciamo piazza pulita e ci precipitiamo fuori, nel grande spiazzo che sta davanti al grande Agua Caliente, quella sorta di teatro rialzato che si trova in ogni caracol zapatista. Cinque minuti dopo arriva il subcomandante.


Assistere all’arrivo di Marcos in un villaggio del Chiapas è una di quelle cose che ti vien da dire: “Cazzo! Valeva la pena vivere solo per essere qui in questo momento”. Gli insurgentes col passamontagna nero e la divisa dell’esercito messicano che si schierano in picchetto d’onore, le donne e gli uomini delle tante “commissioni” e della junta de buen gobierno del caracol che si preparano all’accoglienza tirandosi i rammendi sui vestiti, l’orchestrina dei milites col paliacate che intonano l’inno zapatista “Vamonos adelante” su strumenti che li diresti buoni solo per far legna, bambini che corrono dappertutto, qualche donna anziana che esce dalla sua casa con una torta di mais in mano (che il sub non rifiuta mai). E poi arriva lui, a cavallo, testa alta, con la pistola sotto l’ascella, fumando la sua pipa, seguito da una dozzina di cavalleggeri col passamontagna. I primi due reggono la bandiera insorgente con la stella rossa e il tricolore con l’aquila che attacca il serpente del Messico. “Cazzo! Valeva la pena vivere solo per essere qui in questo momento”.
Questa è stata la prima volta che l’ho incontrato. La seconda volta è stata a San Cristobal de las Casas al festival della Degna Rabbia dove il subcomandante dell’Ezln, l’esercito zapatista di liberazione nazionale, ha narrato ad una platea di ribelli venuti da tutto il mondo la storia dei venti che soffiavano sul capitalismo mondiale. Ci sono tante ingiustizie al mondo. Perpetrate in nome dell’interesse di pochi ai danni di indigeni delle selve o delle montagne, di residenti di periferie di immense città, di sfrattati, di contadini derubati della terra, di migranti, lavoratori, sfruttati, povera gente. Ebbene, viviamo tutte queste ingiustizie come se fossero fatte a noi stessi. Incazziamoci quindi. Ogni giorno più di ieri. Ma che sia una rabbia giusta e degna che abbia come obiettivo la giustizia e la libertà. Tutto deve essere di tutti, niente deve essere solo per noi. Para todos todo, nada para nosotros.
La terza volta l’ho intravisto solo. Un capodanno che batteva un freddo cane. Ero al caracol di Oventic. Ho aspettato l’anno nuovo brindando con la camomilla perché gli alcolici sono vietati nei municipi zapatisti ed era finito anche il tè. Il sub ha fatto una comparsata sul palco ma non ha detto nulla perché era una giornata di festa e magari voleva divertirsi pure lui. Gli indigeni, i milites e gli insurgentes ballavano nella piazza senza levarsi dal volto paliacate e passamontagna. E col vento che tirava avrei voluto averlo pure io un passamontagna.
Adesso vengo a sapere che non ci sarà un quarto incontro. Qualche giorno fa, dal caracol della Realidad, in una cerimonia di commemorazione di José Luis Lopez Solis “Galeano”, il maestro elementare assassinato da una banda di paramilitari, il subcomandante Marcos ha salutato tutti e se ne è andato. E se ne è andato come era venuto, sorprendendo tutti. “Noi crediamo che è necessario che uno di noi muoia affinché Galeano Viva. Quindi abbiamo deciso che Marcos oggi deve morire”.
Il discorso integrale tradotto in italiano lo potete trovare sul sito di
Global Project. Vi assicuro che vale la pena leggerlo.
Marcos è sceso dal palco e se ne è andato con le luci spente, seguito dall’applauso, l’ultimo, della sua gente. Se ne è andato come doveva andarsene perché Marcos, lui stesso lo ha sempre rimarcato, a guardar bene non è mai esistito.
“E’ una nostra convinzione ed una nostra pratica - ha ricordato salutando tutti - che per ribellarsi e lottare non sono necessari né leader né capi né messia né salvatori. Per lottare si ha solo bisogno di un po’ di vergogna, un tanto di dignità e molta organizzazione.
Non è un addio quindi, per tutti quelli come noi che, davanti a quanto accade nel mondo, proviamo tanta vergogna, difendiamo coi denti quel po’ di dignità che riusciamo a mantenere e qualche volta proviamo pure ad organizzarci!
Non è un addio. Anche se ora so che non incontrerò più il mio subcomandante Marcos, so che c’è tanta, tantissima gente che dietro la faccia che mostrano tutti i giorni hanno un passamontagna nero. Tutti loro sono Marcos.
Todos somos Marcos.

Dall’Emilia a Srebrenica. Così la scuola che funziona combatte xenofobia e razzismo

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Sarajevo - Nel suo Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica, Alex Langer insisteva sulla importanza di coloro che lui definiva “costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. Oggi, quasi vent’anni dopo il tragico epilogo della sua vita a Pian dei Giullari, ci viene da pensare che l’ambientalista altoatesino sarebbe certamente contento nel vedere che una quarantina di studenti di due scuole superiori ferraresi ha voluto “continuare in ciò che era giusto” ed ha compiuto un intenso viaggio in quella Bosnia dove lui travasò tutto se stesso e dove, ancora oggi, la fine della guerra non ha portato la pace.
Fa anche piacere ogni tanto, a noi che scriviamo, riportare qualcuna di quelle “buone notizie” che per un certo giornalismo non è neppure “notizia” e constatare che la nostra scuola riesce ancora a dare agli studenti qualcosa che non sia solo un insieme di nozioni. Certo, il merito va più a quei pochi docenti che ancora riescono a trovare motivazioni nell’insegnamento, più che nei programmi scolatici o nei disastrosi tagli all’istruzione.
“Portare i nostri ragazzi a Saraievo e Srebrenica è stata una vera impresa! - mi ha confessato Grazia Satta -. Nelle nostre scuole oramai ci si accontenta di organizzare gite in località turistiche o settimane bianche per andare a sciare. Ma un preside o un docente che vogliano proporre qualcosa di più, come un viaggio di istruzione in Bosnia per discutere di pace e dei problemi della convivenza interetnica, si trovano con tanti muri da superare. Eppure, mi chiedo, non è forse questo che la scuola dovrebbe fare?”


Sempre quei muri che Langer ci chiedeva di saltare. Ed è quanto hanno fatto 26 studenti del triennio dell’Iti Ipsia Niccolò Copernico Carpeggiani di Ferrara e 14 l’Iti Ipsia di Portomaggiore. Quaranta ragazzi in tutto che - anche questo sarebbe piaciuto a Langer - rispecchiavano quel melting pot di culture e lingue che è la migliore Italia, che è l’Europa che verrà, che è il mondo. Tra loro c’erano ragazzi provenienti dal Pakistan, dall’Ucraina, dai Paesi Baltici, dall’Olanda... alcuni già cittadini italiani, altri col permesso di soggiorno in mezzo al passaporto da esibire alla frontiera europea per essere guardati con occhi sospetti dalle guardie. Come fossero diversi dagli altri!
Ancora muri da saltare, ancora ponti da costruire. Ma se un giorno riusciremo a costruire una Europa aperta e migliore, il merito sarà anche di chi si è speso per realizzare viaggi come questo. A chi, come i docenti Sergio Golinelli, Riccardo Rimondi e la già citata Grazia Satta sono convinti che la scuola pubblica non possa esimersi dal trattare tematiche di pace e convivenza. O come i due presidi, Francesco Borciani e Roberto Giovannetti, che hanno avuto la sensibilità di aiutarli arrabattandosi con la terrificante scarsità di risorse economiche che sta strangolando la scuola. Ed a questo proposito, un grazie va anche alla Rete Lilliput che ha contribuito generosamente alle spese.
E così, per una settimana, la carovana di studenti emiliani ha potuto viaggiare per i luoghi della guerra, attraversando la Sarajevo dei mille giorni d’assedio, la Srebrenica del massacro, il memoriale di Potocari dove riposano quasi novemila vittime innocenti che i Caschi Blu hanno mandato al macello. Un viaggio in cui hanno potuto conoscere e confrontarsi con i loro pari età bosniaci e farsi raccontare le trappole dell’odio etnico, le vigliaccherie del nazionalismo e le difficoltà di trovare risposte a chi addita nel “diverso” la causa di ogni male, istigando alla violenza e alla xenofobia.
Quelle stesse rispose che, grazie a questo viaggio, ora i quaranta ragazzi ferraresi sono pronti a dare anche in Italia.

Il Burundi si prepara alla pulizia etnica

Pasted Graphic
Il genocidio corre sul fax. Quattro pagine in tutto che portano la data di giovedì 3 aprile 2014. Quattro sintetiche pagine con le quali l’ufficio di rappresentanza dell’Onu di Bujumbura, capitale del Burundi, informa l’assemblea delle Nazioni Unite che il Cndd, il partito al potere nel piccolo Stato centrafricano, ha cominciato a distribuire armi, alcolici e uniformi ai miliziani dell’Imbonerakure.
Una storia che abbiamo già letto. Impossibile non ritornare con la memoria a quel sanguinoso aprile del 94’ quando in Rwanda il Governo distribuì birra e machete ai paramilitari dell’Interahamwe e cominciò il genocidio dei tutsi.
All’epoca, fu il generale dei Caschi Blu Roméo Dallaire che nel suo libro “Ho stretto la mano al diavolo” indicò questa mossa come il punto di non ritorno di quanto accadde poi, a spedire da Kigali un simile fax alle Nazioni Unite. Ieri come oggi, l’avvertimento e caduto nel vuoto e l’assemblea dell’Onu non si neppure degnata di una risposta.


I paralellismi con il genocidio rwandese sono davvero preoccupanti. In Burundi, come già era in Rwanda, la maggioranza hutu al Governo preme per rafforzare il suo potere ai danni della minoranza tutsi. La crisi e una politica economica asservita ai dettami di “sviluppo” imposti della Banca Mondiale che ha privatizzato l’intero Paese, svenduto le risorse e fatto piazza pulita di ogni ammortizzatore sociale, ha gettato la popolazione nella disperazione. Un palcoscenico ideale per dare sfogo all’odio razziale ed individuare nei tutsi la causa di tutti i mali che affliggono il Paese. Esattamente quento sta facendo il presidente Pierre Nkurunziza nell’intento di costringere la Corte Costituzionale a scombinare le carte in tavola e permettergli di ripresentarsi alle elezioni per il terzo mandato consecutivo. Proposta questa, che il Parlamento gli ha bocciato per un solo voto di scarto. L’asseblea degli eletti in cui è costituzionalmente garantita una forte rappresentanza tutsi compresa la carica di vice presidente, è il principale ostacolo che si frappone tra il presidente Nkurunziza e il consolidamente del suo potere politico. Per bypassare il legittimo parlamento, il presidente hutu ha proposto una dozzina di emendamenti alla Costituzione che mirano ad azzerare l’attuale equilbrio tra le due etnie e a consentirgli di non dover abdicare dopo la scadenza del suo secondo mandato, nel 2015. Il “pacchetto” prevede inoltre l’abolizione del diritto per militari e polizia di associarsi in sindacato e di scioperare, uno sbarramento al 5% per la rappresentanza dei partiti in parlamento, e l’istituzione di un insindacabile diritto di veto a disposizione del Capo del Governo (che è sempre Nkurunziza) sull’eleggibilità dei candidati alle elezioni presidenziali.
Un colpo di Stato in piena regola per attuare il quale, Pierre Nkurunziza deve necessariamente soffiare sul fuoco dell’odio interetnico e percorrere la stessa strada che in Rwanda ha portato alla guerra civile e al genocidio.
Secondo quando afferma il sempre ben documentato sito African Voices, dalle montagne del Burundi ha già cominciato a trasmettere Radio Rema Fm diffondendo notizie false sulle responsabilità dei tutsi nella crisi e incitando la popolazione al massacro. Anche questa è una storia già letta nel vicino Rwanda, quando Radio Mille Colline sputava odio su tutto il Paese invitando la gente a “schiacciare con ogni mezzo gli scarafaggi tutsi”. Stando ad una indiscrezione del giornale inglese Guardian, a tirare le file di Radio Rema Fm ci sarebbe lo stasso Georges Reggiu, già conduttore di Radio Mille Colline e condannato a svariati anni di carcere dal tribunale speciale costituitosi per giudicare i responsabili del genocidio rwandese. Grazie ad un accordo tra l’Italia e le Nazioni Unite, Reggiu, che aveva un passaporto belga, era stato estradato in Italia per scontare la sua pena ma fu, immediatamente e misteriosamente, graziato dal nostro presidente Silvio Berlusconi.
Georges Reggiu fu anche uno dei principali teorici del cosidetto “Potere Hutu” che afferma la superiorità della “razza hutu” sui tutsi cosiderati alla stregua di “blatte” da eliminare necessariamente prima di incamminarsi verso gli alti destini cui gli hutu sono destinati per grazie divina. Una ideologia (se possiamo chiamarla così) semplice ed efficace adatta a far presa su persone disperate, violente e alcolizzate come erano gli Interahamwe, “coloro che combattono assieme”, del Rwanda e ora gli Imbonerakure, “coloro che vedono lontano”, del Burundi.
Gli effetti di questo scroscio di violenza sono già palpabili nel piccolo Paese centrafricano. Le poche voci di ambientalisti, giornalisti e pacifisti che invitavano al dialogo e alla difesa dei diritti costituzionali, sono già state fatte zittire. Oltre un migliaio di persone - sia tutsi che hutu - sono state incarcerate. Altri ancora fatti sparire dalle milizie paramilitari. Il clou è stato toccato nell’ultimo 8 marzo, giornata mondiale della donna, quando una pacifica manifestazione nella capitale è stata repressa con brutalità inaudita, stupri e pestaggi compresi, dalle forze dell’ordine al diretto comando del presidente Nkurunziza. In questa occasione sono stati arrestati e già condanati all’ergastolo per “tentata insurrezione” tutti i 71 principali esponenti del Movimento Solidarietà e Democrazia, il primo partito di opposizione.
Lo scoppio di una guerra civile in Burundi rischierebbe inevitabilmente di estendersi ai Paese confinanti, Congo, Uganda e Rwanda per primi.
In Congo, ricordiamolo, sono tuttora stanziati i campi addestramento dei circa 12 mila miliziani dell Fdlr, le cosidette Forze democratiche per la liberazione del Rwanda che costituirono la manodopera per il genocidio perpetuato a colpi dei machete acquistati in saldo dalla repubblica Popolare comunista della Cina del ’94.
Ancora, storie già lette che si ripresentano nell’indifferenza, se non nella complicità, del mondo civile. Neppure un anno fa, nel settembre del 2013, col supporto neppure tanto velato del Governo congolese che sperava di toglierseli dal suo territorio, e della Francia che mirava a riconquistare l’influenza economica perduta dopo la presa del potere di Paul Kagame in Rwanda, i paramilitari dell’Fdlr tentarono inutilmente di invadere il Paese confinante per “finire il buon lavoro cominciato nel ’94”, come disse un loro esponente. L’operazione che in Francia chiamarono “Abacuguzi”, non riuscì per l’intervento di Inghilterra e Usa.
Ancora, come all’epoca del colonialismo, a dettare i tempi di stragi e genocidi sono sempre e comunque le civili potenze occidentali.
Vale la pena, in chiusura del mio articolo, di spendere due parole su tutsi e hutu. Contrariamente a quanto i più credono non si tratta di due diverse etnie. Piuttosto, come spiega l’indimenticabile giornalista Ryszard Kapuściński, si tratta di due caste: i tutsi legati all’allevamento e alla gestione del potere politico, e gli hutu all’agricoltura. Ma gli appartenenti all’una o all’atra casta sono biologicamente indistinguibili gli uni dagli altri. Non si trattava neppure caste chiuse, come quelle indiane. Il re del Paese della Mille Colline aveva il potere, ad esempio regalando una mandria ad un suo fedele vassallo, di elevare un hutu in tutsi. La cattiva sorte o la perdita dei suoi “lunghe corna” trasformava invece un tutsi in hutu. Furono i colonizzatori belgi e in particolare i missionari cristiani a farne due etnie, formalizzando l’appartenenza alla “razza” tutsi o hutu sui documenti. Una mossa pensata per dividere il Paese e governarlo meglio, contando sulla minoranza tutsi per affiancare i “padroni bianchi” sulla gestione del potere politico.
Neppure 50 anni dopo, tutto ciò si tradurrà in genocidio. Una parola che prima che arrivassero i colonizzatori era non solo sconosciuta ma anche intraducibile nelle tante lingue del continente nero.

Brasil Em Movimento

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Venezia - Nel giugno di quest’anno è accaduto qualcosa che nessuno si sarebbe mai aspettato. Migliaia e migliaia di brasiliani occupavano le strade di Rio, di San Paolo e di altre città per dire no al calcio. I riflettori delle televisioni di tutto il mondo venute a seguire le partite della Confederation Cup, non potevano ignorare quel mare di gente che alzava al cielo cartelli scritti per lo più in inglese per farsi leggere da tutti, con scritte come “We don’t need the world cup” e “We need money for hospitals”.
Il Brasile, il Brasile di Pelè, di Zico, di Ronaldo e di tantissimi altri campioni del calcio, si ribellava al calcio!
Come Gezy Park per la Turchia, il mondiale di calcio è stato per i movimenti brasiliani solo un pretesto mediatico per dare voce ad una protesta che ha radici assai più profonde. Radici che non sono poi così diverse da quelle che hanno alimentato le primavere arabe e i movimenti contro la crisi economica in Europa. Qualsiasi tentativo compiuto dai media brasiliano di circoscrivere le mobilitazioni come una semplice protesta contro l’aumento del prezzo del trasporto pubblico per finanziare il Mondiale o conseguente allo sgombero delle case popolari per far posto all’ampliamento dello stadio Maracanà, si è rivelato quantomeno riduttivo se non radicalmente sbagliato. Così come ha sbagliato chi ha frettolosamente etichettato i movimenti con la sigla di questo e di quel partito, cercando di ricondurli ad una crociata contro la presidente del Brasile, Dilma Vana Rousseff, esponente del partito dei lavoratori.


Lo si legge a chiare lettere in una “lettera aperta” indirizzata proprio al Dilma, e firmata dai principali sindacati, associazioni, comitati e quant’altro sono stati tra i protagonisti delle rivolte di giugno. “I mezzi di comunicazione cercano di caratterizzare il movimento come anti Dilma, contro la corruzione dei politici, contro lo sperpero del denaro pubblico ed altre rivendicazioni che impongono il ritorno del neoliberismo - si legge nella lettera-. Crediamo invece che gli obiettivi sono molti, come pure le opinioni e le visioni del mondo presenti nella società. Si tratta di un grido di indignazione di un popolo storicamente escluso dalla vita politica nazionale e abituato a vedere la politica come qualcosa di dannoso per la società”.
Un “popolo storicamente escluso”, quindi, quello brasiliano. Proprio come esclusi dalla storia sono stati i popoli turchi e i popoli arabi. Un popolo che sta cercando la sua strada verso una democrazia dal basso. Una strada alternativa che va necessariamente a scontrarsi con quella imposta dal neo liberalismo.
Tanto in Brasile, dove a capo del Governo c’è il partito dei lavoratori che un tempo avremmo definito “sinistra”, quanto in Turchia dove comanda un dittatore feroce e sanguinario del calibro di Erdogan, la situazione è stata la stessa: il governo in carica, sotto la pressione di una crisi economica che oramai suona come l’orco cattivo delle favole, ha venduto alla rendita parassitaria capitalista welfare e beni comuni, demandando alla brutalità poliziesca e alle autoblindo militari il compito di spiegare alla gente scesa in piazza per protestare cosa intende il nuovo ordine mondiale col termine “democrazia”.
E così come ha fatto per la Turchia, per la Tunisia e altri popoli in lotta, sin da quando si è costituita, dieci anni fa per appoggiare la
rebeldia zapatista in Chiapas, l’associazione Ya Basta ha promosso una carovana che porterà un decina tra giornalisti e attivisti italiani in Brasile, ad incontrare i movimenti che hanno dato vita alle rivolte di giugno, così come cooperative, comunità e associazioni che stanno mettendo in pratica esperienze di autogestione. La carovana partirà ufficialmente il 26 agosto e si concluderà verso metà settembre. Nel Paese del Calcio per antonomasia, non poteva mancare in carovana una rappresentanza dell’associazione Sport Alla Rovescia.
Il calcio, in Brasile soprattutto, è stato sì un dispositivo di controllo sociale ma anche un fenomeno sociale, capace di aggregare, creare immaginari e contribuire a superare barriere razziali e economiche. I tagli alla spesa sociale imposti proprio per finanziare il prossimo mondiale, i prezzi esorbitanti dei biglietti, gli sgomberi delle comunità povere adiacenti agli stadi, lo hanno slegato dalla sua funzione di sport popolare per ridurlo alla sua dimensione più degradante, quella di uno spettacolo televisivo di massa. E’ anche per questo che i brasiliani sono scesi in piazza. Per il calcio, contro un certo calcio.

Per seguire la Carovana di Ya Basta in Brasile, cliccate sul “mi piace” della pagina Facebook BrasilEmMovimento

Inutili primavere

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Tunisi - “Lo vedi questo grande spiazzo? Adesso è vuoto ma in quei giorni di inverno era pieno di gente che chiedeva a gran voce ‘lavoro, libertà e dignità’. Avevamo appena saputo Mohamed Bouazizi si era immolato. Lui era un ambulante, un poveraccio, uno di noi. Non voleva fare l’eroe. Non poteva neppure sapere che dal suo gesto sarebbe scaturito quella rivoluzione che qualcuno ha chiamato la “primavera araba”. Mohamed si è ucciso soltanto perché non ce la faceva più a sostenere la vergogna e il peso della corruzione del regime di Ben Alì”.
Siamo a Menzel Bouzaiene, un paesotto nel cuore della Tunisia a 70 chilometri da Sidi Bouzid, la città dove il 4 gennaio del 2011 il giovane ambulante passato alla storia si è dato fuoco. Menzel Bouzaiene, poche case attraversate da una rotaia dove lunghi e sconquassati treni merci portano i fosfati dalla miniere ai porti mediterranei, è famoso più che per altro per essere stata la prima cittadina a ribellarsi. Una ribellione pagata col sangue. “Prima hanno picchiato con i bastoni - continua l’amico Mohamed, attivista dell’associazione tunisina Accum -, poi hanno sparato e hanno ammazzato due dei nostri. Noi gli abbiamo tirato contro le pietre della ferrovia fino a che sono scappati e siamo riusciti a liberare la città. Ma è stata dura. All’inizio erano riusciti a censurare i social network e la nostra paura era quella di non poter far sapere al mondo che ci stavano massacrando. Per fortuna mio fratello ha un internet point e sa smanettare con il computer. Lui ci ha spiegato come eludere la censura. E’ anche grazie ai filmati diffusi da noi che altre città si sono ribellate”.


“Quando c’è stata la rivolta della casbah - conclude Mohamed - siamo partiti a piedi per Tunisi perché non c’erano mezzi. Uno di noi non ha più fatto ritorno. Menzel Bouzaiene l’ha pagata cara la sua primavera”.
Con Accun e altre associazioni locali e italiane come Un Ponte Per, Ya Basta! sta portando avanti una serie di progetti volti a realizzare dei centri multimediali nelle zone più calde della Tunisia meridionale. “Sappiamo bene quando sia importante disporre di un collegamento in rete, noi di Menzel Bouzaiene! Il nostro centro poi sarà un punto di riferimento politico, gratuito e aperto a tutti, giovani, disoccupati e donne”.
Il Social Forum di Tunisi, il primo a svolgersi in un Paese arabo, ha dato l’occasione agli attivisti di Ya Basta! di organizzare una “carovana” verso il sud del Paese e rinsaldare i rapporti con gli amici tunisini impegnati nei vari progetti. “Siamo venuti soprattutto per vedere con i nostri occhi come si vive in Tunisia e cercare di capire in un’ottica di collaborazione euromediterranea cosa sta succedendo nel mondo arabo - spiega Vilma Mazza, portavoce dell’associazione -. Soprattutto abbiamo cercato di uscire dai luoghi comuni e dagli stereotipi con i quali gran parte dei nostri media descrivono i paesi islamici. Cosa abbiamo trovato? Tante persone con le quali è possibile costruire un percorso condiviso e un mondo complesso, tanto ricco di potenzialità quanto di rischi”.
Le stesse potenzialità e gli stessi rischi che hanno caratterizzato il forum tunisino. Una settimana, l’ultima di marzo, ricchissima di incontri, discussioni, proposte su temi che spaziavano dai cambiamenti climatici ai diritti dei migranti, dalle donne allo sport popolare. Chi si aspettava che dal Forum nascesse una proposta forte, sintetica e condivisibile di lotta alla globalizzazione è stato deluso. Ma bisogna considerare che, dopo Porto Alegre, mai nessun social forum ha mai più avuto tale capacità. Piuttosto, l’appuntamento tunisino è stata una grande vetrina dei movimenti che hanno potuto conoscersi, confrontarsi e, in molti casi, mettere in cantiere future battaglie da combattere assieme.
La stessa, complessa, situazione politica che la Tunisia sta attraversando ha in qualche modo favorito la pluralità delle associazioni presenti e la loro libertà di esprimersi. Anche quando i risultati sono stati a dir poco discutibili. Mi riferisco ad esempio, allo stand dedicato al dittatore Saddam Hussein. Non sono mancate di conseguenza, tante contraddizioni. Su tutte, citiamo la presenza tanto di attivisti pro Assad quanto del fronte di liberazione siriano. Oppure lo stand che denunciava l’occupazione del popolo Sarawi a pochi metri dal capannone dedicato al “grande Marocco unito”.
Ma in fondo, queste che si sono specchiate nel Social Forum sono le stesse contraddizioni che il mondo arabo sta attraversando nel difficile tentativo di fondare un democrazia capace di tutelare i diritti fondamentali e costruire una forma di partecipazione dal basso che non è detto che debba rispecchiare necessariamente quella che noi auspichiamo per l’occidente. Un percorso senz’altro lungo e difficile.
“Mi chiedi cosa sia cambiato dopo la Primavera? - mi confessa Mohamed - Ben Alì non c’è più, non c’è più la sua cricca ma altri hanno preso il loro posto e l’economia è sempre nella mani degli stessi. ‘Lavoro, libertà e dignità’, lo slogan che urlavamo in quei giorni, è lo stesso slogan che urliamo adesso”.

L'Ungheria tra nazismo e popolismo

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E’ notte fonda a Budapest. E la premesse c’erano tutte. Gli scandali e il malgoverno che hanno travolto il partito socialista al potere da due legislature, la crisi economica che ha devastato soprattutto le categorie più deboli, il rafforzarsi di partiti di destra e di formazioni dichiaratamente naziste e xenofobe. Nessuno si è sorpreso quando, l’11 aprile 2010, il partito conservatore Fidesz ha vinto le elezioni e il suo leader Viktor Orbàn ha riconquistato la poltrona di primo ministro, carica che aveva già coperto tra il ’98 e il 2002. Piuttosto, quello che ha sorpreso anche i più attenti analisti politici è la valanga di consensi alle destre usciti dalle urne: il Fidezs ha ottenuto il 53% dei voti che gli consentono non solo di governare senza sottostare a mediazioni con partiti più moderati come era avvenuto in passato, ma anche di avere i numeri per mettere mano alla Costituzione. Il primo passo è stato il cambiamento del nome dello Stato che da “Repubblica Ungherese” è stato trasformato in un più nazionalistico “Ungheria”. Per Orbàn evidentemente, il termine “Ungheria” da scandire in piedi e con la mano nel cuore, basta e avanza. Cose come “repubblica” o “democrazia” sono aggettivi di secondaria importanza rispetto all’orgoglio nazionalistico. Orgoglio che fa si che qualsiasi manifestazione di protesta venga etichettata, e di conseguenza duramente repressa, come antipatriotica. Anche l’opposizione non scherza, nel parlamento di Budapest. Se si trascura il 7,5 per cento ottenuto dai Verdi, gli unici a tentare di difendere quel che rimane dei diritti civili - una disperata resistenza che pagano quotidianamente con arresti, botte e persecuzioni - va registrato il successo ottenuto dal partito Jobbik (salito dal 2% nel 2006 al 16,7% nelle ultime elezioni) che non fa mistero ma un vanto di richiamarsi direttamente all’ideologia nazista. Tanto è vero che il suo leader, il 31enne Gabor Vona, ha recentemente avanzato una proposta di legge volta a schedare tutti i cittadini di origine ebraica. Un provvedimento giustificato naturalmente con lo scopo di “garantire la loro sicurezza”. Discorsi già sentiti e che fanno correre brividi lungo la schiena. Impossibile non ripensare a quando scriveva Primo Levi: “Inutile chiederci perché. E’ successo. Succederà ancora”.
I neo nazisti di Jobbik, nei fatti, hanno la funzione di appoggiare dall’esterno il governo di Viktor Orbàn, spingendolo sempre più a destra. Gli effetti si sono già fatti sentire. Tutti i giornali di opposizione e anche quelli che semplicemente hanno rifiutato il ruolo di mere passaveline dei comunicati del regime hanno chiuso i battenti. Lo storico Nèpszava ha pubblica la sua ultima edizione riportando una sola frase tradotta nelle 23 lingue europea: “la libertà di stampa in Ungheria è finita". Una disperata richiesta di aiuto alla comunità internazionale che è stata deliberatamente ignorata.


Che aria tiri in quella che sino a poco tempo fa era la Repubblica Ungherese, ce lo hanno spiegato chiaramente i jazzisti dello splendido Szoke Szabolc Quartet che girano l’Europa per far conoscere tanto la loro musica quanto la situazione ungherese. Situazione che trova assai poco eco nei nostri media, tradizionalmente poco attenti a quando accade al di là delle Alpi, anche in Paesi come l’Ungheria che dista non più di tre ore d’auto dalla frontiera.
“Ed è una vergogna perché le formazioni di estrema destra mantengono contatti molto stretti tra di loro - ha spiegato in occasione di un incontro al laboratorio Morion di Venezia, domenica 20 gennaio, Gabor Juhàsz, chitarrista del gruppo -. Sappiamo che qualche tempo fa diversi autobus carichi di nazisti ungheresi si sono recati proprio nella vostra regione per partecipare ad un concerto organizzato dal Veneto Fronte Skinhead. La cosa che più mi sorprende è che è stato fatto tutto alla luce del giorno. La polizia si è limitata a controllare che i mezzi fossero parcheggiati nei posti assegnati mentre dal palco si urlavano inni alla violenza, all’odio etnico e a Hitler. Ma la vostra Costituzione non vieta forse la propaganda dell’ideologia fascista?”
Juhasz, intervistato da Vilma Mazza dell’associazione Ya Basta, ha raccontato le persecuzioni cui sono sottoposti i musicisti e, più generalmente, gli scrittori, gli artisti e tutte le persone che fanno cultura in Ungheria. “Musei, fondazioni, teatri sono stati o chiusi o assegnati a servi del regime che li usano solo a fini propagandistici. La musica però non ha confini e un artista ama sempre la libertà perché sa che senza libertà non si può suonare né produrre cultura. Noi inoltre siamo musicisti jazz che è una forma musicale per sua natura meticcia e transnazionale. Questo è il motivo per cui dobbiamo suonare all’estero. Al regime piacciono più gli inni nazionali e detesta una musica come la nostra che essenzialmente vuol dire libertà e interculturalità”.
Non è solo la cultura a fare le spese della deriva fascista ungherese. Con la nuova Costituzione la magistratura è stata mesa sotto il diretto controllo dell’esecutivo, alla faccia di quella divisione dei poteri che sta alla base delle repubbliche moderne (non è un caso quindi che, come abbiamo detto, il Governo abbia rinunciato al termine “repubblica” davanti ad “Ungheria”). La persecuzione razziale ha colpito soprattutto i rom che sono stati tutti schedati come appartenenti ad una etnia “non ungherese” e che, per lavorare, hanno come unica alternativa inserirsi in un programma di “lavori socialmente utili”. In cambio di uno stipendio da fame, vengono spostati e concentrati in campi di lavoro sorvegliati a vista da poliziotti armati. Le differenza con un lager di concentramento nazista non sono poi molte. Per adesso.
Un altro punto forte del programma elettorale di Orbàn, era quello di pubblicizzare le banche sotto lo slogan che i soldi degli ungheresi sono degli ungheresi. Come immaginerete, si trattava solo di un patetico tentativo a fine populista. Fare le scarpe alle banche non è facile come ghettizzare i rom o schedare gli ebrei. E’ bastata un’alzata di ciglio della Banca Mondiale per far abortire ignominiosamente tutto il progetto. Anche in Ungheria, come in Italia e nel resto del mondo, si potranno anche randellare i diritti e i lavoratori, ma guai a toccare il capitale. Una scelta questa che ha ottenuto l’immediato e caloroso plauso del Governo Cinese. Il ministro dell’Industria di Pechino, il compagno Miao Wei, ha recentemente dichiarato che il suo Paese investirà forti somme nello “sviluppo economico” dell’Ungheria in quanto, ha affermato testualmente, in questo Paese, unico in Europa, la manodopera costa poco e i lavoratori - bontà loro - accampano pochi diritti. Evviva il comunismo e la libertà!
Ecco quanto accade in Ungheria. Un Paese che, come per la Bosnia, si trova ad un tiro di schioppo dall’Italia, ma che nell’opinione comune costruita dai nostri mass media, sembra situato in un altro e lontano continente. Eppure non dovrebbe essere difficile rendersi conto che, in questo mondo globalizzato, quanto accade dietro la porta di casa nostra è come se accadesse a casa nostra. E non solo per una pur imprescindibile questione di giustizia universale che, come ci ha spiegato un tipo chiamato Ernesto Guevara, ci dovrebbe spingere a sentire ogni prepotenza compiuta in un qualsiasi angolo del mondo come se fosse stata fatta contro di noi. Il problema è anche che ogni attacco ai diritti fondamentali che avviene in un qualsiasi paese del Mondo si traduce prima o poi in un attacco simile anche ai nostri diritti fondamentali. Non possiamo più illuderci di poter vivere liberi in un mondo di schiavi.
“Se l’Ungheria perde libertà - ha concluso Vilma Mazza - anche l’Europa perde libertà”.

In Bosnia vince il genocidio

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Ancora, la storia non ha insegnato niente. Le elezioni amministrative di domenica scorsa in Bosnia Erzegovina hanno registrato la netta affermazione dei partiti etnici di destra. Nelle Repubblica Srpska, l'Alleanza Socialdemocratica (Snds) di Milorad Dodik al governo del Paese, è riuscita a mantenere per un pugno di voti solo Banja Luka ma dovuto abdicare in circa metà dei municipi dove governava a favore dei candidati dell‘Sds, il partito nazionalista filo serbo, che durante il conflitto era guidato da Radovan Karadzić.
Speculare il risultato nella Federazione Croato-Musulmana che con la Repubblica Srpska, compone la Bosnia Erzegovina. Anche in casa musulmana, gli elettori hanno premiato i partiti della destra etnica. Il partito di ispirazione islamica Azione democratica (Sda), ha trionfato in 38 dei 78 Comuni della Federazione chiamati al voto. Stesso discorso nei territori croati, dove i nazionalisti dell’Unione Democratica (Hdz), pur con percentuali leggermente più basse rispetto al passato, hanno confermato di essere la maggioranza del paese. Tirando due somme sugli ultimi dati forniti della commissione elettorale governativa, su 138 dei 141 Comuni fino ad ora scrutinati in tutto il Paese, le tre destre etniche hanno conquistato il 55% dei voti. La Sda musulmana ha conquistato 34 sindaci, la SDS serba 27, la HDZ croata 14. Come dire che i serbi hanno votato per i serbi, i musulmani per i musulmani e i croati per i croati. Pressapoco lo stesso risultato ottenuto nelle prime elezioni libere degli anni ’90. Poco dopo il dissolvimento della Jugoslavia. Poco prima della guerra civile.


Un passo indietro di oltre vent’anni.
Grandi sconfitti i due partiti di governo, i Socialdemocratici Multietnici (Sdp) - la sola grande formazione politica transnazionale - e l'Alleanza Socialdemocratica Serba di ispirazione putiniana che ha pagato le spese di una politica economica disastrosa basata su privatizzazioni e tagli al welfare. Val la pena di sottolineare il risultato a sorpresa del “Berlusconi di Bosnia”, Fahrudin Radončić, magnate dell’informazione, che è riuscito a piazzare un suo sindaco nella Sarajevo federale, pur se nel resto del Paese il suo partito si attesta su percentuali molto basse.
Buona nel complesso l’affluenza al voto che si attesta sul 56% per quanto riguarda la Federazione e sul 59% per la Republika Srpsk. In entrambi i casi, di un paio di punti sopra la percentuale delle precedenti consultazioni.
Male invece le liste civiche e di movimento, come gli anti-nazionalisti di Naša Stranka, il partito fondato dal regista Danis Tanović. Cocente sconfitta anche per Zdravko Krsmanović, oramai ex sindaco di Foča, che aveva cercato di portare avanti un coraggioso programma di riconciliazione nazionale in questa cittadina che fu teatro di atroci crimini di guerra e una delle roccaforti di un nazionalismo di ispirazione fascista.
Capitolo a parte per Srebrenica, che non caso è uno dei tre Comuni dove il risultato non è ancora stato ufficializzato. I due candidati, Ćamil Dukarović sindaco uscente musulmano e la sfidante serba Vesna Kočević, combattono sul filo di poche decine di voti.
Qualche casa in croce incastrata in una gola stretta e profonda, con i muri ancora scrostati dalle pallottole, due chiese dove sventola l’aquila serba e due moschee dove gli fa eco la mezzaluna islamica. Srebrenica è tutta qua. Le sue amministrative si meriterebbero appena due righe sul giornale locale se non fosse che durante la guerra il paese è stato teatro di uno dei più atroci genocidi della recente storia europea. Genocidio che i partiti nazionalisti serbi si sono sempre rifiutati di ammettere. La stessa candidata Vesna Kočević, nell’inutile tentativo di smorzare lo scandalo di una sua possibile elezione, ha più volte dichiarato che lei non intende alimentare il “negazionismo”. Anzi, lei non ha difficoltà ad ammettere che durante il conflitto a Srebrenica “furono perpetuati da entrambe le parti molti crimini”. Crimini appunto. E “da entrambe le parti”. Ma definire “crimine” il massacro premeditato di oltre 8 mila civili musulmani, disarmati ed innocenti, è come affermare che il mostro di Firenze era un mattacchione.
Sarà lei, una serba nazionalista, la prossima sindaca del paese dove, per raggiungerlo, bisogna attraversare la spianata coperta di tombe islamiche del memoriale di Potočari?
A cinque giorni dal voto, ancora non ci sono certezze. Lo soglio prosegue nella massima lentezza. Una lentezza che non può non alimentare qualche sospetto.
Srebrenica non ha mai avuto un sindaco serbo. Prima del genocidio, la comunità musulmana era l’80% della popolazione e non aveva difficoltà ad esprimere un suo sindaco. Ma oggi la maggior parte della popolazione rimasta è di etnia serba. I musulmani sopravvissuti ai massacri sono scappati in paesi controllati dalla Federazione.
Neanche a farlo apposta, una recente legge nazionale consente il voto solo ai residenti registrati nelle locali liste elettorali. I musulmani della diaspora sono stati quindi tagliati tutti fuori dal voto. “E’ come se avesse vinto il genocidio - ha commentato Ćamil Dukarović -. Prima ci hanno massacrati, poi buttati fuori dalle nostre terre e ora ci impediscono anche di votare”. Durante la campagna elettorale, Dukarović si è dannato l’anima nel contattare personalmente tutti i musulmani che abitavano a Srebrenica per chiedere loro di registrarsi nelle liste elettorali del paese. Ma che ce l’abbia fatta a tenere il Comune è ancora tutto da verificare. Le urne di Srebrenica, come era da prevedersi, hanno assegnato la vittoria alla candidata serba (3.400 voti contro 2.900) ma le schede che stanno arrivando per posta stanno lentamente spostando l’ago della bilancia verso il bosniacco. Al momento in cui scrivo, Dukarović ha annunciato la sua vittoria dal suo sito internet, mentre alcuni lanci di agenzie internazionali concordano nell’assegnare la maggioranza dei voti alla serba.
Ma comunque vadano le cose, è chiaro che i veri vincitori sono i partiti della destra nazionalista e che in Bosnia ogni ipotesi di riconciliazione è stata sotterrata prima ancora di imparare a respirare. La politica del genocidio ha ottenuto il suo scopo.

Quando i Caschi Blu ti mandano al macello

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Srebrenica - Hasan Nuhanović era là, quel maledetto luglio del ’95, dentro il campo dei caschi blu olandesi di stanza a Srebrenica. Vide i venticinquemila profughi bosniacchi fuggire terrorizzati dalla città caduta in mano agli ultra-nazionalisti serbo bosniaci, ed implorare protezione ai soldati dell’Onu. E vide i caschi blu accogliere le prime 5 mila persone per chiudere poi i cancelli della base e abbandonare tutti gli altri alle efferate rappresaglie dell’esercito nazionalista guidato dal criminale di guerra Ratko Mladiić e dalle formazioni paramilitari "Lupi della Drina" e "Skorpijoni". Hasan era uno dei traduttori in forza al comando dei caschi blu olandesi e partecipò di persona alle trattative in cui il generale Thomas Karremans comandante del Dutchbat decise di accettare le richieste dei serbo-bosniaci e di consegnare anche i profughi che aveva accolto dentro la caserma, fidandosi della parola di Mladic secondo cui “non sarebbe stato fatto loro alcun male”. Toccò a lui, Hasan Nuhanović, tradurre dall’olandese al bosniaco “uscite dalla base in gruppi da cinque e andate dai serbi che vi porteranno al sicuro”. Intanto, - come racconterà un dottore di Medici senza Frontiere - fuori dalla base riecheggiavano già gli spari e le urla delle esecuzioni sommarie. I fascisti stupravano le donne e gli ammazzavano i figli davanti agli occhi.
Tra i cinquemila che uscirono dalla base per andare incontro ai loro carnefici c’era anche il padre, la madre e il fratello di Hasan. Non li rivide più. I loro nomi oggi compaiono tra le 8372 steli bianche del memoriale di Potočari. Attorno al campo, un’ampio spazio verde è pronto per accogliere i corpi di altri 1300, forse 1500 o anche più, assassinati. Il recupero e il riconoscimento dei corpi è una impresa disperata perché, tre mesi dopo l’eccidio, i serbi riaprirono le fosse comuni con mezzi pesanti e straziarono i cadaveri e spargerli in fosse più piccole. Un tentativo crudele quanto inutile e stupido di nascondere un crimine contro l’umanità.


Oggi, Hasan Nuhanović non è poi così diverso da come appare in quel video, girato una quindicina di anni fa, che proiettano al memoriale di Potočari. Il filmato scorre sui volti terrorizzati di donne e bambini in fuga dal paese caduto in mano ai serbo-bosniaci. Scene di guerra, rastrellamenti, cadaveri abbandonati per strada. Con lo sguardo basso, cercando a fatica di mantenere un tono neutro, Hasan racconta i giorni del genocidio. Ma Hasan non si limita a raccontare la storia. Hasan vuole giustizia.
Otto anni fa ha iniziato una causa penale al tribunale di Amsterdam accusando il contingente olandese di essere complice nell’omicidio dei suoi genitori. Il secondo grado di giudizio gli ha dato ragione e l’esercito olandese, che continua a protestarsi innocente, è stato costretto a fare ricorso al terzo grado, quello paragonabile alla nostra Cassazione. Tra un paio di anni, tempi forensi, avremo il giudizio definitivo. Nessuna speranza di ottenere pene detentiva ma un cospicuo risarcimento che Hasan devolverà ad una fondazione per aiutare i parenti delle vittime della strage di Srebrenica a intraprendere la medesima strada legale.
Ho incontrato Hasan Nuhanović questa mattina, al centro giovani di Srebrenica in occasione della settimana della memoria organizzata dalla Fondazione Alex Langer nell’ambito del progetto Adopot Srebrenica.

Hasan, tu hai cominciato una causa in terra olandese, al tribunale olandese, contro l’esercito olandese. Come sta andando?
I tempi legali sono sempre molto lunghi. Il secondo grado di giudizio mi ha dato ragione. Speriamo che anche il terzo grado confermi la sentenza. Sarebbe un precedente importantissimo perché un tribunale stabilirebbe in via definitiva che anche un contingente militare che batte bandiera Onu non può esimersi dalle sue responsabilità richiamandosi ad una responsabilità superiore che per sua natura gode dell’immunità internazionale come le Nazioni Unite.

Quali sono le motivazioni a sostegno della colpevolezza dei caschi blu olandesi?
La linea dell’accusa sostiene che, pur essendo stati uccisi dalle forze serbe, il contingente olandese ha della responsabilità precise perché li ha consegnati ai serbo-bosniaci pur sapendo che il mandato che gli aveva assegnato l’Onu era quello difendere i civili ad ogni costo. Non potevano non sapere che gli assedianti avevano dichiarato che avrebbero passato per le armi ogni uomo di Srebrenica. Infatti la sentenza del giudice che mi dà ragione vale solo per mio padre e mio fratello. Per quanto riguarda mia madre, il tribunale ha sostenuto che il contingente Onu non può dirsi responsabile in quanto i serbo- bosniaci non avevano detto nulla riguardo alle donne. Anche se nei fatti sono state ammazzate lo stesso.

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Come si sta difendendo l’esercito olandese?
Intanto bisogna dire che l’Olanda si è sempre rifiutata di confrontarsi con gli avvenimenti di Srebrenica. Ho dovuto iniziare io la causa perché altrimenti i militari non sarebbero mai stati incriminati (un governo di destra ha assegnato loro addirittura una medaglia al valore, immediatamente revocata dal successivo governo di sinistra.ndr). Spero che la sentenza aiuti a promuovere una discussione sul ruolo dei loro caschi blu nella guerra di Bosnia. Per quando riguarda la difesa, tendono a fare le vittime: ma come? noi ci siamo sacrificati per voi e questo è il vostro ringraziamento? All’inizio semplicemente negavano i fatti. Noi non abbiamo mai mandato fuori dalla base i profughi. Abbiamo fatto il possibile per difendere tutti. Poi, di fronte all’evidenza dei fatti, hanno sostenuto che loro non potevano sapere cosa avrebbero fatto i serbi ai prigionieri. Ma il mandato Onu era proprio quello di difenderli e di verificare che non fosse fatto loro alcun male! E poi non era possibile non udire dalla base gli echi degli spari delle esecuzioni sommarie!
Durante l'operazione Oluja (che significa “Tempesta”.ndr) l'esercito croato entra nella Krajina e conquista Knin, nella costa dalmata. Come è successo a Srebrenica, gli abitanti si sono rifugiati in una base di caschi blu. Ma qui c’erano i canadesi e le cose sono andate diversamente. Il capitano canadese ha detto ai croati che avrebbero dovuto passare sul suo cadavere prima di mettere le mani anche su un solo rifugiato e alla fine nessuno è stato ucciso. Certo, Ratko Mladic era un pazzo sanguinario. Magari avrebbe anche attaccato le forze Onu... ma la paura non può essere una giustificazione per un soldato.

Gli olandesi hanno anche sostenuto che non c’era spazio nella loro base per le 25 mila persona in fuga.
Hai visto anche tu la base. I 5 mila profughi che inizialmente sono stati accolti occupavano solo la rimessa dei mezzi. Tutti gli altri edifici erano vuoti. E poi c’era il campo attorno alla base. No. Lo spazio c’era. Anche le riprese aeree lo hanno dimostrato. Su questo punto i giudici non hanno avuto nessun dubbio. I soldati avrebbero potuto, avrebbero dovuto, aiutare e difendere tutti i 25 mila rifugiati. Ed invece hanno scelto di mandare a morire anche quelle 5mila persone che inizialmente avevano accolto.

Come sei riuscito a dimostrare al tribunale che il comando olandese ha avuto delle corresponsabilità precise nel genocidio?
Non ho mai commesso l’errore di mettere la mia parola contro quella dei generali olandesi. Io so che mi hanno fatto tradurre alla mia gente: “Mettetevi in fila per cinque e andate dai serbi che non vi faranno del male”. Ma loro avrebbero negato tutto. No. Ci sono i fatti che parlano al posto mio. I documenti che registrano l’ingresso di 5 mila persone che poi non c’erano più. Le testimonianze dei Medici senza Frontiere che erano al campo e degli stessi soldati olandesi che oggi pingono quando visitano Potočari. I fatti sono incontestabili. Il problema piuttosto è il livello di responsabilità. Io sostengo che gli olandesi dovevano difendere la popolazione e non lo hanno fatto, quindi sono colpevoli.

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Ecco che siamo arrivati al punto. Perché gli olandesi si sono comportati così?
Bisognerebbe chiederlo a loro. Di sicuro la caduta di Srebrenica e la consegna di tutti i profughi ai serbo-bosniaci per loro è stata una benedizione. Il mandato ordinava loro di rimanere a presidiare la zona sino a che ci fosse stato anche un solo civile da difendere. La sera stessa che hanno mandato i profughi a farsi massacrare hanno telefonato al comando di Sarajevo dicendo che davano inizio alle operazioni di rientro. Da qualsiasi parte la vuoi guardare, questa è un modo di agire immorale, inumano e illegale. Non parlo solo della cacciata dei profughi ma anche della giustificazione bugiarda che dai al tuo comando: non è rimasto più nessuno da difendere quindi noi torniamo a casa. Ma non ci sono più perché li avete mandati voi al macello! La sera stessa i telegiornali li hanno immortalati a Zagabria, mentre festeggiavano quella che per loro era la fine della guerra. E il generale Karremans, tutto sorridente, si scambiava “doni di pace” con Mladic.
Devi considerare che è anche una questione di mentalità. Un contingente spagnolo o francese non si sarebbe mai comportato così. Non perché siano più buoni o più bravi, ma per una questione di dignità. Non si sarebbero permessi una vergogna di questo livello.

Cosa intendi per mentalità?
Intendo che tra i soldati del contingente olandese, parlo a tutti i livelli, serpeggiava un razzismo neanche tanto nascosto. Non solo nei confronti dei musulmani ma anche dei serbi. Popoli slavi dagli istinti primitivi e tribali, ci consideravamo. Certo questo non posso dimostrarlo e non sono neppure cose che si possono mandare a processo. Ma spiegano comunque certi atteggiamenti di superiorità e di menefreghismo nei confronti di coloro che dovevano proteggere. Dovevano rappresentare parte della soluzione del problema ed invece si sono dimostrati parte del problema. Ripeto, se invece degli olandesi ci fossero stati altri... Gli olandesi si comportavano come se la cosa non li riguardasse, come se fossero semplici osservatori intoccabili e dotati di immunità in una guerra di gentaglia primitiva e sanguinaria.

La religione ha giocato un ruolo importante nel conflitto?
No. Ha giocato un ruolo importante casomai nell’escalation del conflitto. Quella nata dal disfacimento della Jugoslavia è stata una guerra di conquista territoriale e basta.
La prima guerra è stata in Slovenia, la seconda Croazia. Tutti paesi cristiani. Quando è arrivata in Bosnia la religione ha giocato un ruolo solo per i politici che cercavano di manipolare la realtà dei fatti per ottenere consensi nazionali o internazionali. Ma gli stessi musulmani bosniaci non si ritenevano neppure una comunità. Se i serbo-bosniaci attaccavano un villaggio dicevano “a noi non succederà. Con i serbi di qui siamo sempre andati d’accordo”.

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Come è la Bosnia oggi?
Nessuno parla di quello che è successo durante la guerra. Non ci sono neppure tentativi di comunicazione tra le parti. Ognuno fa la sua vita e segue aspettative radicalmente diverse. I musulmani sperano di ritornare nei luoghi da cui sono stati cacciati e di ridiventare maggioranza. I serbo-bosniaci sperano che i profughi restino dove sono e che le terre che oggi occupano si stacchino dalla Bosnia ed entrino nella Serbia. Entrambe le aspettative sono assurde ed irrealizzabili. I musulmani oggi occupano il trenta per cento del territorio. In uno spazio così piccolo non potranno mai diventare maggioranza nel Paese. Ma anche il passaggio territoriale di mezza Bosnia alla Serbia è una prospettiva irrealizzabile. Eppure, da una parte e dall’altra, politici che tra loro non si parlano continuano a promettere alla loro gente questi orizzonti irraggiungibili. Cosa succederà quando tutti capiranno che né una cosa né l’altra potrà accadere sino a che esisteranno o i serbi di Bosnia o i musulmani di Bosnia?

Lo Stato Che Non C'è nel cuore dell’Europa

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Odessa - Inutile cercarla sulla carta geografica. La democratica repubblica comunista della Transnistria non è segnata su nessuna mappa. Ma se viaggiate attraverso la Moldavia, da ovest ad est, come sto facendo io, con l’intenzione di raggiungere il confine ucraino, rischiate di cascarci dentro. E sono cavoli vostri perché da queste parti la legge la detta solo chi ha un Kalashnikov in mano! Stiamo parlando di una specie di Isola Che Non C’é, dove però Capitan Uncino ha fatto fuori Peter Pan e se la governa da padrone.
Per l’Europa e per la comunità internazionale, la Transnistria semplicemente non esiste. Quella lunga e stretta striscia di terra sulla sponda orientale del fiume Nistro che fa da cuscinetto tra la Moldavia e l’Ucraina, appartiene giuridicamente alla Moldavia. Ma nei fatti, è una repubblica perfettamente indipendente con tanto di polizia, esercito, prigioni, bandiera, moneta propria, presidente (dittatore) e parlamento. Ma è uno Stato che nessun altro Stato sulla faccia della terra si sognerebbe mai di riconoscere, fatto salvo per altri Governi non riconosciuti da nessuno come l’Abcasia e l’Ossezia del Sud.


Le rivendicazione territoriali della Moldavia che continua a ritenere la terra a ridosso del fiume Nistro come un suo territorio, la lasciano perfettamente indifferente. Il governo di Chisinau non né la forza politica né quella militare per riprendersi quella regione che nel 2 settembre del 1990 si è dichiarata unilateralmente indipendenti in seguito ad un colpo di mano della 14ª armata dell’esercito sovietico stanziata a Tiraspol, oggi capitale dello Stato fantasma, approfittando della confusione legata alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Proprio la dissoluzione gigante sovietico ha decretato la fortuna economica e di conseguenza anche quella politica di questa repubblica della banane. Subito dopo aver dichiarato l’indipendenza, i generali della 14ª armata hanno cominciato a mettere sul mercato l’unico bene a loro disposizione: le armi dell’armata Rossa. La Transnistria è diventata così un gigantesco bazar dove, pagando sull’unghia, si può comperare di tutto: mitraglie Policeman, pistole Makarov, lanciarazzi anticarro Rpg7, lanciamine Vasiliok, lanciagranate Gnom e Spg9, razzi Bm 21 Grad, missili portatili Duga. Per non parlare di tutte le enormi quantità di materiali nucleari, chimici e radioattivi stoccati nei depositi oggi abbandonati dell’esercito sovietico, come i famigerati missili Alazan dotati di testata agli isotopi radioattivi che fino a qualche anno fa erano piazzati all’aeroporto di Tiraspol e di cui si sono oggi perse le tracce.
A tenere le redini di questa ebay del terrore è la mafia russa che in questo Eden del contrabbando della droga, del petrolio e delle armi non è mai neppure stata dichiarata una organizzazione illegale. Anzi, alle ultime elezioni ha democraticamente fatto eleggere l’attuale “presidentissimo” con la percentuale del 103% degli aventi diritto al voto. Neanche i conti, sanno fare!
Il tutto, sotto le bandiere di un vetero comunismo che farebbe la felicità di certi nostalgici amici miei. La Repubblica della Transnistria infatti è tutt’oggi il solo Stato a dichiararsi ufficialmente leninista con gran sventolio bandiere rosse, falci e martelli, gigantografie di Marx, Lenin, Stalin, orride statue ad eroi operai.
Qualche ingenuo potrebbe domandarsi come possa la comunità internazionale tollerare l’esistenza di un tale “Stato Canaglia” senza che nessun politico si sogni mai di proporre contro la Transnistria anche solo un centesimo di quelle sanzioni che ancora oggi continuano ad impoverire Cuba. La risposta è semplice. La Transnistria è utile quanto, e forse più della Svizzera: in questa sottile striscia di terra vengono a rifornirsi, come ad in un gigantesco “discount”, dittatori, stragisti, servizi segreti più o meno deviati, mafie e gruppi terroristici di tutto il mondo. Non c’è da meravigliarsi se quando si parla di politica internazionale, tutti facciano finta che la Transnistria non esista. Eppure la Transnistria esiste, eccome. E se ci cascate dentro - e non sieste dei mafiosi - vi obbligano pure a pagare tutto due volte. Ogni spesa infatti viene effettuata prima con la moneta della Transnistria (che è come dire i soldi del Monopoli o quelli col muso di Bossi) e poi in rubli (che valgono sul serio). Il cambio, alla frontiera, è ovviamente obbligatorio. E provate voi a dire di no ad uno che vi punta il kalashnikov sulla pancia.
Benvenuti nella libera repubblica della Transnistria. Secondo stella a destra, questo è il cammino.

La guerra nascosta sotto il Tetto del Mondo

DSC06546Dushanbe - Nel leggere i comunicati diffusi dal ministero della guerra tajiko, nel Pamir sarebbero in atto solo delle “scaramucce tra l’esercito regolare e bande di trafficanti di droga”. Sempre secondo questi comunicati, che la maggior parte dei media occidentali ha ripreso pari pari e senza nessuna verifica - a dimostrazione dell’interesse praticamente nullo che tanto l’Europa che gli Usa nutrono per questo angolo di mondo -, si sarebbero registrati non più di venti morti dall’inizio di agosto ad oggi, equamente divisi tra militari e narcotrafficanti.
Fatto sta che queste cosiddette “scaramucce” sono tuttora in atto e, anzi, si stanno intensificando, tanto che l’ambasciata tedesca di Dushanbe si è assunta l’incarico di radunare tutti gli europei presenti nel sud del Paese e riportarli a casa. Anche l’ingresso nel Paese è diventato più difficile. Ottenere un visto turistico o anche lavorativo per il Tajikistan, lo so per esperienza diretta, è oggi una impresa più difficile del consueto. E anche quando riesci ad ottenere il sospirato visa (non di rado allungando qualche mazzetta da un centinaio di dollari ai funzionari dell’ambasciata), un timbro supplementare mette in chiaro che il tuo permesso di ingresso “non vale per il Pamir”.


Viene il dubbio quindi che quanto sta succedendo sotto il Tetto del Mondo, non siano solo “scaramucce tra esercito e banditi”.
Anche se i giornali locali fanno a gara per riprendere i comunicati ufficiali del Governo senza uscire di una sola virgola - da queste parti si finisce in galera per molto meno! - le storie che ti raccontano la gente per strada, i viaggiatori allontanati dal Pamir e i volontari delle tante ong impegnate in progetti di sostegno con fondi europei, sono completamente diverse. I morti, intanto. L’esercito avrebbe subito perdite superiori ai duecento soldati. “Hanno mandato sulle montagne i ragazzini di 18 anni appena arruolati e i pamiri li hanno fatti a pezzi” mi ha detto un amico di qui al quale, scusatemi, ho promesso l’anonimato. “Il Governo ha cercato di nascondere tutto quello che è successo parlando di lievi perdite e cercando di sminuire gli avversari. Ma la realtà dei fatti è che i pamiri hanno sempre mantenuto il controllo delle loro montagne. Dalla fine della guerra civile non è cambiato niente da quelle parti. Questa estate, l’esercito ha cercato di riprendere il controllo di un territorio che è una delle porte del traffico di droga proveniente dall’Afghanistan, ma da come vanno le cose, le sta prendendo di brutto. Anche la televisione di regime manda in onda solo immagini di repertorio e chiacchiera di una serie di ‘importanti vittorie ma parziali’. Che è come dire che stanno perdendo”. La prima vittima di una guerra, si sa, è sempre la verità.
Durante i cinque anni di guerra civile, dal ’92 1l ’97 (cinque anni ufficiali, nei fatti gli scontri nel Pamir si sono protratti per altri due anni sino a che l’esercito non si è ritirato), i pamiri, popolazione con una forte presenza ismaeleita, hanno combattuto dalla parte della fazione perdente, il partito islamico. L’avvento del presidentissimo Emomali Sharifovich Rahmon, padre padrone della patria, ha posto fine ai combattimenti ma, di fatto, l’esercito si è ritirato sia dalle provincie più a sud, il Pamir, che da quella ad est del Paese, il Gorno-Badahšan, dove in pratica non ha autorità.
I problemi maggiori sono però nel Pamir, dove sono duri ai banchi gli ismaeliti, una potente fazione sciita, riconosce come capo spirituale solo l’Aga Khan che li finanzia generosamente, così come fa il governo di Teheran.
Quella che accade nel Pamir insomma, è una vera e propria guerra civile che rischia di mettere a dura prova la credibilità interna del presidentissimo Emomali Rahmon e del suo regime talmente “democratico” che non ha bisogno di indire libere elezioni per seguire la volontà del popolo. Rahmon si è fatto costruire da un architetto italiano una sede presidenziale proprio nel mezzo di Dushanbe che è la copia esatta della Casa Bianca. Gli orridi palazzoni della città - dei veri e propri incubi architettonici! - sono pieni di sue gigantografie che lo ritraggono mentre coglie il grano o sorride al popolo in mezzo a campi di papaveri. Palazzoni che sono quasi tutti di sua proprietà o di proprietà di qualcuno dei suoi nove figli. La figlia maggiore in particolare, sembra abbia una vera a propria vocazione da “palazzinara”, come diremmo in Italia.
Il post sovietismo in Tajikistan ha traghettato tutto il peggio dell’ex Cccp ma senza poter contare sulle sue risorse economiche. La scuola, la sanità, i principali servizi civili sono gratuiti ma è come se non ci fossero. La delinquenza è praticamente sconosciuta ma la corruzione è eletta a una vero e propria attività commerciale che nessuno può evitare come non si può evitare di uscire di casa per andare a fare la spesa. Lo studente che vuole passare l’esame deve pagare il professore, il professore che vuole lavorare deve pagare il preside, il preside il provveditore e il provveditore il ministro. Il ministro infine deve consegnare una percentuale dei suoi guadagni a lui, al presidentissimo, e alla sua famiglia di squali. Tutto questo “commercio” in nero ha una ricaduta pesantissima sulla società. Uno come il Trota qui, potrebbe diventare medico o ingegnere in due giorni e senza scandalizzare nessuno. Le lauree le vendono un tanto al chilo. Ma negli ospedali aperti al popolo, dove le attrezzature sono ferme a vent’anni fa, mai rinnovate e mai sottoposte a manutenzione, trovare qualcuno in grado di formulare una diagnosi corretta è praticamente impossibile. Così gira la ruota in Tajikistan. La droga che arriva dall’Afghanistan qui non crea problemi sociali perché non si ferma che per elargire le regolari mazzette ai funzionari di frontiera. I trafficanti sono riconoscibili a vista. Girano in auto fiammanti di grossa cilindrata, sgommando ai semafori con accelerazioni da formula uno, mentre i poliziotti, presenti ad ogni angolo di strada, girano la testa per far finta di non vedere.
“Rahmon? Sì, ruba, lo sappiamo tutti che ruba - mi sono sentito rispondere da più persone del posto -. Ma lui ha portato la pace dopo la guerra civile. Meglio lui che gli islamici. Noi siamo musulmani ma siamo abituati a bere birra e vodka, i precetti li osserviamo ma anche non li osserviamo. In moschea a pregare regolarmente qui ci va il 10 per cento della gente”. E così a denunciare la corruzione del regime come un male sociale sono solo i mullah sunniti che rimproverano al presidentissimo di essere più incline ai principi dello zoroastrismo che a quelli del Corano. La risposta di Rahmon non si è fatta attendere: ha chiuso tutti i centri salafiti - ristoranti compresi - e richiamato in patria tutti i giovani tajiki che studiavano nelle madrasse (scuole di teologia) estere.
Decisioni che non sembrano sufficienti a fermare l’avanzare dell’islamismo. A Dushanbe il numero di donne che abbandona il copricapo tajiko (in pratica un fazzolettone colorato annodato dietro la nuca alla contadina) per il velo islamico, che non fa assolutamente parte della tradizione locale, è sempre più alto. In un Paese in cui l’organizzazione politica o sindacale è un reato contro lo Stato e se scendi in piazza per protestare ti sparano, la moschea è l’unico luogo in cui può ritrovarsi chi è schifato da un regime che ha eletto la corruzione a principio democratico.
La guerra civile che si combatte sul Tetto del Mondo rischia di precipitare sino a Dushanbe.

Un rinoceronte di nome Obama

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Kampala - L’ultimo rinoceronte dell’Uganda fu abbattuto nell’estate del ’78. Non fu un safari ad ucciderlo e neppure dei cacciatori tribali. Non furono neppure quei bracconieri che hanno contribuito non poco alla quasi scomparsa della specie. Non toccò a loro sparare l’ultimo colpo. Furono i soldati dell’esercito ugandese a mitragliarlo dopo averlo scovato e rincorso a bordo di un elicottero militare.
Chi crede, o finge di credere, che la caccia sia uno sport, magari inorridirà pure nel leggere che in Uganda i rinoceronti venivano cacciati dall’esercito regolare come se si trattasse di azioni di guerra. Ma, al di là di ogni ipocrisia sulla presunta sportività dell’attività venatoria, bisogna considerare che per un qualsiasi generale, il risultato conta sempre più del mezzo. E l’unica cosa che conta di un rinoceronte è il corno cui una tradizione tanto falsa quanto dura a morire attribuisce miracolose proprietà afrodisiache. Fatto sta che al mercato nero la quotazione di un grammo di corno doc oscilla dai 100 ai 150 dollari. Come dire che l’oro, l’argento e la stessa cocaina, al confronto, sono merci da poveracci!

Lo scorzo del corno inoltre, viene acquistato dagli artigiani arabi per ingioiellarlo e farne foderi di pugnale. Le zampe, scavate e lavorate, sono di gran moda nei salotti di classe degli Stati Uniti come posacenere di gran lusso con quel tocco di esotico che è sempre di moda. Tutto questo per spiegare come mai il dittatore ugandese Idi Amin Dada, che da qualche tempo non riusciva più a farsi assegnare mutui dalle banche europee per mantenere il suo corposo esercito, concesse ai suoi soldati in arretrato di stipendio il permesso di abbattere gli ultimi rinoceronti del Paese. In fondo, tra i tanti titoli che il dittatore folle si era attribuito, subito dopo quello di Conquistatore dell’Impero Britannico, c’era anche Signore di Tutte le Bestie della Terra e di Tutti i Pesci del Mare. Parliamo di uno psicopatico convinto di essere in comunicazione telepatica con i coccodrilli. Il che, tra le altre cose, non salvò i coccodrilli dall’essere cacciati proprio come i rinoceronti.
Ma le pallottole che uccisero l’ultimo rinoceronte furono comunque tra le ultime sparate dalle truppe di Amin. Svenduto tutto quello che poteva svendere del suo Paese, ridotto alla fame nera i suoi sudditi, senza più crediti politici con la comunità mondiale né, soprattutto, economici con le finanze che contano, il dittatore avrebbe da lì a poco giocato la sua ultima carta tentando di invadere la Tanzania, dove di rinoceronti ce n’erano ancora. L’ammutinamento delle sue truppe e l’entrata nel Paese degli esiliati al seguito dell’esercito tanzano, misero fine alla sua dittatura costringendolo ad abbandonare Kampala l’11 aprile del 79. Per l’Uganda si chiudeva una stagione di terrore che non ha uguali nella storia dell’umanità. Ancora oggi il numero delle vittime di Amin è avvolto dal mistero: non meno di 80 mila secondo alcune stime, vicine al 300 mila secondo altre. Secondo i dati di una organizzazione solitamente molto ben informata come Amnesty International, il numero più probabile si aggira sul mezzo milioni di morti. Il tutto in nemmeno nove anni di governo. Un vero e proprio massacro mentre in Europa i giornali davano spazio solo alle “stranezze” del dittatore e lo dipingevano come l’ennesimo capo tribale un tantino sbalconato, sul tipo di quelli che girano con la sveglia rotta al collo, che si presenta al genetliaco della Regina d’Inghilterra con un carico di banane per “aiutarla a sfamare il suo popolo”.
Oggi, in Uganda, a nessuno piace parlare di Idi Amin Dada. Anche la sua morte, avvenuta a causa di una insufficienza renale il 16 agosto del 2003 in Arabia Saudita, dove viveva come un esiliato di lusso, non si meritò che una mezza pagina nei giornali locali. Un trafiletto o neanche quello sui quotidiani europei. Solo gli elefanti hanno la memoria lunga.
Curiosamente, la scomparsa del dittatore ha coinciso con la rinascita dei rinoceronti in Uganda. Solo qualche mese prima della morte di Amin, grazie al lavoro di una ong e ad un finanziamento della Comunità Europea, veniva approvato il progetto di realizzare un’oasi ambientale dedicata al ripopolamento dei rinoceronti. Nasceva così lo Ziwa Rhino Sanctuary, il parco dei rinoceronti. Settanta chilometri quadrati di savana a poche decine di chilometri dalla capitale Kampala, dove oggi vivono dodici grandi rinoceronti bianchi. Tredici non appena una femmina di nome Hope (speranza) si deciderà a partorire. Tra le due specie presenti in Africa, questa del rinoceronte banco è la più grande. Un maschio adulto sfonda facilmente il tetto dei 3 mila chili. A vederli dal vivo sono animali davvero impressionanti e ti rendi conto del perché ci volevano le mitragliatrici militari per buttarne giù uno. Gli stessi bracconieri usano pallottole esplosive.
I primi rinoceronti reintrodotti nel parco furono un maschio proveniente dal Kenya e una femmina nata in cattività in uno zoo della California, trasportata in Uganda grazie ad un finanziamento di varie associazioni ambientaliste Usa e di aziende private tra cui spicca la Walt Disney. Il percorso di reinserimento è stato lungo e complesso ma alla fine fu proprio questa femmina “californiana” a dare alla luce il primo cucciolo del parco. Era il 4 agosto del 2009. Lo stesso giorno di nascita dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Inoltre, il piccolo rinoceronte era figlio di una femmina americana e di un padre keniota. Come non chiamarlo Obama?
Adesso Obama è un bestione di quasi due tonnellate. Mi sono avvicinato per fotografarlo sino ad una decina di metri. I rinoceronti bianchi, a differenza di quelli neri, sono piuttosto tranquilli e non caricano mai l’uomo. Ma è comunque meglio stare a debita distanza e infilare un teleobiettivo nella reflex. Mica voglio mettermi a litigare con due tonnellate di presidente dei rinoceronti d’America.
Mentre scattavo, Obama se ne è stato tranquillo tutto il tempo a sonnecchiare sotto una frasca, sorvegliato a vista da due gentili ranger. “Non li perdiamo mai di vista i nostri dodici rinoceronti - mi ha spiegato uno di loro -. Il parco è recintato e noi ranger siamo sempre vigili, ma anche ieri abbiamo notato tracce di pneumatici sospetti. I bracconieri sono sempre pronti a colpire. Con quel che vale un corno nel mercato nero, ogni rischio gli appare lecito”. Non ci sono più i soldati di Amin ma la sopravvivenza dei rinoceronti in Uganda, come in tutta l’Africa, continua ad essere in pericolo. Obama intanto dorme il sonno del giusto. Non sa che la sua è una specie a rischio. Non sa neppure di aver un nome così importante.

Rwanda, 18 anni dopo

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Kigali - La primavera in Rwanda si tinge di viola. E’ il colore del lutto. E’ il colore del genocidio a colpi di machete che 18 anni fa, nell’aprile del ’94, insanguinava il Paese delle Mille Colline. Torrenti di sangue trascinavano a valle i corpi macellati dei tutsi, sino al lago Vittoria dove si impigliavano nelle reti dei pescatori. Oggi le tracce delle fosse comuni scavate sulle sponde ugandesi del lago da cui nasce il Nilo, culla di civiltà, sono state cancellate per non turbare le coscienze dei turisti che non riuscivano a dare un senso ad una tale ecatombe. Non facciamone una colpa. E’ impossibile farsi anche una pallida idea di cosa significa un milione di morti ammazzati in meno di tre mesi. E’ come parlare delle stelle. Come dire che Proxima Centauri dista “solo” quattro milioni di anni luce, mentre Aldebaran è 500 volte più luminosa del sole. Numeri esatti ma senza senso per il nostro limitato sentire comune. Ma mai, mai nel corso della storia dell’uomo, sono state uccise così tante persone in così poco tempo e con mezzi così banali come machete, coltelli da cucina, bastoni e martelli. Non era una scelta di campo. La Banca Mondiale aveva negato il finanziamento per le più pratiche armi da fuoco, sostenendo che il governo dell’Hutu Power non era economicamente solvibile. Per risolvere le sue faccende interne, poteva concedere al Rwanda al massimo un prestito per quegli 80 mila machete di seconda mano che la Cina, generosamente, era disposta a fornire a prezzi scontati. Di necessità virtù. Così è cominciato quello che è stato definito il “genocidio dei poveri”. Ma non c’era nessun’altra ragione che giustificava l’uso dei machete se non che le pallottole costavano un sacco.



IL GRANDE MAUSOLEO
Adesso, un milione di morti dopo, non è più possibile pensare di visitare il Rwanda seguendo un itinerario solo naturalistico, pure se le profonde valli coltivate a tè, a caffè o a cacao si aprono al viandante in spettacolari panorami che non hanno uguali in tutto il continente. Ogni strada ha le sue lapidi di cemento per ricordare i blocchi stradali dei miliziani dell’Interahamwe (letteralmente “Colpiamo insieme”) che filtravano la popolazione in fuga e non lasciavano scampo a chi non poteva dimostrare di essere un hutu fedele al regime. E per provarlo, doveva lui stesso macellare un tutsi. Ogni villaggio, anche di poche capanne, ha il suo monumento funerario a cifre tonde. Cinquemila morti qua, tremila di là. Si va ad occhio. Alla “più o meno”. Ancora oggi, capita che un contadino intento a piantare un banano scopra una fossa comune con qualche decina di teste mozzate e vari pezzi di uomo. Con una recente legge, il governo rwandese ha deciso di smettere di innalzare monumenti funerari sui luoghi degli eccidi e di tumulare gli ultimi ritrovamenti nel grande mausoleo innalzato sopra una collina della capitale, Kigali. Davanti al fabbricato che ospita una terrificante esposizione che prova a raccontare la storia del genocidio, c’è una enorme fossa con una lastra mobile di marmo bianco. Almeno una volta alla settimana, qualche gruppo di sopravvissuti vi si reca per depositare casse di ossa recuperate da qualche parte, sotto le mille colline di quel Paese che negli anni ’70, quando le multinazionali ci investivano camionate di dollari per lo “sviluppo economico del terzo mondo”, veniva chiamato la “Svizzera d’Africa”. Proprio come il Libano per il Medio Oriente. E’ una definizione che porta male, evidentemente. Ti viene da riflettere sul come mai alla Svizzera vera non succeda mai niente.

I FUNERALI DI CHARLES
La cerimonia di tumulazione è semplice. Un impianto stereo suona l’inno nazionale, dei soldati in alta uniforme spostano la lapide e calano la cassa con i resti, i sopravvissuti piangono. Ho buttato l’occhio dentro la fossa. E’ immensa ma c’è ancora un bel po’ di posto. “Ci vengo tutte le volte che posso e che seppelliscono qualcuno – mi racconta un signore di mezza età -. Io ero a Londra a studiare medicina all’epoca. Mia madre, mio padre, i miei due fratelli, le mie tre sorelle, e cugini, zie… li hanno ammazzati tutti. Di alcuni ho identificato e recuperato i corpi ma di altri, come mia madre, ancora no. Adesso vengo qua e spero di capitare, magari per caso, al suo funerale”. E’ vestito elegante, il signor Charles. Preferisce essere chiamato all’inglese che alla francese, mi spiega, anche se parla correttamente tutte e due le lingue oltre, si capisce, al kinyarwanda, la lingua locale. Indossa un bel completo grigio e una cravatta viola con fazzolettino in tinta che gli spunta dal taschino. Porta con sé un grande quadro incorniciato in argento che ritrae una coppia in posa per una foto ricordo, come quelle che si andavano a fare per certe ricorrenze speciali nello studio di un professionista. “My mother, my father”, mi dice. Quando è tornato dall’Inghilterra non ha trovato più niente di quello che aveva lasciato. La casa devastata, la famiglia distrutta. “I vicini che ci erano amici prima del genocidio non avevano il coraggio di guardarmi. E io non avevo il coraggio di guardare loro perché non potevo sapere che parte avevano avuto nel massacro dei miei. Non ce l’ho più fatta a vivere nel paese dove sono nato e mi sono trasferito nella capitale a fare il medico”.

VITTIME O CARNEFICI?
Non si viaggia leggeri in Rwanda. Non si può non chiedersi continuamente come sia stato possibile un tale scoppio di violenza genocida. Non si può non chiedersi che parte avremmo avuto noi se fossimo stati là, nel paese delle Mille Colline, in quell’aprile di 18 anni fa. Vittime o carnefici? Non erano possibili né tollerate, vie di mezzo. Quando l’esercito ha ordinato a due bulldozer di abbattere la chiesa di Nyange, dove si erano rifugiati alcune centinaia di donne tutsi con i loro bambini, il primo conducente si è rifiutato ed è stato immediatamente ucciso con una pallottola in testa. Il secondo ha messo in moto il suo mezzo e ha buttato giù le pareti seppellendo tutti vivi.

“COSE INSEGNATE DALLA COLONIZZAZIONE”
A differenza di altri e più celebrati genocidi come la shoah, perpetrato da carnefici “professionisti” come le Ss dei lager, quello del Rwanda è stato un genocidio di popolo portato a compimento dalla gente comune: i colleghi di lavoro, i vicini di casa. Anche i parenti, considerato che moltissime famiglie erano miste. Hutu contro tutsi. Ma anche hutu contro quegli hutu che non ci stavano e che si rifiutavano di massacrare col machete o con i martelli le “blatte” tutsi. Oggi le chiese dove i tutsi si rifugiavano sperando inutilmente di essere risparmiati sono sconsacrate e stipate dei loro resti. Le ossa spaccate, i crani sfondati ammucchiati a ridosso delle pareti, i vestiti oramai ammuffiti dove vi hanno scavato la tana grossi ragni, sono appesi al soffitto e raccolti in pile davanti agli altari. L’odore è nauseante ed è dura passarci in mezzo senza dare di stomaco. Se chiediamo ai sorveglianti il perché di tutto questo, che l’esposizione dei morti non fa parte della cultura africana, ti rispondono che neppure il genocidio lo era. “Sono tutte cose che ci sono state insegnate dalla colonizzazione”. Fuori, coperto da stoffe viola, si alza l’immancabile monumento commemorativo. “Never again” ci trovate scritto. “Mai più”. Sempre in lingua inglese. Anche il genocidio rwandese può essere letto in funzione di quella guerra tra il capitalismo anglofono e quello francofono eredi della colonizzazione dell’Africa. Tra un Paul Kagame, leader del Rwandan Patriotic Front (Rpf), sostenuto dagli Usa e il governo dell’Hutu Power spalleggiato dall’allora presidente francese, il socialista Francois Mitterand.

LA RICOSTRUZIONE
Il Rwanda di oggi è un Paese che sta sostituendo il francese con l’inglese anche nella cartellonistica stradale. Anche i capitali stranieri investiti hanno una diversa provenienza rispetto a vent’anni fa. Più dollari e yuan che franchi (o euro), per intenderci. Soldi che comunque sono andati a finanziare anche opere meritorie. Il Paese offre ospedali di buon livello, per gli standard africani, gratuiti e aperti a tutti. Ha scuole per bambini e strade neanche tanto disastrate (se siete arrivati in auto dal Congo, vi sembreranno autostrade). Le Mille Colline sono coltivate sino a dove è possibile coltivare. Tutte le persone che ho conosciuto sanno leggere e scrivere e mi hanno lodato il programma di alfabetizzazione che il presidente Kagame ha realizzato, grazie anche a cospicui aiuti internazionali. Le Banca Mondiale, la stessa che ha fatto il bonifico per l’acquisto dei machete, si è impegnata a sostenere l’esportazione di tè e caffè. Perlomeno fino alla prossima “crisi”. Ma oggi, anche chi non ha niente, può scendere le valli ed immergersi nelle sterminate piantagioni di tè, raccogliere le piccole foglie e ricavarne quantomeno il minimo vitale. In Africa non è poco.

EFFICIENZA AFRICANA
La pubblica amministrazione del Rwanda, se diamo credito alle statistiche condotte da alcune organizzazioni per i diritti civili internazionali, è la meno corrotta dell’Africa: Nell’hit parade internazionale sembra sia anche meno corrotta di quella italiana – piuttosto giù di classifica – e di poche tacche sotto Svezia e Danimarca. Il suo parlamento è il primo nella storia dell’umanità ad avere, come elette, più donne che uomini ed è l’unico Paese centroafricano non solo a non perseguitare penalmente ma neppure a discriminare legalmente gli omosessuali. Inoltre ha da poco varato una legge contro la violenza nei confronti delle donne che è considerata tra le più avanzate del mondo. Le elezioni che per la terza volta consecutiva hanno visto trionfare il presidente Paul Kagame con una di quelle percentuali che una tempo ci divertivamo a definire “bulgare”, si sono svolte, a giudizio degli osservatori Onu, senza neppure troppi brogli. E’ questo il Rwanda nato dal genocidio? Di sicuro, Paul Kagame e il suo Rpf hanno avuto, politicamente parlando, vita facile nel gestire i resti di un Paese terrorizzato e reduce da un macello. Viene anche da riflettere su tutti quei “ritardi” nell’avanzata dell’esercito del Fronte Patriottico, in quella tremenda estate di 18 anni fa, nonostante il comandante di quello sparuto gruppo di Caschi Blu rimasto in Rwanda, Romeo Dallaire, supplicasse Kagame di fare presto, se voleva trovare ancora “qualcuno di vivo”. Freddo calcolo militare o spietato ragionamento politico?

PAUL KAGAME
Naturalmente, anche queste medaglie hanno il loro rovescio. Tra tutti i governi africani, quello di Paul Kagame è l’unico che non si preoccupa solo di controllare le azioni dei suoi cittadini ma anche, e soprattutto, quello che pensano. Il genocidio è materia di studio obbligatoria in tutte le scuole in tutti i livelli. E la risposta giusta alla domanda finale d’esame “Chi ha posto fine al genocidio?” è sempre e solo “Paul Kagame”. Per la lode bisogna aggiungere “amato padre della Patria”. L’iscrizione al partito di governo per gli adulti non è obbligatoria ma fortemente consigliata. I giornali di opposizione nascono liberamente ma sono sempre costretti a chiudere dopo pochi numeri. Giornalisti critici e avversari politici, prima o poi, finiscono in galera. E l’accusa infamante che apre le porte del carcere è sempre la stessa: negazionismo. E’ questa la parola magica. Il genocidio è un nervo scoperto. Chi osa criticare il presidente Kagame che ha posto fine allo sterminio non può che essere uno che nega il genocidio e offende la memoria di quel milione di morti ammazzati. Basta una accusa generica di negazionismo e si finisce dritti sotto processo. Quei pochi che mormorano che oggi in Rwanda vige un “razzismo opposto”, e le cariche più prestigiose, i lavori più pagati sono prerogativa esclusiva dei tutsi, lo fanno dall’estero, dalla Francia. Son cose che qui non si possono neppure bisbigliare.

TUTSI E HUTU
E d’altra parte, per chi ancora vive nel Paese delle Mille Colline, termini come tutsi e hutu sono diventati un tabù. Scomparsi non solo dalle carte di identità, dove ce li avevamo messi i colonizzatori belgi preoccupati di dividere la popolazione per controllarla meglio, ma anche dai libri di storia e dagli stessi musei etnologici. Solo nel mausoleo del genocidio ne ho trovato traccia. Difficile anche capire se davvero tutsi e hutu possono essere definite due etnie diverse, considerato che condividono la stessa lingua e gli stessi miti. Una ricerca etnologica compiuta ai tempi della colonizzazione dai Padri Bianchi belgi, preoccupatissimi di trovare un qualcosa che distinguesse gli uni dagli altri, stabilì solo che gli hutu avevano in media il naso di due millimetri più piccolo dei tutsi. Se si fa un simile “studio scientifico” tra veneti e lombardi si trovano più differenze! Probabilmente, come ha osservato Ryszard Kapuściński, più che di etnie è corretto parlare di caste. Pure se ben diverse da quelle stagne dell’induismo. “I tutsi erano allevatori, gli hutu contadini – mi ha spiegato un ragazzo, studente di legge alla National University di Butare che ho conosciuto al museo dell’Olocausto – ma se il re per premiarti ti regalava una mandria di ankole (le tipiche vacche centroafricane dalle enormi corna.ndr) tu, hutu, diventavi immediatamente tutsi”. Soltanto caste quindi. Soltanto una ingombrante eredità di un tempo che non c’è più ma che sarebbe bastata a scatenare i massacri.

“SONO SOLO UN RWANDESE”
Quando mi azzardo a chiedergli se lui viene da una famiglia tutsi o hutu, il ragazzo mi guarda inorridito e mi balbetta che la mia domanda non ha più senso. Che lui è solo un rwandese tra i rwandesi e che compie un pericoloso errore chi cerca di spiegare quanto è accaduto affidandosi alle categorie tribali di “tutsi e hutu”. Con lui visito l’ultima ala del mausoleo dedicata agli altri genocidi che hanno insanguinato gli ultimi decenni della storia dell’umanità: l’olocausto nazista, gli armeni, il Darfur, la Cambogia… Nel portone d’uscita, in alto, a caratteri cubitali, ancora la scritta “Never again”. Ripenso a Primo Levi. Non cercate ragioni. E’ accaduto. Accadrà ancora.
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