Chi si fotte dei fantasmi della notte
19-08-2026, 01:13Le Solite StronzePermalinkLe bionde trecce, gli occhi azzurri e poi
certe tue canottiere...
E l'innocenza e l'ignoranza in noi,
da calci nel sedere!
E la cantina buia dove noi
ci pestavamo a sangue,
e i miei assalti e l'eco dei tuoi "no!"
Scusa, ti ho fatto paura?
Dove sei stato cosa hai fatto mai...
una donna?
Ma sei sicura?
Ma che vuol dire "Sono una donna", ormai?
Ma quanti ormoni ti hanno dato, lo sai?
Che importa, tanto tu non me lo dirai...
(Purtroppo)
Ma ti ricordi l'erba verde, e noi
lontano dai sentieri.
Di che colore sono gli occhi tuoi?
Io te li faccio neri...
Dove sei stato cosa hai fatto mai,
una donna, donna dimmi
cosa vuol dire "sono una donna" ormai,
con che pronomi adesso ti chiamerai,
che importa? Tanto tu non me lo dirai,
purtroppo.
Le ombre dei fantasmi della notte,
le ombre dei fantasmi della notte,
io le prendo tutte a botte!
Chi si fotte dei fantasmi della notte!
Sono alberi e cespugli ancora in fiore,
sono gli occhi di una donna ancora pieni di?
O mare rosso giallo nero verde e rosa,
se sei una donna, allora io sono che cosa?
O mare giallo verde nero viola e ro,
tu sei una donna, io chi sono non lo so so.
Le ombre dei fantasmi della notte
(chi si fotte dei fantasmi della notte).
Scusa se ti ho dato troppe botte,
è colpa dei fantasmi della notte.
V
Immagino che Mogol non sarà contento.
Neanche noi siamo contente di Mogol.
Chi è Mogol?
Ecco, appunto, anche da un punto di vista anagrafico è curiosa questa vostra ossessione per i suoi testi.
Oddio, ossessione.
Penso ad esempio a Sta' zitto quando parli, nel primo album, che era una rilettura dei Giardini di marzo immaginata dalla parte della ragazza.
Una ragazza che si sta scocciando perché il tizio continua a parlare dell'universo dentro di lui invece di passare all'azione.
Ma sono canzoni dei primi anni settanta, voglio dire, sono passati cinquant'anni. È ancora necessario prenderle in giro?
Niente è necessario.
Cioè io da un punto di vista storico posso capire questa ruggine tra punk e cantautorato. E magari trent'anni fa prendersela con i cantautori poteva servire a rimarcare la differenza, a segnare i confini tra una generazione e l'altra, ma ormai è successo due generazioni fa! Per cui paradossalmente è proprio questo il pezzo che vi fa sembrare più datate di quanto non...
Datate? Ma di' pure vecchie.
Vecchie di merda.
Che in effetti è un altro tema che emerge in questa zona dell'album, ad esempio in un brano come Ho fatto sesso.
Beh adesso non esageriamo. Cioè non siamo così vecchie.Abbiamo anche fatto un pezzo trap.
Lasciamo perdere il pezzo trap. Mogol effettivamente è un feticcio molto più vecchio di noi. Ma resta un feticcio. Uno dei motivi per cui i suoi testi rimangono impressi nella memoria collettiva, anche a generazioni di distanza, è la loro demenzialità. Cioè parliamo di un paroliere veramente senza vergogna, che pur di mettere un po' di sillabe qualsiasi su qualsiasi musica è riuscito a ideare dei giri di parole che ancora oggi danno il capogiro per quanto sono folli.
...mentre in altri casi è di una volgarità allucinante, che ci sorprende ancora oggi. Cioè pensa alla Canzone del sole originale, pensa a questa tizia che torna in campagna dopo essere stata in città, e si aspetta di divertirsi un po' nel fienile col cugino, ma questo si fa una serie di pare, quante braccia ti hanno stretto tu lo sai per diventar quel che sei, una cosa da prenderlo a sberle. Mogol è osceno.
Ed è demenziale.
E quindi...
E quindi in un certo senso è il nostro padre.
Anche se è difficile definirlo punk.
Non lo so. Quando scrive: Tu non sei molto bella e neanche intelligente, ma non t'importa niente perché tu non lo sai, ecco, secondo me siamo ai bordi del punk.
Anche tu ami tanto le banane?
Sono testi molto sessisti, non ve lo devo spiegare io.
No, davvero, non ce lo devi spiegare tu. Ma alla fine se ci pensi l'uomo ci fa sempre una brutta figura, anche se lo stesso Mogol magari non se ne rendeva conto (Battisti invece secondo me sì, cantando se ne rendeva conto). È un sessismo talmente osceno che diventa autoparodico anche contro le sue intenzioni. Lo possiamo sfoggiare come i Sex Pistols sfoggiavano le svastiche.
Va bene, insomma, se ho capito il senso della canzone: ci sono due vecchi amici che da giovani passavano il tempo a menarsi. Si incontrano dopo tanto tempo e uno dei due (quello che di solito le prendeva) ha cambiato sesso.
Ha scoperto di essere di sesso femminile.
Questa cosa provoca una violenta crisi di identità nell'amico.
Che potrebbe anche essere un'amica. Cioè non lo sa di che sesso ha, lo ha sempre dato per scontato ma alla fine comincia a porsi la domanda.
E tutto questo è raccontato con storpiature di versi della Canzone del sole.
Più o meno.
E questa è la civiltà
17-08-2026, 00:34Le Solite StronzePermalinkTutti quanti fanno pietà,
e questa è la verità,
ti prego credimi, è naturale.
Tu ce l'hai con la società,
ti credi inutile, ma
nessuno è utile, in generale.
Se ti guardi attorno con attenzione,
troverai simpatiche più persone, ma
tutte quante fanno pietà,
non è un mistero: si sa,
tu mi puoi credere o no, ma è uguale.
Tutti quanti fanno pietà:
lo lessi tanti anni fa
in prima pagina sull'agenda
che sfogliava sempre papà,
e questa è la civiltà:
farsi pietà tutti un po' a vicenda.
Certo che sarebbe un mondo più bello
se tu amassi ognuno come un fratello, ma
tuo fratello è il primo che fa
decisamente pietà,
e ti fregava anche la merenda.
Tutti quanti fanno pietà:
lo disse Socrate, ma
non si può dire che fu un successo.
Tutti, proprio tutti, e chissà
se te ne faccio, si ma
tienine un poco anche per te stesso...
Tutti quanti fanno pietà,
e questa è la verità
sì questo è il mondo in cui sei immerso.
Tutti, proprio tutti e si sa,
per cui ora dimmi chissà
perché credevi di esser diverso.
Certo che puoi amare qualcuno, e tanto:
se sei fortunato ora ti sta accanto
e ti sta dicendo: "Ma va'!
Questa canzone mi fa
decisamente pietà,
la cambi?"
IV
Poi c'è Tutti quanti fanno pietà, che mi ricorda un po' gli Sparks.
I chi?
Quell'ironia un po' sentenziosa, un pessimismo ben argomentato che fin qui non era nelle vostre corde...
A me sembra piuttosto qualunquismo e non nego che mi dia un po' fastidio, ma alla fine è un pezzo divertente, dai.
Ricordo che prima dicevate che avete cercato di tornare al punk ultimamente, ecco, questo ha l'aria di un ritorno: è un pezzo che vuole essere energico, vuole essere urlato, ma non ha più la spontaneità casinara di due anni fa, è molto più formulaico, se mi passate il termine...
Il correttore automatico non te lo passerà.
Allora diciamo che più aderente a una formula di punk un po' astratta, fuori dal tempo, mentre in certi vostri vecchi pezzi erano esplosioni di cose che non potevano stare assieme e proprio per questo conflagravano.
È terribile, abbiamo già i "vecchi pezzi". Comunque sì, qui c'è strofa ritornello, strofa ritornello, stiamo diventando prevedibili.
Lo sai perché si approfittano di te?
15-08-2026, 00:28Le Solite StronzePermalink
III
(Sto sempre intervistando le Solite Stronze a proposito del loro secondo deludente album)
Visto che abbiamo cominciato a parlare dei singoli brani, vorrei tornare indietro e ricominciare dalla prima vera canzone dell'album, Zero autostima, che era già uscita come singolo su Bandcamp più di un anno fa...
Sì, l'avevamo messa fuori per l'otto marzo.
E quindi sull'album rappresenta la primavera.
Beh tecnicamente l'otto marzo è ancora inverno, ma ok.
Un anno fa si chiamava Ribellati è un ordine, ma immagino che il cambiamento di titolo non sia soltanto un tentativo di rivendere la stessa canzone due volte...
...agli stessi due utenti, beh, se succede pazienza. Comunque sì, è la stessa canzone, forse abbiamo aggiunto tre colpi di batteria che ci mancavano.
È anche il brano che assomiglia di più al vostro primo album, soprattutto a una certa vena rageagainsthemachiniana che veniva fuori verso la fine, per cui mi viene il sospetto che le canzoni di questo album seguano anche una vaga traccia cronologica, magari anche stilistica, dal punk verso altri generi...
Sì e no, perché le canzoni in assoluto più antiche sono quelle alla fine. Però sì, c'era una certa urgenza punkrock che in questi due anni si è un po' stemperata. Tanto che a un certo punto abbiamo anche provato a reagire, a tornare un po' sui binari, ma non credo che ci siamo riusciti. A riprova che guardarsi indietro è sempre un errore. Zero Autostima è una fotografia di come eravamo a inizio 2025, e per quel che ne sapevamo allora poteva anche essere l'ultimo atto di vita delle Solite Stronze.
Sarebbe stato un finale appropriato.
È un brano programmaticamente ambiguo – il che del resto si può dire di buona parte della vostra produzione.
Ah sì?
Al punto che mi sono domandato se chi lo ha scritto conosceva il concetto di doppio legame elaborato nel dopoguerra dalla scuola di Palo Alto.
Beh, immagino di sì, comunque ora chiedo: Lady Tourette, conosci il concetto di doppio legame elaborato dalla scuola di Palo Alto?
Come no, ci passo le notti con la scuola di Palo Alto.
Si tratta di una teoria che all'inizio cercava di definire il comportamento schizofrenico in un'ottica comportamentale... l'ipotesi è che i pazienti schizofrenici avessero dovuto interagire, nell'infanzia, con genitori o educatori, o comunque figure autoritarie che veicolavano messaggi internamente contraddittori. L'esempio da barzelletta è il carabiniere che dice al sottoposto: "Vieni qui, va là", al che il sottoposto si blocca immobile... però anche l'esperto di comunicazione che ti ordina "Sii spontaneo" ti sta bloccando con una comunicazione a doppio legame.
Tipo il Dio degli ebrei quando dice Ricordati di dimenticare Amalek.
Avrei preferito un altro esempio, ma sì.
Quindi il sionismo sarebbe tipo una psicopatologia di massa... Guarda, non voglio negarlo, è un'idea interessante.
Grazie.
Solo non ho ben chiaro cosa cazzo c'entri con la nostra canzone.
Beh mi sembra un esempio da manuale: la voce cantante non fa che rimproverare l'ascoltatrice di essere troppo remissiva, troppo passiva... a un certo punto le ordina letteralmente di ribellarsi...
Sì, e secondo te la ribellione avviene o no?
A sentire chi canta no, non avviene...
Quindi è avvenuta! L'ascoltatrice si è ribellata all'ordine di ribellarsi. È un inno alla passività aggressiva.
Come devo interpretare il fatto che insistiate a collegarla alla Giornata dei diritti della donna?
Come ti pare – per esempio potrebbe venirti in mente che una certa retorica dell'empowerment femminile può ottenere il risultato contrario, può intimidire chi in questa retorica non può riconoscersi, per tantissimi motivi.
È in effetti un'idea che potrebbe venirmi in mente...
...ma deve venirti in mente in modo spontaneo, non posso imbeccarti io, ci devi arrivare da solo.
E non è detto che tu ce la faccia mai.
(Deficiente).
Tutti quanti fanno fake
14-08-2026, 00:50Le Solite StronzePermalink(Sto discutendo da ieri con le Solite Stronze del loro nuovo album, Primavera Estate Autunno Inferno che è indubbiamente stato realizzato con l'Intelligenza Artificiale).
Ma perché non vorreste ammettere che adoperate l'IA? In fondo ormai è una cosa normale, no?
Appunto, forse è troppo normale.
Se posso permettermi: vergognarsi dei propri procedimenti, del proprio modo di essere, non è molto punk.
Non è una questione di vergogna, anche se poi io personalmente un po' mi vergogno. Credo che i motivi per cui non amiamo troppo fare coming out sono inversi rispetto a due anni fa. A quel tempo usare l'IA era tutto sommato avanguardia. Se vai a dare un'occhiata, noi siamo veramente parte della prima ondata internazionale di IA music – di sicuro tra i primissimi in Italia. Dunque all'inizio fingere di non essere IA faceva parte del gioco. C'era un tipo di choc che cercavamo, nell'ascoltatore, che derivava proprio da questo. Dopodiché...
Nel giro di un'estate, internet si è riempita di musica fake.
Ecco. E questo ci ha anche un po' tolto la voglia di continuare, probabilmente.
A me no.
Tu non fai testo. Oggi che la musica fake è dovunque, noi comunque ci terremmo a mantenere le distanze, perché comunque non siamo quel tipo di fake. Non siamo musica da ascensore, da presentazione. Non siamo qui per riempire il silenzio di note rassicuranti, se capisci cosa intendo.
Siete qui per disturbare.
Il più possibile.
Ma devo dire che già due anni fa il vostro approccio alla IA era più consapevole della media... mentre in questo nuovo album date l'impressione di giocare con l'idea, a volte sembrate applicare apposta dei prompt sbagliati...
In che senso?
Già il titolo, per esempio, sembra una svista, un glitch: il fatto che dopo l'Autunno venga l'Inferno e non l'inverno. Oppure le Quattro Stagioni che diventano le Quattro Stagiste... c'è tutta un'estetica del refuso, magari inconsapevole...
Sai che non ho la minima idea di cosa cazzo tu stia dicendo.
...Evidentemente inconsapevole. E poi ad esempio c'è un pezzo come Manspleiner.
Ah sì, quello è un'altra delle idee strambe di Rosa.
Come succedeva già in alcune canzoni del primo album, all'inizio siamo portati a credere che la protagonista della canzone sia succube di un uomo prevaricatore: poi, strofa dopo strofa, ci rendiamo conto che la situazione è diversa.
Sì, però stavolta ci ha messo veramente troppe strofe. Comunque Rosa stava immaginando come avrebbe funzionato un'IA fatta apposta per i manspleiner: una specie di Chatgpt al contrario, che invece di rispondere a tutte le tue domande, ascolta tutte le tue risposte e le trova geniali. Un'idea geniale effettivamente, forse invece di scriverci una canzone doveva brevettarla.
Primavera, Estate, Autunno, Inferno
12-08-2026, 23:45Le Solite StronzePermalinkÈ ancora una notizia, se non interessa a nessuno? Domanda interessante, comunque l'eventuale notizia è che le Solite Stronze sono tornate. Il combo punk postmaschilista che sembrava essersi finalmente sciolto un anno fa – tra i sospiri di sollievo di ogni amante del decoro e della buona musica – è ricomparso all'improvviso su Youtube con un video rudimentale di mezz'ora, Primavera Estate Autunno Inferno, definito "il secondo deludente album delle Solite Stronze". E così rieccoci, due anni dopo, sempre in compagnia di Lady Tourette (in rosso) e Pussy Via (in viola), a parlare dell'evoluzione di un gruppo che non dovrebbe nemmeno esistere.
Non credo si possa parlare di evoluzione. Ci siamo ritrovate dopo un po' e i pezzi c'erano. Non sono più "evoluti" dei precedenti, anzi non escludo che il nuovo album sia peggiore del primo...
...Mi sembra improbabile.
Ah Ah Ah, hai fatto la battuta. Comunque i pezzi c'erano, e così li abbiamo messi assieme. In effetti, sono i pezzi a fare l'insieme. Noi invece come collettivo continuiamo a far desiderare, io ad esempio con Azzolina non ci parlo da due anni.
Eppure siete ancora voi cinque.
Le Solite Stronze, letteralmente.
Però vedo che avete anche delle stagiste.
Beh sì, quella delle stagiste è più una gag che è una situazione reale. Cioè si tratta di persone che a vario titolo hanno lavorato ad alcune canzoni. In certi casi la collaborazione è stata determinante, ad esempio Cazzi è un pezzo di Svaporella, la canta lei, nessun'altra avrebbe voluto cantarla.
Ma neanche ascoltarla.
È una specie di pezzo trap?
Mah, diciamo che ci prova.
O forse è la parodia di un pezzo trap.
Speriamo.
E poi le stagiste hanno curato l'introduzione, a quanto pare.
Beh sì, lo hanno fatto loro quel casino inascoltabile.
Vedo che anche qualcuna di voi ha delle perplessità nei confronti del brano introduttivo.
Nessuna perplessità, sono due minuti del cazzo che rovinano il disco.
Come mai, malgrado queste obiezioni, avete deciso di fare uscire il disco con un'introduzione così, diciamo poco allettante.
Non chiederci una spiegazione razionale. Probabilmente è stato il solito gesto punk, tipo sputare nelle orecchie degli ascoltatori prima di cominciare l'esibizione.
Forse un modo di selezionare i vostri ascoltatori? Voglio dire, dopo due minuti così, se uno resta in ascolto, dev'essere veramente determinato ad ascoltarvi.
Ecco, una cosa del genere.
L'introduzione contiene anche una serie di anticipazioni dei brani successivi, che mi lascia pensare che anche questo album, come il precedente, sia concepito come un insieme organico.
Che sia organico non c'è dubbio...
Anzi facciamo un appello, non buttatelo nell'indifferenziato o nella plastica, il nostro album è decisamente organico.
È per questo che avete scelto di pubblicarlo su Youtube, dov'era possibile postarlo tutto intero, e non su Bandcamp, come l'album precedente?
Beh, è uno dei motivi.
Un altro motivo potrebbe essere che Bandcamp non accetta più le canzoni prodotte con l'Intelligenza Artificiale?
Non credo sia il momento di discuterne.
Va bene, ne discutiamo un altra sera.
La leggenda del santo copiatore (e il seminarista che augurava disgrazie a Hitler)
11-08-2026, 00:00copywrong, nazismo, santiPermalink| una pagina del Cathac (copiata senza permesso, ma Dio è dalla mia parte). |
Di San Molaise in Irlanda ce ne sono quattro o cinque: quello di oggi in particolare sarebbe stato il monaco confessore di San Columba, e in quanto tale avrebbe svolto un ruolo cruciale nel dirottare il grande santo irlandese verso l'evangelizzazione della Scozia – secondo una leggenda purtroppo abbastanza tarda, che prevede una battaglia sanguinosa e una contesa legale intorno al diritto d'autore. Ma andiamo con ordine: a un certo punto del Medioevo l'abitudine del Clan nordirlandese O'Donnell, di portarsi in battaglia a mò di portafortuna un antico salterio, il Cathac ("combattente"), ispira una leggenda. Il Cathac era tradizionalmente attribuito a San Columba, e per una volta i test del carbonio non hanno smentito la tradizione: il manoscritto risalirebbe davvero alla seconda oscura metà del VI secolo, e in quanto tale è attualmente il secondo libro dei Salmi più antico che abbiamo trovato. Non è affatto completo, anzi prima dei restauri era in condizioni pessime, come del resto potevamo aspettarci da un libro che veniva regolarmente portato in battaglia (pur custodito, almeno dopo il Mille, in un prezioso scrigno di argento e bronzo, portato al collo da un monaco con funzioni di cappellano militare). Che fosse stato proprio San Columba a ricopiarlo è quindi ammissibile, ma da dove, e da chi? La leggenda immagina che Columba lo abbia ottenuto durante un soggiorno presso il monastero di Moville, sempre nell'Ulster (anche se oggi fa parte della Repubblica), ma di notte, quando la sua mano sinistra diventava una miracolosa fonte di luce mentre la destra impugnava il calamo.
Il miracolo della mano fosforescente serve a ribadire che la copiatura era cosa gradita a Dio: dettaglio importante, perché invece l'abate di Moville era contrario, e non si trattava di un geloso bibliotecario qualsiasi ma di un altro santo, San Finnian di Moville. Quando Finnian scoprì che Columba aveva piratato un manoscritto della sua raccolta, pretese la consegna della copia; la pretese e non l'ottenne, che senso ha copiare un libro se poi non puoi tenerti la copia. La contesa arrivò fino al re di quell'angolo d'Irlanda, Diarmuid o Diarmait, che avrebbe pronunciato la fatidica sentenza: a ogni vacca il suo vitello, a ogni libro la sua copia. Molti siti web la considerano la prima affermazione del copyright in una sede giuridica – secondo la mentalità consuetudinaria anglosassone, per cui il parere del re altomedioevale di un cantone d'Irlanda dovrebbe ancora essere tenuto in considerazione dai legislatori d'oggigiorno. La leggenda prosegue ribadendo che Columba non era affatto persuaso di dover restituire la sua copia, e che in un qualche modo avrebbe trasformato la contesa in una vera e propria guerra tra clan, culminata nella battaglia di Cúl Dreimhne, detta appunto "battaglia del libro". E benché l'esito della battaglia avrebbe potuto essere vantato come un segno manidesto della volontà di Dio – la fazione di re Diarmuid perse tremila combattenti, quella di Columba uno solo – la leggenda dipinge il santo copiatore sconvolto dal senso di colpa per la carneficina, che si rivolge appunto al suo confessore, l'eremita Molaise. Il consiglio di quest'ultimo sembra già ispirato da una pragmatico gesuitismo: hai causato la morte di tremila cristiani? Eh, certo, è terribile, ma piangere sul sangue versato non ne recupererà una stilla. Fa' piuttosto così: attraversa il mare e converti almeno tremila pagani. Proprio per realizzare questa penitenza, Columba sarebbe approdato all'isola di Iona, che è già in Scozia (diventando così Columba di Iona), con l'obiettivo di convertire almeno tremila Pitti o Scoti. Missione abbondantemente compiuta, dal momento che Columba è considerato l'evangelizzatore della Scozia; non solo, ma siccome per evangelizzarne gli abitanti bisognava prima ottenere che andassero d'accordo, l'antico promotore di battaglie tra clan irlandesi divenne un grande pacificatore di clan scozzesi. Cosa c'è di vero in questa storia? Quasi nulla, se diamo retta al buon senso: proprio in quanto abate e missionario, probabilmente Columba non aveva il tempo per andare in giro a piratare i manoscritti nei monasteri dei colleghi (ci vuole tempo, dedizione, e un'impudenza che non è tipica dei santi uomini); e per quanto i libri nell'Alto Medioevo fossero beni di lusso, si fa una certa fatica a immaginare che un contenzioso su un manoscritto abbia scatenato una battaglia così cruenta. Altre fonti ci suggeriscono che Columba abbia dovuto lasciare l'Irlanda perché esiliato: può darsi che durante una faida tra clan gli fosse capitato di sostenere la fazione perdente (magari nella speranza di ottenere un manoscritto che gli era stato requisito, non è implausibile). Sì, ma a parte l'oscura verità storica, cosa ci insegna l'episodio? Che è inutile macerarsi sul male commesso, che è sempre meglio guardare avanti, cambiare aria, cancellare le proprie colpe a furia di buone azioni. Inoltre Dio odia il copyright, fate girare.
12 agosto: Beato Karl Leisner (1915-1945), sacerdote clandestino a Dachau
E ora un attimo di attenzione:
Se date un'occhiata alla pagina sui Santi, noterete che a questo punto ce n'è almeno uno per ogni giorno del calendario. Sì, manca ancora il 29 febbraio: per riempirlo bisognerà aspettare il 2028. E mentirei se dicessi che per ogni giorno c'è una scheda intera o interessante. Mancano ancora diversi santi importanti (Columba, ad esempio). Alcuni forse li aggiungerò, ma in un certo senso il progetto finisce qui. Non faccio molta fatica a ricordare quando è cominciato: quindici anni fa. Per fortuna ho fatto tante altre cose nel frattempo. Però sono contento di avere raggiunto un traguardo che all'inizio mi sembrava impossibile. Suppongo di aver annoiato e allontanato molti lettori, però è stata una palestra importante, che mi ha svelato quanto poco sapevo dell'argomento che avevo deciso di sviscerare (e quanto poco sapevo in generale). Grazie a chi mi ha tenuto compagnia anche solo per un pezzo del viaggio. E comunque io sono sempre qui, se non parlerò di santi troverò qualcos'altro di cui scrivere – di questo non abbiate paura, trovo sempre qualcosa di cui scrivere.
Guccini portava sfiga?
10-08-2026, 01:30cantare, cantautori, coccodrilli, fumetti, musicaPermalinkEppure il repertorio di Guccini sembrava emanare più sfiga: perché? La risposta sta sempre in una di quelle vignette di Pazienza, e in quella canzone. La maledetta canzone che quando appariva su un autoradio ci costringeva a premere FF o a cambiare stazione, perché anche se non credi alla sfiga comunque non ti va di pensare a un incidente stradale mentre guidi; la canzone non innominabile, ma che nessuno comunque sapeva bene come chiamare, perché sui canzonieri e persino sui dischi apparivano due titoli diversi: da cui l'ipotesi che uno dei due fosse davvero una di quelle perifrasi scaramantiche. Bisogna tener conto che prima di internet intorno alle canzoni crescevano facilmente sottoboschi di interpretazioni non verificabili e affascinanti: specie quelle più cantate davanti al fuoco che ascoltate in versioni ufficiali; canzoni che circolavano su canzonieri fotocopiati da altri canzonieri fotocopiati, a volte trascritti a memoria. Ad esempio conservo il ricordo di una ragazza che interviene in una discussione, con energica autorevolezza, affermando che "In morte di S. F." fosse un titolo apocrifo, che circolava appunto senza che nessuno sapesse chi era questa S. F. perché in effetti S. F. non c'entrava niente né con Guccini né coi Nomadi: semplicemente in qualche parrocchia a un certo punto qualcuno aveva distribuito un foglietto con le canzoni di un funerale, tra le quali il brano di Guccini Canzone per un'amica che così si era trovato questo titolo spurio dal quale, di copia in copia, non era più riuscito a liberarsi. L'ho sempre trovata una storia bellissima – l'idea che intorno a un brano del 1967 si fosse già incrostata una patina di informazioni incontrollabili, come nei brani folk e blues registrati dagli etnografi, o coi sonetti trecenteschi recuperati dai palinsesti: e ci sono rimasto piuttosto male quando grazie a Wikipedia ho scoperto che S. F. era la sigla di Silvana Fontana, morta in uno schianto sull'A1 il due agosto 1966: e che i due titoli potrebbero essere dovuti all'esigenza di Guccini di ridepositare il brano alla Siae dopo aver ottenuto l'iscrizione, o a una bizzarra vertenza con l'Anas (è scritto su un libro, ma mi sembra di nuovo una leggenda). Del resto, c'è veramente bisogno di un titolo? Non quando la canzone è antica, popolare, permeata di inconscio collettivo. Come un antico sonetto, merita di essere chiamata col suo memorabile incipit: Lunga E Diritta Correva La Strada. Sì, a dispetto del tanto conclamato crepuscolarismo, Guccini si è impresso nella nostra memoria con due immagini futuriste, due veicoli che sfrecciano in direzioni rettilinee verso due schianti: l'auto di S. F. e la Locomotiva del macchinista ferroviere.
Lunga E Diritta è un brano del 1966/67, scritto a caldo per l'Equipe '84 che aveva appreso la notizia dell'incidente prima di esibirsi al Festival Nazionale dell'Unità a Ferrara davanti a cinquantamila persone. Ripreso quasi subito dai Nomadi, ma inciso in versione "folk" anche da Guccini nel suo primo 33 giri (che nessuno comprò). Non è ancora un brano cantautorale, sarebbe ingeneroso giudicarlo secondo i metri che usiamo per il Guccini maturo dai Settanta in poi. È ancora un brano "beat", ma cos'era il beat in Italia nel 1966/67? Era la musica dei giovani – dunque modulata su quella anglosassone, tra british invasion e il bubblegum pop americano, più appunto un po' di folk alla Dylan, qualche scorcio già aperto sulla psichedelia. Più caratteristici erano i testi, che rivendicavano una concezione tribale della gioventù: una comunità nuova, che a tempo debito avrebbe cambiato il mondo ma nel frattempo doveva scontare la diffidenza degli adulti. È questo contesto a fare la differenza, perché di morte nelle canzoni in realtà ce n'era sempre stata tanta (addirittura la prima canzone programmata dalla Rai era già la parodia di uno specifico genere luttuoso). Ma con Lunga e Diritta la morte entrava nel lessico e nell'enciclopedia dei boomer ventenni. Per la prima volta qualcuno aveva il coraggio di avvertirli che potevano morire anche loro: all'improvviso, senza un senso, mentre correvano verso il mare. E lo faceva nel modo spigliato e disinvolto dei cantanti beat, con un risultato che continua a sembrarmi orribilmente beffardo. Un altro dei motivi per cui non credevo al titolo con "S. F." è che la canzone non mostra per la defunta nessuna pietà: tutto il contrario. Quando si seppellisce una persona si cerca sempre di trovare in lei qualcosa di buono: trattandosi di un'amica ventenne, non sarebbe stato così difficile, ma Guccini non lo fa. Forse non vuole, forse non ci riesce, ribadisco che non è ancora un consumato cantautore (ma è già un poeta notevole: le carcasse delle macchine incidentate, da quel momento, saranno per tutti noi "lamiere contorte"). Guccini decide di resuscitare la defunta per chiederle, con un'insistenza spietata: cos'hai provato? Quando la strada è impazzita? Quando lo schianto ti ha uccisa? Quando anche il cielo di sopra è crollato? Domande, se uno ci pensa, insensate; cosa vuoi che abbia provato: paura, panico, un gran dolore, e speriamo che sia durato poco: ma davvero a un'amica morta giovane vuoi chiedere questo? Ma uno di solito non ci pensa, è ipnotizzato dalla scena tragica e violenta, qualcosa che davvero nessuno aveva ancora messo in una canzone. Rimane però questa sensazione di beffa: ti credevi giovane e stavi morendo, non lo sapevi ma ci stavi andando dritta. Ecco. Quel "non lo sapevi" che per anni mi ha frullato in testa, finché non mi si è accesa la lampadina. Guccini tratta S.F. come i menestrelli del Trecento trattavano certi cavalieri impettiti, che credevano di andare verso una battaglia gloriosa e invece si sarebbero imbattuti in uno scheletro a cavallo – il presagio della morte incipiente. Guccini è il primo della sua terra che ha studiato, e quel "non lo sapevi" potrebbe essere una reminiscenza inconscia del "nol me pensava" che scandisce una delle laude più famose di Iacopone da Todi, Quando t'aliegre, uomo d'altura, va' poni mente alla sepoltura. Quando ti diverti, uomo superbo, ricordati che sarai morto e sepolto. Di canzoni che parlano di morte ce ne sono tante, ma trovatene un'altra in cui un cantante beat vi ricorda che voi, proprio voi dovete morire, proprio voi che siete giovani e allegri e presi bene. C'è di che scappare, come scappano Paz e Pert in quella vignetta. Guccini si annuncia al mondo con un presagio di morte in cui convive la lauda duecentesca e il futurismo delle lamiere contorte: si fosse fermato in quel momento, sarebbe comunque nella storia della canzone italiana. In seguito ha scritto altre canzoni che ascoltiamo più volentieri, ma in un certo senso è come se avesse non dico frenato, ma alzato il piede dall'acceleratore.
Pensare che ancora vivi
07-08-2026, 12:52Brecht, coccodrilli, musicaPermalinkC'è però almeno un'altra opzione – quella che per esempio Bertolt Brecht tentò di spiegare per tutta la sua carriera, e trovo stupefacente, quasi miracoloso, che la canzone italiana più brechtiana del Novecento l'abbia scritta Guccini proprio nello stesso disco in cui diceva che con le canzoni non si fanno rivoluzioni: si chiama Piccola storia ignobile, e non si rifugia in nessun Ottocento di maniera: anzi parla di un tema attuale (l'aborto) in un momento in cui nessuno voleva troppo parlarne. Anche Guccini sembra non averne voglia ("È una cosa che non serve a una canzone di successo"), ma per sette minuti si rivolge comunque a una ragazza che ha abortito e le ripete che è tutta colpa sua, che il padre non avrebbe sopportato, che la madre non avrebbe capito, che l'ex fidanzato non è "punibile per legge". Chi ascolta capisce l'esatto contrario: sono stati quei tre a macellare la ragazza su un tavolo di marmo. La propaganda ha sempre paura che tu non capisca, la riconosci da quest'ansia di puntare il dito. Guccini qui trova un'altra soluzione: dispone una serie di puntini e lascia a chi ascolta lo spazio per unirli. La soluzione non deve arrivare dentro l'opera, ma fuori: secondo Brecht il messaggio non devono capirlo i personaggi, ma il pubblico. Non dico che sia stata la canzone che ha guarito il mio antiabortismo (ero troppo giovane, ne trovai un'altra), ma voglio credere che abbia funzionato con qualcun altro; e mi dispiace che Guccini non ne abbia scritte altre, perché ne era capace. O forse ne ha scritte e non me ne sono accorto, perché lo snobbavo.
(Sta diventando lunghissima, non so cosa sia successo, pensavo di non avere niente di interessante da aggiungere e che avrei scritto solo dieci righe, credo continuerà. Del resto è Guccini, non finisce mai).
Omero non esiste, Nolan si ingegna
31-07-2026, 11:57cinema, tvPermalinkQualcosa potrebbe essere successo davvero – in migliaia di anni, è plausibile. Ad esempio: quante volte un uomo sarà tornato tardi da una guerra, scoprendo la moglie a barcamenarsi tra i pretendenti. Storia intrigante, che però suscita abbastanza presto una serie di scrupoli, di censure. Qualcuno/a vuole sentirsi raccontare che la moglie è rimasta integerrima; qualcuno/a insiste sul fatto che l'uomo dev'essere stato trattenuto solamente dal destino, e che per quanto vecchio dev'essersi comunque abbondantemente vendicato (vendicato di cosa, se la moglie è rimasta integerrima? Boh, magari i pretendenti mangiavano e bevevano a sbafo). Gli aedi registrano e rielaborano – sono cantastorie, per secoli non hanno fatto che modulare un racconto a seconda di quello che il pubblico voleva sentirsi raccontare. E ancora: un uomo potrebbe davvero essere entrato nella città nemica nascosto nell'intercapedine della stiva di una nave. Magari nemmeno se l'aspettava; si era nascosto lì quando il nemico aveva invaso la spiaggia, dopodiché la nave viene portata dentro le mura e offerta a qualche Dio: che storia da raccontare. E chissà com'è finita. Ma passano i secoli, e nei racconti la nave diventa un cavallo di legno – potrebbe davvero trattarsi di un semplice equivoco, le navi erano hippos, i cavalli del mare, e magari avevano una testa di cavallo come polena, tutta una simbologia che nel medioevo ellenico sfuma, anche perché l'idea di un cavallo di legno lasciato sulla spiaggia colpisce più l'immaginazione. Ed è vero che la colpisce, ma è anche una storia assurda, poco plausibile, e allora che si fa? Quel che si è fatto per secoli, si tirano in mezzo gli Dei. Evocati come sempre per rispondere a domande scomode, che però stavolta non hanno tanto a che fare con gli eterni interrogativi cosmici (chi ha creato l'universo?) o morali (perché comportarsi bene?), ma a rammendare quelli che oggi chiamiamo buchi di sceneggiatura: come si fa a trovare un enorme cavallo di legno sulla spiaggia e a tirarlo dentro la città senza guardarci dentro? Ce ne accorgiamo ancora meglio con Virgilio, che quelle vecchie storie (già antichissime ai suoi tempi!) le deve riscrivere per un pubblico raffinato e adulto: un pubblico che deve sforzarsi di credere all'espediente dei guerrieri nascosti in un cavallo, sì, ma come? Sono gli Dei che accecano i Troiani, non possono essere che loro. Virgilio addirittura immagina un sipario collaterale, con Laocoonte che in quanto sacerdote è in qualche modo immune all'ipnosi collettiva e cerca di convincere i concittadini a bruciare il cavallo, al punto che Minerva deve mandare due serpenti di mare a stritolare lui e la sua famiglia. Un caso tipico di superfetazione mitologica: si giustifica un racconto che nei secoli è diventato assurdo (perché una parola ha cambiato significato), con un racconto ancora più strambo. La letteratura epica è questo aggrovigliarsi di racconti, dove paradossalmente i più strani vengono inventati da un'istanza razionalizzatrice – cioè servono a spiegare quelli originari.
Qualcosa dev'essere successo davvero, ma troppo tempo fa: lo osserviamo come si osserva una stella in cielo, che ci manda la sua luce da secoli fa, e presa da sola non vuol dire niente: invece se la accosti ad altre stelle nei dintorni puoi ottenere una costellazione, e affibbiargli un senso, ma è comunque arbitrario, specie se insisti a voler riconoscere le costellazioni che qualcuno ha disegnato secoli fa: nel frattempo qualche stella ha cambiato colore o magari si è spenta, e comunque chi è Cassiopea, cos'è un Eridano?
Un uomo torna a casa e nessuno lo riconosce: quindi dev'essere passato molto tempo. Lo riconosce però il cane: storia intrigante, ma dev'essere un cane molto anziano, che l'uomo ha lasciato quando era ancora un cucciolo. Oppure non è passato così tanto tempo – anche perché quando arriva, l'uomo fa una strage in stile Kill Bill – allora diciamo che è Atena a invecchiarlo temporaneamente, per nasconderlo. Magari per secoli gli aedi hanno litigato: una fazione trovava più sensato e poetico che Ulisse tornasse anziano da un viaggio lunghissimo, mentre altri insistevano che dovesse tornare ancora vigoroso – finché chi ha messo per iscritto ha cercato di trovare un compromesso, e forse dovremmo accettare che il testo dell'Odissea è questo: un compromesso, un tentativo di far entrare in un canone più episodi possibile, mettendo assieme alla benemeglio l'Ulisse curiosone e combinaguai dei primi libri con l'Ulisse vendicatore e stragista degli ultimi. L'Odissea all'inizio non era nemmeno una storia quanto piuttosto un genere, una serie di racconti orali che forse condividevano il protagonista, come le storie a fumetti che fino a qualche anno fa al cinema funzionavano meglio dei peplum. In un certo senso non ha mai smesso di essere un grande racconto orale: ce ne accorgiamo bene in questi giorni, in cui tutti si sentono di poter parlare a ragion veduta di un'opera di cui hanno letto, forse, una dozzina di pagine in traduzione a scuola; un'opera che non leggono integralmente neppure gli insegnanti a cui tocca insegnarla, in prima media e poi in prima superiore. Un'opera che tutti credono di conoscere, al punto da strabiliare quando scoprono che le Sirene non hanno la coda di pesce o che mai nel testo si afferma che Polifemo avesse un occhio solo (ma è abbastanza implicito: altrimenti a Ulisse sarebbero serviti due pali). Un'opera che tutti continuiamo a interpretare come preferiamo, e i registi – moderni aedi – si adattano.
In questi giorni ne ho lette di tutti i colori, e a un certo punto sono inciampato sul commento di un tizio che si lamentava che l'Ulisse di Nolan avesse dei sensi di colpa, mentre quello di "Omero" era un eroe tutto d'un pezzo senza rimpianti. Ma tutto d'un pezzo in che senso?, mi sono chiesto, perché me lo ricordavo come un eroe dalla lacrima facile, in particolare quando presso i Feaci sente un profugo troiano cantare della rovina della sua città. Allora sono andato a controllare sul testo e mi sono reso conto di tre cose: (1) anch'io non lo avevo probabilmente mai letto, (2) è vero che Ulisse piange, ma "Omero" non spiega il perché: potrebbe piangere di gioia per la riuscita del suo piano, o di nostalgia per quei bei tempi in cui si bruciavano le città, si stupravano le prigioniere e si lanciavano i fanciulli dalle torri. Potrebbe semplicemente piangere perché l'aedo canta bene, come si piange ai matrimoni quando canta Sal Da Vinci. Il fatto che io consideri quelle lacrime come un senso di colpa è già un'interpretazione, che parla più di me che di "Omero".
Ma soprattutto (3) io sovrapponevo all'Ulisse omerico quello meravigliosamente interpretato da Bekim Fehmiu nello sceneggiato Rai del 1968: è lui che avevo in mente, che si mette a piangere perché si rende conto di essere un distruttore di città. Ma l'Odissea è sempre stata questa cosa, una nuvola di interpretazioni intorno a un testo tradotto da traduzioni. Forse non è un caso che in Italia nessuna versione si sia imposta con l'autorevolezza che ebbe per almeno un secolo l'Iliade di Monti. Nell'anglosfera invece ha fatto chiacchierare una recente versione che a quanto pare per la prima volta è stata affidata a una donna (noi italiani abbiamo già avuto traduttrici di Iliade e Odissea senza che la cosa fosse per sé una notizia). Questa esperta ha deciso che l'uomo "di multiforme ingegno" andava reso come un "complicated man". Ma Ulisse è davvero così complicato o siamo noi che vogliamo vedere dubbi e complicazioni in un uomo "tutto d'un pezzo"? Dipende tutto da noi, da quel che vogliamo sentirci raccontare, oggi come tremila anni fa. Noi abbiamo delle esigenze e gli aedi si adattano. Secoli fa cantavano accompagnandosi con la cetra, poi sono passati alla scrittura, ma per quanto possa essere sembrata una cristallizzazione finale, anche questa era una fase: e oggi abbiamo le traduzioni, i film – con tutte le deformazioni che comportano a livello visivo e di sceneggiatura – e soprattutto le discussioni intorno ai film. La pretesa di trasformare Ulisse in un complicato antieroe moderno, che si pente del male che ha fatto, non è di per sé più campata in aria di quella di voler tornare a un Ulisse "omerico", che se davvero Elon Musk riuscirà a realizzare, ci sembrerà un fumettone senza profondità in cui succedono cose assurde e gli Dei intervengono continuamente anche solo per giustificare le correnti d'aria.
Telemaco è un bambinone petulante o un Amleto in cerca di un senso? Penelope sa veramente cosa sta facendo? Oggi come nell'800 aC, dipende soprattutto da cosa volete sentirvi raccontare. E Nolan si è reso conto che molti spettatori vogliono sentirsi raccontare che gli americani a un certo punto hanno esagerato. Magari le intenzioni erano buone – come in Oppenheimer, chiudere una guerra che poteva andare avanti all'infinito – ma la vittoria fu gravida di hubris, e questo già Omero ce lo faceva sospettare (Virgilio ne era sicuro). La catastrofe è inevitabile e giusta, l'eroe lo è nella misura in cui cerca di salvare il salvabile: prima un equipaggio, poi la sua piccola patria e la famiglia, e la memoria dei compagni inseppelliti. Questo magari non è "Omero", ma chi lo ha studiato alle medie e alle superiori (cioè più o meno tutti) dovrebbe anche rassegnarsi: Omero non è mai esistito, la civiltà di cui parlava è scomparsa in modo improvviso e non del tutto chiaro, e già qualche secolo dopo chi ne ascoltava le storie non si raccapezzava, come un marinaio in un cielo di stelle irriconoscibili, e doveva inventarne di nuove per rendere l'insieme credibile. Nolan, come Virgilio, si trova a dover rivendere queste storie a un pubblico che si autopercepisce come adulto e raffinato, un pubblico che non accetterà nei panni di Polifemo un attore con una maschera di cartapesta ripreso da lontano (come il pur fantastico ciclope di Mario Bava): e il risultato è un freak antispettacolare, che si priva persino del piacere sadico di dialogare con Ulisse/Nessuno, perché il risultato sarebbe sembrato probabilmente troppo fumettoso e puerile: eppure il senso che per secoli abbiamo dato all'episodio stava proprio nella tracotanza verbale del mostruoso pastore, che si dichiara superiore agli dei, che crede di poter fregare il re marinaio ("ti mangerò per ultimo"), e che una volta accecato si riscopre fragile, perfino affettuoso con le proprie greggi.
Nel 1968 Bava era riuscito a mantenere un equilibrio miracoloso tra fumetto e tragedia – qualcosa che azzeccava quel senso di sublime baracconata che per secoli è stato il genere epico – ma di fronte a un banale dettaglio si era arreso: non era riuscito a mostrare i compagni di Ulisse legati sotto le pecore. Forse è un difetto intrinseco del cinematografo, che può mostrarti cose assurde e grottesche come se fossero vero, purché siano grandi, ciclopiche: dunque un gigante con un occhio solo sì, è fotogenico; ma un uomo legato sotto due pecore no, è complicato da realizzare (le pecore non collaborano) e non rende sullo schermo. Nel 2026 Nolan trova un compromesso cinematograficamente efficace che chiunque abbia accarezzato una pecora respingerà: gli uomini ingannano il ciclope legandosi alla schiena delle fascine di paglia. Nel 1968 Rossi ambientava interminabili puntate alla corte dei Feaci, che sono il baricentro della storia; nel 2026 Nolan li sopprime completamente, credo per una questione di economia: dopotutto i Feaci siamo noi spettatori, che scopriamo un naufrago sulle nostre rive e vogliamo conoscerlo, vogliamo capirlo, giudicarlo, possibilmente aiutarlo, ma temiamo di offendere un Dio e di innescare un destino catastrofico che è comunque già scritto e inevitabile. L'Odissea di Nolan parla di noi, più o meno come quella di Rossi parlava dei nostri genitori e nonni, e quella consultata da Virgilio parlava dei Romani dell'età augustea, trionfanti ma sempre a un passo dalla decadenza e dalla catastrofe. I libri fanno così, e l'Odissea non è nemmeno così tanto un libro. Nolan ci ha messo qualcosa di personale, ma meno del solito: per un attimo all'interno del Cavallo ci siamo ritrovati su uno dei relitti di Dunkirk, mentre a Ogigia andava in onda uno spezzone di Memento. Tra Scilla e Cariddi l'equipaggio esita come tra i due sistemi di Interstellar, e soprattutto Interstellar riecheggia nel crescendo finale. Gli dei si fanno vedere poco o nulla perché Nolan sa che lo spettatore contemporaneo globale li avrebbe malsopportati. Da qualche secolo infatti abbiamo smesso di consultarli ad alta voce (abbiamo sviluppato questa cosa problematica che si chiama "coscienza") e ad addebitare loro qualsiasi fenomeno – abbiamo sviluppato quest'altra cosa problematica che si chiama consequenzialità, e ovunque cerchiamo rapporti di causa ed effetto, anche quando per trovarli dobbiamo di nuovo aggiungere storie su storie: rileggere Circe come una femminista estremista, Antinoo come un renitente alla leva. Sono le nostre nuove costellazioni: qualcuno si lamenta, preferiva le vecchie. Ma non saprebbe riconoscerle in cielo.
Storia di un'antipatia (prima biliosa e antipatica, poi allegra)
28-07-2026, 00:50coccodrilli, italianisticaPermalink| La Repubblica |
Quattro anni fa moriva Pietro Citati, senza che io sentissi l'esigenza di scriverne qualcosa. Coi morti bisogna fare la pace, ma Citati da questo punto di vista non è nemmeno così morto – dando un'occhiata in archivio ho trovato il commento a un suo pezzo di ormai vent'anni fa sulla scuola che potrebbe avere scritto Galli Della Loggia giovedì scorso. Ripensandoci, però, la storia della mia antipatia per Citati è interessante. È stato per me un punto di riferimento prezioso, in anni in cui era più difficile trovarne.
Con Citati partii subito male. Il primo ricordo che ho di lui è la sua stroncatura del Pendolo di Foucault, in prima pagina sulla Repubblica, episodio che dopo tanti anni ancora mi sorprende: immaginate uno scrittore italiano che sia riuscito a piazzare un best seller in America (riuscite a immaginarlo?) Immaginate che non sia un personaggio misterioso alla Ferrante, ma un professore universitario con una solida collaborazione con le testate di un importante gruppo editoriale. Immaginate che il suo secondo, attesissimo romanzo, sia stroncato in prima pagina sul quotidiano di quello stesso gruppo editoriale. No, non riuscite a immaginarlo, secondo me: oggi il mercato non funziona più così (oggi il mercato non funziona). Mentre nel 1988 Eco non solo poteva permettersi stroncature così autorevoli, ma dava la sensazione di sollecitarle. Io comunque al tempo capivo solo che anche a Repubblica c'era un trombone a cui dava fastidio che un romanzo potesse essere allo stesso tempo colto, complicato e divertente.
In seguito, man mano che crescevo e mi accostavo sciaguratamente allo studio della letteratura, fu divertente notare tutte le volte in cui Citati spuntava al mio orizzonte senza che io l'avessi evocato e sempre, invariabilmente, per rovinarmi qualcosa. I due casi che mi vengono in mente in realtà dicono pochissimo, ovvero: (1) è stato lui a inventarsi il titolo Lezioni americane, capirai, quel libro secondo me ha banalizzato Calvino e devastato la sua ricezione (non tanto quel libro quanto il modo in cui è stato pubblicizzato) ma sarebbe successo anche con un altro titolo, no? Non lo so. E poi... (2) l'assassinio del partigiano Johnny. Che detta così fa ridere (ma anche un po' piangere), però se ricordo bene fu proprio Citati che suggerì a questo timido commerciante di vermut che aveva nel cassetto un romanzo monstre sulla guerra: senti, di libri sulla Resistenza ce n'è già tanti, invece la prima parte sulla guerra fascista è interessante, perché NON FAI FUORI JOHNNY SUBITO DOPO L'OTTO SETTEMBRE DIOSIGNORE PIETROCITATI MA NEANCHE SATANA A GESÙ CRISTO NEL DESERTO UNA PROPOSTA COSÌ. Che certo, riflettendoci, contestualizzando, se Fenoglio ha pubblicato Primavera di Bellezza e non ha mai finito il Johnny, che colpa può averci un editor Garzanti? Diciamo il 5%, il 10%, sotto un 80% da attribuire alle multinazionali del tabacco.
Tutto qui, niente di eccezionale. Non è stato Citati a trasformare Calvino in un pubblicitario, né a impedire a Fenoglio di mettere in bella un capolavoro. Ma nel frattempo nella testa mi era entrato un tarlo, l'idea di Citati come guastafeste del secondo Novecento, e da qui era un attimo a cominciare a fantasticare su cosa avrebbe fatto Citati in altri periodi, se fosse stato costretto a transitarvi come l'ebreo errante: un estimatore degli stilnovisti che incontra Dante e gli dice: ma lascia stare l'Inferno, a chi vuoi che freghi qualcosa di barattieri e biscazzieri, roba vile vile, concentrati sul sublime, più cherubini, più serafini, dai che questa roba la dobbiamo vendere ai prof di liceo... E tu Franz ma scusa ma cos'è questo bacherozzo gigante, il racconto andrebbe anche bene, ma non può svegliarsi tipo farfalla sublime? E Sigmund senti, Al di là del principio del piacere mi sembra un po' tranchant, che ne dici di un bel Lezioni Viennesi, sento già quell'aroma di Sachertorte, e così via.
Quattro anni fa se n'è andato Pietro Citati, e nel frattempo qualcuno da qualche parte potrebbe avere appena scritto un gran libro ma come si fa a saperlo? senza una sua stroncatura, come potrò mai esserne sicuro?
