"Uccisi dai fascisti"

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Il genocidio ha spazzato via la memoria. “Prima della guerra, tutti i bambini serbi sapevano cosa era il ramadan e riconoscevano le preghiere del muezzin. Prima della guerra, tutti i bambini musulmani, durante la pasqua, coloravano le uova e le scambiavano con i vicini di casa - mi racconta un ragazzo serbo impegnato nel progetto Adopt Srebrenica della Fondazione Langer - . Oggi ognuno vive per conto suo. Molti miei amici serbi mi hanno tolto la parola perché sanno che io parlo anche con i musulmani. La guerra ha scavato un fossato e nessuno sa come riempirlo”. I ragazzi di Adopt Srebrenica che incontriamo prima della partenza ci raccontano il progetto di raccolta delle testimonianze che stanno portando avanti. “Un lavoro difficile - mi spiega uno di loro - perché non sempre noi o quelli con cui lavoriamo siamo nelle condizioni emotive per portare avanti questo lavoro. I risultati però non ci mancano. Io, ad esempio, sono riuscito a recuperare una registrazione con la voce di mio padre. E’ stata una cosa incredibile perché ascoltandola, dapprima non riuscivo a mettere a fuoco, ma poi mi sono balenati in mente tanti ricordi che non sapevo neppure di avere”.
“Il nostro obiettivo è anche quello di raccogliere informazioni su come si viveva prima della guerra, quando eravamo tutti bosniaci e basta. Sono cose che sia i serbi che i musulmani vorrebbero fossero dimenticate. Ed invece dobbiamo far sapere a chi vive ora, quale è il futuro che l’odio e la guerra gli hanno rubato. Altrimenti è come se avesse vinto il genocidio”.
Lasciata la gola dove è incastrata Srebrenica, ci dirigiamo a nord, verso Tuzla, costeggiando la Drina, il fiume che separa la Bosnia dalla Serbia come un tempo separava l’impero romano d’oriente da quello d’occidente e poi la cristianità dall’impero ottomano. Le morbide pendici boschive che ci accompagnano per tutto il viaggio hanno visto la tragica marcia dei quindicimila profughi in fuga da Srebrenica che, dopo la caduta della città, hanno tentato di raggiungere Tuzla. Più di seimila di loro verranno massacrati senza pietà dall’esercito serbo e dai paramilitari.
Per tutta la strada incrociamo scuole, magazzini, palestre, sedi di cooperative che furono teatro di indicibili violenze e di massacri. Nemmeno una lapide li ricorda.
“Sindaci e amministratori, siano essi serbi o musulmani, stanno portando avanti una operazione di normalizzazione di tutti i luoghi dove furono perpetrati crimini orrendi. Ci sono scuole dove furono violentate e uccise centinaia di donne in cui oggi i bambini vanno a far lezione. Tutti sanno e tutti tacciono in una sorta di omertà collettiva. Addirittura è vietato pregare davanti a questi luoghi - spiega Andrea Rizza della Fondazione Langer -. I politici non vogliono che la gente ricordi e commemori. Ma così nessuno uscirà mai dal ruolo di vittima e di carnefice. Nessuno chiederà scusa e nessuno elaborerà il lutto, in una sorta di negazione reciproca dei tanti crimini commessi da una parte e dall’altra”.
Cancellare i luoghi della memoria significa cancellare la memoria. Significa impedire a ciascuno di raccontare la sua storia e di confrontarsi con la storia dell’altro. Ogni comunità si trincea dietro il suo dolore, senza riconoscere quello dell’altro. E’ la logica di un incontro che non avverrà mai: perché io dovrei riconoscere il tuo grande crimine se tu non riconosci il mio piccolo?
Un esempio di questa negazione la troviamo a Kravica, a poco più di mezz’ora d’auto dal memoriale di Potoći. Qui nel gennaio del ’93 i musulmani uccisero 47 militari serbi e 9 civili. Per la verità, ci furono crimini ancora più pesanti compiuti dai bosniàcchi, ma si preferisce non ricordarli dando invece spazio a questo eccidio più piccolo nei numeri perché il luogo si trova a poca distanza da Srebrenica, come per “pareggiare i conti” con i musulmani. E’ significativo che nella grande chiesa che ricorda i morti di Kravica non siano indicati i nomi né il numero dei caduti. Il confronto con gli oltre 8 mila assassinati che riposano nel memoriale di Potoći sarebbe assolutamente sproporzionato a favore dei musulmani. In altri casi simili, i monumenti ai caduti serbi fanno conto unico con i caduti nella seconda guerra mondiale, tanto per “fare numero” e dimostrare che anche tantissimi serbi sono state vittime della violenza. In questa assurda generalizzazione si butta la memoria nel tritacarne e si impedisce agli stessi parenti delle vittime serbe di pregare su una tomba monumentale che riporta il nome del proprio caro scomparso.
Nessuno accetta un confronto che parta dal presupposto che la questione non è chi ha massacrato di più e chi ha massacrato di meno.
Eppure, negli eccidi, è stato dimostrato che la motivazione non fu mai la vendetta. Nessuna comunità scampata ad un massacro ha poi perpetuato una strage nel campo avverso. Il genocidio fu pianificato e studiato a tavolino nelle alte sfere del potere da una destra nazionalista e xenofoba. L’unico memoriale che ribadisce chiaro questo concetto lo troviamo a Tuzla. Quella Tuzla antifascista che si difese nel sangue dall’occupazione nazista, e che quando gli ustascia chiesero di consegnare loro gli ebrei risposero che là c’erano solo cittadini di Tuzla. Proprio nel cuore di questa città una lapide ricorda i 71 ragazzi uccisi da un colpo di mortaio mentre festeggiavano la tradizionale giornata della gioventù. Sulla lapide non c’è scritto che gli assassini erano serbi o bosniàcchi, ortodossi o musulmani. C’è scritto solo: “uccisi dai fascisti”.