A scuola coi fumetti
31-10-2026, 23:11Il Manifesto, scuolaPermalink[Questo pezzo è uscito qualche tempo fa sulla Fine del mondo]. Quando ero bambino, i fumetti non erano mai abbastanza. I genitori mi garantivano al massimo un Topolino alla settimana e, nelle occasioni speciali, un Asterix. I Topolini mi finivano dopo mezz’ora. D’altro canto ero sicuro che ce ne sarebbero stati sempre di nuovi. Gli Asterix invece duravano molto di più; si potevano rileggere infinite volte, e ogni volta ti regalavano nuovi particolari. Ma avevano un terribile inconveniente: un giorno sarebbero finiti. Quindi già verso i sei anni il problema era chiarissimo: mi servivano più fumetti.
Così ho iniziato ad andare a scuola.
Ci sarei andato in ogni caso, perché la scuola nel mio Paese è obbligatoria. Paese curioso, leggi strane: si erano convinti che un popolo ignorante è un popolo schiavo, e così l’istruzione elementare diventò obbligatoria e gratuita. Ha funzionato? Non saprei dirlo. Ma senza scuola avrei letto meno fumetti.
Li portavano i miei compagni: l’abitudine diffusa di acquistare un Topolino a settimana aveva creato problemi logistici non ancora superati (ci avete fatto caso a quanti Topolini affollano le ultime bancarelle dell’usato). A quel tempo ce n’erano molti di più dappertutto, cantine e solai ne rigurgitavano, ed erano meravigliosamente sgualciti e vecchi. Presto mi resi conto che i più vecchi erano i migliori. Le storie più complesse, il linguaggio più arcano, a volte non riuscivo a seguire bene, e questo mi stimolava. C’era stata dunque un’età dell’oro, prima della caduta. Quando oggi sento dire che la scuola di una volta era migliore perché insisteva sui classici, posso confermare, perché a scuola ho letto i Classici di Walt Disney, una storica collana che ristampava le storie migliori. Ancora oggi, quando sento parlare di Classici, devo fare un certo sforzo per ricordare che si tratta di Cicerone o Manzoni, e non di Carl Barks o Romano Scarpa. Disegnatori che ho imparato a riconoscere meglio di Rembrandt e Tiziano, molto prima di conoscerne i nomi.
A scuola c’era poi una stupenda biblioteca ֪– in realtà uno stanzino, ma per me stupenda, perché quei fumetti mai li avrei trovato altrove. Una Storia di Roma che aprii perché volevo capire qualcosa dei nemici di Asterix. Così imparai i nomi di re e imperatori; ancora oggi, se tengo una lezione sull’antica Roma, chiudendo gli occhi rivedo quelle vignette. E la spietata Storia d’Italia a Fumetti di Enzo Biagi, che in tv sembrava un giornalista tranquillo, ma conduceva evidentemente una seconda vita di fumettista truculento. C’erano anche degli Asterix, ma mi mettevano a disagio: mostravano un Asterix impacciato con problemi quasi più grandi di lui, e certo più grandi di me: non riusciva a evitare che i compagni venissero raggirati da un indovino ciarlatano, o che si facessero irretire da un centro commerciale romano edificato nella foresta. Mentre io a scuola mi baloccavo con le quattro operazioni, nel mondo del fumetto era successo qualcosa: Asterix stava crescendo, aveva smesso di girare il mondo e aveva scoperto i problemi sociali, l’economia, la politica? E io non ero pronto, ma forse fu allora che sulle strisce del diario di qualche compagno incontrai Charlie Brown. Anche lui non era pronto a niente. Niente più avventure per mare e per terra: solo brevi osservazioni, in una gabbia inesorabile di quattro vignette. I ragazzi avevano passioni intense ma astratte, difficili da condividere: il baseball, Beethoven, una coperta calda. Crescere era inevitabile, ma i Peanuts non avevano fretta e con le loro stravaganze mi stavano avvertendo che era tutto normale: era normale coltivare manie insolite, perdere la voce davanti a una compagna, e rifugiarsi in un mondo completamente immaginario, come lo Snoopy aviatore alla Grande Guerra. Mi hanno tenuto compagnia per tutta la scuola media, senza giudicarmi. Soffrivano con me, sorridevano con me, restavano con me ogni volta che perdevo una partita, o un aquilone non spiccava il volo.
Avevo ancora un diario di Linus quando arrivai al liceo, ma nulla poteva prepararmi a quello che mi aspettava. Lì la storia comincia a farsi confusa e variopinta, perché un mio compagno aveva un padre edicolante e portava in classe roba incredibile, dall’Uomo Ragno a Corto Maltese. Il gusto dell’avventura mi era tornato, insieme alla speranza che qualche avventura finalmente toccasse anche a me. Dovevo superare alcune prove: rompere il ghiaccio colle ragazze, non aver paura dei film dell’orrore. Non avrei mai smesso di aver paura dei film dell’orrore, ma i fumetti mi aiutarono anche stavolta a trovare un compromesso: a un certo punto i compagni cominciarono a passarsi gli albi di Dylan Dog (un bel ragazzo, benché apparentemente impacciato quanto me) che mi avrebbe raccontato tutte le trame di tutti i film che mi ero perso. Le teste mozzate e i globi oculari trafitti, nei disegni, mi spaventavano meno che in tv, e così ce l’ho fatta: sono diventato grande. Grazie alla scuola, e soprattutto ai fumetti che mi ha fatto leggere.
Ogni tanto ci ripasso ancora – anzi, ora che ci penso, lavoro là. Tra le altre cose insegno Storia antica, una materia che senza Asterix forse non avrei mai amato. Continua a essere un posto interessante, anche se ci sono sempre meno fumetti. Ma è un problema generale, anche le edicole stanno chiudendo. Così che quando becco una studentessa che invece di seguire la lezione sta sfogliando un manga, quasi mi commuovo (la nota gliela do lo stesso).
Verrà il vostro Dreyfus, e non lo riconoscerete
26-10-2026, 00:37antisemitismo, governo Meloni, razzismiPermalink– Ora non so chi se lo ricorda, ma appena un mese fa – prima dell'emergenza maranza, quando ancora forse non era stata messa a fuoco l'emergenza gasolio a 2,25 €/l, – ebbene, pareva che in Italia ci fosse un'emergenza antisemitismo: emergenza incontestabile e talmente grave da rendere necessario un intervento legislativo che poi a quanto pare si è impantanato, succede se a scrivere le leggi ci metti Delrio, ma insomma, a destra ne erano sicuri e persino a sinistra quasi tutti concedevano che l'antisemitismo fosse un'emergenza seria.
– Se qualcuno poi se lo fosse dimenticato, l'antisemitismo è l'odio per gli ebrei, che spesso si manifesta attraverso immagini stereotipate, caricaturali. L'ebreo è solitamente accusato di intessere oscure trame contro il benessere dei cittadini, e se in città capita un disastro (doloso o perfino naturale), in un qualche modo si cerca di farlo risalire a lui.
– Qualcuno ogni tanto suggerisce che l'antisemitismo sia più un dispositivo che un contenuto, ovvero non importa realmente chi si sta odiando, ma il procedimento che fa funzionare questo odio, per cui il fatto che questo odio sia stato spesso rivolto agli ebrei non esclude che si possa rivolgere anche ad altri popoli, ad esempio gli arabi che tra l'altro sono altrettanto 'semiti' degli ebrei, nel senso che provengono storicamente dal Medio Oriente (anche se, proprio come gli ebrei, spesso ne sono usciti più di mille anni fa). Questa obiezione viene solennemente respinta dai più solerti fautori della legge anti-antisemitismo: guai soltanto a pensare che una legge del genere possa tutelare anche i non ebrei! guai a pensare che l'antisemitismo non sia che una declinazione di un più generale e preoccupante fenomeno xenofobico. No, l'odio per gli ebrei ha caratteristiche diverse da qualsiasi altro odio etnico o religioso. Non è chiarissimo il perché, ma forse ha a che vedere col fatto che gli ebrei avrebbero caratteristiche diverse da qualsiasi altro popolo o religione: e siccome questo ha tutta l'aria di un postulato, non c'è possibilità di metterlo in discussione. Pazienza.
– E veniamo a questa settimana, in cui abbiamo scoperto non soltanto che l'emergenza più grave sono i maranza – torme di giovani che distruggono le città, nel senso che rompono alcune vetrine, e che potenzialmente potrebbero assaltare scuole e stuprare studentesse... no, non l'hanno ancora fatto, ma è bastato far circolare due o tre catene su whatsapp e telegram per terrorizzare migliaia di genitori (e docenti, e dirigenti). Chi può avere organizzato tutto questo? Chi tira i fili di questa macchinazione ai danni del nostro benessere? Le nostre solerti forze dell'ordine, aprendo instagram, l'hanno scoperto: e i nostri cronisti, accantonando ogni pavido garantismo, non hanno esitato a sbattere il mostro in prima pagina con nome, cognome e fotoritratto.
Ricominciamo:
– Non so chi se lo ricorda, ma appena un mese fa pareva che in Italia ci fosse un'emergenza antisemitismo. Se qualcuno poi se lo fosse dimenticato, l'antisemitismo è l'odio per gli ebrei, che spesso si manifesta attraverso immagini stereotipate, caricaturali.
– Tutto sommato comincio a essere d'accordo. In Italia potrebbe davvero esserci un'emergenza antisemitismo. L'ebreo è solitamente accusato di intessere oscure trame contro il benessere dei cittadini, e se in città capita un disastro (doloso o perfino naturale), in un qualche modo si cerca di farlo risalire a lui.
Pagheranno tutto, pagheranno per primi (gli studenti)
22-10-2026, 17:41Il Manifesto, manifestaiolismi, scuolaPermalinkMa potrebbe essere un errore più grave del solito. È in effetti abbastanza curioso come questo 15 ottobre nessuno lo abbia visto davvero arrivare, a sinistra come a destra. In fondo le manifestazioni studentesche hanno un ritmo stagionale – e il malcontento dei giovani dovrebbe essere un dato acquisito. Soprattutto le notizie dalla Francia potevano farci immaginare che presto o tardi anche le scuole italiane avrebbero iniziato a vibrare per simpatia con quelle d’Oltralpe. Le scuole del resto sono gli stessi edifici fatiscenti di cui ci stavamo lamentando ai tempi del Covid: benché negli anni successivi siano entrati nel cono d’ombra da cui uscivano soltanto in occasione delle periodiche sparate del ministro. Alla retorica sui banchi a rotelle è subentrata quella sui metal detector, o su impianti di aria condizionata che ancora un mese fa sembravano importantissimi e poi con le prime nebbie abbiamo smesso di parlarne (del resto non è chiaro con che energia li potremmo far funzionare). Soldi ne sarebbero anche arrivati, col PNRR: tutti investiti in strumenti tecnologici che invecchiano velocissimamente, costringendo gli insegnanti, dopo i soliti corsi sulla buzzword del momento (l’Intelligenza Artificiale!) a riscoprire la lavagna di ardesia e i compiti in classe scritti con la penna a sfera. Nel frattempo l’attenzione degli adulti si è spostata altrove, ma gli studenti in quelle scuole ci vivono tutti i giorni.
E così eccoci arrivati a un autunno molto più caldo del previsto, con studenti in piazza senza che nessuno gliel’abbia chiesto. I sindacati presi di sorpresa, i politici completamente distratti dalle stucchevoli schermaglie pre-elettorali: Ucraina sì, Ucraina no: una questione in realtà importante, ma che diventa un oggetto strumentale di dibattito tra forze politiche costrette dalla legge elettorale a presentarsi assieme. Allora forse la vera notizia è questa: tra adulti e studenti si sta rialzando un muro che sembrava completamente sgretolato già trent’anni fa, quando generazioni diverse partecipavano senza grandi difficoltà alle manifestazioni antiglobaliste condividendo linguaggi e obiettivi. Oggi questa condivisione non c’è più: gli adulti che continuano a leggere i giornali nazionali o a dare un’occhiata in tv ai talk politici rimangono risucchiati in un dibattito autoreferenziale; nel frattempo i giovani scoprono quel che succede in Francia attraverso Tiktok e Instagram – lenti distortissime e appannate, ma dall’altra parte almeno c’è il mondo.
Gli studenti del resto non sono che la punta dell’iceberg – o se preferite, il canarino nella miniera. Tra le loro priorità, accanto alle più prevedibili – la Palestina, l’emergenza climatica, la pace – comincia a comparire una parola che non avevamo mai associato agli adolescenti: il carovita. Del resto il prezzo al gasolio è alle stelle, e accanto agli studenti potrebbero nei prossimi giorni muoversi i più imprevedibili fiancheggiatori: i camionisti. Potrebbe veramente essere l’inizio di un nuovo tipo di mobilitazioni, più vicino al modello francese: slegato dai partiti e fomentato da rivendicazioni di categoria. Dietro una calma apparente, l’Italia è in ebollizione, e i partiti non sembrano in grado né di controllare né di capire cosa sta per succedere. Se poi qualcosa succederà, i primi a pagare saranno i giovani in piazza: è una lezione che abbiamo imparato sulla nostra pelle venticinque anni fa.
Piccoli inquisitori crescono
12-10-2026, 17:55antisemitismo, ebraismo, Israele-PalestinaPermalinkA che punto siamo? Questo pezzo viene dopo altri due (1), (2), che però si possono agevolmente saltare – chi invece ha già letto gli altri due pezzi può saltare il riassunto e ripartire da qui. Chiedo scusa ai pazienti lettori, ho debordato come non capitava da anni: il fatto è che non sono sicuro che queste cose le potrò scrivere anche il mese prossimo.
– Francesca Albanese è la relatrice sui Territori Occupati presso l'ONU. I suoi rapporti non piacciono evidentemente ai sionisti, che hanno chiesto e ottenuto pesanti sanzioni nei suoi confronti da parte degli USA. Attualmente non può avere un conto corrente intestato a suo nome, nemmeno in Italia. Questo non le ha impedito di proseguire il suo lavoro (l'anno scorso è stata riconfermata per un nuovo mandato), ma ha senz'altro contribuito a renderla più popolare presso chi, in Italia e altrove, assiste sgomento a un massacro che negli ultimi tre anni ha assunto le dimensioni e i caratteri di un genocidio. Per contro, i sionisti individuano in lei la leader di un movimento "propal" che si animerebbe a suo comando. È un'enorme forzatura, che però risponde a un obiettivo pratico (dare addosso a qualcuno) e colma un vuoto (questo misterioso movimento ormai riempie le piazze e impedisce ai deputati di votare ddl a cuor leggero, eppure non ha un partito, non ha un leader, insomma nessuno che si possa direttamente demonizzare).
– Trovandosi spesso sotto i riflettori, Francesca Albanese fa quel che può per mantenere alta l'attenzione sulla questione palestinese, ma non è perfetta; a volta commette errori. Ad esempio due settimane fa, intervistata da una testata argentina, ha affermato che all'inizio l'antisemitismo designasse l'ostilità nei confronti non solo degli ebrei, ma di tutti i popoli semiti (inclusi dunque gli arabi). Questa nozione non è del tutto esatta, ma ci aiuta a capire la concezione di antisemitismo che l'Albanese condivide con tanti contemporanei, me compreso: vivendo nella contemporaneità, osservando ovunque preoccupanti fenomeni di xenofobia, tendiamo a rileggere l'antisemitismo come una forma particolare di xenofobia – quella forma che storicamente ne illustra con maggiore evidenza gli aspetti distruttivi. Il termine "antisemita" viene coniato a metà Ottocento per dare a questa ostilità per le minoranze una spiegazione scientifica e non più religiosa; purtroppo è la scienza di metà Ottocento, che definiva i popoli come razze: "antisemita" era preferito ad "antiebreo" perché a rendere gli ebrei irriducibilmente diversi dai popoli ariani europei sarebbe la loro appartenenza al ceppo semitico delle razze medio-orientali. Benché questa pseudoscienza sia stata quasi completamente rinnegata dopo il crollo del nazifascismo, il termine "antisemitismo" è rimasto in auge perché designava un fenomeno preciso: l'odio per gli ebrei.
– Sia come sia, l'Albanese aveva commesso degli errori, e appena qualche hater italiano è riuscito a rintracciarli su youtube (su un canale argentino!), è cominciato il consueto tiro al piccione: reso più violento dalla frustrazione di chi per mesi aveva accusato l'Albanese di antisemitismo senza mai trovare appigli che non fossero ridicoli. In particolare nei due pezzi precedenti mi sono concentrato su un giornalista del Foglio, GV, che a questo tiro si è dedicato con una foga per lui insolita e... rivelatrice (ho deciso di non appesantire l'esposizione col suo nome e il suo cognome, forse nel tentativo di non scendere al suo livello). Nel frattempo la stessa Albanese ha ammesso pubblicamente i suoi errori, chiedendo scusa: comportamento singolare che nessuno si aspetta mai, da parte chi commette un errore; e infatti nessun hater a quel punto ha immaginato di dover aggiustare il tiro.
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Ripartiamo da qui. Perché GV deve investire tante energie per squalificare una persona che a un certo punto di un'intervista senza dubbio si confonde, senz'altro commette un errore, ma comunque concorda sul significato attuale del termine "antisemitismo"? Affermare che la parola sia nata per designare l'odio per i popoli semiti è impreciso tanto quanto sostenere che la parola non portasse in sé quella sfumatura di significato, e non se la sia trascinata con sé almeno fino al 1938: insomma se l'Albanese sbaglia, anche GV non è che sia del tutto corretto. In compenso l'Albanese ha preso una topica sull'origine del termine "Musulmaner" nei Lager (un termine che nessuno sa bene da dove sia arrivato: forse dal fatto che i prigionieri più derelitti assumessero una posizione prostrata): basta questo per essere denunciata come leader della Spectre antisemita? Perché un intellettuale che si ritiene moderato si mette a scrivere in pubblico sadiche fantasie di interrogazione e bocciatura? Perché un garantista decide di sopprimere per l'occasione ogni margine di carità interpretativa? C'è un in effetti un ottimo motivo, che può spiegarci con le sue parole:
A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che "ogni straniero è nemico". Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.
Insomma, al di là di quel che potesse pensare del sionismo nel 1970 o nel 1980, Primo Levi era un apocalittico, come noi. Come noi guardava al futuro, perché è da lì che vengono i problemi; il passato, per quanto gli ingombrasse ancora i sogni, serviva soltanto a fornire "sinistri segnali di pericolo". Anche lui cercava di interpretare i segni e strutturarli in catene di cause ed effetti: in particolare riteneva che i Lager fossero la conseguenza di un sillogismo che partiva dall'"odio per gli stranieri": quella che oggi chiamiamo xenofobia. Ovvero Primo Levi, nella prefazione del 1947, riteneva implicitamente l'antisemitismo come una manifestazione xenofobica; la stessa interpretazione fornita da Francesca Albanese, e ha pure dovuto chiedere scusa. Dopodiché, per carità, Primo Levi non è un profeta: può darsi che sbagliasse pure lui. Ma insomma lui la pensava così: nel momento in cui si comincia a dire a voce alta che "ogni straniero è nemico", i Lager da qualche parte sono già in via di progettazione. Scrive "ogni straniero", non "ogni ebreo", perché se è pur vero che i nazisti cominciarono con gli ebrei, Levi sapeva bene che non avevano intenzione di fermarsi. Perché è così: non hanno intenzione di fermarsi, non possono fermarsi da soli. Finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano.
La capra e i capri
06-10-2026, 21:26antisemitismo, Israele-PalestinaPermalink[Rileggendo questo pezzo, ho deciso di rimuovere nome e cognome della persona che lo ha ispirato. Le sue generalità restano facilmente rintracciabili on line, e i contenuti che sto citando sono tutti comparsi su profili pubblici. Comunque, nel caso li volesse ritirare, posso cancellarli anche da qui: basta chiedermelo. Gli ho dato tanto spazio perché in effetti mi interessavano le sue affermazioni, e il suo atteggiamento, in una situazione come questa: ma il mio intento non era metterlo alla berlina. Ognuno è responsabile delle cose che scrive, anche se non sempre è chiaro davanti a chi. Senz'altro non davanti a me; a me piace semplicemente riflettere su quello che trovo scritto in giro: per farlo non ho bisogno di mettere nomi e cognomi, puri purissimi accidenti].
Fingendo di chiedere scusa, l'Albanese non si dimostra "malvagia", o "subdola", o "ipocrita": di tutti i termini, il commentatore sceglie quello che nella liturgia preconciliare del Venerdì Santo veniva associato agli ebrei: "perfidi" nel senso di senza fede (o anche: traditori della fede). Ma veniamo al terzo documento – che spiega, in parte, le ragioni di tanto accanimento.
L'allegoria tra cinematografia e antisemitismo potrebbe sembrare bislacca a chi non sapesse che GV insegna tra l'altro Storia del cinema, e quindi insomma cosa sta facendo qui? Sta pubblicamente immaginando che Francesca Albanese sia una sua studentessa; si sta trastullando con l'idea di interrogarla, scoprirla insufficiente, bocciarla. E lo so che psicologizzare le persone in questo modo è indelicato – non più che dare della capra a una signora – ma accidenti, sono tutti contenuti pubblici, chiunque può passare e dare un'occhiata. Non solo, ma ci sta indirettamente ricordando che su una serie di materie ("storia dell'antisemitismo, ebrei, Israele, Shoah, Primo Levi, SS, nazismo e mondo arabo"), lui è così competente che potrebbe interrogarci tutti quanti – appioppandoci voti che possiamo facilmente immaginare. Ma è davvero così competente?Ci sono lacune di superficie, e faglie che rivelano una voragine spaventosa. Ognuno trasponga l’esempio nell’area in cui è più competente, io userò la mia:1 - Se uno studente mi dice che “Il gabinetto del dottor Caligari” è un film del 1923 sta commettendo un piccolo errore, che forse gli costerà un voto un po’ più basso all’esame;2 - Se uno studente mi dice che il film si chiama “Il capannetto del dottor Calimeri” ed è un musical in technicolor del 1892 di Federico Antonioni sta rivelando di non sapere niente di niente di niente. Non supera uno stupidissimo esame del triennio, figuriamoci se può insegnare storia del cinema all’università o diventare il capofila di una campagna contro una legge a tutela del cinema muto.Ecco, il discorso di Albanese sull’antisemitismo rientra pienamente nel secondo caso. Dicendo quelle incredibili fesserie ha dimostrato di non sapere nulla di: storia dell’antisemitismo, ebrei, Israele, Shoah, Primo Levi, SS, nazismo e mondo arabo, e una serie di altre materie connesse che non starò a elencare.
...quanto basta per scoprire che per i teorici fascisti del razzismo gli Ebrei rappresentano in Italia l'unico elemento semita di fronte alla popolazione ariana. Dal punto di vista somatico gli Ebrei dell'Italia per lo più si avvicinano al tipo "orientale" con forte influenza "asiatica anteriore"... E un po' sopra: "Si comprende... come giustamente il razzismo italiano respinga nella maniera più recisa l'affermazione che gli Italiani delle province meridionali e delle isole appartengano ad una comune razza mediterranea di origine africana, comprendente anche le popolazioni semitiche e camitiche". Nelle illustrazioni (sin dalla famosa copertina) si cerca ossessivamente di evidenziare somiglianze somatiche e craniche tra gli ebrei europei e raffigurazioni di antichi Sumeri, Babilonesi, Fenici. Quindi sì, l'antisemitismo designa sin dall'inizio l'odio per gli ebrei, ma al contempo ne fornisce una spiegazione razionale, come naturale diffidenza degli ariani per i rappresentanti di un ceppo razziale diverso; non solo, ma nel momento in cui si innerva nell'ideologia ufficiale del regime, esso implica la più generale diffidenza per tutti i popoli di origine semita, e l'esigenza di separarli dagli italiani di "pura razza ariana".
Francesca Albanese e i suoi piccoli inquisitori
03-10-2026, 02:16antisemitismo, giornalisti, Israele-PalestinaPermalink– Per quanto mi sia capitato di parlare molto più spesso di Gaza, dal 7/10/2023 in poi, vorrei lasciare per iscritto che non ho mai pensato che parlarne avrebbe potuto aiutare i gazawi. Li ritenevo condannati tre anni fa, avrei preferito sbagliarmi, non è successo. Se continuo a parlarne, quello che realmente voglio salvare è qualcosa di meno importante, ma forse ancora alla mia portata. La mia anima? Il mio buon nome? Qualcuno dovrebbe ricordarsi che comunque io non ero d'accordo, non partecipavo, non collaboravo, non guardavo da un'altra parte? Se devo essere sincero non credo davvero in queste cose: non cerco il perdono e non riconosco autorità a cui domandarlo. Forse semplicemente difendo un principio: le rappresaglie sui civili non sono giuste. Massacrare un popolo non è giusto. Non lo diventa nemmeno se gli assassini hanno amici importanti, una Storia tragica e complessa, dei crediti nei nostri confronti. Quel che sta succedendo è ingiusto, è disumano, ma non è passato inosservato; forse, continuando a dirlo, a farlo presente, potremo aiutare i nostri prossimi a costruire un mondo in cui queste cose saranno inammissibili – il mondo in cui speravamo di vivere noi, fino a qualche anno fa.
– C'è un altro motivo, assai meno nobile. Se continuiamo a parlarne è anche perché qualcuno insiste che non se ne dovrebbe parlare; che non sta succedendo; e se davvero succede, forse è giusto così: anzi necessario, meritorio. Ad attirare la nostra attenzione sulla tragedia palestinese non è nemmeno la sua oggettiva eccezionalità, quanto gli sforzi ciclopici, patetici, esercitati da israeliani e sionisti per farci distogliere lo sguardo. La questione israelo-palestinese è il più grande esempio di Effetto Streisland che un sociologo può sperare di osservare oggi: basta aprire qualsiasi finestra informativa sul mondo e aspettare qualche minuto, perché arrivi qualcuno determinato a spiegarti che i palestinesi meritano di morire, e comunque non stanno nemmeno morendo così tanto, e in ogni caso i palestinesi in quanto palestinesi non esistono, sono un'invenzione. Questo trentennale confrontarsi con la cattiva coscienza dei sionisti, non posso negarlo, ha qualcosa di rassicurante e di consolatorio. È rassicurante, perché in qualsiasi momento dell'anno o del secolo, tu troverai i sionisti dire sempre le stesse cose, indifferentemente dalla crisi in corso e dall'andamento dei combattimenti: noi eravamo lì tremila anni fa, Israele è minacciato nella sua stessa esistenza, è difeso dall'esercito più morale del mondo, i palestinesi sono come i nazisti, non amano i loro bambini quanto odiano i nostri, eccetera eccetera (anche all'inferno, udire gli stessi lamenti e le stesse bestemmie tutti i giorni deve produrre un senso di confortevole familiarità). È consolatorio, perché basta ascoltare un sionista per cinque minuti, basta leggerlo per tre righe, per registrare così tanta malafede che è impossibile poi non sentirsi una persona migliore, perlomeno non altrettanto pessima – a volte mi accorgo di andarmeli a cercare perché ne ho bisogno, sarà la dopamina o qualche altra molecola. Ho sempre avuto la sensazione che questo sia molto sbagliato, come esagerare col caffè o gli alcolici. Ho provato a regolarmi. A volte ci riesco. Ogni tanto ci ricasco, ma sia chiaro: non mi sento un combattente sul fronte delle idee, mentre lo faccio. È un vizio, so benissimo che confrontarmi con un Pigi Battista non fa di me una persona migliore. So bene che la situazione è troppo tragica per distrarmi o addirittura divertirmi con un Pigi Battista. E tuttavia Pigi Battista esiste, è lì che mi sculetta davanti con le sue frasi fatte e la sua cattiva coscienza, dovrei essere un santo per non farci caso. Non lo sono.
– I sionisti italiani, dal canto loro, non stanno passando un buon periodo. I risultati pure innegabili di Netanyahu non li entusiasmano, ormai hanno capito che ogni metro quadro di Striscia o di Libano spianato e conquistato si paga in termini di credibilità: Netanyahu a questo punto ne fa tranquillamente a meno, loro no. Tra un po' in Israele si vota, e i casi sono due: o rivince Netanyahu, e toccherà affondare con lui; oppure perde, una splendida occasione per liquidarlo dopo tutto il lavoro sporco che si è accollato: dopodiché però bisognerà vedere il bluff, e si scoprirà che l'unico modo di succedere a Netanyahu è proseguirne il lavoro (i genocidi hanno questo grande problema, che una volta cominciati non c'è tutto questo margine per sospenderli e chiedere scusa: l'unica è andare avanti, finché qualcun altro ci ferma, o noi stessi ci autodistruggiamo). Il disegno di legge sull'antisemitismo è impantanato alla Camera, a nulla sembra servire aver scomodato la Segre, aver minacciato per l'ennesima volta le dimissioni di Fiano da un partito che non lo candiderebbe più comunque; è come se alla gente quel ddl non interessasse, hanno altre preoccupazioni, il carovita, il riscaldamento globale. Però i soldi per andare al cinema a vedere Naza li trovano, maledetti (sì, un documentario sui crimini di guerra è primo ai botteghini). Insomma sono giorni aridi di soddisfazioni, per il sionista italiano. Quel che gli servirebbe è almeno una piccola vittoria parziale, un contentino, qualcosa che giustifichi ai posteri la sua indecente postura. Si è difeso per anni con il mantra "due popoli due Stati", e ora si accorge che in Israele non ci crede più nessuno. Ha negato per anni i "numeri di Hamas", finché gli stessi numeri non li ha confermati l'Esercito più Morale del Mondo. Ha ammesso che il massacro era orribile, purché non lo si chiamasse "genocidio", una parola che ha contribuito più di ogni altro a diffondere, perché nessuno come lui se l'è fatta trovare in bocca: non chiamatelo genocidio, non pensate che sia un genocidio, non pensate al genocidio... E ha irriso per anni Francesca Albanese, liquidandola come un'opinionista da talk; ma tre anni dopo Francesca Albanese è ancora lì, relatrice ONU sui Territori Occupati. Non ha più un conto in banca, in tv non c'è quasi mai, su internet continuano a raccontare aneddoti ormai leggendari in cui umilia con un sorriso il sindaco di Reggio nell'Emilia, eppure la sua reputazione resiste, si consolida, è ben strana questa cosa. È come se la gente apprezzasse il coraggio di chi si oppone ai potenti: ai sionisti questa ipotesi deve risultare parecchio seccante, con la fatica che hanno fatto a corteggiare gli stessi potenti. In questi giorni ancora estivi, in cui la gente sta ancora fuori il fine settimana, l'Albanese si ritrova più spesso in giro per le città, e di solito incontra soltanto gente che stima il suo lavoro e ammira la sua integrità. Quelli che restano in casa a criticarla potrebbero magari leggere i suoi report per cercare gli errori fattuali, ma ecco, la cosa più interessante è che nemmeno li aprono: hanno completamente rinunciato a dibattere con l'Albanese nel merito del suo lavoro. Probabilmente temono di scoprire cose che non saprebbero confutare, neanche presso il parzialissimo tribunale della loro coscienza. È l'approccio tipico: ignorare il messaggio, svalutare il messaggero. Non resta che frugare su youtube finché non si trova qualche intervista in qualche lingua straniera in cui al minuto 18 l'Albanese abbia detto qualcosa di controverso, magari abbia commesso un errore di qualche tipo: e indovinate, questi errori esistono, Francesca Albanese è umana. Ciò non le sarà perdonato.
– Il 25 settembre del corrente anno, GV scopre che sul canale youtube di un'agenzia argentina c'è un'intervista in cui (dopo 18 minuti e 34 secondi), Francesca Albanese fornisce una definizione di antisemitismo storicamente non accurata. Dopo aver ribadito che "l'antisemitismo esiste, è una piaga", l'Albanese lo definisce non soltanto come "discriminazione nei confronti degli ebrei", ma di tutti i "ceppi semitici". Sostiene altresì che al momento in cui fu coniata, la parola "antisemitismo" [ma probabilmente voleva dire "semitico"] si riferiva "a chiunque non fosse europeo e venisse dal Medio Oriente": secondo nazisti e fascisti "gli ebrei erano semitici". L'"Antisemitismo" si sarebbe sovrapposto al concetto di "antigiudaismo" semplicemente perché gli ebrei erano la comunità semitica più numerosa in Europa. Concede dunque che oggi antisemitismo significhi "odio per gli ebrei", anche se avrebbe un significato più ampio. Ricorda che, secondo svariate testimonianze, nei campi di sterminio gli ebrei destinati alle camere a gas venivano soprannominati "musulmani", il che le sembra una dimostrazione della sostanziale coincidenza tra odio per gli ebrei e odio per i popoli semitici in generale. Gran parte di queste discutibili affermazioni – spoiler – l'Albanese le ritratterà abbastanza presto, scusandosene pubblicamente, ma restiamo un attimo al 25 settembre: quando grazie a un attento lavoro di setaccio, finalmente GV viene in possesso di quella che ritiene subito essere una vera e propria pistola fumante: l'Albanese non conosce bene la storia del termine antisemitismo, ergo è antisemita. Se l'ergo può parervi affrettato (al netto di svariate imprecisioni, l'Albanese sta comunque dicendo che l'antisemitismo esiste, e che oggi significa "odio per gli ebrei") tenete conto della situazione psicologica di GV, che da mesi, lo ammette lui stesso, ci va mettendo in guardia contro "la Madonna pellegrina", la "papessa" di questa nuova religione che sarebbe il "palestinismo".
La lotta di classe in classe
30-09-2026, 12:34lotta di classe, Rivista Studio, scuolaPermalink[Questo pezzo è evidentemente uscito qualche giorno fa su Rivista Studio... e a proposito, oggi esce in edicola La fine del mondo con un pezzo mio! Purtroppo non è un fumetto].
Sono un insegnante di scuola secondaria (quella che tutti chiamano ancora “media”, e per inciso hanno ragione: “secondaria” è un brutto nome). Per circa vent’anni ho lavorato in una scuola in cui gli alunni di origine straniera superavano puntualmente la soglia massima prevista dalle circolari ministeriali – la parola chiave in questo caso era “deroga”: la mia scuola era sempre in deroga. Per vent’anni ho sentito i politici lamentarsi di questa cosa, e promettere che avrebbero trovato una soluzione. Per vent’anni la soluzione è stata, in sostanza, produrre circolari che ci impedivano di formare le classi, per poi consentirci di formarle lo stesso “in deroga”. E cosa succede quando una scuola sistematicamente rimane in “deroga”? Nulla, non succede nulla.
Ora, mi rendo conto che questo modo di vedere le cose non è molto giornalistico. Per i giornalisti ogni fatto è importante in quanto notizia, ovvero dev’essere qualcosa di nuovo, possibilmente mai sentito, mai visto. Così, ad esempio, Giorgia Meloni fa notizia se promette di emanare un decreto legge che riduca il numero di stranieri per classe: nessuno l’aveva promesso prima! Per noi lavoratori della scuola, invece, tutto questo è ordinaria amministrazione. Domattina tornerò a scuola, e la percentuale di studenti di origine straniera sarà la stessa di cinque anni fa, di dieci anni fa: con quel lieve aumento che è ragionevole aspettarsi dall’andamento demografico. Del resto io faccio il mio lavoro, per lo meno ci provo; Giorgia Meloni fa il suo, che soprattutto verso la fine della legislatura comprende anche l’esternazione di promesse non necessariamente realizzabili.
Proverò allora a far notizia così: io, insegnante democratico e progressista, non avrei in principio nulla in contrario alla proposta di Giorgia Meloni. La trovo viceversa assolutamente in linea con uno dei miei articoli preferiti della Costituzione, il terzo. Quello che non solo ci informa che siamo tutti eguali davanti alla legge (senza distinzione “di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”) ma si dà anche “un compito”, lo chiama proprio così: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Quello che adoro di questo articolo è che prima enuncia un principio (davanti alla legge siamo tutti uguali), poi riconosce che “di fatto” le cose al mondo vanno molto diversamente, con una franchezza e un realismo che raramente troverete in una carta costituzionale. Un po’ come la Dichiarazione d’Indipendenza americana, che non promette la felicità, ma il diritto a cercarla (“the pursuit of happiness”): così la nostra Carta ammette che non siamo uguali, che forse non lo diventeremo mai davvero, ma che abbiamo comunque il diritto/dovere di provarci, il compito di rimuovere più ostacoli possibile.
Questo spiega come mai, per esempio, la scuola è “obbligatoria e gratuita” (art. 34). Già. Cosa c’è di più democratico, di più egalitario, diciamolo: cosa c’è più “di sinistra” che immaginare che tutti possano vivere la medesima esperienza scolastica, venendo in contatto con lo stesso numero di studenti provenienti dall’estero? (Continua su Rivista Studio)
Gli alunni "stranieri", tra i condizionatori e i metal detector
27-09-2026, 09:57governo Meloni, Il Manifesto, scuolaPermalink[Questo pezzo è uscito per il Manifesto del 22/9. A proposito: mercoledì esce nelle edicole La fine del mondo, e c'è anche un pezzo mio! Vabbe', ma soprattutto ci sono i fumetti].
Così Giorgia Meloni ci ha annunciato che metterà un tetto agli studenti stranieri per classe. Se i vostri amici insegnanti hanno reagito alla notizia sbuffando, non è necessariamente per avversione ideologica. È che loro lavorano nella scuola vera, e nella scuola vera il tetto per gli studenti stranieri c’è già. Da una circolare della ministra Gelmini (2010). Da quel momento, si sono verificati sostanzialmente due casi. Nella stragrande maggioranza delle scuole non è successo niente – ovviamente, dato che gli studenti stranieri non hanno mai superato il 12% della popolazione scolastica. In quel migliaio di scuole (su trecentomila in tutt’Italia) in cui la percentuale di stranieri supera effettivamente il 15% o anche il 30%… niente, non è successo niente neanche lì, perché né la circolare Gelmini, né le successive (ne ha emanata una anche Valditara, tre anni fa), hanno mai chiarito cosa sarebbe successo nel momento in cui il tetto veniva sforato. La parola chiave, in questo e in altri casi molto italiani è “deroga”. Si fissa un tetto, e quando si sfonda il tetto, si va in deroga. Esiste un numero massimo di deroghe? Nessuno l’ha capito.
Questo accade nelle scuole vere, e quindi interessa molto relativamente il dibattito politico, ormai entrato nella fase della campagna elettorale. Nelle scuole immaginate dai politici, ogni problema sollevato dai media incontra rapidissimamente una soluzione che si può scrivere in un brevissimo titolo di giornale. I ragazzi esagerano con gli smartphone? “Valditara vieta gli smartphone”. Uno studente estrae un coltellino? “Valditara introduce i metal detector”. Fa caldo? Valditara ci monta i condizionatori. E così via: non esiste emergenza o caso di cronaca che non trovi la sua pronta soluzione. Se poi vi capita di passare per una scuola vera, scoprirete che molti ragazzi tengono ancora gli smartphone in tasca (Valditara non ci poteva mica permettere di perquisirli); che i metal detector sono rarissimi (e del resto per usarli serve personale di pubblica sicurezza); e che gli studenti stranieri continuano a concentrarsi a macchie di leopardo, in alcune zone d’Italia, lasciandone altre completamente sgombre: non per malizia, ma perché banalmente l’immigrazione in Italia ha funzionato così. Il che in effetti ha creato un grosso problema: una tensione perenne tra luoghi dove gli stranieri sono tanti (coi problemi di integrazione annessi e connessi) e altri luoghi dove sono talmente pochi da risultare una minaccia sconosciuta, di cui gli abitanti sentono parlare soltanto da media sempre più ansiogeni.
In effetti, se Giorgia Meloni fosse seria (e se disponesse di risorse illimitate), la sua proposta non solo avrebbe un senso, ma sarebbe assolutamente auspicabile: permettere a ogni alunno con un deficit linguistico di poter frequentare una classe di italiani non sarebbe uno dei modi migliori per mettere in pratica il terzo articolo della Costituzione, contribuendo a rimuovere gli ostacoli che impediscono a chi non parla italiano in famiglia di sentirlo parlare e di impararlo a scuola? Eppure i vostri amici insegnanti borbottano, e addirittura i presidi fanno trapelare un certo scetticismo. Cosa faranno in concreto Meloni e Valditara, che non si potesse fare già dal 2010 in poi? Quanti pulmini servirebbero per spargere i ragazzi in quartieri meno etnicamente connotati? Fino a che punto si possono costringere i genitori italiani a iscrivere i ragazzi nella scuola di quartiere, senza evitare una fuga verso scuole private? E a proposito: si potrebbero obbligare gli istituti paritari ad accettare quote cospicue di studenti stranieri a costo zero. Oseranno farlo? Vediamo come va, ma non possiamo non ricordare i precedenti.
Nella scuola vera – quella in cui i politici raramente mettono i piedi – la differenza tra studenti italiani e stranieri semplicemente non esiste. Vi sono sfumature molto più difficili da interpretare: studenti senza cittadinanza, ma che parlano un buon italiano; studenti che all’anagrafe risultano italiani, ma che non parlano italiano neanche a casa. Per i genitori la situazione è molto più drastica, soprattutto a settembre: se nel registro la maggior parte dei cognomi non suona italiana, la classe è un ghetto. Chi ha il coraggio di restare magari può scoprire che alcuni di quei cognomi prendono i voti migliori, anche in italiano. Certo, ci vuole pazienza. Il governo questa pazienza non ce l’ha, del resto ormai è in campagna elettorale.
Enrico Mentana e Francesca Albanese, una sera
20-09-2026, 14:17giornalisti, Israele-PalestinaPermalinkIeri sera in piazza a Parma c'era Francesca Albanese – che comunque sarà a DIG tra una settimana a presentare Naza – e però ieri sera in piazza a Parma c'era Enrico Mentana che intervistava Francesca Albanese, e devo ammettere che la cosa mi solleticava: così ci sono andato.
– L'occasione era la Festa di Open, e quindi in sostanza è Mentana che ha invitato l'Albanese. Questa cosa io non so bene come interpretarla. Mentana è tante cose ma non stupido, e quindi l'arrivo di un pubblico pregiudizialmente ostile nei suoi confronti doveva e poteva aspettarselo. Quindi se l'aspettava? Cercava i fischi, voleva fare notizia in questo modo? È una possibilità (1). Un'altra (2) è che stia cercando di riposizionarsi, perché appunto, non è uno stupido e si rende conto che un certo tipo di giornalismo supino a Tel Aviv ha i giorni contati anche nella nostra provincia dell'impero. Quindi ha invitato Francesca Albanese, l'ha fatta parlare senza troppo contraddirla (ha dato veramente l'impressione di conoscerla e di stimarla), si è preso comunque qualche fischio ma li aveva messi in conto. Perché è successa davvero questa cosa, che non mi aspettavo: Enrico Mentana, che fino a qualche mese non voleva sentir parlare di genocidio, ha lasciato Francesca Albanese esprimere le sue opinioni sul genocidio (del resto, se non l'avesse fatto, la folla non l'avrebbe presa molto bene). Un'ultima possibilità (3) è che Mentana – come tanti altri che però, a differenza sua, spesso sono stupidi – avesse sottovalutato la popolarità di Francesca Albanese, che in effetti nella mediasfera italiana risulta una tale che ha fatto una figuraccia con un sindaco, poi in tv è provata ad andarci ma se n'è andata alla prima provocazione, insomma un personaggio ormai fuori dalla lista di chi invitare ai talk. L'Albanese invece ha un seguito solido, e certe piazze le riempie: la festa di Open prevedeva cento posti a sedere (li ho contati) abbiamo dovuto schiacciarci un po' ovunque; chi fosse passato da Modena l'anno scorso sempre per DIG si sarebbe reso conto del problema, ma appunto, forse nella mediasfera credono che l'Albanese non sia più popolare come un anno fa perché gli USA le hanno chiuso i conti e in Italia qualche sindaco l'ha rimproverata. È precisamente il contrario.
– Ad avvalorare la seconda ipotesi (Mentana sta cercando di smarcarsi da un filosionismo che fa più danni che utile), molto presto la conversazione arriva sugli insediamenti nei Territori, ed è Mentana ad affermare: vanno sgomberati. A quel punto l'Albanese – che più dei palestinesi ieri sera si è trovata a difendere il principio di realtà – gli ha semplicemente chiesto: da chi? Chi è che concretamente dovrebbe cacciare quei coloni da trecento insediamenti [che spesso sono fortezze blindate]? E Mentana, serenissimo, ha risposto che ci vuole una forza di interposizione internazionale. Cioè, ripeto: Mentana, che fino a qualche mese fa aveva difficoltà a dire "colono" in diretta tv (e di fatto non ha usato la parola neanche ieri sera), vuole i caschi blu nei Territori Occupati, a cacciare i coloni dai loro bunker. Teniamocelo per detto.
– Francesca Albanese è un'esperta di diritto internazionale, incaricata dall'ONU di stilare periodici report sulla questione palestinese. Non è un'oratrice, non è una polemista professionista. L'urgenza di portare i suoi argomenti nelle piazze e sui social l'ha portata in passato a cadere in alcune trappole. Ieri sera com'è andata? Secondo me molto bene. Per tutto il tempo è rimasta nel suo ruolo, che è quello di chi studia e documenta un genocidio. Mentana le chiedeva la pars construens, uno Stato o due Stati? Lei rispondeva: non lo so, e in effetti perché dovrebbe saperlo. Non sta a lei proporre soluzioni, o fingere che ne esistano.
– A un certo punto è stata lei ad avvertirci che rischiava di andare come a Reggio Emilia, e qui secondo me c'è un grosso equivoco: com'è andata a Reggio Emilia? Una folla importante è andata a vedere l'Albanese: ha trovato un sindaco che faceva sottili distinguo sul 7 ottobre; ha cominciato a fischiarlo e l'Albanese si è messa in mezzo. Stessa cosa ieri sera: dopo una buona mezz'ora di dialogo sensato,
Mentana ha sentito la necessità di tirare fuori il 7 ottobre nel modo un po' dogmatico in cui lo tirano fuori i sionisti: però c'è stato il 7 ottobre, dovete capire che c'è stato il 7 ottobre. Una data che per qualche motivo dovrebbe annullare quello che stava succedendo prima, e giustificare la catastrofe che è venuta dopo. Siccome la gente non c'è mai cascata (sono quei meme che funzionano solo in laboratorio e in qualche discussione on line) ha iniziato a fischiarlo, e Mentana se l'è presa: ma si trattava di qualcosa di assolutamente prevedibile. Mentana però non è professionalmente abituato a essere interrotto in pubblico da gente qualsiasi, il che ha portato l'Albanese di nuovo a mettersi in mezzo, a intercedere per il suo interlocutore: sì, il 7 ottobre c'è stato, è stato terribile, nessuno lo nega, ecc. Mentana, dal canto suo, ha evitato di accennare a feti sventrati e neonati nel forno. Un'altra parola che nessuno ha mai usato ieri è stata "antisemitismo".
– A un contestatore che ha urlato, semplicemente: "c'è stato anche il 6 ottobre", frase magari sibillina ma non insultante, Mentana ha risposto piccato, perché lui diceva quel che voleva, essendo "a casa sua". Era a Parma, in piazza Garibaldi. È vero, l'evento l'ha organizzato lui per conto di una testata che ha finanziato lui, e però una testata si può comprare, un po' di giornalisti si può stipendiare... ma una piazza no, in piazza può arrivare chiunque.
– Nella stessa piazza, qualche ora prima, aveva parlato Pina Picierno. Non se l'era cavata neanche male e i 100 posti a sedere erano occupati. Ma la fatica che ha fatto a trovare un po' d'applausi è interessante. C'era molta gente e non applaudiva, o applaudiva poco. Una piazza non significa molto, ma posso immaginare la frustrazione di una parte politica che ha puntato tutto sulla sacra difesa dei confini europei e non ce la sta facendo, è proprio un tema che non ha presa sulla gente. Mentana a un certo punto ha voluto chiedere all'Albanese il suo parere sull'Ucraina e anche lì l'Albanese è stata brava, secondo me: ha ribadito che il suo campo specifico è un altro, che il suo è un parere qualsiasi, ha accettato i fondamentali (la Russia ha invaso illegalmente l'Ucraina) e ha immediatamente riportato la questione su Gaza: se contro la Russia abbiamo immediatamente varato pacchetti di sanzioni, perché non l'abbiamo fatto con Israele? Se Mentana trova giusto armare i resistenti ucraini, perché non dovremmo armare i resistenti palestinesi? Ecco, questo è stato il momento in cui Mentana è stato preso di sorpresa. Si capiva che questa cosa di considerare i palestinesi come esseri umani con dei diritti era comunque una novità per lui, qualcosa che magari sta cominciando ad accettare, ma per la quale non è ancora emotivamente equipaggiato.
– A tempo abbondantemente scaduto, è stato Mentana ad aver ricordato che Francesca Albanese attualmente è perseguitata dagli autorità USA, che le impediscono di poter usare conti bancari (anche in Italia). Altri su un'evidenza così scandalosa costruirebbero un intero personaggio: ieri sera l'Albanese ne ha parlato soltanto un minuto prima di alzarsi dalla poltrona, e soltanto perché Mentana glielo ha chiesto.
La legge che si denuncia da sola
11-09-2026, 02:30antisemitismo, dialoghi, Israele-Palestina, razzismiPermalinkBuongiorno Leonardo.
Non è un gran bel giorno per me.
Di cosa ti preoccupi?
In parlamento stanno discutendo di una legge terribile, sicuramente anticostituzionale, che mi costringerà a espormi in pratiche di disubbidienza civile. E a parte questo, si tratta di una legge terribilmente stupida, che mi costringe a dubitare della buona fede e/o dell'intelligenza di chi l'ha scritta e di chi la voterà.
Ti riferisci al Disegno di legge Delrio sull'antisemitismo.
Proprio quello.
Eppure l'antisemitismo è un problema concreto.
Indubbiamente, ma nessun problema, per quanto grave, giustifica reazioni stupide o peggiorative. Anche il riscaldamento globale è un problema, no? Immagina che qualcuno suggerisca di risolverlo tenendo aperti tutti i frigoriferi. Non dovrei far presente che non è una soluzione, che anzi il bilancio energetico peggiorerebbe, e che soprattutto si tratta di una misura ridicola?
Ora però ti tocca spiegare perché il disegno di legge sarebbe così stupido... io ho dato un'occhiata e non mi sembra che contenga nessuna sciocchezza paragonabile a quella del frigorifero aperto.
La stupidità si annida nei dettagli. Il testo usa come riferimento la definizione di antisemitismo dell'Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (da qui in poi IHRA).
Certo. Si tratta della definizione di antisemitismo più accreditata presso gli organi internazionali.
Si tratta anche di un testo tragicamente stupido.
Questo lo dici tu.
Lo dicono in tanti... ma oggi non ne citerò nessuno. Voglio farti leggere la definizione IHRA come se fosse un testo anonimo, misteriosamente inciso sulla pietra. Voglio dimostrarti che la stupidità è intrinseca al testo stesso: che può essere osservata e misurata da chiunque lo legga, senza bisogno di chiedere a esperti. È un testo scritto male, e ci sono solo due motivi per cui un testo può essere scritto male. Uno è la malafede.
L'altro è la stupidità?
Precisamente. Anche se spesso le due cause si intrecciano. Un eccesso di malafede può portarti a commettere qualche stupido errore. Anche un eccesso di stupidità può indurti a comportarti in malafede per cercare di occultarlo. Del resto non mi interessa appurare i motivi storici o ideologici per cui la dichiarazione IHRA è tanto stupida. Voglio semplicemente dimostrarti che lo è. È un insieme di frasi così mal congegnate che finisce per contraddirsi da solo. Leggi pure e vedrai.
Va bene, comincio a leggere... "Nello spirito della Dichiarazione di Stoccolma che afferma: “Con l’umanità ancora segnata da antisemitismo e xenofobia la comunità internazionale condivide una solenne responsabilità di combattere questi fenomeni dannosi” la commissione sull’antisemitismo e sulla negazione dell’Olocausto chiese alla Plenaria dell’IHRA, che si teneva a Budapest nel 2015, di adottare la seguente definizione operativa (di lavoro) di antisemitismo..."
Ecco, per esempio, di chi stiamo parlando?
Beh, c'è scritto: della comunità internazionale.
Rappresentata da chi?
Dalla commissione sull'antisemitismo e sulla negazione dell'Olocausto.
Nominata da chi?
Ma non lo so... ci sarà scritto da qualche parte.
Valeva la pena di scriverlo anche qui, non trovi? Almeno in una nota. Non c'è scritto.
Comunque si tratta di organi internazionali, probabilmente faranno capo all'ONU...
Non c'è scritto. Anche la "Plenaria dell'IHRA" sembra un po' spuntare dal nulla: da chi è composta? Da chi è nominata?
Avranno voluto eliminare i dettagli per brevità.
Va bene, andiamo avanti.
Hai notato? C'è scritto "non giuridicamente vincolante". E invece in parlamento la stanno usando per fare giurisprudenza. Renditi conto del paradosso. Ma ti rileggo questo passo incredibile. L'antisemitismo sarebbe "una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei". Sul serio. Nella definizione ufficiale c'è scritto così.
Ok, è senz'altro una traduzione infelice, ma...
"Vediamo l'inglese, suppongo che l'originale sia stato stilato in inglese. "Antisemitism is a certain perception of Jews, which may be expressed as hatred toward Jews". Chi è che si esprime così? Chi è che confonde "perception of" con "hatred toward"? Sono due concetti diversi. Si potrebbe al limite sostenere che un determinato tipo di percezione conduca all'odio...
...o che l'odio possa modificare la percezione.
Ok. Ma sono comunque due concetti diversi. Chiedi a uno psicologo, a un filosofo, a un antropologo. Se uno studente mi scrivesse una cosa del genere, sottolineerei e inserirei un grosso punto interrogativo, perché qui qualcuno non è riuscito a spiegarsi bene. Ma nota anche il seguito: le "Manifestazioni di antisemitismo" sono dirette verso gli ebrei e "i non ebrei". Cosa vuol dire? In che modo commetto antisemitismo se offendo un "non ebreo"?
Beh, metti che un tizio non ebreo venga scambiato per un ebreo, e molestato per questo motivo. Si tratterebbe comunque di una manifestazione di antisemitismo.
Ah, dici che intende questo?
Forse sì.
Forse sì. Diciamo che non è chiarissimo. Ma andiamo avanti.
"Per orientare l’operato dell’IHRA le seguenti spiegazioni possono servire come esempi:"
Spiegazioni che "servono come esempi"? Sul serio?
Dai, qui è soltanto tradotto male. In inglese stavolta fila, sono examples che servono da illustrations.
Ma perché è tradotto così male? Voglio dire, avevano tutto il tempo e le risorse per...
Stai deviando. Avevi promesso di concentrarti sul testo.
Vabbe' ma non è questo il punto. Sta definendo un atteggiamento complottista che indubbiamente esiste.
Ma non è questo il punto...
Posso dire che lo Stato di Israele ha potuto contare, in Italia, su una stampa compiacente? Lo posso fare o secondo l'IHRA è antisemitismo? E anche se fosse antisemitismo, diventerebbe una bugia? Sai qual è il vero problema qui?
Questo era un motivo. Ma ce n'era un altro, altrettanto importante: era un falso. Ti propongo un esperimento mentale. Immagina di essere James Bond e di scoprire che esiste un'associazione segreta che trama per conquistare il mondo.
Quanto fa ridere quel "per esempio"? Cioè la faccia tosta di scrivere "per esempio" quando è l'unico esempio che t'interessa, l'unica cosa che ti premeva scrivere in due paginette di concetti confusi. Sai quel vecchio proverbio: ogni accusa è una confessione.
Questa è una cosa a cui i sionisti tengono tantissimo; allo stesso tempo diventa difficile da spiegare appena esci dai confini fisici o mentali di Israele. Chi è che applica "due pesi e due misure nei confronti di Israele"? Quale altro Paese "democratico" ne occupa un altro da quasi ottant'anni con la complicità dei Paesi più ricchi dello schieramento occidentale? Quale altro Paese si definisce come la patria di tutti gli appartenenti a una comunità religiosa, indifferentemente dalla loro provenienza geografica? Quale altro Paese poteva cacciarsi nella trappola di Gaza e farla franca per tre anni? Ma soprattutto, hai notato che non si parla più di ebrei?
Anche qui, hai notato? Ormai non fa neanche più finta. Il problema non è usare "simboli e immagini dell'antisemitismo classico" per accusare gli ebrei, macché, cosa gliene frega degli ebrei. Il problema è usare gli stessi simboli per caratterizzare "Israele o gli israeliani". L'unica cosa che gli interessi. Ti viene in mente un'altra dichiarazione internazionale scritta in un modo altrettanto goffo?






