Gli alunni "stranieri", tra i condizionatori e i metal detector
27-09-2026, 09:57governo Meloni, Il Manifesto, scuolaPermalink[Questo pezzo è uscito per il Manifesto del 22/9. A proposito: mercoledì esce nelle edicole La fine del mondo, e c'è anche un pezzo mio! Vabbe', ma soprattutto ci sono i fumetti].
Così Giorgia Meloni ci ha annunciato che metterà un tetto agli studenti stranieri per classe. Se i vostri amici insegnanti hanno reagito alla notizia sbuffando, non è necessariamente per avversione ideologica. È che loro lavorano nella scuola vera, e nella scuola vera il tetto per gli studenti stranieri c’è già. Da una circolare della ministra Gelmini (2010). Da quel momento, si sono verificati sostanzialmente due casi. Nella stragrande maggioranza delle scuole non è successo niente – ovviamente, dato che gli studenti stranieri non hanno mai superato il 12% della popolazione scolastica. In quel migliaio di scuole (su trecentomila in tutt’Italia) in cui la percentuale di stranieri supera effettivamente il 15% o anche il 30%… niente, non è successo niente neanche lì, perché né la circolare Gelmini, né le successive (ne ha emanata una anche Valditara, tre anni fa), hanno mai chiarito cosa sarebbe successo nel momento in cui il tetto veniva sforato. La parola chiave, in questo e in altri casi molto italiani è “deroga”. Si fissa un tetto, e quando si sfonda il tetto, si va in deroga. Esiste un numero massimo di deroghe? Nessuno l’ha capito.
Questo accade nelle scuole vere, e quindi interessa molto relativamente il dibattito politico, ormai entrato nella fase della campagna elettorale. Nelle scuole immaginate dai politici, ogni problema sollevato dai media incontra rapidissimamente una soluzione che si può scrivere in un brevissimo titolo di giornale. I ragazzi esagerano con gli smartphone? “Valditara vieta gli smartphone”. Uno studente estrae un coltellino? “Valditara introduce i metal detector”. Fa caldo? Valditara ci monta i condizionatori. E così via: non esiste emergenza o caso di cronaca che non trovi la sua pronta soluzione. Se poi vi capita di passare per una scuola vera, scoprirete che molti ragazzi tengono ancora gli smartphone in tasca (Valditara non ci poteva mica permettere di perquisirli); che i metal detector sono rarissimi (e del resto per usarli serve personale di pubblica sicurezza); e che gli studenti stranieri continuano a concentrarsi a macchie di leopardo, in alcune zone d’Italia, lasciandone altre completamente sgombre: non per malizia, ma perché banalmente l’immigrazione in Italia ha funzionato così. Il che in effetti ha creato un grosso problema: una tensione perenne tra luoghi dove gli stranieri sono tanti (coi problemi di integrazione annessi e connessi) e altri luoghi dove sono talmente pochi da risultare una minaccia sconosciuta, di cui gli abitanti sentono parlare soltanto da media sempre più ansiogeni.
In effetti, se Giorgia Meloni fosse seria (e se disponesse di risorse illimitate), la sua proposta non solo avrebbe un senso, ma sarebbe assolutamente auspicabile: permettere a ogni alunno con un deficit linguistico di poter frequentare una classe di italiani non sarebbe uno dei modi migliori per mettere in pratica il terzo articolo della Costituzione, contribuendo a rimuovere gli ostacoli che impediscono a chi non parla italiano in famiglia di sentirlo parlare e di impararlo a scuola? Eppure i vostri amici insegnanti borbottano, e addirittura i presidi fanno trapelare un certo scetticismo. Cosa faranno in concreto Meloni e Valditara, che non si potesse fare già dal 2010 in poi? Quanti pulmini servirebbero per spargere i ragazzi in quartieri meno etnicamente connotati? Fino a che punto si possono costringere i genitori italiani a iscrivere i ragazzi nella scuola di quartiere, senza evitare una fuga verso scuole private? E a proposito: si potrebbero obbligare gli istituti paritari ad accettare quote cospicue di studenti stranieri a costo zero. Oseranno farlo? Vediamo come va, ma non possiamo non ricordare i precedenti.
Nella scuola vera – quella in cui i politici raramente mettono i piedi – la differenza tra studenti italiani e stranieri semplicemente non esiste. Vi sono sfumature molto più difficili da interpretare: studenti senza cittadinanza, ma che parlano un buon italiano; studenti che all’anagrafe risultano italiani, ma che non parlano italiano neanche a casa. Per i genitori la situazione è molto più drastica, soprattutto a settembre: se nel registro la maggior parte dei cognomi non suona italiana, la classe è un ghetto. Chi ha il coraggio di restare magari può scoprire che alcuni di quei cognomi prendono i voti migliori, anche in italiano. Certo, ci vuole pazienza. Il governo questa pazienza non ce l’ha, del resto ormai è in campagna elettorale.
Il tema della maturità
23-06-2026, 10:04Il Manifesto, italianistica, scuolaPermalink[Questo pezzo è uscito sul Manifesto del 19/6/2026]. Non capita di frequente che le tracce dell’esame di Stato rivelino un tema ricorrente. Quest’anno è successo, ed è curioso. Quasi tutte le tracce della prima prova della maturità 2026 parlavano… di maturità: parola e concetto del resto molto amati dal ministro. Ne parla esplicitamente il sociologo Frank Furedi – giusto qualche riga per lamentarsi che i trentenni di oggi non la accettano. Ne parla Mario Calabresi nel suo elogio della fatica quotidiana, ispirato alla figura di una saggia anziana (la nonna) e anch’esso contrapposto a una contemporaneità in cui “si è fatta strada l'idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica”. Ne parla la giornalista Wenke Husmann, per lamentarsi che con l’età adulta scompaia l’”incanto”, quella sensazione di meraviglia suscitata dai fenomeni naturali prima che lo studio della scienza intervenga con le sue spiegazioni. Il brano è forse l’unico che sembra voler stimolare una reazione polemica da parte di studenti che probabilmente in gran parte non avranno avuto il coraggio di smentire Calabresi sull’importanza di “alzarsi all’alba, a fare lavori ripetitivi e sfinenti”, né se la saranno sentita di ridiscutere le considerazioni per quanto banali del brano di Furedi; mentre dissentire dalle opinioni della Husmann sembra più semplice – anche grazie agli spunti forniti dall’altra traccia a contenuto scientifico, la pagina del divulgatore Piero Bianucci che descrive (un po’ semplicisticamente) il progresso scientifico come una serie di sorprese meravigliose, sperimentate da scienziati curiosi (Röntgen, Einstein, Fleming) che vi inciampano mentre cercavano tutt’altro.
Messe una accanto all’altra, molte tracce conducono insomma alla stessa conclusione: maturare è faticoso, doloroso, ma necessario. Un concetto che lo studente deve condividere – molto prima di averlo vissuto davvero – e illustrare con tutta la retorica che ha appreso lungo la strada. Anche uno dei due testi letterari, la pagina di diario di Brancati, mette al centro la figura del vecchio saggio, unico depositario del “bene comune” costituito dai ricordi, in un mondo ipotetico che abbia perso la facoltà di ricordarli. Al vecchio saggio possiamo associare Giuseppe Saragat, che in realtà quando compose il suo discorso introduttivo all’Assemblea Costituente tanto anziano non era: ma il brano contenuto nella traccia è pur sempre una pagina di oratoria del secolo scorso, che per quanto contenga concetti comuni e abbastanza inattaccabili, avrà spaventato la maggior parte degli studenti.
Riguardo alle tracce letterarie, non si può che registrare come la volontà di scovare a ogni costo testi originali che nessun insegnante abbia già fatto leggere in classe, conduca in certi casi a riscoprire brani effettivamente interessanti come quello di Brancati, ma anche a poesie tutto sommato trascurabili, come quella tratta dal volumetto postumo di Cesare Pavese su cui pesa come un macigno il giudizio di Pier Vincenzo Mengaldo, "droga di intere generazioni di liceali".
Il totomaturità – che si basa, in mancanza d’altro, sulle ricorrenze – suggeriva che questo avrebbe potuto essere l’anno delle donne, o almeno con qualche donna in più sul fascicolo: dopo tutto nel 2026 ricorre l’ottantesimo anniversario del primo voto alle donne, o il centenario del Nobel a Grazia Deledda. E invece, oltre alla Husmann, l’unica altra donna citata per nome e cognome è un’attrice, Constance Dowling: e non per meriti propri, ma come l'amore non corrisposto di Cesare Pavese, in una nota che non aggiunge nulla alla comprensione del testo poetico, ma attesta la persistenza di quel biografismo da rotocalco che ogni buon insegnante cerca di evitare ai suoi studenti.
La Geostoria non è affatto sparita
27-04-2026, 19:21Il Manifesto, scuola, StoriaPermalink[Questo articolo è uscito sul Manifesto del 24 aprile]. Addio Geostoria, dunque? Tra le promesse che il ministro aveva annunciato appena insediato, vi era l'abolizione di questa strana materia che forse non è mai nemmeno esistita – un residuo della riforma Gelmini, che non partiva da considerazioni pedagogiche quanto dalla necessità di tagliare un po' di lezioni qua e là, per contenere i costi. Al tempo si era ritenuto che due ore di geografia settimanali nei bienni dei licei fossero troppe, da cui l'idea di levarne una e accorpare l'ora residua all'insegnamento della Storia. Così nacque, all'inizio del decennio scorso, la Geostoria, ovvero (in sostanza) tre ore alla settimana per arrivare in due anni dalla preistoria all'anno Mille – e se avanza del tempo magari offrire agli studenti anche qualche cenno di geografia. Se si considera che i ragazzi che approdano oggi al liceo hanno studiato l'antichità soltanto alle Primarie, è chiaro quanto fosse forte il rischio che la Storia si mangiasse la geografia era molto forte. Ma almeno i libri da comprare si riducevano da due a uno solo, con un po' di risparmio per i genitori.
Tutto questo finisce a settembre: "la Geostoria scompare". Così almeno sta scritto nel comunicato che annuncia la pubblicazione delle bozze delle nuove Indicazioni nazionali per i licei: dove inoltre si afferma che si tratterebbe "forse" della "novità più attesa dagli addetti ai lavori". Chi poi, tra questi addetti, si è messo effettivamente a leggere le bozze, non ha tardato a scoprire la fregatura – che in effetti era abbastanza prevedibile.
Nelle nuove indicazioni, infatti, in mezzo a tante belle parole che per la prima volta includono anche considerazioni molto interessanti sull'uso dell'AI – considerazioni così lucide, così ben scritte, che per un momento fanno sospettare che l'AI stia letteralmente parlando di sé stessa – a un certo punto si arriva a una specie di scoglio, uno spigolo che nessuna retorica è riuscita a levigare. Un "monte ore". All'inizio della voce "Geografia", in luogo di un trionfale proemio che saluti il ritorno di questa Cenerentola tra le discipline, si trova questo paragrafo, abbastanza secco: "Nel primo biennio di tutti i percorsi liceali "Storia e geografia" sono due discipline con un proprio assetto epistemologico il cui insegnamento è rimesso ad un unico docente come da ordinamento... Il monte ore annuale complessivo delle due discipline è di 99 ore per ciascuna delle due classi del primo biennio".
Troverete la stessa asciutta formulazione in ogni versione della bozza: in quella del liceo artistico, come in quelle del liceo classico, linguistico, scientifico, eccetera. Ed è l'unica volta in tutto il documento che si accenna a questo dettaglio così pedestre, il "monte ore". Ovvero la quantità di ore da dedicare non più alla terribile Geostoria, ma a Storia e a geografia. Nella pratica poi saranno sempre un po' meno, perché si sa, una settimana c'è un progetto, un'altra settimana c'è una visita d'istruzione, e poi lo scambio, l'autogestione, eccetera eccetera. Ma accettiamo comunque il dato lordo. Le nuove indicazioni ci dicono che lo stesso insegnante dovrà contenere l'insegnamento di Storia e di geografia in 99 ore. Sono tante? Sono poche? Dipende.
Ma una cosa è sicura: sono esattamente le stesse che l'insegnante aveva quest'anno. Tre alla settimana.
E dunque insomma sì, il ministro ha abolito la Geostoria: ma con cosa l'ha rimpiazzata? Le ore sono le stesse. L'insegnante è lo stesso. Anche il cosiddetto 'programma', in sostanza, non è cambiato: bisogna sempre portare dalla preistoria all'anno Mille adolescenti che non hanno mai sentito parlare di Socrate e di Traiano. Quello di geografia magari si è un po' rimpolpato, ma nella pratica il tempo per aggiungere concetti non c'è, e quindi siamo al punto di prima.
Ora, non è che gli "addetti ai lavori" possano sorprendersi più di tanto, ormai. Poteva forse Valditara avesse ripristinare davvero una cattedra di geografia decente, con un monte ore passabile? E con che risorse? Migliaia di ore di lezione in più, di cattedre in più. Laddove se c'è una cosa che abbiamo capito, in questi anni, è che le uniche riforme consentite sono quelle a costo zero. Almeno per le casse dello Stato.
Per le famiglie, non è detto. Infatti, a ben vedere, un cambiamento c'è. Il prof rimane uno solo, le ore rimangono tre, i programmi più o meno gli stessi. Ma i manuali saranno di nuovo due, invece di uno solo. Ed è facile immaginare che costeranno un po' di più.
Tablet e straccetto, studente perfetto
03-03-2026, 00:37Il Manifesto, scuolaPermalink[Questo pezzo è uscito sul Manifesto del 27/2/2026]. Chi pulirà le scuole? Annoso dibattito. Contrariamente a quanto si crede, a molti studenti non dispiace dedicare un po' del loro tempo a riordinare l'aula. Non la considerano affatto un'incombenza umiliante, anzi a volte un diversivo gradito alla lezione frontale: il che può spiegare come mai spesso producano molti più rifiuti del necessario.
La questione rimane di scottante attualità perché la legge di bilancio prevede il taglio di più di duemila figure ATA (ausiliario, tecnico e amministrativo) da qui al 2027. È pur vero che anche le classi si ridurranno, a causa di un calo demografico e in base ad arcani studi basati sulle rilevazioni Invalsi che dimostrerebbero ciò che nessun insegnante in cuor suo si sentirebbe di confermare, ovvero che le classi numerose sarebbero più efficienti delle classi più contenute.
Così, invece di avere più spazio per ragazzi che continuano a crescere in altezza (mentre i banchi tendono a diventare più piccoli per questioni di sicurezza), continueremo a vivere, insegnare e studiare in meno aule, ma altrettanto affollate: e chi le pulirà? Un suggerimento ce lo ha dato il Ministro dell'Istruzione e del Merito con la circolare dello scorso 25 febbraio, la quale invita dirigenti e personale “a sensibilizzare gli alunni e gli studenti alla pulizia e al decoro degli ambienti scolastici e degli arredi”. “In particolare”, prosegue, “si ritiene utile l'introduzione di una regola volta alla sistemazione dell'aula, degli arredi e del materiale didattico personale o condiviso al termine delle lezioni così come al riordino dei laboratori, degli attrezzi delle palestre e di ogni altro ambiente scolastico...” Parole di buonsenso, come si vede, che purtroppo non nascondono più di tanto la gravità della situazione: il bilancio è quel che è, la spesa militare aumenta e quella per la scuola si riduce sempre più: del resto gli studenti non votano e gli insegnanti non sono il segmento su cui il centrodestra punta per vincere le elezioni. I genitori, loro sì, potrebbero sollevare obiezioni al fatto che i figli dedichino parte del tempo scolastico a riordinare e rassettare; ma nel caso facilmente se la prenderanno col dirigente. Per quest'ultimo, in effetti, è più facile farsi finanziare laboratori e progetti innovativi che mettere a bilancio l'acquisto di spugne e scope, o a contratto qualcuno che le sappia usare. Tablet e straccetto, studente perfetto.
Nelle stesse ore il ministro ci ha informato di un decreto “che stanzia 30 milioni di euro per la realizzazione di progetti didattici per promuovere la cura e il rispetto dei parchi e dei beni scolastici da parte degli studenti”. Tanta attenzione potrebbe commuoverci, se non provenisse dallo stesso governo che ha appena tagliato 480 milioni ai fondi per la sicurezza degli edifici scolastici. “Gli spazi pubblici, una volta riqualificati, potranno essere trasformati in veri e propri ambienti didattici all'aperto”. Non è affatto un'utopia, anzi non c'è dubbio che si realizzerà, alla prossima frana o al prossimo sisma, quando insegnanti e allievi si ritroveranno letteralmente senza un tetto sotto il quale studiare.
Il bonus docente è davvero fantastico (nel senso che non l'ha visto ancora nessuno)
20-02-2026, 10:40governo Meloni, Il Manifesto, scuolaPermalink[Questo pezzo è apparso il 18 febbraio sul Manifesto. Era stato scritto qualche giorno prima, ma vorrei rassicurarvi: è ancora attuale. Nel senso che a oggi il bonus che i docenti dovevano percepire a settembre non è stato ancora corrisposto; il che dovrebbe forse trattenere i consulenti del Ministero dal lodarne le caratteristiche e le finalità, se conoscessero, non per sentito dire, un minimo di decenza. È pur vero che sono pochi soldi, ma sono nostri. C'è una parola molto semplice che definisce chi si tiene i miei soldi, invece di darmeli].
Ma quando riaprono la Carta Docente? Ogni tanto ancora qualcuno in sala insegnanti se lo chiede. Nessuno ha più il coraggio di rispondere, perché fin qui tutte le previsioni sono state deluse. Ce l’aspettavamo a fine settembre – e già allora qualcuno borbottava: in effetti, se c’è un periodo in cui i docenti hanno veramente bisogno di comprare libri, materiale, e iscriversi a corsi d’aggiornamento, è proprio nel mese in cui tradizionalmente il servizio viene sospeso. Stavolta però a ottobre la carta non si è riaperta, e chi non si era affrettato a spendere i suoi 500€ di bonus annuale ha avuto un brivido: ce li riaccrediteranno? Di solito succede, ma se stavolta non succede?
Dopo settimane di suspense, la piattaforma si è effettivamente riaperta. A quel punto abbiamo scoperto che le aziende che gestiscono lo Spid – un servizio ormai indispensabile, non solo per usufruire della Carta – non lo faranno più gratis. Ma almeno il bonus arretrato era ancora lì, dove i meno spendaccioni lo avevano lasciato: quello del 2025/26 però non era ancora accreditato, e a quel punto chissà se lo sarà. Speravamo almeno per Natale, ma c’è sempre un inghippo burocratico, una sentenza da rispettare, un provvedimento da riscrivere. A quanto pare si tratta di un decreto interministeriale che dovrebbe essere approvato a fine febbraio, dopodiché finalmente i docenti potranno accedere a quello che gli spettava di diritto a settembre. Sei mesi di ritardo, per una categoria storicamente sottopagata che nel frattempo sta sperimentando un’evidente perdita di potere d’acquisto. Il minimo che si possa dire è che ci sia stato arrecato un danno: ragione per cui qualcuno cominciava ad aspettarsi una beffa. Di solito funziona così, con questo governo almeno.
Se ne è voluta forse incaricare Loredana Perla, coordinatrice della commissione governativa che sta riscrivendo le indicazioni nazionali. Alcuni giorni fa la pedagogista se l’è presa con insegnanti e sindacati che criticano la “nuova carta”, che non sarà più semplicemente una “carta docenti”, ma una “carta servizi” che potrà essere impiegata non soltanto per consumi culturali, ma per esigenze più pedestri (ancorché necessarie) come i trasporti. È pur vero che sarà un po’ leggera (100 euro in meno, una riduzione del 20%!), dato che la “platea dei consumatori” si è allargata: varie sentenze hanno infatti ribadito l’obbligo del governo a corrispondere il bonus anche ai docenti precari. Qualcuno potrebbe obiettare che siamo lavoratori, non pesci in un acquario che aumentando di numero devono accontentarsi di meno mangime pro capite: se gli aventi diritto a un bonus aumentano, non c’è nessuna legge matematica o sociale che proibisca di aumentare il budget; insomma dove la professoressa Perla vede una necessità, c’è invece una precisa decisione del governo che ha stabilito di non spendere un centesimo in più; e anche quei centesimi, ci sta mettendo sei mesi a trovarli. Immaginate che qualcuno vi proponga di calarvi il salario perché ha intenzione di assumere qualche collega; ecco, questo è il problema coi bonus: hanno una logica tutta loro che non è quella della contrattazione.
Col senno del poi forse aveva ragione chi del bonus si era detto perplesso sin dall’inizio; chi quei 500 euro (40 al mese…) avrebbe preferito vederli in busta: pochi, maledetti e subito. L’idea del bonus non viene dalle associazioni di categoria; è forse quel che resta di una delle stagioni più bizzarre del riformismo scolastico, la Buona Scuola di Renzi. A suggerirla fu un insegnante-scrittore, Marco Lodoli, che più volte spiegò come il suo intento fosse convincere gli insegnanti a tenersi aggiornati, ad andare oltre i soliti classici, insomma a leggere anche gli autori viventi. Sin dall’inizio insomma la misura fu vista come un aiuto, più che agli insegnanti, all’editoria, e in generale alla traballante industria culturale; il problema non era tanto che i prof avessero pochi soldi da spendere, ma che non li spendessero in biglietti di teatro, in libri (possibilmente libri nuovi, scritti da autori viventi, non i soliti classici). L’acquisto di device digitali era tollerato, purché non fossero i diabolici smartphone. Con queste limitazioni, il bonus non ha mai smesso di essere considerato come un’illuminata elargizione, e non un diritto acquisito; una paghetta per la quale l’insegnante non dovrebbe mai smettere di ringraziare, anche quando l’aspetta per sei mesi e non arriva.
La nuova Carta, ci spiega Perla, sarà «estesa in prospettiva anche al personale amministrativo»: benissimo, ma speriamo che questo non comporti l’ulteriore riduzione di un bonus già esiguo. Sarà insomma qualcosa di fantastico, questa nuova Carta: potremo usarla per andare in autobus come al cinema (chissà se finalmente qualche museo l’accetterà), insomma perché noi utenti non la apprezziamo? Perché insistiamo a borbottare? E noi docenti forse tanto entusiasmo vorremmo condividerlo: a frenarci, fin qui, non è qualche faziosità ideologica, quanto l’antica abitudine (che una pedagogista dovrebbe comprendere) a giudicare non le intenzioni, ma i risultati. Perché per quanto possa essere bellissima, questa nuova Carta, un grosso difetto ce l’ha: non c’è. Non l’ha ancora vista nessuno; chissà, forse a fine mese. Speriamo.
Meno insegnanti, più metal detector
24-01-2026, 22:27governo Meloni, Il Manifesto, scuolaPermalinkIl dirigente che davvero facesse richiesta di uno strumento del genere, non solo dovrebbe poi trovare un espediente per riuscire a incolonnare studenti e insegnanti anche un'ora prima dell'inizio delle lezioni, ma si dovrebbe in un qualche modo munire di personale che quel metal detector possa davvero metterlo in funzione, e che abbia il permesso legale di aprire gli zaini dei ragazzi: collaboratori scolastici e insegnanti non possono (questo spiega come mai, malgrado i roboanti proclami dell'estate scorsa, i ragazzi continuino a portarsi il telefono in classe). Magari un appalto sui metal detector si riesce ancora a finanziare con qualche sottovoce del PNRR, ma le guardie giurate chi le pagherà?
Lo stesso dirigente dovrebbe inoltre esporsi al giudizio della cittadinanza, e in particolare di quella fascia che ai dirigenti più preme: i genitori. In una fase di calo demografico, in cui ogni istituto lotta coi denti per mantenere costante il numero di iscritti, pena la chiusura di corsi e di cattedre, il preside dovrebbe spiegare ai suoi potenziali utenti che sì, la prefettura ha dato un'occhiata e ha confermato che la scuola aveva proprio bisogno di mettere all'ingresso un rilevatore di armi da fuoco e di taglio. C'è da scommettere che molti dirigenti preferiranno correre il rischio di accoltellamenti – che al di là dell'enfasi giornalistica, nelle nostre scuole è ancora abbastanza contenuto – alla certezza di perdere iscritti.
Tutte queste considerazioni pratiche, comunque, non hanno molta importanza: al governo serviva una risposta pronta e ce l'ha data. Se i giovani continueranno ad accoltellarsi, sarà colpa di chi i metal detector non vuole farli funzionare. Per quanto probabilmente il ministro non se ne renda conto, non è un caso che la sua reazione, di fronte a questi e ad altri problemi, sia di arroccamento: a ogni emergenza reale o percepita, la scuola dovrebbe aggiungere dispositivi di sicurezza, steccati e cancelli per tenere fuori dispositivi e coltelli da cucina che i ragazzi continueranno tranquillamente a usare al di fuori, dove la società non sente la necessità di controllarli o di aiutarli.
Eppure la scuola potrebbe essere esattamente il contrario: uno spazio aperto a tutti, dove i ragazzi si sentano liberi di restare molto dopo l'orario delle lezioni. Il luogo che manca soprattutto ai cosiddetti immigrati di seconda generazione – in realtà studenti italiani con gli stessi diritti di chi ha un cognome italiano – per i quali più spesso è difficile frequentare luoghi di aggregazione giovanile che fin qui la società ha per lo più subappaltato alle parrocchie. Certo, per rendere la scuola un luogo che aiuti i ragazzi servirebbero psicologi, educatori, animatori. Il risparmio che otterremmo non si potrebbe nemmeno calcolare in denaro: al massimo in sicurezza, coesione sociale, vite umane. Un bel problema, finché nella stanza dei bottoni rimangono politici e tecnici che pensano alla scuola pubblica soprattutto come un'enorme voce di spese da tagliare. È da mesi che, citando un fantomatico studio sulle rilevazioni Invalsi, il ministro e i suoi consulenti continuano a insistere che “il numero degli alunni per classe non fa la differenza”, ovvero che non ci sia nessuna esigenza di evitare classi pollaio assumendo insegnanti in più, o almeno mantenendone un numero costante (dato il calo demografico). No: se deve scegliere tra stipendiare un insegnante in più e acquistare un metal detector, Valditara ha già scelto. Le classi affollate, va da sé, sono le meno controllabili: quelle in cui più spesso l'insegnante non riuscirà a intravedere una situazione critica finché non gli esploderà sotto gli occhi. Del resto è un essere umano, fa quel che può: se in classe avesse soltanto una ventina di alunni, i suoi interventi sarebbero più efficaci, ma evidentemente non ce lo possiamo permettere. Un metal detector invece sì: per un metal detector non importa se siamo in venti o in duecento. Basta mettersi in fila.
La stagione del consenso viene e va
05-12-2025, 13:46Il Manifesto, segnalazioniPermalinkBuongiorno, questo pezzo è un segnaposto per avvisarvi che ieri è uscito un mio pezzo per il Manifesto, che più tardi qui pubblicherò, ed è stato a quanto pare ripreso anche da Morning, e che sempre sullo stesso argomento dovrei balbettare due cose a Fahrenheit (Radio 3) oggi verso le 16:30. A presto.
[L'intervento a Fahrenheit, a 1:30]
C'è stato un momento – all'inizio di questi anni '20 – in cui noi insegnanti all'improvviso ci siamo sentiti di nuovo importanti. Vi ricordate? A causa di un virus molto pericoloso, le scuole di ogni ordine e grado erano state chiuse da qualche settimana, quando intellettuali e politici di ogni schieramento cominciarono a invocare il ritorno della scuola in presenza, fondamentale baluardo di civiltà. Qualcuno arrivò persino a distorcere le statistiche per dimostrare che le scuole aperte non avrebbero aumentato il contagio: o forse un po', ma non così tanto; e comunque ne valeva la pena. I ragazzi avevano bisogno della scuola, molto più di quanto tutti avessimo bisogno della salute. E doveva essere una scuola reale, di cemento, con lavagne in ardesia e gessetti: un simulacro virtuale non avrebbe funzionato. Per quanto ogni cosa ormai si possa fare on line, la scuola no: la scuola doveva prendersi i vostri figli verso le otto e restituirli dopo mezzogiorno. Fu un periodo complicato, ma esaltante, in cui forse molti colleghi si illusero di avere recuperato un minimo di dignità: inoltre, se la scuola era davvero così importante, forse i governi si sarebbero decisi a rifinanziarla.Cinque anni dopo, è chiaro che le cose non sono andate così. Ce ne accorgiamo ogni giorno, mentre aderiamo alla spicciolata agli scioperi che i sindacati non riescono a organizzare nella stessa data. Ci hanno calato lo stipendio, anche se non si può dire perché la cifra in busta è un po' aumentata: però il bonus docenti è bloccato da settembre, un trucco contabile che ci fa sospettare che il governo non sappia più dove raccattare risorse. Sui giornali più di tanto non se ne parla; per un mese la notizia più chiacchierata è stata quella di una famiglia che piuttosto di mandarci i figli li lasciava nel bosco, in balia di animali selvaggi e funghi velenosi. Molti liberi pensatori ne hanno apprezzato la scelta; sembrano gli stessi che quattro anni ci intimavano di riaprire subito le scuole, ne andava della salute mentale dei ragazzi. Nel frattempo la Camera ha approvato il decreto che ci proibisce di attivare progetti di educazione sessuale/affettiva senza il consenso dei genitori. C'è una battaglia culturale in atto, e noi siamo un obiettivo, semplicemente perché facciamo il nostro lavoro, o almeno ci proviamo. Scopriamo di essere i nemici dell'istituzione famigliare, che sulla sessualità dei propri figli ha l'ultima parola. Come succede in battaglia, c'è una differenza sostanziale tra la propaganda – aneddoti piccanti di lezioni tenute da drag queen e pornoattori – e la situazione sul campo: un campo dove i ragazzi l'educazione sessuale se la fanno da soli, vivendo negli stessi ambienti per cinque ore al giorno; con risultati insoddisfacenti, se gli esperti ci dicono che le malattie sessualmente infettive sono in aumento nella fascia dei più giovani.
Così se mi domando cosa vuole da me la società, la risposta è la stessa: prendermi i loro figli alle otto e restituirglieli dopo mezzogiorno. Il fatto che per queste quattro o cinque ore si ritrovino assieme, in aule non troppo spaziose, a contatto con coetanei di sessi e culture diversi, è un nodo che devo sbrigliarmi da solo, sapendo che in qualsiasi momento potrei dover fare rapporto ai genitori. Potrò portare i miei studenti al consultorio? Solo se sono d'accordo: e dovrò organizzare un'attività a costo zero per gli studenti che restano a scuola: il decreto mi obbliga a farlo, ma per ora non stanzia un soldo. Se ne staranno su un divanetto a trescare, magari qualcuno qualche cosa la imparerà. Molto spesso i genitori che non firmano l'autorizzazione sono quelli che provengono dai contesti in cui la sessualità degli adolescenti è un tabù. Valditara ha un bel da insistere che il suo decreto non nega a nessuno l'educazione sessuale: nei fatti la sta togliendo proprio alle famiglie che non osano parlarne, ai figli che vivono in famiglie abusanti che quell'autorizzazione non la firmeranno mai; alle ragazze a cui i genitori hanno già combinato un matrimonio (sì, succede, molto più spesso di quanto ne parlino i giornali), ai ragazzi che vivono in un contesto violento e non hanno strumenti per gestire la propria rabbia. Che sia questo che la società mi chiede, senza avere il coraggio di metterlo per iscritto?
Un ministro entra in una Camera. Si mette a urlare.
15-11-2025, 19:09governo Meloni, Il Manifesto, scuola, sessoPermalink[Questo pezzo è uscito sul Manifesto di giovedì 13/11/2025].
Una cosa si poteva riconoscere al ministro Valditara: in mezzo a tante critiche, non aveva mai perso la calma. Ha scelto di perderla ieri, nel luogo apparentemente meno adatto: il parlamento. Quel “vergognatevi” improvviso, rivolto ai banchi dell’opposizione, lo possiamo interpretare in due modi. Il primo è il più facile: se si arrabbia, forse il ministro è nervoso. È stato il suo stesso partito a combinare un pasticcio, prima votando in ottobre un emendamento al Ddl sul consenso informato che avrebbe reso ancora più arduo organizzare attività di educazione sessuale e affettiva nelle scuole medie; quindi ritirando, lunedì, lo stesso emendamento. Valditara alla Camera è andato a spiegare che chiedere un consenso ai genitori non equivale a vietare l’educazione sessuale, (il che in fondo è vero: la rende solo più complicata, specie per i figli di eventuali genitori abusanti, che difficilmente firmeranno il consenso). Anzi, l’educazione sessuale/affettiva è prevista dai “programmi”, ovvero le Indicazioni Nazionali (sì, ma le indicazioni del secondo ciclo le stiamo ancora aspettando: e se il genitore non firma, anche le indicazioni restano lettera morta). Nel frattempo le opposizioni lo accusano di non fare nulla contro i femminicidi, ecco, è una vergogna: Valditara sbotta e si indigna. Questa è l’interpretazione più semplice, e quindi potremmo contentarcene.
Ne suggerisco comunque un’altra. Valditara non sbotta subito, ma al termine di un intervento di diversi minuti, esattamente quando vuole perderla, come un attore che conosce il pubblico della sua performance: non tanto i perplessi deputati, ma i consumatori di clip sui siti giornalistici e sui social. È in rete che il suo “vergognatevi” verrà ritagliato e rimpallato, a sintetizzare un argomento immediato: non è vero che la scuola non fa nulla contro i femminicidi, chi lo sostiene deve vergognarsi. I deputati hanno un bel da indignarsi: anche la loro reazione sullo sfondo fa parte di una strategia comunicativa efficace e tutt’altro che improvvisata. Dopodiché, se insistono, Valditara può anche riprendere la parola e fare qualche passo indietro: non ha nessuna importanza, la clip nel frattempo è già stata confezionata e pubblicata. Valditara non è certo il primo, né sarà l’ultimo, a utilizzare il parlamento come un teatro di posa dove mettere in scena uno spot elettorale; vale però la pena di notare come lo spot indichi un importante rimessa in discussione.
Fino a qualche giorno fa pensavamo che gli elettori della Lega, e in generale della maggioranza, condividessero un’ossessione per il “gender” sbandierata dai propri rappresentanti. È l’ossessione che ritroviamo nelle parole del relatore del Ddl alla camera, il leghista Rossano Sasso: “Non potranno più entrare a scuola attivisti ideologizzati trans e Lgbt, drag queen, porno attori privi di competenze pedagogiche, per parlare a bambini e ragazzi di fluidità di genere, di utero in affitto e di confusione sessuale”. Ecco, questa mitologia, se non è stata del tutto accantonata, non sembra più così centrale. Valditara non ne parla: viceversa in aula ieri sembrava sinceramente preoccupato del fatto che le sue riforme possano essere collegate all’emergenza dei femminicidi. È come se qualcuno, nella stanza dei bottoni, si fosse accorto che gli elettori tutto sommato non si bevono le storie dell’educazione affettiva affidata a pornodivi o drag queen, e sono viceversa molto più preoccupati per le difficoltà dei propri figli nella sfera affettiva, o anche solo delle malattie infettive. Un bagno di realtà che però arriva quando il Ddl ormai è stato confezionato, e più di tanto non si può emendare: per quanto Valditara possa sbraitare nelle clip, dall’anno prossimo fare educazione sessuale nelle scuole sarà oggettivamente più difficile, a causa di un Ddl voluto dalla Lega. E torniamo dunque alla spiegazione più semplice: se Valditara in parlamento sembrava nervoso, forse lo era davvero.
Parlare di semiti è antisemita
16-10-2025, 16:22antisemitismo, governo Meloni, Il Manifesto, Israele-PalestinaPermalinkSe a Gaza si è arrivati a una tregua, forse davvero è perché Trump sperava nel Nobel per la pace; un qualche merito lo avranno avuto anche i manifestanti che in tante parti del mondo sono riusciti a mantenere alta l'attenzione, e l'indignazione per quello che stava succedendo. Ora, un fatto singolare che ha stupito molti osservatori è che in Italia tra questi manifestanti vi siano molti studenti. Com'è possibile che un'intera generazione che fino a quel momento sembrava in pieno “letargo politico”, per dirla con Baricco, si sia ritrovata in prima fila con idee molto nette? Proprio mentre i media tradizionali (ma anche i social network) sembravano molto più interessati a riflettere la propaganda israeliana? Se devo essere sincero, non so come sia andata. Ma mentre mi interrogo sulla questione, la maggioranza di governo ha già trovato il colpevole: sono io. Cioè noi – insomma, gli insegnanti. Il teorema è elementare: dal momento che gli studenti non possono maturare idee proprie, e sicuramente non possono essere diventati propal leggendo i giornali, o guardando la tv, o scrollando i telefoni... devono per forza essere stati indottrinati a scuola, da diabolici insegnanti antisemiti. È l'opinione, evidentemente autorevole, del presidente del tempio ebraico di Monteverde, Riccardo Pacifici, che trovandosi qualche giorno fa a rendere conto del fatto che alcuni suoi correligionari adulti fossero usciti dalla sua sinagoga per picchiare degli studenti che manifestavano, avrebbe affermato: “Ci sono alcuni professori delinquenti che sobillano gli studenti”. Caso risolto, e anche la soluzione è semplice, talmente semplice che la sta presentando il senatore Gasparri: un disegno di legge “per il contrasto all’antisemitismo”.
Questo disegno prevede che gli insegnanti e studenti partecipino d'ora in poi a “corsi annuali di formazione”... “al fine di favorire il dialogo tra generazioni, culture e religioni diverse”: insomma visto che gli anziani giornalisti filoisraeliani fin qui non sono riusciti a interessare gli studenti, non resta che obbligare questi ultimi ad ascoltare le loro concioni, grazie alle quali gli studenti impareranno a “contrastare le manifestazioni di antisemitismo, incluso l’antisionismo”. Viene messo così nero su bianco una volta per tutte che l'antisionismo è una forma di antisemitismo, un obiettivo a cui la macchina propagandistica israeliana tiene molto da sempre. Questi corsi di formazione annuale, chi li pagherà? Il senatore Gasparri ci ha pensato. “All’attuazione del presente articolo si provvede nei limiti delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente”. Traduciamo: pagheranno le scuole con le risorse che hanno già; ne resteranno meno per organizzare altri corsi e visite d'istruzione. Dunque gli esperti che insegneranno agli studenti a non criticare Israele, li pagheranno gli stessi studenti.
L'altro strumento con cui Gasparri spera di stroncare l'antisionismo è la cara vecchia delazione, o per meglio dire “tempestiva segnalazione di atti a carattere razzista o antisemita nell’ambito scolastico e universitario”. Non solo chi si lasciasse sfuggire una critica a Israele si troverebbe accusato di un reato, ma il collega che non lo avesse segnalato rischia la sospensione dall'insegnamento per sei mesi. Tutto questo dopo che per anni ci siamo sentiti dire dai pedagoghi di area governativa quanto fosse importante recuperare l'autorevolezza della figura del Maestro, ebbene, no: c'è una cosa persino più importante dell'autorevolezza magistrale, ed è il buon nome di Israele: per evitare che sia infangato anche al Maestro tocca lavorare nel timore che gli studenti fraintendano un discorso e facciano rapporto. Si domanderà, lo stesso maestro, se non sia proprio il caso di saltare tutte quelle pagine di Storia che lasciano intendere come la relazione tra gli ebrei e la loro Terra Promessa non sia un destino divino, ma il risultato di una serie di circostanze umane, fin troppo umane – e se qualche studente capisce male e denuncia?, meglio saltare il capitolo intero.
Il decreto a firma Gasparri non fa che recepire la risoluzione del Parlamento europeo che chiedeva di adottare “l’integrale definizione operativa di antisemitismo approvata nell’Assemblea plenaria dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto” (IHRA). L'adozione di quella definizione fu in effetti un grande successo per la propaganda israeliana – sulla carta: perché nella pratica capita spesso che i propagandisti per eccesso di zelo si rovinino da soli. In particolare quella Definizione Operativa è un disastro, che con l'obiettivo evidente di estendere l'etichetta “antisemitismo” a qualsiasi critica nei confronti di qualsiasi cosa possano fare gli israeliani in qualsiasi situazione, finisce per denunciarsi da sola. Non ci sarebbe nemmeno bisogno del parere di tanti esperti, pure autorevoli che l'hanno già da anni demolita (persino un gruppo di accademici israeliani!), perché davvero: basta leggerla. Nella Definizione è scritto, tra l'altro, che è antisemitico anche soltanto “accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione”: dobbiamo insomma presumere che tutti i cittadini ebrei nel mondo, in qualsiasi momento e in qualsiasi periodo, non stiano anteponendo la fedeltà a Israele agli interessi di qualche altra nazione. Possibile? Vi immaginate se fosse vietato affermare che non tutti gli italiani mettono al primo posto l'Italia, ebbene per gli italiani di fede ebraica questo non si può più assolutamente sostenere: secondo la Definizione è già antisemitismo.
Prendiamo un ebreo a caso, che so, Theodor Herzl. Per quanto potesse essere un buon suddito dell'Impero Austroungarico, senz'altro Herzl, mentre fondava il movimento sionista, manifestava l'esigenza di anteporre alla fedeltà per la propria nazione di provenienza un progetto diverso... ebbene, secondo la Definizione Operativa anche questa affermazione sarebbe già antisemita. In pratica non si potrebbe riconoscere ai sionisti di aver perseguito un progetto nazionale: se lo facciamo, non solo qualche studente potrebbe denunciarci per antisemitismo, ma qualche collega potrebbe essere sospeso perché non ci ha denunciato prima: insomma sarà opportuno saltare anche la pagina del manuale che parla di Herzl e della nascita del Sionismo. Non so se questo aiuterà gli studenti a diventare meno antisionisti, ma a questo punto non è più un problema mio. Vedetevela con Gasparri.
Lo scherzo telefonico di Valditara
16-09-2025, 17:37governo Meloni, Il Manifesto, scuola, telefoniaPermalink[Questo pezzo è apparso alla vigilia del primo giorno di scuola (15/9//2025) sul Manifesto: il titolo non è mio ma è divertente].
Se ci ricorderemo del ministro Valditara, più che di tanti altri suoi predecessori, sarà forse perché meglio di loro ha capito come le riforme che fanno discutere siano le più superficiali. La scuola è un insieme complesso di fenomeni, difficile da riorganizzare: ad alcuni che pure ne avevano la volontà è mancato il tempo. Valditara, che un po’ di tempo l’avrebbe avuto, preferisce fare grandi annunci, e non si può negare che la cosa abbia un senso, almeno dal punto di vista giornalistico.In particolare la stretta sugli smartphone è stata ribadita pubblicamente così spesso, che il pubblico a questo punto la dà per scontata: ogni volta che un giornalista glielo chiede, Valditara è ben felice di ribadire che con gli smartphone a scuola è finita, non se ne parlerà più. Fin qui è mancata evidentemente l’occasione di incalzarlo sull’argomento; di chiedergli con che strumenti verrà applicata questa proibizione così netta nei confronti di un dispositivo che la maggior parte di noi ormai tratta come una protesi del proprio corpo. Gli studenti dovrebbero separarsene all’ingresso della scuola, va bene: e se non lo faranno? Molto spesso, infatti, gli adolescenti non fanno quello che loro si comanda. Siccome le scuole non sono state provviste di costosi device-detector, né non sono previste perquisizioni all’ingresso, come si dovrebbe impedire agli studenti di tenerselo in tasca? La risposta del ministro a questa domanda (che nessuno riesce a porgli pubblicamente) se ne sta nascosta in una circolare, per quanto sia la più prevedibile che insegnanti, genitori e studenti potevano aspettarsi: arrangiatevi. Che in burocratese suona così: “È rimessa all’autonomia scolastica l’individuazione delle misure organizzative atte ad assicurare il rispetto del divieto in questione”. E siccome dirigenti e insegnanti, il problema degli smartphone, se lo ponevano ben prima della nomina di Valditara, e le “misure organizzative” le avevano prese anni fa (recipienti dove conservare gli smartphone, note disciplinari da minacciare a chi lascia la suoneria accesa), ci si potrebbe chiedere cosa è cambiato esattamente rispetto al passato: niente? Non proprio: è cambiata la reputazione di Valditara, ormai assurto alla statura di eroico salvatore della scuola dalla barbarie digitale.
Si potrebbe quanto meno pensare che, negando agli smartphone anche una funzione didattica, Valditara stia togliendo a insegnanti e studenti una scusa per tollerarne l’uso: peccato che anche questo divieto assoluto – più volte ribadito sui titoli di giornali – nella stessa circolare si stemperi di molto. Anzi, nel giro di poche righe “il divieto di utilizzo dello smartphone durante l'orario scolastico anche a fini didattici” viene prima ribadito, poi smentito per tutta una serie di eccezioni: lo smartphone intatti si continuerà a usare “nell’ambito degli specifici indirizzi del settore tecnologico dell’istruzione tecnica dedicati all’informatica e alle telecomunicazioni”. Uno potrebbe anche chiedersi perché nei tecnici sì e nei licei dove si fa informatica e telecomunicazione no: forse il riformatore sospetta che a questo punto almeno i licei siano abbastanza provvisti di dispositivi digitali, al punto che non sia più necessario lavorare con quelli che i ragazzi si portano da casa. La circolare prevede inoltre eccezioni per gli “alunni con disabilità o con disturbi specifici di apprendimento” che in certe classi, e Valditara lo sa bene, possono diventare la maggioranza; e per chi invocherà semplicemente “motivate necessità personali” – traduco: chiunque riesca a convincere i genitori a firmare un’autorizzazione e consegnarla in segreteria. Questa in sostanza è la ‘stretta’ imposta da Valditara sugli smartphone: in estate se ne è parlato molto, il ministro è riuscito ad accreditarsi presso il suo pubblico come un riformatore capace di scelte coraggiose e dolorose; lunedì si riparte un po’ in tutta Italia e i ragazzi continueranno a portarsi il telefono in tasca (spesso ne portano due: uno vecchio e rotto, da consegnare a inizio lezione, l’altro per chattare in bagno). Quando da qui in poi qualche studente combinerà un guaio con uno smartphone, la gente certo non se la prenderà col ministro: lui li aveva proibiti, maledetti dirigenti e insegnanti che non fanno rispettare le circolari. Se uno per caso fosse ancora curioso di capire il senso dell’autonomia scolastica, che in effetti può servire a tante cose, ma soprattutto a scaricare le responsabilità in modo rapido ed efficiente.Per il sesso chiedere ai genitori
03-05-2025, 00:00governo Meloni, Il Manifesto, scuola, sessoPermalink| Altri tempi |
Al ministro dell’Istruzione e del Merito, decisamente, piacciono le riforme a costo zero. Anche ieri, quando ha annunciato che gli studenti potranno accedere all’educazione sessuale-affettiva soltanto previo consenso scritto dei genitori, non ci ha dato una vera e propria notizia: non esiste infatti al momento, nelle scuole italiane, un vero e proprio corso di educazione sessuale e/o affettiva. Le scuole che si attrezzano in questo senso, di solito lo fanno grazie all’interessamento di insegnanti e dirigenti, in una situazione in cui non sempre ci si può rivolgere agli esperti più autorevoli; così che per cautelarsi molto spesso ai genitori viene già chiesto una firma. Insomma Valditara ha annunciato che le cose cambieranno… per restare più o meno come sono. Inoltre agli studenti che non potranno accedere all’educazione sessuale dovrà essere garantito un insegnamento alternativo, il che avrebbe perfettamente senso se il Ministero stanziasse qualche fondo per questo insegnamento: ma in questo caso non si tratterebbe più di una riforma a costo zero. Ai dirigenti insomma il ministro ha fornito un motivo in più, economico, per evitare questo tipo di iniziative; e se qualche insegnante si ostinerà a invitare sessuologi o operatori del consultorio, i ragazzi non autorizzati finiranno in biblioteca a guardare un film con un supplente.
Tanto basta perché l’associazione Pro Vita & Famiglia annunci un “passo storico contro il gender nelle scuole”: dopo anni di incessante lobbying dovrebbero essere i primi ad ammettere di non aver ottenuto un granché, ma rispetto al resto dell’Europa è comunque tanto. Come ci aveva fatto notare l’Unesco già dal 2023, gli altri Paesi UE a non riconoscere un corso obbligatorio di sessualità e affettività sono Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia e Romania. Questo malgrado già nel 2018 l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia segnalato l’importanza dell’educazione affettiva nella prevenzione delle violenze di genere. Nessuno ritiene che trascorrere qualche ora a parlare di sentimenti e contraccettivi risolva tutti i problemi, ma la scuola è il presidio sociale dove i ragazzi almeno possono scoprire di averne. Tanto più in un periodo in cui le autorità sanitarie segnalano un aumento allarmante di infezioni sessualmente trasmissibili che parte proprio dai giovani, e che non si fatica a collegare con il declinante uso dei profilattici.
In questa, come in altre occasioni, il governo esprime la sua idea di una società divisa in compartimenti stagni, primo dei quali è la famiglia: solo ai capifamiglia spetterebbe il diritto di disporre della salute e del comportamento sessuale dei propri figli. Il fatto che i figli frequentino comunque le stesse scuole degli altri cittadini è visto come un disturbo; se proprio la scuola pubblica non si riesce a smantellare, non resta che ostacolarla con più burocrazia possibile, trasformando gli insegnanti più volonterosi in segretari costretti a sollecitare e raccogliere consensi firmati. Quando poi i capofamiglia diventano troppo aggressivi, la risposta del governo è la repressione: per cui non è così paradossale che nella stessa conferenza stampa Valditara abbia annunciato pene più aspre per chi picchia i prof.
Malgrado tutto questo la scuola funziona, e continua a mettere di fianco ragazzi di estrazioni sociali e culture diversissime. Persino in biblioteca, dove a guardare un film assieme si ritroveranno i figli dei cattolici terrorizzati dal “gender” e i figli dei genitori musulmani ugualmente sospettosi nei confronti dell’affettività e sessualità occidentale. Magari scopriranno di avere molte più cose in comune: proprio come i loro genitori, in un certo senso. Forse saranno i genitori, a quel punto, a rimpiangere quelle ore mancate di educazione affettiva. E sessuale.
Il nostro parere, purché positivo
29-03-2025, 01:44Il Manifesto, Manifesto, scuolaPermalink[Questo pezzo è apparso sul Manifesto del 27 marzo 2025]. Il ministro ce l’aveva promesso: le «Nuove indicazioni per la scuola», dette volgarmente «programmi», non sarebbero calate dall’alto. Ne avremmo discusso assieme: insegnanti, genitori, cittadini. Anche il controverso documento pubblicato il 10 marzo recava il sottotitolo: «Materiali per il dibattito pubblico». Benché non fosse chiaro in che sede questo dibattito sarebbe stato intavolato.
Da qualche giorno anche questo non è più un mistero: ai dirigenti scolastici infatti è stato consegnato il link a un questionario on line da inviare tassativamente entro il 10 aprile. I dirigenti possono scegliere se compilarlo da soli, o selezionare un gruppo di insegnanti «su mandato del collegio docenti». E siccome un collegio docente non è così facile da convocare in tempi brevi (specie negli istituti comprensivi della scuola dell’obbligo, che a volte comprendono cinque o sei scuole primarie e secondarie), è facile immaginare che la maggior parte dei dirigenti preferirà assolvere questa ennesima incombenza da solo o con qualche stretto collaboratore.
I presidi sono in generale meno inclini alla polemica degli insegnanti: ma anche se qualche dirigente avesse maturato un severo giudizio nei confronti delle «Nuove indicazioni», e non avesse nessuna remora a metterlo per iscritto, Valditara non potrebbe accorgersene perché… il questionario non accetta risposte negative.
Sembra una barzelletta, per quanto poco divertente. Il questionario è composto da ventidue domande a risposta chiusa e uno spazio per «suggerimenti e osservazioni» che in un primo momento accettava un massimo di 250 caratteri, e adesso mille. In particolare i quesiti relativi alle discipline contemplano tutti le stesse risposte: «A. Si condivide l’impianto perché prefigura un percorso “verticale” degli studi meglio scandito e articolato; B. Sarebbe più utile ampliare le conoscenze suggerite nelle diverse classi del primo ciclo; C. L’approccio metodologico è innovativo, ma richiederebbe maggior peso e tempo da assegnare alla disciplina; D. Nessuna risposta». A chi non voglia in nessun modo «condividere l’impianto» o «l’approccio metodologico» non resta che trincerarsi nel silenzio della risposta D, come sta proponendo ai suoi iscritti la Flc Cgil. Per la Cisl scuola «l’impressione è quella di una consultazione di facciata»; un gruppo di associazioni degli insegnanti ha già convocato un presidio per il due aprile presso l’Università di Roma Tre per chiedere l’apertura di una reale discussione.
A tante critiche si potrebbe obiettare che, per quanto evidentemente manipolatorio, il questionario lascia pur sempre uno spazio finale libero per le critiche e gli sfoghi. Ora, sarà una diabolica coincidenza, ma proprio in questi giorni, sull’ondata di un episodio folkloristico (si è scoperto che una maestra d’asilo ha un account OnlyFans), Valditara ha ventilato la possibilità di varare un «codice etico» che tratterrà gli insegnanti dal pubblicare «dichiarazioni, immagini o commenti che possano danneggiare il prestigio o l’immagine dell’amministrazione».
Nel frattempo un deputato leghista da un quotidiano tuona contro i «troppi docenti fanatici e ideologizzati nelle nostre scuole», facendo nomi e cognomi di professionisti incensurati. Dal Corriere della Sera il presidente della Commissione che ha lavorato alle «Nuove indicazioni» denuncia la «partigianeria», «l’odio per l’avversario, l’avversione cieca» di chi non condivide l’ultraoccidentalismo delle sue tesi. Questa è l’atmosfera nelle due settimane in cui il ministero ci chiede un parere telematico sui suoi programmi scolastici: se molti dirigenti non riterranno opportuno inoltrare il questionario ai propri sottoposti, spesso non sarà per scarsa fiducia, ma per proteggerli. In fondo lo sappiamo – i social network ce l’hanno insegnato – che chi ci propone un test on line vuole per prima cosa profilarci. Di fronte a un documento controverso e perfino provocatorio come la bozza delle «Indicazioni nazionali», è così difficile immaginare che un questionario on line serva anche a schedare chi, a dispetto di ogni prudenza, vorrà utilizzarlo per dichiarare davvero cosa ne pensa?
L'Occidente e le sue storie
13-03-2025, 20:11governo Meloni, Il Manifesto, Manifesto, scuola, StoriaPermalinkLa pietra dello scandalo arriva piuttosto tardi, addirittura a pagina 69 di un documento (la bozza delle «Nuove Indicazioni 2025» per la scuola) che fino a quel momento non sembrava dirompente come certe dichiarazioni avevano fatto intendere.
Finché non si arriva alla voce «Storia», pagina 69, e a un’affermazione perentoria: «Solo l’Occidente conosce la Storia». Segue una citazione di Marc Bloch, che però una tale perentorietà non se l’è permessa: al limite ha riconosciuto che a differenza del cristianesimo «altri sistemi religiosi hanno potuto fondare le loro credenze e riti su una mitologia quasi estranea al tempo umano» (Apologia della storia).
Che questo abbia impedito alle civiltà non occidentali di sviluppare una storiografia e un senso della storia, è un salto logico che Bloch non si permetteva: tanto più fa strano trovarlo messo per iscritto ottanta anni dopo la sua scomparsa. In mezzo c’è stata la decolonizzazione e ci sono stati i postcolonial studies, insomma i momenti per mettere in dubbio il nostro eurocentrismo non sono mancati. La maggioranza della comunità degli studiosi ne ha approfittato: purtroppo non chi ha redatto le Indicazioni Nazionali, che da pagina 69 cominciano a tradire un’impostazione reazionaria. Che è quello che ci si poteva aspettare dal governo più a destra espresso dal parlamento dal 1945 in poi (e certe affermazioni apodittiche potrebbero davvero essere state scritte in quegli anni: «La storia è divenuta… l’arena per eccellenza dove post factum si affrontano il bene e il male variamente intesi. Dove rimane memoria delle imprese degli individui e dei popoli, e si compie in qualche modo il loro destino finale»).
È comunque indicativo che queste affermazioni non provengano da un burocrate di partito, ma riecheggino le posizioni di un illustre membro della commissione di area liberale, Ernesto Galli della Loggia, espresse nei suoi libri: L’aula vuota (2019); Insegnare l’Italia (con Loredana Perla, 2023). Come studioso e cittadino, mi confesso un po’ perplesso davanti a pagine che tradiscono una concezione della Storia così hegelianamente centrata sui noi stessi; pagine che tra l’altro escono con un pessimo tempismo, proprio in quel marzo 2025 in cui questo Occidente compatto, unico portatore di una Storia «come specchio dei progressi dello spirito umano» sembra essersi fratturato. Già molti fieri araldi dell’Occidente stanno sostituendo la parola con «Europa», nei discorsi e nei cortei. Magari in futuro scopriremo di avere più cose in comune con Asia e Africa che con l’America, chi può dirlo – del resto se la Storia ha uno «strettissimo rapporto con la politica», non è così strano che si modifichi ogni volta che si modifica quest’ultima.
Come insegnante, mi consolo pensando che all’atto pratico non è che le cose cambino molto; l’unica novità è questa idea balzana di stirare la Storia di prima media da Carlo Magno alla rivoluzione industriale (Lutero e Galileo diventeranno mere comparse). Quanto alla Storia africana e asiatica, sui manuali ne abbiamo sempre trovata pochissima. Coi nostri studenti di origine extraeuropea ci scusavamo dicendo che era una lacuna di tutto il nostro sistema: ecco, le Indicazioni ci propongono di non chiedere più scusa. Pazienza se metà delle nostre classi proviene da famiglie che si riconoscono in altre storie. Spiegheremo loro che non sono storie interessanti. Dopodiché cresceranno, e un giorno in cattedra ci saranno loro. Probabilmente per allora questa pagina 69 sarà solo un remoto ricordo, di quando ancora qualche prof bianco si ostinava a voler spiegare soltanto la Storia dei bianchi.
La spaventosa polenta antifascista
01-03-2025, 01:11governo Meloni, Il Manifesto, scuolaPermalink[Questo pezzo è uscito sul Manifesto del 27/1/2025]. Può darsi che fra qualche giorno, presso il Senato della Repubblica, si debba discutere di una “polentata antifascista”. Non perché manchino, davvero, problemi più importanti. Ma il senatore Barcaiuolo, capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Esteri e Difesa, ha annunciato un'interrogazione sulla polentata, e nessuno sembra in grado di dissuaderlo. Il sospetto è che a infastidirlo, più che la polenta, sia l'antifascismo.
Come siamo arrivati a una situazione tanto grave quanto buffa? Qualche giorno fa, la dirigenza del liceo scientifico Fanti di Carpi (MO) ha ricevuto una mail dalla sezione locale dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia. A Carpi l'ANPI organizza diverse iniziative con le scuole, per cui non deve essere sembrato strano l'invito a una “polentata antifascista”, al termine della quale sarebbe stato presentato un libro sui “Treni della felicità”, che nel 1946-47 portavano in città bambini orfani e bisognosi provenienti dalle regioni centromeridionali. Come molte iniziative ANPI, la polentata è anche un'occasione per raccogliere fondi e iscrizioni. Nulla di apparentemente scandaloso, senonché una collaboratrice della dirigente scolastica inoltra per sbaglio la stessa mail agli studenti del liceo. Così una pressione del tasto “inoltra” trasforma una polentata antifascista in un caso nazionale: e questo malgrado la dirigente sia corsa immediatamente ai ripari, ammettendo la svista e smentendo “una volontà politica o di “indottrinamento” di alcun tipo”. Troppo tardi. A contestare da subito la polentata non sono stati né studenti, né genitori, bensì i rappresentanti di un partito che in effetti è l'unico a non riconoscersi nell'antifascismo costituzionale. Il caso arriva alla stampa nazionale; su Libero, Francesco Storace avverte che a Carpi “la scuola invita gli alunni a iscriversi all'ANPI” e lascia intendere che la responsabilità sia di una vicepreside “consigliere comunale del PD”. Il deputato leghista Rossano Sasso denuncia alla Camera l'invio di una “mail di un’associazione politica di sinistra”. Il sindaco di Carpi, Riccardo Righi (PD) reagisce denunciando una campagna orchestrata ai danni della comunità e della scuola. In effetti il liceo era già finito sotto i riflettori, mesi fa, perché su un manuale di Storia compariva un trafiletto su Salvini che (secondo i suoi sostenitori) non gli rendeva giustizia. Il manuale è stato adottato in tante scuole, ma – nota il sindaco – viene spesso presentato come il “libro di testo del Liceo Fanti”. Qualcuno poi si è ricordato che ai lontani dei Fridays for Future (2019) su un muro del liceo era comparso un murales in cui l'allora ex presidente Trump aveva un naso da maiale; chi lo dipinse è diplomato da un pezzo, ma il senatore Barcaiuolo ne parla come di una prova evidente della “propaganda politica” che si praticherebbe nell'istituto.
Quanto agli studenti del liceo, i loro rappresentanti negano recisamente che sia luogo di “indottrinamento”. “Notiamo come la nostra scuola propone una svariata gamma di attività e progetti che ci permette di ascoltare più voci e fare esperienze nei campi più diversi. Troviamo dunque in questo contesto errata l’interpretazione dei fatti degli ultimi mesi che ha sempre visto gli studenti come parte passiva a cui viene impartita un’ideologia”. Lascia ben sperare il fatto che all'allarmismo degli adulti, i giovani rispondano con parole di buon senso e forse anche troppo diplomatiche: perché l'idea che dei diciottenni si facciano “indottrinare” da una mail circolare che li invita a una polentata può essere concepita in buona fede solo da qualcuno che diciottenne non lo è mai stato, e non ne ha mai avuti in casa.
L'accusa più pretestuosa è spesso un'inconsapevole confessione. Sotto alla passione polemica – che si accende al primo pretesto, e quando non ne trova li inventa – c'è una fiducia commovente nella capacità che avrebbe la scuola di plasmare la coscienza degli studenti. La stessa fiducia che ha ispirato il Giorno del Ricordo – l'idea che basti dedicare un giorno all'anno in tutte le scuole ai massacri delle foibe per iscriverli indelebilmente in una coscienza nazionale. La stessa fede che ispira gli esperti a cui Valditara ha chiesto di riformare i “programmi”, ovvero le indicazioni nazionali. Nei loro interventi c'è un ritorno ossessivo ai temi dell'identità nazionale, che si costruirebbe attraverso l'insegnamento della Storia. Non lo chiamano “indottrinamento”, ma prevedono che cominci sin dalla scuola primaria. È chiaro che chi concepisce la scuola in questo modo non possa che guardare con sospetto a ogni proposta educativa che tradisca una concezione della Storia e dell'identità diverse dalla propria. Persino quando la proposta è una semplice polenta.
Valditara e la riscossa del contenutismo
04-02-2025, 15:46governo Meloni, Il Manifesto, italianistica, scuolaPermalink(Questo pezzo è apparso sul Manifesto del 1/2/2025). Al momento non è così facile indovinare come cambierà la scuola italiana nei prossimi anni. Quel che sembra di capire è che Valditara vorrebbe passare sia per un restauratore sia per un riformatore; ne sapremo certamente di più quando finalmente le nuove Indicazioni Nazionali saranno pubblicate. In effetti, tutto quello di cui si è discusso nelle ultime settimane (il ritorno del latino, delle poesie a memoria ecc.), non è che un'anticipazione, una serie di parole d'ordine gettate ai giornalisti per saggiare le reazioni dell'opinione pubblica. Non è certo un caso che a tener banco sia stato il latino. Che sia una "palestra di logica", come il ministro ha affermato, è discutibile e discusso; invece è facilmente dimostrabile che sia un argomento su cui amiamo tutti litigare, su media e social. I litigi provocano discussioni, le discussioni aiutano a mantenere la visibilità di un ministro che si trova in una posizione difficile (come tanti suoi predecessori): deve dare l'impressione di voler dare alla scuola una scossa salutare, e deve farlo a costo zero.
Purtroppo nessun giornalista ha avuto l'indelicatezza di chiedere quanto il governo avrebbe intenzione di stanziare per l'assunzione di nuovi insegnanti di latino alla scuola secondaria di primo grado. Il sospetto è che anche stavolta una massiccia discussione sulla centralità della cultura classica genererà un topolino: due o tre ore pomeridiane alla settimana, opzionali, magari a spese dei genitori. Quanto basta per creare classi di serie A e di serie B: non abbastanza per affrontare con metodo l'apprendimento di una lingua che poi al liceo si ricomincerà inesorabilmente da zero. Nel frattempo, però, ne abbiamo discusso: e discutendone, abbiamo dato la sensazione che il latino sia tornato di attualità.
Un "latino alle medie" del genere, a dire il vero, non è molto diverso da quello che tante scuole secondarie di primo grado includono già nella loro offerta formativa. Non si tratta nemmeno dell'unica proposta sbandierata ai giornalisti come una novità, e che non lo è affatto: c'è quasi da ammirare l'astuzia del ministro, che avvertendoci che d'ora in poi a scuola si studieranno le poesie a memoria, lascia intendere ai giornalisti che a un certo punto avessimo smesso. No, non abbiamo mai smesso, ma da qui in poi sembrerà che le facciamo studiare perché ce lo ha chiesto il ministro, ed ecco un semplice esempio di come si può passare per riformatori a costo zero. Tutti i poeti italiani citati dal ministro (Saba, Govoni, Pascoli, Gozzano, Penna), non sono in effetti mai spariti dalle antologie scolastiche: aprirle per credere. Anche Stephen King, spacciato come una novità, è in effetti una vecchia conoscenza. Come sempre, chi crede di innovare la scuola arrivando da fuori ha in mente la scuola che ha frequentato lui: magari quella in cui "Verne e Stevenson" non erano ancora ammessi – e quindi si leggevano febbrilmente sotto il banco. Laddove oggi sono testi fin troppo antologizzati, e sempre più distanti dalla sensibilità dei giovani lettori – sarebbe davvero un triste paradosso se L'isola del tesoro diventasse una lettura obbligatoria, ma ne parleremo solo se succederà. Nel frattempo annotiamo un dettaglio rivelatore: in molti casi le novità ventilate dal ministro Valditara sono state presentate dai giornalisti come "nuovi programmi", o "riforma dei programmi". Un termine, "programmi", che segnala la scarsa dimestichezza con la scuola di chi lo usa: è da più di trent'anni che i programmi a scuola non ci sono più. Al loro posto, appunto, ci sono le "indicazioni nazionali": ma questa difficoltà ad accettare il termine non è un semplice errore, bensì l'indizio di una resistenza culturale che la destra di governo condivide con altri settori della pubblica opinione. Le indicazioni nazionali, in effetti, non si preoccupano di stabilire cosa si debba studiare, ma mettono nero su bianco le competenze che lo studente dovrebbe maturare anno per anno. Questo è vero soprattutto per l'insegnamento dell'italiano: le indicazioni nazionali non contengono nessun nome di autore, ma affermazioni del tipo "Identificare attraverso l'ascolto attivo e finalizzato vari tipi di testo e il loro scopo", ecc.
Se dobbiamo giudicare l'approccio della commissione ministeriale da una serie di anticipazioni consegnate ai giornalisti (e fin qui non abbiamo alternative), l'impressione è che si tratti di una riscossa del contenutismo ai danni della didattica delle competenze. Il ministro crede molto in determinati contenuti – la Storia romana innanzitutto, alla quale ha dedicato lui stesso qualche libro – ed è evidentemente favorevole all'istituzione di un canone ufficiale di autori da leggere a scuola, qualcosa che non esiste a memoria di professore di ruolo. In un certo senso è la fine di un'ipocrisia, perché appunto, tutti gli autori nominati sopra a scuola si sono sempre studiati; in mancanza di disposizioni ministeriali, erano i manuali scolastici a perpetuare con una certa inerzia un canone che i docenti e studenti, per comodità, continuano a chiamare "programma". Il canone letterario scolastico attualmente è il risultato di un inconsapevole patteggiamento tra insegnanti, studenti e genitori, intorno a testi che tutti ci aspettiamo di dover leggere a scuola (Omero in prima media, Dante in seconda, Manzoni in terza...) anche se le Indicazioni in effetti non li indicano. Gli insegnanti possono anche fare tutt'altro, ma nei rari casi in cui succede capita che incorrano nelle proteste di genitori e colleghi. Certo, l'idea che spetti da qui in poi a un ente governativo stabilire quali libri si leggono a scuola e quali no ha un che di inquietante: ma va incontro alla concezione popolare che in un canone letterario scolastico non ha mai smesso di credere – e forse ne ha bisogno. In ogni caso, ribadire la centralità di Pascoli e Montale fa fine e non costa davvero nulla: non bisogna nemmeno stampare nuovi libri, perché in quelli di adesso Pascoli e Montale ci sono eccome.
Quando ormai gli echi della discussione si erano spenti, in occasione della Giornata mondiale della scrittura a mano, lo stesso ministro ci ha informato che da qui in poi gli studenti ricominceranno a usare il diario cartaceo. Qualche lettore ne avrà dedotto che avessero smesso di usarlo... ebbene, indovinate: no. Forse il ministro non lo sa. O forse ci conosce fin troppo bene.


