Ermogene, martire o no

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Una gita a... Agrigento (la porta araba).
24 novembre: Sant'Ermogene di Agrigento (martire? IX secolo?)

"È commemorato il 24 novembre nel Sinassario Costantinopolitano e nei menei greci, ma di lui non si sa niente". Così la Bibliotheca Sanctorum, e chi siamo noi per saperne di più? I menei sono martirologi in lingua greca, da cui alcuni agiografi traggono un distico dedicato a Ermogene, però trascritto in latino: 

Caedens, Hermogenes, ex genere mortalium
pudore fastum generis imples daemonum.

Una cosa interessante di questo distico è che nessuno riesce a capire cosa voglia dire: l'ho infatti ricopiato per questo, confidando nel fatto di vivere nel Paese coi licei classici che il mondo ci invidia. Tra tanti diplomati troverò senz'altro qualcuno in grado di sciogliere il secolare mistero. 

Un'altra informazione galleggiante sull'oblio è che Ermogene dovrebbe essere vissuto a cavallo tra VIII e IX secolo, insomma contemporaneo di Carlo Magno: ma se questi nel frattempo invadeva i Longobardi nell'Italia del nord, giungendo fino a Roma e facendosi incoronare a sorpresa (seh, sorpresa), Ermogene, se è davvero vissuto nello stesso periodo, dovrebbe avere assistito all'evento più traumatico del Medioevo siciliano, ovvero l'invasione araba. È in effetti considerato l'ultimo vescovo di Agrigento dell'epoca bizantina; il suo successore sarebbe arrivato soltanto dopo la conquista normanna, più di cent'anni dopo. Forse per questo motivo Ermogene è definito, da taluni, martire; in effetti, figurati se i Saraceni non perdevano l'occasione di tagliar la testa a un vescovo; e se un vescovo perdeva l'occasione di salire al cielo martire. Tutto molto logico e verosimile, salvo che no, sui menei si legge proprio "egli finì in pace i suoi giorni..." L'affermazione è così insolita che ha portato l'autore della scheda su Santiebeati, Raimondo Lentini, a retrodatare il santo di cinque secoli: "Ermogene fu uno di quei santi martiri dell'ultima persecuzione che, sopravvissuti ai patimenti, finirono la vita in pace ai tempi di Costantino". Martiri mancati, insomma, a cui mancò l'occasione, non il coraggio; magari erano già in cella pronti a essere schedulati durante un mezzogiorno al Colosseo coi leoni, senonché Costantino firma l'Editto e niente, tana libera tutti. Questo pur di giustificare la strana ambiguità, per cui un "Ermogene martire" sarebbe però morto nel suo letto. Aggirando con un certo imbarazzo la soluzione più ovvia; forse Ermogene non morì martire perché... gli arabi di Sicilia non perseguitavano i cristiani. 

Cioè, aspetta. Un po' lo facevano. Non è che fossero questi campioni di tolleranza. In particolare negli anni dell'invasione, che fu lunga e tormentata, con frequenti rovesciamenti di fronte, lunghi assedi ed epidemie a peggiorare la situazione. In quel periodo i cristiani, sì, rischiavano la pelle, in quanto nemici o potenziali alleati dei nemici. Ma una volta cacciati i Bizantini, e installato un potere centrale a Palermo, gli arabi non si comportarono con cristiani ed ebrei in modo molto diverso che negli altri territori già conquistati a partire dal secolo VII: chi voleva restare cristiano ed ebreo, poteva assolutamente farlo. 

Certo, avrebbe pagato più tasse.

Fu un metodo straordinariamente efficace, che spiega in parte la diffusione a macchia d'olio dell'Islam, un po' meno rapida di quello di solito immaginiamo perché i popoli conquistati non diventavano immediatamente musulmani. La classe dirigente veniva da fuori o si convertiva subito, se voleva continuare a dirigere; i sottoposti ci mettevano più tempo. Presto o tardi, in ogni caso, il richiamo dello sgravio fiscale si rivela irresistibile, e la maggioranza si converte; dopodiché, alla pressione fiscale si aggiunge la pressione sociale, i cristiani patiscono sempre più la condizione minoritaria che impedisce loro di migliorare le proprie condizioni, ottenendo incarichi più importanti o attraverso matrimoni con famiglie più ricche e benestanti; e il risultato è che nel giro di qualche generazione, la società si islamizza: ma quasi mai completamente. È un processo efficace (anche per una clausola diabolica: quando ti converti all'Islam, non puoi più tornare indietro, l'apostasia è punibile con la morte), ma che richiede qualche generazione, e spiega come mai in Sicilia e persino nella Spagna meridionale, che fu controllata dagli arabi per un periodo molto più lungo, il cristianesimo rimase largamente praticato. Tutto questo è abbastanza noto (come sono note le diverse eccezioni), per quanto confligga con l'opinione comune che invece descrive la società islamica come quella dei Borg di Stat Trek, un unico organismo determinato ad assimilare ogni individuo. Che l'Islam abbia una tendenza assimilatrice non è che si possa negare: dovunque è arrivato ha senza dubbio dato un grande contributo a uniformare molte usanze non solo religiose, e spesso anche la cultura, l'arte e la stessa lingua, in ottemperanza a un testo sacro che diceva, in certe regioni della terra per la prima volta, che tutti sono uguali davanti a Dio. Ma questa idea che appena un esercito arabo arrivava in una città, ogni chiesa si trasformava immediatamente in moschea e ogni cristiano in un circonciso, ecco, ha più a che vedere con una millenaria propaganda che con le nostre conoscenze storiche. 

Questa concezione poi nella storiografia popolare contribuisce a formare l'idea dell'"invasione araba", ovvero un improvviso straripamento dalla penisola arabica – per lo più desertica, e fino a pochi anni prima scarsamente popolata – di una fiumana inarrestabile di invasori musulmani, in grado di invadere e islamizzare nel giro di qualche decennio mezzo mondo conosciuto, dalla Persia fino alla Spagna, come un'epidemia. Tutte le innovazioni umane, in effetti, si possono descrivere come epidemie, che hanno come vettore l'uomo: salvo che in molti casi a viaggiare non è tanto l'uomo, quanto le informazioni. L'Islam, come tante altre religioni e idee prima di esso, non si installò attraverso massacri e sostituzioni di popoli, ma con la pressione fiscale e sociale. Le chiamiamo "invasioni arabe", ed effettivamente possiamo dimostrare che decine di migliaia di arabi si spostarono dall'Arabia ad altri Paesi, mescolandosi soprattutto con la classe dirigente: ma la maggior parte degli abitanti sono rimasti, in questa e in altre occasioni, gli stessi. 

Possiamo paragonare l'invasione araba, mutatis mutandis, a quella napoleonica, che indubbiamente portò migliaia di effettivi francesi in giro per l'Europa (e alcuni di questi fecero in loco brillanti carriere); però non è che i francesi si sostituirono ai tedeschi del Reno, o agli italiani della Repubblica Cisalpina, o agli spagnoli. Furono soprattutto le idee dei francesi a imporsi immediatamente a nuove classi dirigenti che erano tutto sommato abbastanza propense a riceverle e metterle in pratica. Forse, se Napoleone fosse durato un po' di più, anche gli italiani e i dalmati compresi nell'Impero avrebbero iniziato davvero a parlare francese e a considerarsi francesi, così come i siciliani a un certo punto cominciarono a considerarsi arabi; ma ci volle tempo, ed evidentemente non si convinsero mai del tutto. Anche ad Agrigento, che faceva parte del vallo occidentale della Sicilia, la parte più arabizzata, dove si stima che comunque metà della popolazione era ancora cristiana al momento in cui arrivarono i Normanni. 

Questa è la cosa forse più difficile da accettare, per chi la Storia non la studia ma la impugna: che gli arabi di Sicilia fossero per lo più siciliani, e che "arabo", "musulmano", ma anche "cristiano" non siano costellazioni del sangue, ma idee che possono passare da una persona all'altra, non sempre in punta di spada; a volte basta anche un balzello, o anche, perché no, una conversione interiore: sì, esistono anche quelle. Nel frattempo qualcuno di voi avrà già decifrato il distico qui sopra, che sempre secondo Raimondo Lentini significherebbe qualcosa come: "Allontanandoti, o Ermogene, dal genere umano, colmi di vergogna l'arroganza della razza dei demoni". Non è chiaro in che senso Ermogene dovrebbe allontanarsi dal genere umano: forse è un'allusione al misterioso martirio, un sacrificio che avrebbe fatto impazzire di vergogna i demoni. Difficile non pensare che in questi ultimi siano rappresentati i saraceni, a cui Ermogene insegna come muore un cristiano: come un eroe, anche quando morire non è affatto una scelta obbligata. 

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Papa Clemente (e i fili de le pute)

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23 novembre: San Clemente I, papa e martire (I-II secolo)

Il primo Papa dovrebbe essere stato Pietro apostolo – senza il quale Roma non sarebbe la sede apostolica più importante, quindi è fondamentale che il primo sia Pietro; e pazienza se le prove del suo apostolato in città sono molto labili. Dopo di lui (crocefisso, secondo la tradizione, nel 64), è il caos; i cronisti ecclesiastici nominano tre successori di cui non si sa praticamente nulla: Lino, Cleto e Anacleto. Potrebbe trattarsi anche della stessa persona. E questa persona potrebbe anche essere Clemente, che nel canone di solito viene dopo Anacleto, ma è il primo vescovo di Roma di cui abbiamo informazioni abbastanza consistenti. Forse per questo Tertulliano, tra gli altri, lo considerava il primo successore di Pietro; del resto Ireneo di Lione sosteneva che nelle sue orecchie "riecheggiava ancora la predicazione degli Apostoli", insomma Clemente doveva aver conosciuto Pietro (e forse Paolo) di persona. Il che non esclude che tra il pontificato di Pietro e quello di Clemente non possa essercene stato un altro (o due, o tre, magari molto brevi). Epifanio da Salamina suggerisce che Clemente, dopo essere stato nominato successore proprio da Pietro, avrebbe rinunciato alla carica in favore di un pastore più anziano; il che non è assolutamente dimostrabile, come tante cose che scrive Epifanio; ma è molto più verosimile di quando lo stesso Epifanio si mette a raccontare di eretici che si nutrono di feti umani. Pensiamo anche solo a Bergoglio, che secondo alcuni avrebbe implorato i cardinali di non eleggerlo nel 2005, così che alla fine a Wojtyla subentrò Ratzinger... E a proposito di quest'ultimo, Clemente è anche il primo papa che avrebbe rinunciato alla cattedra prima della sua morte naturale – per ragioni di forza maggiore, quanto nel 97 sarebbe stato deportato in Crimea per ordine dell'imperatore Traiano. Al suo posto avrebbe nominato un certo Evaristo, ed è proprio scrivendo un pezzo su Evaristo papa, che nell'ottobre del 2011 io misi per iscritto sul Post che nulla impediva a un pontefice di dimettersi. A scriverlo oggi sembra niente di che, ma era una cosa che non succedeva da cinque secoli, e invece sarebbe avvenuta poco più di un anno più tardi, nel febbraio 2013.

Clemente sarebbe morto martire in Crimea, secondo la tradizione annegato con un'ancora al collo affinché la smettesse di convertire i locali. Il che permise più volte a qualcuno di ritrovarne i resti in loco e donarli a un suo successore in cambio di qualche favore; il caso più eclatante fu quello di San Cirillo, che nel nono secolo doveva convincere papa Niccolò I a lasciarlo evangelizzare gli slavi nella loro lingua. Insomma se oggi si usa ancora l'alfabeto cirillico, in qualche modo è anche grazie a San Clemente. Di lui si conserva una lettera ai cristiani di Corinto che dimostra una buona conoscenza delle Scritture anche veterotestamentarie; da cui l'ipotesi che come Pietro non fosse un cittadino romano, ma un liberto di origine ebraica o greca (mentre per lo stesso motivo è abbastanza implausibile che si tratti del senatore Flavio Clemente, il marito di Santa Domitilla: entrambi furono vittime della piccola persecuzione promossa da Domiziano nel 95). La lettera è importante anche perché dimostra, nei confronti dei cristiani di una chiesa orientale, un atteggiamento già pontificale: Clemente non afferma esplicitamente di essere, in quanto successore di Pietro, in cima a una gerarchia; non lo dice ma si comporta già come tale, sembra che lo dia per scontato. 

Clemente, infine gioca un ruolo imprevisto e... imbarazzante nella storia della lingua italiana, anche se per molto tempo nei libri di scuola abbiamo preferito non parlarne. Nella basilica romana a lui dedicata (eretta prima del 1100) si trova un affresco piuttosto malandato che riprende un episodio di una Passio del VI secolo. Clemente è perseguitato da un patrizio romano, Sisinnio, che ha ordinato ai suoi servi (Gosmario, Albertello, Carboncello) di legare il santo e trascinarlo in prigione. Ma i servi, accecati dallo Spirito, hanno confuso il corpo del Papa con una colonna di marmo, e per quanto l'abbiano ben legata, non riescono a spostarla. Si tratta di una scena complessa, che forse l'anonimo pittore riteneva di non riuscire a illustrare adeguatamente, dal momento che decise di corredare l'immagine con i discorsi diretti che aleggiano intorno ai personaggi, come fumetti. In particolare, accanto a Carvoncello qualcuno dice "Falite dereto co lo palo Carvoncelle!" (Carvoncello, spingi da dietro con il palo!); accanto ad Albertello si legge: "Albertel traite!", e accanto a Sisinnio: "Fili de le pute traite". Tutte e tre le frasi probabilmente sono da intendere come ordini pronunciati da Sisinnio. Sopra la colonna, invece, si legge una scritta che dobbiamo attribuire al santo: "Duritiam cordis vestris saxa traere meruistis". Questo ovviamente è latino, e significa: a causa della vostra durezza (di cuore) avete meritato di trascinare le pietre. Tutto abbastanza chiaro, salvo che tra il santo e i pagani c'è un divario linguistico molto forte. In effetti, se Clemente parla in latino, Sisinnio e i suoi schiavi in che lingua parlano? Hanno già le proposizioni articolate ("co lo palo", "de le pute"), quindi latino non lo è più. Deve trattarsi di un'iscrizione in lingua volgare, salvo che è... la prima in assoluto che troviamo in una chiesa. La prima in assoluto che troviamo in un contesto narrativo. Una storia in cui il volgare è la lingua dei pagani, rozzi e incolti anche quando sono patrizi; mentre il latino è la lingua della giustizia e della fede. L'unica attestazione più antica di una lingua volgare italiana in uno scritto si trova, lo sapete, nel placito di Capua ("Sao ke kelle terre..."), ma in quel caso si tratta di una testimonianza giurata raccolta da un notaio. Certo, ci sarebbe anche l'indovinello veronese, che potrebbe essere più antico addirittura di due secoli, ma in quel caso più che volgare potrebbe trattarsi di un latino maccheronico. 

Con l'iscrizione di San Clemente per la prima volta (per quanto ne sappiamo) qualcuno ha usato il volgare italiano per raccontare una storia. Ed è... un po' imbarazzante, insomma fino a qualche tempo fa nei manuali di Storia della letteratura si tendeva a omettere la circostanza per cui la prima frase letteraria in volgare dovrebbe essere "Fili de le pute, traite". Anche se in fondo, perché no? Significa che l'italiano letterario ha esordito senza pudore, dimostrando subito l'espressività trucida di cui è capace, e prestandola allo scopo di mostrare la rozzezza del potere, anche quando è esercitato da un nobile antico. Comandare ci svilisce, ci abbassa al rango degli schiavi che pretendiamo di possedere; ci rende sboccati e ridicoli; e non sposta nessun santo, non sposta nemmeno una colonna. Se la letteratura italiana comincia così, tutto sommato la rivendico.  

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Il santo che abbracciava le orse

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20 novembre: San Dasio martire (303)

Di San Dasio di Durostorum si conosceva poco più che il nome, quando nel 1890 il filologo belga Franz Cumont scoprì in un manoscritto del XI secolo una Passio dedicata a lui. Sopprimete lo sbadiglio: è vero, le Passio si somigliano un po' tutte, ma proprio per questo quella di San Dasio sembrò a Cumont, per contrasto, parecchio originale, in quanto dettagliava un rito praticato in ambito militare ma non attestato in nessun'altra fonte. Dasio, legionario di stanza nella Mesia (oggi Bulgaria) sarebbe stato sorteggiato tra i compagni per diventare il re dei Saturnali, una celebrazione pagana molto festosa, in cui avrebbe goduto di vari diletti a spese dei compagni, con l'intoppo che al termine dei festeggiamenti sarebbe stato sgozzato e sacrificato agli dei. Dasio si sarebbe non sorprendentemente rifiutato, adducendo come scusa il fatto di essere cristiano. Questo non gli risparmiò il martirio, ma in compenso poneva agli studiosi un problema: davvero alla fine dei Saturnalia si commetteva un sacrificio umano? Cumont era scettico, e sospettava che si trattasse di un errore di traduzione. Per Léon Parmentier invece il passo era stato tramandato correttamente, ma piuttosto che un avvenimento reale rispecchiava la propaganda cristiana dei primi secoli, risoluta a descrivere i riti pagani nel modo più sanguinario possibile. Il dibattito sarebbe rimasto confinato nelle pubblicazioni specialistiche, senonché proprio in quel momento irrompe sulla scena James George Frazer.

Frazer è considerato popolarmente l'inventore dell'antropologia culturale, la quale però si è quasi subito ribellata al suo inventore, e ha fatto bene. Lo stesso Frazer visse abbastanza a lungo da vedere l'evoluzione di una scienza, magari non proprio 'dura', ma nei confronti della quale il suo Ramo d'oro appariva come un'affascinante speculazione basata su assunti indimostrabili. Probabilmente il suo vero merito è avere fatto appassionare ai riti arcaici una generazione di studenti che appena ha potuto fare ricerche serie lo ha rinnegato, ma senza di lui non si sarebbero nemmeno messi a ricercare – come certi autori imbarazzanti che leggi a vent'anni e di cui nascondi i tascabili sgualciti dietro libri più seri, ma la passione per la lettura te l'hanno nutrita loro. Anche ai suoi tempi, il Ramo d'oro era più considerato dai letterati che dagli etnologi. Il modo in cui recupera la leggenda di San Dasio è abbastanza esemplare del suo metodo; malgrado il sacrificio umano in onore del dio Saturno non sia attestato in nessun'altra fonte, e malgrado le Passio non siano considerate fonti molto attendibili nemmeno dagli agiografi cattolici, Frazer non può trattenersi dall'ipotizzare che il martirio di Dasio fosse l'unica testimonianza rimasta di un antichissimo rito comune a tutte le civiltà arcaiche. Un rito connesso con il ciclo delle stagioni e la morte di un Dio. A parte la Passio di Dasio, Frazer poteva citare il bizzarro caso del Re di Nemi, un sacerdote della dea Diana che viveva in un bosco sacro presso Ariccia, sul lago di Nemi e otteneva il suo incarico... sfidando e uccidendo il re precedente. Solo gli schiavi fuggitivi potevano accedere al ruolo, ottenendo in caso di vittoria anche la libertà. La tradizione era andata avanti almeno fino al primo secolo dC: ne parla Ovidio, ne parla Svetonio, anche loro non esattamente le fonti più attendibili che può aspettarsi uno studioso, ma per Frazer tanto bastava a stabilire che questi duelli/sacrifici fossero ciò che restava di diffusi riti ancestrali. Nel capitolo più controverso – poi espunto dalle edizioni successive, e relegato in appendice – Frazer collega il martirio del re dei Saturnali a quello di Gesù Cristo, che in effetti prima di crocefiggere i legionari avevano coronato come re: è in effetti è l'agnello che toglie i peccati, il capro espiatorio, insomma tutto si tiene, no? No, non proprio, è una storia che fa acqua da tutte le parti... però è una storia fantastica, ogni tanto nelle notti insonni gli antropologi smuovono qualche volume di Lévi-Strauss e tirano fuori la loro copia sgualcita del Ramo d'oro, e inalando voluttuosamente l'odorino di muffa di un tascabile troppo tempo rimasto a contatto con una parete umida, si rimettono a leggere del re di Nemi e di San Dasio.   


Aiuto ma che vuole 'sto tizio
21 novembre: Sant'Agapio di Cesarea, campione di martirio (306)

Può darsi che il luogo comune dei cristiani dati in pasto alle belve sia un'invenzione letteraria dei primi agiografi: questo tipo di supplizio era infatti riservato a schiavi ribelli o disertori. Ma l'immagine del cristiano che testimonia la sua fede al centro di un'arena, di fronte a un pubblico esterrefatto e combattuto tra la pagana bramosia di sangue e l'ammirazione per l'eroismo, era troppo efficace perché gli scrittori non vi ricorressero puntualmente. Nelle pagine di Eusebio da Cesarea, Agapio diventa un "atleta della pietà", che col suo eroismo cambia le regole del gioco: chi veniva a vedere un uomo sbranato dagli animali, avrebbe visto un cristiano morire da martire. Detto questo, forse Eusebio esagera, descrivendo un Agapio così desideroso di farsi mangiare vivo che si sarebbe slanciato "correndo verso un'orsa scatenatagli contro, e si offri con gran letizia per servirle di cibo": un entusiasmo che oltrepassa il limite sottile tra determinazione al martirio e impulso suicida. Il lettore a quel punto potrebbe rammentarsi che l'esecuzione era stata più volte rimandata, e concludere che insomma forse a quel punto Agapio non ne poteva più. Lo stesso Eusebio sembra rendersi conto che Agapio con quell'abbraccio ha un po' esagerato, al punto che piuttosto di rischiare che passi il messaggio sbagliato decide di non dare immediata soddisfazione, nella sua cronaca, all'aspirante martire: l'orsa lo ferisce, ma senza ucciderlo, e men che meno mangiarlo. Riportato in cella, ferito e sanguinante, Agapio deve attendere un giorno intero prima di venire terminato in un modo meno spettacolare ma più efficace: gettato in mare con una pietra legata ai piedi. 

Forse anche per la sua condotta un po' borderline, Agapio non è un santo molto conosciuto, malgrado le opere di Eusebio potessero godere di una buona diffusione – certo, lo danneggia l'omonimia con un altro Agapio, che di Cesarea fu vescovo. Così non sono riuscito a trovare nessuna immagine del martire che si fa abbracciare dall'orsa; salvo che ormai siamo nel 2025, e se non trovi un'immagine te la fai da solo, no? Cioè, la fai fare all'AI, che problema c'è? Ecco un'invenzione realmente prodigiosa che non credo di avere mai immaginato da bambino: le auto volanti sì, gli strumenti che suonano la musica che ho in mente sì; un computer che ti disegna la prima cosa che gli chiedi... no. E per quanto ne sappia, mi pare che nessuno scrittore di fantascienza o futurologo si sia mai fermato a suggerire la cosa; ricordo molta enfasi sulla possibilità che i fotomontaggi diventassero così verosimili da rendere la propaganda indistinguibile dalla realtà, e qui direi che ci siamo; ma l'idea di un'AI che rilascia opere figurative su commissione non mi pare fosse stata prevista – neanche per deprecarla: forse semplicemente era una cosa di cui nessuno aveva realmente necessità, tranne quelli che per mestiere o hobby vorrebbero corredare ogni testo con un'immagine senza pagare gli illustratori, ovvero... io. E invece io ultimamente faccio sempre più fatica a usarla, perché? Fino a un paio d'anni fa era un procedimento emozionante. Scrivevi le tue richieste e poi aspettavi che si caricasse il risultato con una certa trepidazione – il rischio che uscisse qualcosa di davvero inquietante era ancora abbastanza alto, e inoltre anche le immagini meno riuscite contenevano qualcosa di indistinto e terribile in cui mi sembrava di riconoscere la materia dei sogni. Anche i risultati più soddisfacenti sembravano avvenuti per miracolo, proprio come quando nei sogni all'improvviso qualcosa si chiarisce, ma è un istante (spesso quello prima del risveglio), dopodiché tutto di nuovo si sfalda. Mentre continuavamo a chiederci se un giorno i computer sarebbero stati davvero intelligenti, davvero coscienti, quel che realizzavano sembrava sinistramente simile a quello che succede nel nostro inconscio. Ma è stato solo un periodo; nel giro di qualche mese le AI figurative si sono evolute. Ora sono più precise (chiedi un mosaico, ottieni un mosaico; chiedi un'orsa che abbraccia un santo, la ottieni), e anche più mediocri e didascaliche. E per quanto padroneggino stili diversi, in un qualche modo si assomigliano tutte e continuano a essere riconoscibili al volo. Non so nemmeno come succeda, ma è la cosa più interessante da un punto di vista artistico che ci sia successa negli ultimi 2-3 anni, per cui vale la pena di annotarla da qualche parte: è nato un nuovo stile grafico e figurativo (lo stile AI), e siamo diventati tutti bravissimi a... riconoscerlo e detestarlo. Il vero motivo per cui di solito non mi faccio produrre queste immagini è che mi sembrano delle cafonate, il peggior segnale che potrei mandare ai miei lettori. Dopodiché ormai questa l'ho fatta, amen. 

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Il Dio che ci annega e ci perdona

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18 novembre: Noè, patriarca, patrono della biodiversità, primo ubriaco


Settantacinquemila anni fa, più o meno, potrebbe essere successo qualcosa di molto brutto. La specie umana, già in circolazione da centomila anni, con la sua spiccata propensione a dilagare, si sarebbe praticamente estinta. Si sarebbero salvati pochissimi esemplari, qualche migliaio appena: tra loro vi sarebbe anche l'Adamo Y-cromosomale, ovvero il tizio di cui siamo tutti pro-pro-pro-nipoti. Da non confondere con l'Adamo della Bibbia. Che cosa può essere successo di così terribile? Conoscendo un po' madre natura e la sua fantasia in fatto di catastrofi, abbiamo soltanto l'imbarazzo della scelta: meteoriti, glaciazioni, eruzioni vulcaniche – l'ipotesi più accreditata combina proprio le ultime due: durante un periodo già mediamente glaciale, un enorme vulcano in Indonesia avrebbe disperso nell'atmosfera miliardi di tonnellate di diossido di zolfo, abbassando la temperatura di 15°C per qualche anno. Noi discendiamo dai sopravvissuti e chissà, forse ne siamo consapevoli. In qualche oscura cella del nostro bagaglio genetico potrebbe resistere l'informazione ancestrale: ce l'abbiamo fatta. Con qualche deduzione elementare che ne consegue: Dio ci vuole bene. A voler vedere il bicchiere mezzo pieno; ma forse la maggior parte della nostra specie è più incline a pensare: ehi, Dio ci voleva tutti morti e ce l'ha quasi fatta. Dunque questo Dio ci ama o no? Siamo i prescelti o una semplice eccezione nel Suo piano? Cosa avevano fatto di male gli umani per meritare un castigo del genere? Potrebbe ricapitare? 

Magari non tutti gli umani si facevano queste domande. Magari non tutti gli umani si sentivano proiettati verso una catastrofe, messi alla prova da un Dio che li ritiene responsabili di ciò che hanno commesso gli antenati e di ciò che combineranno i discendenti. Non tutti si sorprendevano, in notti insonni, a fantasticare strategie di sopravvivenza, nascondigli dove sopravvivere a inverni più rigidi, alture dove ripararsi nel caso non smettesse di piovere per mesi. Non erano tutti così matti, ma ecco, proprio perché non lo erano, si sono estinti. L'inverno li ha ghiacciati o un diluvio se li è presi. Noi discendiamo da qualche psicopatico che un disastro del genere se lo aspettava. Così non c'è veramente molto da sorprendersi, se passiamo il tempo a scrutare il cielo (o uno schermo pieno di notizie) presentendo una catastrofe che non arriva mai. Almeno una volta è arrivata, e non era nemmeno la prima. Qualche profeta di sventure, prima o poi, ci beccherà.  

Quando il mito di Noè viene messo per iscritto, nella Genesi, il diluvio è già un tropo letterario secolare. Ne avevano scritto i Sumeri (nell'Epopea di Gilgamesh) e gli Accadici, ed è difficile capire chi abbia copiato chi. Ne parlano gli Indù. Anche gli Egizi ricordavano qualcosa del genere – nel loro caso però il dio solare Ra avrebbe sommerso la terra non d'acqua, ma di un cocktail di birra e ocra rossa, che la dea leonessa Sekhmet avrebbe scambiato per il sangue degli uomini, bevendone fino a inebriarsi senza completare lo sterminio della razza umana che Ra in precedenza aveva pure sollecitato. Perché in linea di massima il diluvio implica che gli Dei si siano stancati degli uomini, dopo averli creati. Nel racconto sumerico si legge in controluce l'insofferenza dell'allevatore per una specie che si riproduce troppo rapidamente, compromettendo l'habitat delle altre creature: gli uomini – creati dagli Dei per sobbarcarsi dei lavori più faticosi – dopo un millennio stanno pullulando come un esperimento fuori controllo, e il loro baccano disturba Enlil, Dio della folgore. Solo un uomo saggio, Upanistim, sopravviverà all'inondazione, grazie a un'enorme imbarcazione che un altro dio gli ha suggerito di costruire. La Genesi recupera evidentemente il modello accadico-sumero, ma è un testo molto più recente (forse mille anni più recente), che combina peraltro almeno due versioni, prodotte da autori con mentalità molto diversa. Accade dunque nella Bibbia quello che capita agli autori contemporanei che per inclinazione o necessità ripescano vecchie fiabe molto semplici e di sicura presa, miti o trame di vecchi film o fumetti, ma sentono l'esigenza di problematizzarle, di razionalizzarle, insomma di adeguarle a un pubblico che immaginano un po' più maturo – un pubblico che vuole la storia semplice, ma non vuole sembrare troppo semplice a sé stesso mentre la consuma. Le divinità non possono più essere una banda di superuomini capricciosi che prima creano gli umani e poi cercano di affogarli perché fanno si moltiplicano e fanno troppa confusione. Chi scrive la Genesi non è un filosofo, ma sta già ragionando per assoluti: se è una Divinità, dev'essere Una Sola, perché ha più senso che molti. Deve sapere tutto – ma allora perché ha cambiato idea, creando gli uomini per poi affogarli? Deve essere infinitamente potente – ma allora perché si comporta in modo così contraddittorio? L'unica soluzione disponibile, per tutte queste contraddizioni, è la stessa che ci assiste ogni giorno mentre tentiamo di galleggiare nel caos che ci travolge: è colpa nostra, dipende da noi. Potrebbe andarci tutto molto meglio se ci alzassimo più presto e facessimo tutti i compiti. Ed eccoci a quei due terribili versetti, Genesi 6,5-6:

Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. 

Non sappiamo esattamente quanti secoli separino il racconto di Upanistim da quello di Noè, ma in quell'intervallo dobbiamo presumere che l'uomo si sia munito dei sensi di colpa. Gli uomini della leggenda sumera venivano affogati perché facevano troppo rumore: quelli della Bibbia vengono puniti perché sono malvagi. Nel frattempo la divinità è diventata un'entità più astratta: unica, onnisciente, onnipotente, e in teoria misericordiosa. Ma è proprio la necessità di dover conciliare questa entità astratta con fenomeni contraddittori a spostare la responsabilità della catastrofe sugli uomini. Dio non può avere sbagliato i calcoli, quindi siamo noi che lo abbiamo deluso.  

Noè è il nono patriarca della Bibbia; in un certo senso è il primo profeta (Dio gli rivela verità che gli altri uomini non riconoscono, e gli chiede di fare qualcosa che gli altri uomini troveranno ridicolo). Non è il primo ebreo, ma il patto che stipula con Dio alla fine del Diluvio anticipa quello di Abramo. È l'ultimo capostipite comune, dopodiché la razza umana si tripartirebbe definitivamente nelle discendenze dei suoi tre figli: i semiti da Sem, gli iafetiti (indoeuropei) da Iafet, i camiti (neri africani) da Cam. E che questi ultimi fossero già vittima di pregiudizi e segregazione sembra suggerircelo la Genesi, quando racconta che Cam fu maledetto dal padre perché aveva riso di lui, scoprendolo ubriaco. Noè in effetti aveva una scusante: prima di lui la Bibbia non fa menzione del vino, quindi Noè ne è considerato l'inventore, e l'episodio potrebbe descrivere il primo caso di ubriachezza sperimentato dall'uomo. Gli autori ci tengono a mettere in chiaro che avvenne anni dopo il diluvio; quando aveva sentito le voci che gli dicevano di costruire un'enorme arca per tutti gli animali, Noè era ancora perfettamente sobrio. 

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Un ministro entra in una Camera. Si mette a urlare.

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[Questo pezzo è uscito sul Manifesto di giovedì 13/11/2025].

Una cosa si poteva riconoscere al ministro Valditara: in mezzo a tante critiche, non aveva mai perso la calma. Ha scelto di perderla ieri, nel luogo apparentemente meno adatto: il parlamento. Quel “vergognatevi” improvviso, rivolto ai banchi dell’opposizione, lo possiamo interpretare in due modi. Il primo è il più facile: se si arrabbia, forse il ministro è nervoso. È stato il suo stesso partito a combinare un pasticcio, prima votando in ottobre un emendamento al Ddl sul consenso informato che avrebbe reso ancora più arduo organizzare attività di educazione sessuale e affettiva nelle scuole medie; quindi ritirando, lunedì, lo stesso emendamento. Valditara alla Camera è andato a spiegare che chiedere un consenso ai genitori non equivale a vietare l’educazione sessuale, (il che in fondo è vero: la rende solo più complicata, specie per i figli di eventuali genitori abusanti, che difficilmente firmeranno il consenso). Anzi, l’educazione sessuale/affettiva è prevista dai “programmi”, ovvero le Indicazioni Nazionali (sì, ma le indicazioni del secondo ciclo le stiamo ancora aspettando: e se il genitore non firma, anche le indicazioni restano lettera morta). Nel frattempo le opposizioni lo accusano di non fare nulla contro i femminicidi, ecco, è una vergogna: Valditara sbotta e si indigna. Questa è l’interpretazione più semplice, e quindi potremmo contentarcene.

Ne suggerisco comunque un’altra. Valditara non sbotta subito, ma al termine di un intervento di diversi minuti, esattamente quando vuole perderla, come un attore che conosce il pubblico della sua performance: non tanto i perplessi deputati, ma i consumatori di clip sui siti giornalistici e sui social. È in rete che il suo “vergognatevi” verrà ritagliato e rimpallato, a sintetizzare un argomento immediato: non è vero che la scuola non fa nulla contro i femminicidi, chi lo sostiene deve vergognarsi. I deputati hanno un bel da indignarsi: anche la loro reazione sullo sfondo fa parte di una strategia comunicativa efficace e tutt’altro che improvvisata. Dopodiché, se insistono, Valditara può anche riprendere la parola e fare qualche passo indietro: non ha nessuna importanza, la clip nel frattempo è già stata confezionata e pubblicata. Valditara non è certo il primo, né sarà l’ultimo, a utilizzare il parlamento come un teatro di posa dove mettere in scena uno spot elettorale; vale però la pena di notare come lo spot indichi un importante rimessa in discussione. 

Fino a qualche giorno fa pensavamo che gli elettori della Lega, e in generale della maggioranza, condividessero un’ossessione per il “gender” sbandierata dai propri rappresentanti. È l’ossessione che ritroviamo nelle parole del relatore del Ddl alla camera, il leghista Rossano Sasso: “Non potranno più entrare a scuola attivisti ideologizzati trans e Lgbt, drag queen, porno attori privi di competenze pedagogiche, per  parlare a bambini e ragazzi di fluidità di genere, di utero in affitto e di confusione sessuale”. Ecco, questa mitologia, se non è stata del tutto accantonata, non sembra più così centrale. Valditara non ne parla: viceversa in aula ieri sembrava sinceramente preoccupato del fatto che le sue riforme possano essere collegate all’emergenza dei femminicidi. È come se qualcuno, nella stanza dei bottoni, si fosse accorto che gli elettori tutto sommato non si bevono le storie dell’educazione affettiva affidata a pornodivi o drag queen, e sono viceversa molto più preoccupati per le difficoltà dei propri figli nella sfera affettiva, o anche solo delle malattie infettive. Un bagno di realtà che però arriva quando il Ddl ormai è stato confezionato, e più di tanto non si può emendare: per quanto Valditara possa sbraitare nelle clip, dall’anno prossimo fare educazione sessuale nelle scuole sarà oggettivamente più difficile, a causa di un Ddl voluto dalla Lega. E torniamo dunque alla spiegazione più semplice: se Valditara in parlamento sembrava nervoso, forse lo era davvero.

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È dura essere santi in novembre

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Santa Maria a Pugliano,
Ercolano
14 novembre: Santa Veneranda vergine

Ci sono giorni del calendario così traboccanti di interessanti vite di santi che è così difficile sceglierne uno... non è il caso di oggi, 14 novembre, giornata davvero fiacca dal punto di vista agiografico. Oggi per  esempio è la festa di Veneranda vergine, altra santa di cui sappiamo pochissimo, anzi forse nulla visto che "veneranda" significa "da venerare", insomma potrebbe essere il nome appioppato a qualche santa di cui si conservava un'icona o una reliquia, ma non il nome di battesimo. Ciò ha probabilmente fatto sì che Veneranda sia una delle sante più venerate tra quelle che non hanno più nemmeno una voce nei martirologi. Esistono reliquie a suo nome un po' dappertutto, da Mortara (PV) ad Acireale (CA), mentre persino la Bibliotheca Sanctorum non la degna di un paragrafo. Fino al 2004 il Martirologio Romano ricordava almeno una Veneranda martire nelle Gallie sotto Antonino Pio; il che forniva poi ai ministri del culto una data in cui celebrare le reliquie, il 14 novembre per l'appunto. Nel caso della Cappella del Santo Spirito nella Basilica di Santa Maria a Pugliano (Ercolano), la tela seicentesca che ritrae la santa contiene il nome greco di Santa Parasceve, che in greco significa "preparazione". Di Sante Parasceva o Parasceve ce n'è più d'una, di solito ricordate nei sinassari greci: in Occidente il nome veniva di solito tradotto "Venera" o "Veneranda" perché, in effetti, Parasceve in greco significa anche venerdì (Παρασκευή). 


Monumento inaugurato nel 2022 sul monte Sion
14 novembre: San Nicola Tavelić (1340-1391), martire francescano a Gerusalemme

Non sempre, ma quando t'imbatti in un martire bassomedievale che è un vero e proprio kamikaze – uno in missione suicida, e consapevole di esserlo – molto spesso si tratta di un francescano. In fondo l'esempio l'aveva dato lo stesso fondatore, partendo per la Palestina con lo scopo di convertire il sultano. Il sultano non si era lasciato convertire, ma questa non era una buona ragione per riprovarci. E ancora prima che Francesco partisse, già cinque suoi seguaci della prima ora avevano trovato il martirio predicando il vangelo nel bel mezzo di Marrakech, nel 1220. Centosessant'anni dopo, Nicola Tavelić arriva nel convento di Monte Sion, in Palestina, dove i francescani resistono ormai come in un'isola cristiana al centro dell'oceano islamico. Le crociate sono finite da un pezzo, e male: ai francescani non resta che rassegnarsi a un ruolo di testimonianza; senonché Nicola, nato a Srebrenica e abituato in gioventù a dar la caccia agli eretici Bogomilli, probabilmente morde il freno. Freno che si spezza definitivamente l'11 novembre 1391, quando Nicola con tre suoi confratelli (Stefano da Cuneo, Deodato Aribert da Ruticinio e Pietro da Narbona) ottiene dal Cadì di Gerusalemme il permesso di esporre i fondamenti del cristianesimo in un'adunanza pubblica. I quattro non sono evidentemente abbastanza convincenti, perché la reazione del pubblico culmina in un arresto. Tre giorni dopo vengono portati nella stessa piazza, ma in catene: nel frattempo sono stati torturati, ma non ritrattano, e quindi vengono bruciati come eretici, e le ceneri sperse al vento. 


Lo so che sembra finto,
Tommaso di Modena dà spesso
questa sensazione. Non hanno
ancora inventato la prospettiva,
ma lui la usa lo stesso. È un
affresco nel convento di San 
Nicolò a Treviso.
15 novembre: Sant'Alberto Magno, enciclopedia ambulante (1200 ca. – 1280)

Ho scoperto che Alberto Magno, quando aveva già molti anni sulle spalle (nessuno sa esattamente quanti), dopo essersi ritirato da tutte le cariche, compresa quella di teologo ufficiale del Papa, per terminare quei venti o trenta trattati che stava scrivendo in quel momento; dopo essere stato comunque inviato dal papa e rimettere in sesto la cattedra vescovile di Ratisbona; dopo esserci in sostanza riuscito, avendo ottenuto in cambio dal nuovo papa Urbano IV il permesso di dimettersi da vescovo, fare testamento e dedicarsi agli studi... niente da fare, dopo tre miseri anni di pensione fu inviato dallo stesso Urbano IV in Germania come predicatore con la missione di promuovere una crociata; ormai era l'ottava. A quel punto era considerato l'intellettuale e lo scienziato più importante della cristianità, ma predicare le crociate forse era l'unica cosa che non gli veniva bene; della missione sappiamo soltanto che "sortì uno scarso successo". Questo mi rende ancora più simpatico il grande Sant'Alberto, che era capace di disaverroizzare Aristotele e conciliarlo con Platone, ma non di convincere i tedeschi ad andare a far la guerra in Terrasanta per difendere i Luoghi Santi minacciati nella loro stessa esistenza. Urbano IV probabilmente aveva preso Alberto per un grande esperto di parole, alla Bernardo di Chiaravalle; uno in grado di plasmare discorsi in grado di giustificare qualsiasi cosa, compreso qualche massacro. E forse Alberto, con un po' d'impegno, lo sarebbe diventato. Ma non gli interessava: gli interessavano la Storia naturale, la matematica, la geografia, in effetti al grande Alberto interessava qualsiasi cosa, tranne la propaganda. 

Oggi che siamo abituati a contrapporre intellettuali a uomini d'azione, ci fa un po' effetto osservare certi studiosi del basso medioevo e renderci conto che non dovevano stare fermi un attimo: attraversando l'Europa a dorso di mulo, da una corte a un'università a un convento, Alberto Magno trovò il tempo di scrivere una cinquantina di libri, rifondando le scienze naturali e proponendo il suo Aristotele dis-averroizzato su cui un discepolo di eccezione, Tommaso d'Aquino, avrebbe rifondato l'edificio filosofico della Chiesa. E benché dei due sia di gran lunga il più noto, Tommaso al confronto col maestro dà la sensazione di essere lo studente sgobbone, più metodico e concentrato sugli obiettivi ma meno ricettivo agli stimoli della natura sensibile che guidavano Alberto in mille direzioni diverse, dalla botanica all'astronomia, verso una concezione della scienza basata più sulle esperienze che sull'autorità dei testi: persino il grande Aristotele poteva essere irriso per certe affermazioni che Alberto trovava campate in aria, ad esempio quella storia della musica delle sfere.

Tra un incarico e l'altro, Alberto riuscì ad arrivare a una tarda età, il che gli permise di piangere la fine del suo studente più brillante. Si è estinta la luce della chiesa, disse quando lo informarono della morte di Tommaso. Una delle sue ultime missioni, all'università di Parigi, fu proprio in difesa delle opere di Tommaso che rischiavano di essere bollate come eretiche. E come Tommaso, a un certo punto Alberto sperimentò la sensazione di un cedimento cognitivo: ma se il discepolo aveva del tutto smesso di leggere dopo una crisi improvvisa (un ictus?), per Alberto si trattò di qualcosa di più sottile e progressivo: la memoria gli stava cedendo. Morì nel 1280, e nessuno sa esattamente quanti anni avesse, di tutto curioso ed esperto, fuorché della retorica che manda gli uomini a farsi ammazzare. Grazie Alberto, e prega per noi.


Questo invece è uno dei ritratti
più brutti che ho visto in vita mia.
16 novembre: Santa Margherita di Scozia, regina (XI secolo).

In un primissimo momento i "santi" erano i cristiani primitivi, in particolare quelli che potevano testimoniare direttamente la vita e la passione di Cristo: perlomeno questo è il significato che il termine sembra avere in molte lettere di Paolo. In seguito, per qualche secolo, santità divenne sinonimo di martirio. Finite le persecuzioni, la santità divenne l'obiettivo dei monaci, isolati nel deserto o riuniti in comunità: e un riconoscimento ai grandi prelati e agli intellettuali che stavano costruendo l'egemonia culturale della chiesa. E però ormai eravamo in pieno medioevo, e bisognava fare i conti coi nobili: pure loro volevano i loro santi, anzi li pretendevano, né ci si poteva aspettare che si facessero monaci o addirittura studiosi. In ogni caso ogni famiglia reale almeno un santo lo doveva vantare, era un must. 

Di Sante Margherite ce n'è tante e, forse a causa della preziosità del nome (che deriva dal greco μαργαρίτης, "perla") sono quasi tutte di estrazione aristocratica: è il caso di Margherita di Baviera, di Margherita d'Ungheria e Margherita di Savoia, che non è la moglie del re Umberto I a cui fu intitolata la pizza con la mozzarella, ma una sua antenata del Quattrocento. La Margherita scozzese visse invece nell'XI secolo, ed era nata da una famiglia di nobili Angli (gli Aetheling), imparentati con Edoardo il Confessore, ma in esilio in Ungheria. Verso il 1050 il padre decide di tornare in Inghilterra, dove la famiglia potrebbe vantare qualche diritto sulla corona: ha ovviamente fatto i conti senza i Normanni di Guglielmo il Conquistatore, che nel 1066 prendono il possesso del regno e lo spingono a emigrare di nuovo, stavolta a nord, in Scozia. Nel frattempo Margherita ha compiuto vent'anni, il re Malcolm III se ne invaghisce, non si sa bene se prima o dopo essersi vendicato dell'usurpatore del padre, il ben più famoso Macbeth. Malcolm detto "collo lungo" non solo sposa Margherita, ma la elegge a sua guida spirituale visto che lassù oltre il vallo di Adriano l'ortodossia lascia molto a desiderare. Margherita impone il digiuno quaresimale, il riposo domenicale, la confessione. Con lei arrivano in Iscozia i monaci cluniacensi, che ovviamente peroreranno la sua causa quando la regina morirà, poco dopo avere appreso la notizia della morte del marito e del figlio in battaglia, nel 1093. Una vera e propria canonizzazione però avverrà solo 150 anni più tardi, con una bolla papale. Il suo nuovo sepolcro, nell'abbazia di Dunfermline, diventa il pantheon dei re scozzesi, ma nel 1560 viene saccheggiata dai protestanti. Maria Stuarda credeva di avere messo in salvo almeno la testa di Margherita, custodita in un reliquiario, ma di lì a poco perde la sua, quando Elisabetta d'Inghilterra la fa condannare a morte per alto tradimento. Sono tempi duri per i cattolici nell'isola; il reliquiario viene clandestinamente trasportato nel Collegio scozzese di Douai nella Fiandre, dove rimane al sicuro fino al successivo rigurgito anticattolico, la Rivoluzione francese che arriva a Douai nel 1793. 

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Due martiri dall'est

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L'11 novembre in Polonia si celebra l'indipendenza, ottenuta alla fine della Prima Guerra Mondiale. Per una curiosa coincidenza, il giorno seguente si celebrano due martiri intimamente legati alla storia della chiesa polacca – anche se uno era ucraino e l'altro veniva da Benevento. 


12 novembre: San Benedetto da Benevento (970-1003), protomartire polacco. 

Per affermare che il primo martire polacco sia giunto da Benevento, bisogna comunque forzare la definizione del termine: per quanto possiamo presumerlo pronto a morire per difendere la sua fede, Benevento più probabilmente fu ucciso per un equivoco, da una banda di ladri che sperava di trovare addosso a lui e ai suoi compagni dieci libbre d'argento. Perché tra le varie cose a cui si sono prestate, nei secoli, le agiografie, c'è anche la condivisione dei fatti di cronaca: il martirio di Benedetto purtroppo non è una leggenda, ma un episodio riportato da più fonti, con variazioni interessanti, ma tutte circoscritte nell'ambito del verosimile. 

Benedetto, in Polonia, c'era finito in un periodo storico in cui l'Europa dell'est era ancora un mondo selvaggio e inesplorato. Il fatto che avesse accettato la missione depone a favore del suo coraggio. Era nato a Benevento, 34 anni prima; era stato ordinato sacerdote ad appena 18, probabilmente per l'interessamento di una famiglia che aveva i mezzi per fargli fare carriera ecclesiastica. Ai tempi era normale che una famiglia brigasse per ottenere al proprio rampollo un buon posto nella gerarchia della Chiesa: ma per quanto abituale, si trattava comunque di una prassi pubblicamente esecrata, alla quale era stata trovata un'etichetta d'infamia: simonia, dal nome del mago che aveva cercato di corrompere Pietro per diventare apostolo. Qualche agiografo sostiene appunto che Benedetto si rifugiò in un eremo sul monte Soratte per evitare non tanto le accuse di simonia, ma l'intima consapevolezza di aver partecipato coi genitori a un progetto simoniaco. 

Dopo tre anni di solitudine, Benedetto si lasciò attirare a quello che da secoli era il centro di gravità del monachesimo italiano: l'abbazia di Montecassino. Lì sentì parlare, forse per la prima volta, del leggendario eremita in cui avrebbe riconosciuto il suo maestro: Romualdo di Camaldoli. Quando quest'ultimo passò da Montecassino, nel 999, Benedetto ripartì con lui, riconoscendo in lui quell'approccio intransigente che cercava. Si stabilirono a Ravenna, dove l'imperatore Ottone III, in segno di devozione per un personaggio che ormai era un santo in vita, aveva fatto costruire un cenobio per lui e i suoi discepoli. Benedetto a quel punto era già in lizza per diventarne l'abate, ma forse in cambio di tanta generosità, Ottone III aveva da chiedere un favore: Boleslao il Valoroso, principe di Polonia, intendeva evangelizzare le sue terre ancora pagane, e chiedeva dunque l'intervento del sant'uomo più famoso d'Europa in quel momento, ovvero appunto Romualdo. Il quale però di andare in Polonia non aveva così voglia. Andava per i cinquant'anni, buona parte dei quali passati in eremi sperditi e in monasteri scomodi – da quelli comodi di solito si faceva cacciare. Così al suo posto partirono Benedetto, col collega Giovanni della Casa. A un terzo confratello – Brunone di Querfurt – viene affidata la missione di raggiungere Roma, ottenere l'autorizzazione papale per predicare il Vangelo ai pagani: e sarà proprio Brunone il primo a documentare l'esito tragico della spedizione a cui non partecipò. Giovanni e Benedetto, infatti, dopo essere stati accolti con tutti gli onori dal principe Boleslao; dopo aver studiato per qualche mese la lingua slava, diventano impazienti. Fuori dal loro cenobio di Kaziemerz (dove in seguito si formerà il quartiere ebraico di Cracovia; ma gran parte degli ebrei nel 1000 non erano ancora arrivati) c'è un mondo pagano che aspetta soltanto di essere battezzato ed evangelizzato: ma finché non arriva Brunone da Roma col permesso non si può fare niente, bisogna aspettare quel maledetto pezzo di carta. A un certo punto i due decidono di mettersi in strada per cercarlo. Con loro si portano i due novizi che gli hanno impartito lezioni di polacco, Matteo e Isacco. Lungo la strada, invece di trovare Brunone, si imbattono nel principe Boleslao, che oltre a salutarli e riverirli, offre a Benedetto una cospicua somma in pezzi d'argento: dieci libbre. Forse erano le spese di viaggio. Forse Boleslao aveva immaginato che, cercando a ritroso le tracce del loro confratello, sarebbero giunti fino a Roma, e le dieci libbre servivano a convincere il papa ad elevare Boleslao alla dignità regale. Pier delle Vigne, che riporta l'episodio, sostiene che Benedetto l'argento lo rifiutò, il che è coerente con le sue posizioni: a diciott'anni aveva rifiutato la carriera che i genitori gli avrebbero comprato, a trenta aveva rifiutato di restare nell'orbita gloriosa di Romualdo per partire in una missione pericolosa, perché avrebbe dovuto accettare una somma dal principe? Ma nel frattempo qualcuno (forse un servo di Boleslao) lo aveva visto vicino a dei sacchetti d'argento, e questo gli sarebbe stato fatale. Una volta tornati a Kazimierz, Benedetto, Giovanni, Isacco e Matteo vengono trucidati da una banda di rapinatori che irrompono nottetempo nel cenobio; con loro muore anche il cuoco Cristiano. Non è chiaro sei i ladri e omicidi siano mai stati identificati; anche del bottino non si sa più niente, e quindi non è detto che ci fosse. 


12 novembre: San Giosafat Kuncewycz, martire ucraino (1580-1623)

Nato a Wolodymyr (oggi Ucraina) e cresciuto a Vilnius (oggi Lituania), Giosafat aderisce alla Chiesa Unita, che come capita spesso lo era solo di nome, e corrispondeva alla volontà della monarchia polacco-lituana (al tempo una delle più grandi d'Europa) di controllare anche le diocesi di lingua slava. Queste ultime, riconoscendosi nel credo ortodosso, subivano l'influenza del clero russo. Il re invece era cattolico e li avrebbe voluti tutti fedeli ai papa: quest'ultimo, (Clemente VIII), pur di acquisire queste diocesi si era mostrato piuttosto ragionevole e disponibile a chiudere un occhio sul fatto che i sacerdoti orientali non fossero celibi e continuassero a officiare in greco (o addirittura nelle lingue slave). 

Gli uniati sono stati uno dei più importanti tentativi di risolvere lo scisma d'Oriente, il più antico e il più apparentemente facile da dipanare, perché è da secoli che la polemica sul filioque non appassiona più i teologi. Evidentemente sotto la teologia esistono rapporti di forza che non si lasciano incrinare: un dissidio tra occidente e oriente che non è solo linguistico, e che resiste a ogni buona volontà di mettersi d'accordo; la pretesa universalistica di Roma che si infrange contro i nazionalismi slavi. Giosafat, che non aveva 20 anni quando il sinodo di Brest sancì la nascita di questa nuova chiesa cattolica ma di rito greco, si ritrovò a gestirla in una delle regioni più complicate d'Europa, la Rutenia Transcarpatica, detta anche Ucraina carpatica. Oggi è la regione più occidentale dell'Ucraina, l'unica a ovest dei Carpazi (il che la rendeva una zona di grande importanza strategica per l'URSS: i carri armati potevano invadere l'Europa senza transitare da valichi di montagna). Si tratta quasi di un exclave ucrainofona tra Romania, Polonia, Ungheria e Slovacchia. In questa terra difficile, Giosafat non doveva soltanto gestire una Chiesa di Stato, ma anche di segnalare alle autorità i sacerdoti di rito ortodosso. Fu proprio l'arresto di uno di questi a causare una sommossa popolare che culminò col linciaggio di Giosafat. Il suo corpo fu gettato nella Dvina. Forse era il 12 novembre del 1628, o forse no perché un'altra concessione che gli uniati avevano strappato al Papa era il permesso di continuare a ignorare il calendario gregoriano.

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Il volto di Prosdocimo

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7 novembre: San Prosdocimo, fondatore della Chiesa padovana


In fondo al corridoio detto dei martiri, nella basilica di Santa Giustina a Padova, c'è un ritratto di San Prosdocimo che non sappiamo bene come classificare. La leggenda dice che mori in tarda età, ma il volto che ci guarda è quello di un giovane. E ci guarda come non ci aspettiamo ci guardi un bassorilievo tardoantico: con attenzione, forse anche con un certo sdegno, ma è possibile che io lo stia proiettando. Appartengo a una civiltà completamente diversa, ed essendo abituato sin da piccolo lettore di fumetti a riconoscere emozioni ed espressioni dalle millimetriche variazioni delle chine di Charles M. Schultz, di fronte al volto fisso, regolare ma asimmetrico del giovane Prosdocimo mi sento interpellato: oh, ma che ti guardi? Cosa pensi che io abbia combinato? In effetti, di cose ne ho combinate. Ma è possibile che Prosdocimo guardi davvero me?

Si tratta probabilmente della parte centrale di una più lunga lastra di un sarcofago andato perso; dovrebbe risalire al V o VI secolo, ed è decorato con le palme che indicano il martirio e sono tipiche di quel periodo: quello in cui il patrizio Opilione avrebbe fatto costruire il sacello di San Prosdocimo e la prima basilica dedicata a Santa Giustina. Anche l'iscrizione ("Prosdocimo episcopo e confessore") sembra coerente con la datazione, e però qualcosa in quel volto non torna. Non esistono altri volti tanto espressivi, nei bassorilievi di quel periodo. Si capisce che chi lo ha scolpito conosceva gli stilemi tipici dell'arte del periodo, la stilizzazione ieratica dei mosaici bizantini; li conosceva, ma forse non li accettava del tutto. Oppure è un semplice caso: anche a chi scolpisce più o meno gli stessi volti tutti i giorni può capitare un giorno di dare un colpo di scalpello di troppo, e di ottenere in modo imprevisto qualcosa di diverso da ogni altro. Poi i secoli passano, la maggior parte dei bassorilievi ordinari viene raschiata perché il marmo è prezioso e assai richiesto nei cantieri, ma quel volto così espressivo finisce nelle mani di qualcuno che non se la sente di buttarlo via. Magari per salvarlo qualcuno decide di iscriverci sopra "Prosdocimo episcopo e confessore", e pazienza se il Prosdocimo tradizionale era un vecchio con la barba. O magari nel VI secolo a Padova tutti i bassorilievi clipeati erano così, salvo che sono andati tutti persi, tranne il ritratto di Prosdocimo, unico superstite di una imprevista corrente realistica tardoantica che ha fatto perdere ogni altra traccia. Non lo sappiamo. E in generale, sappiamo veramente poco di Prosdocimo. 

Padova è una città dalla storia antichissima (i primi insediamenti potrebbero risalire a un millennio avanti Cristo) segnata da un trauma che non sarà mai del tutto chiarito: a un certo punto ha smesso di esistere, per qualche anno o per più di una generazione, negli anni tragici tra la calata degli Unni (450) e quella dei longobardi, che intorno al 600 la rasero al suolo – ma non è detto che ci fosse ancora molto da radere. Nel mezzo, alluvioni, assedi, epidemie, e migrazioni verso la vicina laguna. Altre città non si ripresero più, come Aquileia. Altre, come Venezia, nacquero poco dopo, raccogliendo i profughi. Padova in un qualche modo ce l'ha fatta, ma forse ha dovuto rifondarsi da capo. Questo spiega in parte come mai la storia del fondatore della sua Chiesa sia tanto confusa: scritta probabilmente da un monaco dell'abbazia di Santa Giustina, tra il Mille e il Millecento; e già debunkata come fake dai domenicani nel Trecento. Prosdocimo non è nemmeno il protagonista, bensì un personaggio secondario; uno dei primissimi missionari cristiani in Italia (addirittura discepolo di Pietro, o di Marco Evangelista), proveniente da Antiochia (Prosdocimo in greco significa "atteso"), evangelizzatore di Rieti e poi del Veneto centrale (oltre a Padova Asolo, Este, Feltre, Treviso, Vicenza). Purtroppo chi ha scritto la leggenda aveva un'idea molto vaga della situazione politica nel I secolo, per cui il suo Prosdocimo si ritrova in veneto ospite di un vero e proprio "re", Vitaliano, e di sua moglie Prepedigna: li converte, e in seguito ne battezzerà la figlia Giustina. Di quest'ultima avrebbe poi documentato il martirio ad opera dei Romani, che nel frattempo si erano evidentemente accorti di controllare anche il Veneto. Forse l'autore sentiva la necessità di giustificare il fatto che in molte raffigurazioni, Giustina cinga una corona (o la porti in mano, come nel mosaico di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna): è un tipico attributo del martirio, salvo che l'agiografo non lo sapeva, oppure non ne era sicuro, e quindi aveva preferito definire Giustina come figlia di un re e di una regina. C'è da dire che il culto di Giustina (e di Prosdocimo) risulta molto più antico di questa leggenda. È raffigurata, appunto, nei mosaici di Sant'Apollinare; è menzionata più volte da Venanzio Fortunato, nel VI secolo; e anche l'autore della leggenda farlocca non sembra sentire l'esigenza di infiorettarla di particolari ridondanti, come talvolta capita a chi si deve inventare una storia di martiri da zero. Giustina invece fa parte dello stesso insieme a cui appartiene Giusto di Trieste: martiri verosimiglianti, che vengono uccisi rapidamente senza immaginose torture o miracoli clamorosi. Il nome (proprio come quello di Giusto) induce a pensare che già nel VI secolo fosse una martire così antica che se n'era perso il nome: Giusto e Giustina sono i classici nomi che adopererei per nominare santi sconosciuti di cui comunque si conservano reliquie.  

Prosdocimo invece non viene martirizzato, ma rimane vescovo fino alla tarda età, il che potrebbe significare che è davvero uno dei primissimi cristiani ad arrivare in Veneto – così presto che ancora non esistono le persecuzioni sistematiche – oppure il contrario: che il martirio di Giustina è davvero uno degli ultimi, inflitto durante l'impero di Massimiano, pochi anni prima che Costantino legalizzi il cristianesimo.

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L'urna venuta dal mare

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L'idea è ancora quella di trovare un santo interessante al giorno, ma il calendario non sempre si presta. Ci sono periodi in cui è più dura, ed è interessante cercare di capire il perché. Spesso ha a che vedere con una festa importante, che è come se per qualche giorno assorbisse tutta la santità circostante: la novena di Natale, o di Pentecoste (che ogni anno cade in una domenica diversa, ma sempre a cavallo tra maggio e giugno). La quaresima meriterebbe un discorso a parte, proprio perché per lungo tempo è stato un periodo in cui non si celebravano le feste dei santi – ma anche per questo motivo, è un periodo dell'anno che ha trattenuto soltanto santi stravaganti, irregolari, e quindi un po' più interessanti di altri. All'inizio di novembre succede forse l'opposto: la festa di Tutti i Santi attira a sé, per qualche giorno, una pletora di santi quasi anonimi, ormai dimenticati: quel tipo di santi di cui nei martirologi più completi resiste appena una riga. Sono i santi che si festeggiano il primo novembre perché, semplicemente, non ci ricordiamo più quando siano morti, ovvero quando siano nati in cielo (dei santi si festeggia la data più luttuosa, che per loro è il compleanno). Oppure si festeggiano il cinque novembre, che in molte diocesi era la festa delle reliquie; vale a dire il momento in cui venivano tirati fuori dagli scaffali della sacrestia certi reperti polverosi, ossa o brandelli di saio di persone di cui non resisteva nient'altro, a volte nemmeno un nome. Questa dimenticanza a volte sembrava intollerabile, per cui capitava che un canonico si inventasse, oltre al nome, almeno una rapida storia per spiegare come mai quelle reliquie erano arrivate lì; ma senza esagerare. Per esempio:


5 novembre: San Celestino a Pontremoli.

Questo San Celestino non si chiamava senz'altro così: il nome gli fu assegnato da papa Clemente XI quando il corpo fu ritrovato nelle catacombe romane, accanto a un vaso che probabilmente ne aveva conservato il sangue e che consentiva di identificarlo come un martire dei primi secoli. Essendo un martire era in cielo, e quindi in mancanza di altri nomi lo si poteva chiamare Celestino. Qualche anno più tardi (1731) arrivò in Lunigiana sotto forma di dono della curia romana per la nuova chiesa che si stava erigendo (Santa Maria del Popolo) che nel 1797 sarebbe diventata la sede della nuova diocesi di Pontremoli. Quest'ultima in seguito è stata fusa con la diocesi di Massa e Carrara, che il 5 novembre festeggia tutti i suoi santi, compreso Celestino, forse il più misterioso di tutti.


5 novembre: Santa Comasia vergine e martire, patrona della pioggia

Di lei non sappiamo nemmeno il nome: “Comasia” deriverebbe da “come che sia” o da un termine greco per “traslazione solenne”. L’unica cosa chiara è che ogni volta che provavano a tirarne fuori i sacri resti – li avevano trovati sulla Nomentana, ma per qualche motivo avevano deciso di portarli a Martina Franca (TA) – scendeva una gran pioggia; tant’è che da quelle parti quando piove si dice a' ssòt u curpe de Santa Cumasie, “è uscito il corpo di Santa Comasia”. Dal tardo Seicento le reliquie vengono effettivamente estratte in situazioni di siccità: l’ultima volta nell’anno 2000. 


5 novembre: Santa Trofimena di Patti, vergine e martire


Nella storia di Santa Trofimena ci sono tanti dettagli che non tornano, ma non si può negare che lo spunto iniziale sia suggestivo: un'urna che affiora dal mare, davanti a Minori, nella costiera Amalfitana. È il 5 novembre del 640: una lavandaia che è andata a lavare alla foce fiume Reginna si mette all'improvviso a strillare: non riesce più a muovere le braccia, è paralizzata. I compaesani accorrono ma non riescono a capire, finché i sacerdoti non si rendono conto che la pietra di marmo su cui batteva i panni è una lastra di marmo, e non una lastra qualsiasi; è parte di un intero sarcofago, e reca persino una profetica iscrizione in latino (che trascrivo in una versione italiana)

“Tu che brami saper chi l'urna honori,
Giace Trofima qui, ha in fronte e al pari
di Martire e di Vergine gl'allori:
Mentr'ella i fieri editti, e gli'empij altari
sfugge, e'l sicanio lido, e i genitori,
Si suena in mezzo al mar da crudi acciari;
a Reginna le membra, a Dio die' l'alma
Gode hor con Christo in Cielo eterna calma. 

[Tu che cerchi di conoscere i motivi dell’arrivo di quest’urna sappi che qui riposano le membra pie e intatte del corpo di Trofimena Martire e Vergine, Ella, fin quando durarono i costumi di un tempo scellerato, evitò i falsi idoli del mondo sfuggendo, come devota fanciulla, ai genitori siciliani. Riposò in mezzo al mare, offrì le membra ai Minoresi e l’anima a Dio. Di qui è andata a godere tra i profumati spazi di Cristo].

L'iscrizione spiega provvidenzialmente tutto quello che serve sapere: Trofimena è stata martirizzata in Sicilia (a Patti, oggi provincia di Messina, dove però di lei nessuno aveva sentito parlare) ed era stata sepolta in mare in un... sarcofago. Ecco, tra le cose che non tornano c'è questa idea del sarcofago di marmo che avrebbe galleggiato per secoli tra la Sicilia e la costiera amalfitana, dove l'iscrizione prevedeva già che sarebbe arrivato. È pur vero che si tratta di una leggenda di santi, dove tutto per definizione è possibile, ma un altro dettaglio dissonante è che il sarcofago è più volte definito "urna". Le urne però in epoca antica non erano sarcofagi, ma vasi cinerari: molto più trasportabili, e perfino in grado di galleggiare. Non si può escludere che a Minori ne abbiano trovato uno, magari trascinato dalla corrente in seguito a un naufragio. Avete presente quelli che chiedono di disperdere le proprie ceneri su una bella spiaggia – magari già in epoca antica la Costiera era un luogo dei luoghi preferiti per questa specifica forma di turismo funerario. Dopodiché l'urna cade in mare, ma siccome dentro c'è un po' d'aria non rimane sul fondo, e qualche decennio o secolo dopo viene rinvenuta dai pescatori di Minori, o magari proprio da una lavandaia: come ogni ritrovamento ha qualcosa di meraviglioso, anche se in sé l'oggetto non sembra particolarmente prezioso. Succedesse oggi, si invierebbe a un museo; ma nell'Alto Medioevo la cosa più logica è portarla nel luogo in cui tutti possono entrare e vederla, ovvero la chiesa. Una volta portato l'oggetto in chiesa, è fatale che diventi un oggetto di culto, salvo un piccolo problema che pescatori e lavandaie non si erano subito posti, ma i sacerdoti sì: ovvero, se si tratta di un'urna cineraria, non può essere un oggetto di venerazione, perché i cristiani non adorano le ceneri; anzi, poiché credono nella resurrezione dei corpi, hanno smesso di bruciare i cadaveri e ci tengono viceversa a conservarli il più possibile. Dunque sì, le reliquie di una santa potrebbero essere affiorate dal mare: ma non in un'urna, o meglio l'"urna" nel racconto deve diventare un sarcofago di marmo: e tanto peggio per la verosimiglianza. Del resto l'unica fonte è una Historia Inventionis ac Traslationi et Miracula Sanctae Trofimenis composta da un autore anonimo all'inizio del secolo X. Per qualche secolo il manoscritto rimane al sicuro nell'archivio vescovile di Minori (sì, Minori per secoli fu una diocesi con un suo vescovo). Nel 1658 fu inviato all'abate Ferdinando Ughelli, che a Roma stava compilando l'Italia sacra, quel monumento di erudizione grazie al quale conosciamo migliaia di storie come quella di Santa Trofimena; motivo per cui Ughelli è stimato e riverito da ogni storico e storiografo, e tuttavia bisogna ammettere che dopo il 1658 del manoscritto si è persa ogni traccia, insomma l'abate ha avuto il grosso merito di trascriverlo, ma si è perso l'originale. Chi non fa non falla, e Ughelli ha fatto tantissimo. 

Tutto comunque lascia intendere che già sul manoscritto per "urna" si intendesse una tomba entro la quale il corpo della vergine e martire doveva essersi conservato perfettamente. Anzi l'agiografo sembra tenere particolarmente a questa cosa, e prosegue spiegando che l'unico modo per trasportare un sarcofago piccolo, ma pesante, fu farlo trascinare da due giovenche bianche che non erano mai state soggiogate, ovvero sottoposte al giogo: il che è senz'altro un modo di alludere alla purezza virginale della santa, ma anche di insistere sul fatto che non si trattava di una semplice urna cineraria, ma di una tomba intera, contenente una santa conservata il più perfettamente possibile: e dal carattere poco incline ai compromessi. Due secoli più tardi (838), in effetti, quando un altro vescovo decide di spostare la reliquia ad Amalfi per evitare che cada nelle grinfie dei longobardi di Benevento, Trofimena gli appare in sogno vestita in un mantello rosso, rimproverandolo per la profanazione e predicendo non solo la sua morte violenta, ma che il cadavere del vescovo sarà dato in pasto ai cani; dal che viene spontaneo concludere che l'Historia sia stata redatta da un longobardo, o comunque da un agiografo che li stimava parecchio, e che approvava la successiva traslazione della tomba a Benevento. L'anno successivo comunque il vescovo decise di rendere ai minoresi almeno metà delle reliquie; la santa nel frattempo era apparsa al sacerdote Costantino, custode della chiesa di Santa Trofimena a Minori, salvo che dopo il furto delle reliquie non gli sembrava che ci fosse più nulla da custodire e aveva smesso persino di dire messa. Non importa (gli avrebbe detto Trofimena alle prime luci dell'alba): anche se non sono più qui col mio corpo, sono qui col mio spirito, e nel mare "rosseggia il mio sangue, ch'io sparsi largamente dalle mie vene in mezzo al mare per amore del mio sposo Giesù". Ma il miracolo più interessante, almeno da un punto di vista storico, è la guarigione di una certa Teodonanda. Prima di ottenere la grazia dalla santa, proprio alla foce del fiume Reginna, Teodonanda in effetti era stata condotta dai genitori e dal promesso sposo a Salerno, dove i medici avevano consultato "immensa volumina", senza però trovare un rimedio alla malattia. È una delle più antiche testimonianze della presenza a Salerno di un corso di studi di medicina.

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Di giusti uno ce n'era

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La cattedrale
2 novembre – San Giusto di Trieste (III secolo)

I martiri si possono, tra l'altro, dividere in due categorie: nella prima inseriamo quelli che non muoiono al primo tentativo, grazie a un miracolo che dimostra l'onnipotenza di Dio, e che quindi devono essere torturati in due o più modi (mutilazioni, roghi, bestie feroci), prima che Dio, potendo tutto, li possa chiamare a sé. Questa tendenza ad aumentare le torture, oltre ad assecondare un certo gusto per l'orrido che nel Medioevo trovava sfogo quasi soltanto nelle leggende dei santi, serviva a conciliare leggende diverse, senza smentirne nessuna: se il tal santo risultava decapitato in una città o lapidato in un'altra, l'agiografo piuttosto di scegliere montava entrambi i supplizi nello stesso racconto, e tanto peggio per la verosimiglianza. 

Nella seconda categoria troviamo quelli che muoiono subito – senza neanche un miracolo che intervenga a salvarli – e che quindi più probabilmente sono martiri autentici, non incrostazioni leggendarie. È il caso per esempio di Giusto di Trieste: il magistrato lo convocò, spiegò che alcuni concittadini (forse invidiosi della popolarità che aveva acquisito presso il popolo con le sue elemosine) lo accusavano di sacrilegium, lo invitò a confutare queste accuse offrendo pubblicamente un sacrificio a Diocleziano, imperatore-Dio. Siccome Giusto rifiutava, gli propose di passare una notte in cella per schiarirsi le idee, e poiché il giorno seguente Giusto persisteva nel rifiuto, lo fece fustigare a sangue, ma niente da fare: Giusto non intendeva sacrificare. La pena prevista era la morte e il giudice la inflisse mediante annegamento. Giusto fu buttato nel golfo di Trieste legato ad alcuni pesi, e qui morì, al primo tentativo. 

La leggenda prevede almeno una tortura, un solo supplizio mortale e nessun salvataggio miracoloso: è uno dei resoconti più verosimili della persecuzione dioclezianea (che ci fu davvero, e fu una delle più sanguinose, anche se le agiografie ne hanno esagerato le dimensioni e l'orrore). 

I miracoli arrivano dopo: ad esempio è grazie a un sogno rivelatore che le spoglie di Giusto vengono ritrovate da un presbitero, presso il promontorio che da lui prende il nome: qui sarebbero rimaste sepolte per qualche secolo, prima che la paura delle incursioni dei pirati dal mare non suggerisse ai fedeli di spostarle nel medioevo in uno dei punti più alti della città, nella chiesa di San Giusto. A quest'ultima nel XIV secolo capita qualcosa di davvero bizzarro: i triestini, che vogliono un duomo monumentale degno della città, invece di costruirlo ex novo scelgono di ingrandire quella di San Giusto, unendola con quella dell'Assunta che sorgeva a fianco. La natura composita dell'edificio è ancora evidente nella facciata. In città si dice ancora: de giusto ghe ne iera un solo e i lo ga negà ("di giusto ce n'era uno solo, e lo hanno annegato").


2 novembre – San Vittorino di Petovio (seconda metà del III secolo), millenarista

L'ho presa da un sito di propaganda sionista

Se di San Vittorino c'è rimasto poco più del nome lo dobbiamo soprattutto a San Girolamo, che ne citava volentieri le opere di cui non ci sono rimaste, appunto, che le sue citazioni, in un latino che Girolamo definiva "mediocre" – e se si parla di latino, non c'è motivo per non fidarci di Girolamo. Non siamo nemmeno sicuri di dove sia Petavium; per qualche secolo si è ipotizzato che fosse addirittura Poitiers (Francia), ma probabilmente è l'odierna Ptuj, oggi in Slovenia, al tempo Alta Pannonia; quella zona grigia tra Occidente e Oriente che permetteva a Girolamo di ipotizzare un'origine greca che avrebbe scusato la mediocrità dello stile. Un'altra cosa che Girolamo non perdonava a Vittorino era il millenarismo, anche se più che un'accusa di eresia si trattava ancora di una disparità di vedute. I millenaristi credevano che Gesù non sarebbe tornato una volta per tutte, ma per instaurare un regno di mille anni, al termine del quale "Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra", prima della battaglia finale in cui verrà definitivamente sconfitto; una visione abbastanza ridondante, che prevede che tra la Gerusalemme terrena e quella celeste questo millennio intermedio, che ai padri della Chiesa doveva ispirare la diffidenza tipica degli studiosi, degli amanti della logica, nei confronti delle complicazioni inutili; che bisogno c'è di combattere due battaglie contro Satana se sappiamo già che le perderà entrambe? E tuttavia leggendo Apocalisse 20 bisogna ammettere che il millenarismo è già tutto lì; i millenaristi successivi non faranno che prendere alla lettera un passaggio estremamente esplicito. Magari Vittorino era uno di quegli esegeti che alla logica preferisce la lettera del testo. Tra i brandelli dei suoi scritti che resistono, c'è un paio di versi suggestivi che sono stati messi in musica anche di recente: "Il Messia, leone per vincere, si fece agnello per soffrire". Purtroppo la musica l'ha scritta un neocatecumenale, e io i neocatecumenali non  li sopporto, così non la linco; cercatela voi. Però una religione che propone ai leoni di farsi agnelli secondo me non è del tutto da buttare via.


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