La capra e i capri
06-10-2026, 21:26antisemitismo, Israele-PalestinaPermalink[Rileggendo questo pezzo, ho deciso di rimuovere nome e cognome della persona che lo ha ispirato. Le sue generalità restano facilmente rintracciabili on line, e i contenuti che sto citando sono tutti comparsi su profili pubblici. Comunque, nel caso li volesse ritirare, posso cancellarli anche da qui: basta chiedermelo. Gli ho dato tanto spazio perché in effetti mi interessavano le sue affermazioni, e il suo atteggiamento, in una situazione come questa: ma il mio intento non era metterlo alla berlina. Ognuno è responsabile delle cose che scrive, anche se non sempre è chiaro davanti a chi. Senz'altro non davanti a me; a me piace semplicemente riflettere su quello che trovo scritto in giro: per farlo non ho bisogno di mettere nomi e cognomi, puri purissimi accidenti].
Fingendo di chiedere scusa, l'Albanese non si dimostra "malvagia", o "subdola", o "ipocrita": di tutti i termini, il commentatore sceglie quello che nella liturgia preconciliare del Venerdì Santo veniva associato agli ebrei: "perfidi" nel senso di senza fede (o anche: traditori della fede). Ma veniamo al terzo documento – che spiega, in parte, le ragioni di tanto accanimento.
L'allegoria tra cinematografia e antisemitismo potrebbe sembrare bislacca a chi non sapesse che GV insegna tra l'altro Storia del cinema, e quindi insomma cosa sta facendo qui? Sta pubblicamente immaginando che Francesca Albanese sia una sua studentessa; si sta trastullando con l'idea di interrogarla, scoprirla insufficiente, bocciarla. E lo so che psicologizzare le persone in questo modo è indelicato – non più che dare della capra a una signora – ma accidenti, sono tutti contenuti pubblici, chiunque può passare e dare un'occhiata. Non solo, ma ci sta indirettamente ricordando che su una serie di materie ("storia dell'antisemitismo, ebrei, Israele, Shoah, Primo Levi, SS, nazismo e mondo arabo"), lui è così competente che potrebbe interrogarci tutti quanti – appioppandoci voti che possiamo facilmente immaginare. Ma è davvero così competente?Ci sono lacune di superficie, e faglie che rivelano una voragine spaventosa. Ognuno trasponga l’esempio nell’area in cui è più competente, io userò la mia:1 - Se uno studente mi dice che “Il gabinetto del dottor Caligari” è un film del 1923 sta commettendo un piccolo errore, che forse gli costerà un voto un po’ più basso all’esame;2 - Se uno studente mi dice che il film si chiama “Il capannetto del dottor Calimeri” ed è un musical in technicolor del 1892 di Federico Antonioni sta rivelando di non sapere niente di niente di niente. Non supera uno stupidissimo esame del triennio, figuriamoci se può insegnare storia del cinema all’università o diventare il capofila di una campagna contro una legge a tutela del cinema muto.Ecco, il discorso di Albanese sull’antisemitismo rientra pienamente nel secondo caso. Dicendo quelle incredibili fesserie ha dimostrato di non sapere nulla di: storia dell’antisemitismo, ebrei, Israele, Shoah, Primo Levi, SS, nazismo e mondo arabo, e una serie di altre materie connesse che non starò a elencare.
...quanto basta per scoprire che per i teorici fascisti del razzismo gli Ebrei rappresentano in Italia l'unico elemento semita di fronte alla popolazione ariana. Dal punto di vista somatico gli Ebrei dell'Italia per lo più si avvicinano al tipo "orientale" con forte influenza "asiatica anteriore"... E un po' sopra: "Si comprende... come giustamente il razzismo italiano respinga nella maniera più recisa l'affermazione che gli Italiani delle province meridionali e delle isole appartengano ad una comune razza mediterranea di origine africana, comprendente anche le popolazioni semitiche e camitiche". Nelle illustrazioni (sin dalla famosa copertina) si cerca ossessivamente di evidenziare somiglianze somatiche e craniche tra gli ebrei europei e raffigurazioni di antichi Sumeri, Babilonesi, Fenici. Quindi sì, l'antisemitismo designa sin dall'inizio l'odio per gli ebrei, ma al contempo ne fornisce una spiegazione razionale, come naturale diffidenza degli ariani per i rappresentanti di un ceppo razziale diverso; non solo, ma nel momento in cui si innerva nell'ideologia ufficiale del regime, esso implica la più generale diffidenza per tutti i popoli di origine semita, e l'esigenza di separarli dagli italiani di "pura razza ariana".
Francesca Albanese e i suoi piccoli inquisitori
03-10-2026, 02:16antisemitismo, giornalisti, Israele-PalestinaPermalink– Per quanto mi sia capitato di parlare molto più spesso di Gaza, dal 7/10/2023 in poi, vorrei lasciare per iscritto che non ho mai pensato che parlarne avrebbe potuto aiutare i gazawi. Li ritenevo condannati tre anni fa, avrei preferito sbagliarmi, non è successo. Se continuo a parlarne, quello che realmente voglio salvare è qualcosa di meno importante, ma forse ancora alla mia portata. La mia anima? Il mio buon nome? Qualcuno dovrebbe ricordarsi che comunque io non ero d'accordo, non partecipavo, non collaboravo, non guardavo da un'altra parte? Se devo essere sincero non credo davvero in queste cose: non cerco il perdono e non riconosco autorità a cui domandarlo. Forse semplicemente difendo un principio: le rappresaglie sui civili non sono giuste. Massacrare un popolo non è giusto. Non lo diventa nemmeno se gli assassini hanno amici importanti, una Storia tragica e complessa, dei crediti nei nostri confronti. Quel che sta succedendo è ingiusto, è disumano, ma non è passato inosservato; forse, continuando a dirlo, a farlo presente, potremo aiutare i nostri prossimi a costruire un mondo in cui queste cose saranno inammissibili – il mondo in cui speravamo di vivere noi, fino a qualche anno fa.
– C'è un altro motivo, assai meno nobile. Se continuiamo a parlarne è anche perché qualcuno insiste che non se ne dovrebbe parlare; che non sta succedendo; e se davvero succede, forse è giusto così: anzi necessario, meritorio. Ad attirare la nostra attenzione sulla tragedia palestinese non è nemmeno la sua oggettiva eccezionalità, quanto gli sforzi ciclopici, patetici, esercitati da israeliani e sionisti per farci distogliere lo sguardo. La questione israelo-palestinese è il più grande esempio di Effetto Streisland che un sociologo può sperare di osservare oggi: basta aprire qualsiasi finestra informativa sul mondo e aspettare qualche minuto, perché arrivi qualcuno determinato a spiegarti che i palestinesi meritano di morire, e comunque non stanno nemmeno morendo così tanto, e in ogni caso i palestinesi in quanto palestinesi non esistono, sono un'invenzione. Questo trentennale confrontarsi con la cattiva coscienza dei sionisti, non posso negarlo, ha qualcosa di rassicurante e di consolatorio. È rassicurante, perché in qualsiasi momento dell'anno o del secolo, tu troverai i sionisti dire sempre le stesse cose, indifferentemente dalla crisi in corso e dall'andamento dei combattimenti: noi eravamo lì tremila anni fa, Israele è minacciato nella sua stessa esistenza, è difeso dall'esercito più morale del mondo, i palestinesi sono come i nazisti, non amano i loro bambini quanto odiano i nostri, eccetera eccetera (anche all'inferno, udire gli stessi lamenti e le stesse bestemmie tutti i giorni deve produrre un senso di confortevole familiarità). È consolatorio, perché basta ascoltare un sionista per cinque minuti, basta leggerlo per tre righe, per registrare così tanta malafede che è impossibile poi non sentirsi una persona migliore, perlomeno non altrettanto pessima – a volte mi accorgo di andarmeli a cercare perché ne ho bisogno, sarà la dopamina o qualche altra molecola. Ho sempre avuto la sensazione che questo sia molto sbagliato, come esagerare col caffè o gli alcolici. Ho provato a regolarmi. A volte ci riesco. Ogni tanto ci ricasco, ma sia chiaro: non mi sento un combattente sul fronte delle idee, mentre lo faccio. È un vizio, so benissimo che confrontarmi con un Pigi Battista non fa di me una persona migliore. So bene che la situazione è troppo tragica per distrarmi o addirittura divertirmi con un Pigi Battista. E tuttavia Pigi Battista esiste, è lì che mi sculetta davanti con le sue frasi fatte e la sua cattiva coscienza, dovrei essere un santo per non farci caso. Non lo sono.
– I sionisti italiani, dal canto loro, non stanno passando un buon periodo. I risultati pure innegabili di Netanyahu non li entusiasmano, ormai hanno capito che ogni metro quadro di Striscia o di Libano spianato e conquistato si paga in termini di credibilità: Netanyahu a questo punto ne fa tranquillamente a meno, loro no. Tra un po' in Israele si vota, e i casi sono due: o rivince Netanyahu, e toccherà affondare con lui; oppure perde, una splendida occasione per liquidarlo dopo tutto il lavoro sporco che si è accollato: dopodiché però bisognerà vedere il bluff, e si scoprirà che l'unico modo di succedere a Netanyahu è proseguirne il lavoro (i genocidi hanno questo grande problema, che una volta cominciati non c'è tutto questo margine per sospenderli e chiedere scusa: l'unica è andare avanti, finché qualcun altro ci ferma, o noi stessi ci autodistruggiamo). Il disegno di legge sull'antisemitismo è impantanato alla Camera, a nulla sembra servire aver scomodato la Segre, aver minacciato per l'ennesima volta le dimissioni di Fiano da un partito che non lo candiderebbe più comunque; è come se alla gente quel ddl non interessasse, hanno altre preoccupazioni, il carovita, il riscaldamento globale. Però i soldi per andare al cinema a vedere Naza li trovano, maledetti (sì, un documentario sui crimini di guerra è primo ai botteghini). Insomma sono giorni aridi di soddisfazioni, per il sionista italiano. Quel che gli servirebbe è almeno una piccola vittoria parziale, un contentino, qualcosa che giustifichi ai posteri la sua indecente postura. Si è difeso per anni con il mantra "due popoli due Stati", e ora si accorge che in Israele non ci crede più nessuno. Ha negato per anni i "numeri di Hamas", finché gli stessi numeri non li ha confermati l'Esercito più Morale del Mondo. Ha ammesso che il massacro era orribile, purché non lo si chiamasse "genocidio", una parola che ha contribuito più di ogni altro a diffondere, perché nessuno come lui se l'è fatta trovare in bocca: non chiamatelo genocidio, non pensate che sia un genocidio, non pensate al genocidio... E ha irriso per anni Francesca Albanese, liquidandola come un'opinionista da talk; ma tre anni dopo Francesca Albanese è ancora lì, relatrice ONU sui Territori Occupati. Non ha più un conto in banca, in tv non c'è quasi mai, su internet continuano a raccontare aneddoti ormai leggendari in cui umilia con un sorriso il sindaco di Reggio nell'Emilia, eppure la sua reputazione resiste, si consolida, è ben strana questa cosa. È come se la gente apprezzasse il coraggio di chi si oppone ai potenti: ai sionisti questa ipotesi deve risultare parecchio seccante, con la fatica che hanno fatto a corteggiare gli stessi potenti. In questi giorni ancora estivi, in cui la gente sta ancora fuori il fine settimana, l'Albanese si ritrova più spesso in giro per le città, e di solito incontra soltanto gente che stima il suo lavoro e ammira la sua integrità. Quelli che restano in casa a criticarla potrebbero magari leggere i suoi report per cercare gli errori fattuali, ma ecco, la cosa più interessante è che nemmeno li aprono: hanno completamente rinunciato a dibattere con l'Albanese nel merito del suo lavoro. Probabilmente temono di scoprire cose che non saprebbero confutare, neanche presso il parzialissimo tribunale della loro coscienza. È l'approccio tipico: ignorare il messaggio, svalutare il messaggero. Non resta che frugare su youtube finché non si trova qualche intervista in qualche lingua straniera in cui al minuto 18 l'Albanese abbia detto qualcosa di controverso, magari abbia commesso un errore di qualche tipo: e indovinate, questi errori esistono, Francesca Albanese è umana. Ciò non le sarà perdonato.
– Il 25 settembre del corrente anno, GV scopre che sul canale youtube di un'agenzia argentina c'è un'intervista in cui (dopo 18 minuti e 34 secondi), Francesca Albanese fornisce una definizione di antisemitismo storicamente non accurata. Dopo aver ribadito che "l'antisemitismo esiste, è una piaga", l'Albanese lo definisce non soltanto come "discriminazione nei confronti degli ebrei", ma di tutti i "ceppi semitici". Sostiene altresì che al momento in cui fu coniata, la parola "antisemitismo" [ma probabilmente voleva dire "semitico"] si riferiva "a chiunque non fosse europeo e venisse dal Medio Oriente": secondo nazisti e fascisti "gli ebrei erano semitici". L'"Antisemitismo" si sarebbe sovrapposto al concetto di "antigiudaismo" semplicemente perché gli ebrei erano la comunità semitica più numerosa in Europa. Concede dunque che oggi antisemitismo significhi "odio per gli ebrei", anche se avrebbe un significato più ampio. Ricorda che, secondo svariate testimonianze, nei campi di sterminio gli ebrei destinati alle camere a gas venivano soprannominati "musulmani", il che le sembra una dimostrazione della sostanziale coincidenza tra odio per gli ebrei e odio per i popoli semitici in generale. Gran parte di queste discutibili affermazioni – spoiler – l'Albanese le ritratterà abbastanza presto, scusandosene pubblicamente, ma restiamo un attimo al 25 settembre: quando grazie a un attento lavoro di setaccio, finalmente GV viene in possesso di quella che ritiene subito essere una vera e propria pistola fumante: l'Albanese non conosce bene la storia del termine antisemitismo, ergo è antisemita. Se l'ergo può parervi affrettato (al netto di svariate imprecisioni, l'Albanese sta comunque dicendo che l'antisemitismo esiste, e che oggi significa "odio per gli ebrei") tenete conto della situazione psicologica di GV, che da mesi, lo ammette lui stesso, ci va mettendo in guardia contro "la Madonna pellegrina", la "papessa" di questa nuova religione che sarebbe il "palestinismo".
La lotta di classe in classe
30-09-2026, 12:34lotta di classe, Rivista Studio, scuolaPermalink[Questo pezzo è evidentemente uscito qualche giorno fa su Rivista Studio... e a proposito, oggi esce in edicola La fine del mondo con un pezzo mio! Purtroppo non è un fumetto].
Sono un insegnante di scuola secondaria (quella che tutti chiamano ancora “media”, e per inciso hanno ragione: “secondaria” è un brutto nome). Per circa vent’anni ho lavorato in una scuola in cui gli alunni di origine straniera superavano puntualmente la soglia massima prevista dalle circolari ministeriali – la parola chiave in questo caso era “deroga”: la mia scuola era sempre in deroga. Per vent’anni ho sentito i politici lamentarsi di questa cosa, e promettere che avrebbero trovato una soluzione. Per vent’anni la soluzione è stata, in sostanza, produrre circolari che ci impedivano di formare le classi, per poi consentirci di formarle lo stesso “in deroga”. E cosa succede quando una scuola sistematicamente rimane in “deroga”? Nulla, non succede nulla.
Ora, mi rendo conto che questo modo di vedere le cose non è molto giornalistico. Per i giornalisti ogni fatto è importante in quanto notizia, ovvero dev’essere qualcosa di nuovo, possibilmente mai sentito, mai visto. Così, ad esempio, Giorgia Meloni fa notizia se promette di emanare un decreto legge che riduca il numero di stranieri per classe: nessuno l’aveva promesso prima! Per noi lavoratori della scuola, invece, tutto questo è ordinaria amministrazione. Domattina tornerò a scuola, e la percentuale di studenti di origine straniera sarà la stessa di cinque anni fa, di dieci anni fa: con quel lieve aumento che è ragionevole aspettarsi dall’andamento demografico. Del resto io faccio il mio lavoro, per lo meno ci provo; Giorgia Meloni fa il suo, che soprattutto verso la fine della legislatura comprende anche l’esternazione di promesse non necessariamente realizzabili.
Proverò allora a far notizia così: io, insegnante democratico e progressista, non avrei in principio nulla in contrario alla proposta di Giorgia Meloni. La trovo viceversa assolutamente in linea con uno dei miei articoli preferiti della Costituzione, il terzo. Quello che non solo ci informa che siamo tutti eguali davanti alla legge (senza distinzione “di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”) ma si dà anche “un compito”, lo chiama proprio così: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Quello che adoro di questo articolo è che prima enuncia un principio (davanti alla legge siamo tutti uguali), poi riconosce che “di fatto” le cose al mondo vanno molto diversamente, con una franchezza e un realismo che raramente troverete in una carta costituzionale. Un po’ come la Dichiarazione d’Indipendenza americana, che non promette la felicità, ma il diritto a cercarla (“the pursuit of happiness”): così la nostra Carta ammette che non siamo uguali, che forse non lo diventeremo mai davvero, ma che abbiamo comunque il diritto/dovere di provarci, il compito di rimuovere più ostacoli possibile.
Questo spiega come mai, per esempio, la scuola è “obbligatoria e gratuita” (art. 34). Già. Cosa c’è di più democratico, di più egalitario, diciamolo: cosa c’è più “di sinistra” che immaginare che tutti possano vivere la medesima esperienza scolastica, venendo in contatto con lo stesso numero di studenti provenienti dall’estero? (Continua su Rivista Studio)
Gli alunni "stranieri", tra i condizionatori e i metal detector
27-09-2026, 09:57governo Meloni, Il Manifesto, scuolaPermalink[Questo pezzo è uscito per il Manifesto del 22/9. A proposito: mercoledì esce nelle edicole La fine del mondo, e c'è anche un pezzo mio! Vabbe', ma soprattutto ci sono i fumetti].
Così Giorgia Meloni ci ha annunciato che metterà un tetto agli studenti stranieri per classe. Se i vostri amici insegnanti hanno reagito alla notizia sbuffando, non è necessariamente per avversione ideologica. È che loro lavorano nella scuola vera, e nella scuola vera il tetto per gli studenti stranieri c’è già. Da una circolare della ministra Gelmini (2010). Da quel momento, si sono verificati sostanzialmente due casi. Nella stragrande maggioranza delle scuole non è successo niente – ovviamente, dato che gli studenti stranieri non hanno mai superato il 12% della popolazione scolastica. In quel migliaio di scuole (su trecentomila in tutt’Italia) in cui la percentuale di stranieri supera effettivamente il 15% o anche il 30%… niente, non è successo niente neanche lì, perché né la circolare Gelmini, né le successive (ne ha emanata una anche Valditara, tre anni fa), hanno mai chiarito cosa sarebbe successo nel momento in cui il tetto veniva sforato. La parola chiave, in questo e in altri casi molto italiani è “deroga”. Si fissa un tetto, e quando si sfonda il tetto, si va in deroga. Esiste un numero massimo di deroghe? Nessuno l’ha capito.
Questo accade nelle scuole vere, e quindi interessa molto relativamente il dibattito politico, ormai entrato nella fase della campagna elettorale. Nelle scuole immaginate dai politici, ogni problema sollevato dai media incontra rapidissimamente una soluzione che si può scrivere in un brevissimo titolo di giornale. I ragazzi esagerano con gli smartphone? “Valditara vieta gli smartphone”. Uno studente estrae un coltellino? “Valditara introduce i metal detector”. Fa caldo? Valditara ci monta i condizionatori. E così via: non esiste emergenza o caso di cronaca che non trovi la sua pronta soluzione. Se poi vi capita di passare per una scuola vera, scoprirete che molti ragazzi tengono ancora gli smartphone in tasca (Valditara non ci poteva mica permettere di perquisirli); che i metal detector sono rarissimi (e del resto per usarli serve personale di pubblica sicurezza); e che gli studenti stranieri continuano a concentrarsi a macchie di leopardo, in alcune zone d’Italia, lasciandone altre completamente sgombre: non per malizia, ma perché banalmente l’immigrazione in Italia ha funzionato così. Il che in effetti ha creato un grosso problema: una tensione perenne tra luoghi dove gli stranieri sono tanti (coi problemi di integrazione annessi e connessi) e altri luoghi dove sono talmente pochi da risultare una minaccia sconosciuta, di cui gli abitanti sentono parlare soltanto da media sempre più ansiogeni.
In effetti, se Giorgia Meloni fosse seria (e se disponesse di risorse illimitate), la sua proposta non solo avrebbe un senso, ma sarebbe assolutamente auspicabile: permettere a ogni alunno con un deficit linguistico di poter frequentare una classe di italiani non sarebbe uno dei modi migliori per mettere in pratica il terzo articolo della Costituzione, contribuendo a rimuovere gli ostacoli che impediscono a chi non parla italiano in famiglia di sentirlo parlare e di impararlo a scuola? Eppure i vostri amici insegnanti borbottano, e addirittura i presidi fanno trapelare un certo scetticismo. Cosa faranno in concreto Meloni e Valditara, che non si potesse fare già dal 2010 in poi? Quanti pulmini servirebbero per spargere i ragazzi in quartieri meno etnicamente connotati? Fino a che punto si possono costringere i genitori italiani a iscrivere i ragazzi nella scuola di quartiere, senza evitare una fuga verso scuole private? E a proposito: si potrebbero obbligare gli istituti paritari ad accettare quote cospicue di studenti stranieri a costo zero. Oseranno farlo? Vediamo come va, ma non possiamo non ricordare i precedenti.
Nella scuola vera – quella in cui i politici raramente mettono i piedi – la differenza tra studenti italiani e stranieri semplicemente non esiste. Vi sono sfumature molto più difficili da interpretare: studenti senza cittadinanza, ma che parlano un buon italiano; studenti che all’anagrafe risultano italiani, ma che non parlano italiano neanche a casa. Per i genitori la situazione è molto più drastica, soprattutto a settembre: se nel registro la maggior parte dei cognomi non suona italiana, la classe è un ghetto. Chi ha il coraggio di restare magari può scoprire che alcuni di quei cognomi prendono i voti migliori, anche in italiano. Certo, ci vuole pazienza. Il governo questa pazienza non ce l’ha, del resto ormai è in campagna elettorale.
Enrico Mentana e Francesca Albanese, una sera
20-09-2026, 14:17giornalisti, Israele-PalestinaPermalinkIeri sera in piazza a Parma c'era Francesca Albanese – che comunque sarà a DIG tra una settimana a presentare Naza – e però ieri sera in piazza a Parma c'era Enrico Mentana che intervistava Francesca Albanese, e devo ammettere che la cosa mi solleticava: così ci sono andato.
– L'occasione era la Festa di Open, e quindi in sostanza è Mentana che ha invitato l'Albanese. Questa cosa io non so bene come interpretarla. Mentana è tante cose ma non stupido, e quindi l'arrivo di un pubblico pregiudizialmente ostile nei suoi confronti doveva e poteva aspettarselo. Quindi se l'aspettava? Cercava i fischi, voleva fare notizia in questo modo? È una possibilità (1). Un'altra (2) è che stia cercando di riposizionarsi, perché appunto, non è uno stupido e si rende conto che un certo tipo di giornalismo supino a Tel Aviv ha i giorni contati anche nella nostra provincia dell'impero. Quindi ha invitato Francesca Albanese, l'ha fatta parlare senza troppo contraddirla (ha dato veramente l'impressione di conoscerla e di stimarla), si è preso comunque qualche fischio ma li aveva messi in conto. Perché è successa davvero questa cosa, che non mi aspettavo: Enrico Mentana, che fino a qualche mese non voleva sentir parlare di genocidio, ha lasciato Francesca Albanese esprimere le sue opinioni sul genocidio (del resto, se non l'avesse fatto, la folla non l'avrebbe presa molto bene). Un'ultima possibilità (3) è che Mentana – come tanti altri che però, a differenza sua, spesso sono stupidi – avesse sottovalutato la popolarità di Francesca Albanese, che in effetti nella mediasfera italiana risulta una tale che ha fatto una figuraccia con un sindaco, poi in tv è provata ad andarci ma se n'è andata alla prima provocazione, insomma un personaggio ormai fuori dalla lista di chi invitare ai talk. L'Albanese invece ha un seguito solido, e certe piazze le riempie: la festa di Open prevedeva cento posti a sedere (li ho contati) abbiamo dovuto schiacciarci un po' ovunque; chi fosse passato da Modena l'anno scorso sempre per DIG si sarebbe reso conto del problema, ma appunto, forse nella mediasfera credono che l'Albanese non sia più popolare come un anno fa perché gli USA le hanno chiuso i conti e in Italia qualche sindaco l'ha rimproverata. È precisamente il contrario.
– Ad avvalorare la seconda ipotesi (Mentana sta cercando di smarcarsi da un filosionismo che fa più danni che utile), molto presto la conversazione arriva sugli insediamenti nei Territori, ed è Mentana ad affermare: vanno sgomberati. A quel punto l'Albanese – che più dei palestinesi ieri sera si è trovata a difendere il principio di realtà – gli ha semplicemente chiesto: da chi? Chi è che concretamente dovrebbe cacciare quei coloni da trecento insediamenti [che spesso sono fortezze blindate]? E Mentana, serenissimo, ha risposto che ci vuole una forza di interposizione internazionale. Cioè, ripeto: Mentana, che fino a qualche mese fa aveva difficoltà a dire "colono" in diretta tv (e di fatto non ha usato la parola neanche ieri sera), vuole i caschi blu nei Territori Occupati, a cacciare i coloni dai loro bunker. Teniamocelo per detto.
– Francesca Albanese è un'esperta di diritto internazionale, incaricata dall'ONU di stilare periodici report sulla questione palestinese. Non è un'oratrice, non è una polemista professionista. L'urgenza di portare i suoi argomenti nelle piazze e sui social l'ha portata in passato a cadere in alcune trappole. Ieri sera com'è andata? Secondo me molto bene. Per tutto il tempo è rimasta nel suo ruolo, che è quello di chi studia e documenta un genocidio. Mentana le chiedeva la pars construens, uno Stato o due Stati? Lei rispondeva: non lo so, e in effetti perché dovrebbe saperlo. Non sta a lei proporre soluzioni, o fingere che ne esistano.
– A un certo punto è stata lei ad avvertirci che rischiava di andare come a Reggio Emilia, e qui secondo me c'è un grosso equivoco: com'è andata a Reggio Emilia? Una folla importante è andata a vedere l'Albanese: ha trovato un sindaco che faceva sottili distinguo sul 7 ottobre; ha cominciato a fischiarlo e l'Albanese si è messa in mezzo. Stessa cosa ieri sera: dopo una buona mezz'ora di dialogo sensato,
Mentana ha sentito la necessità di tirare fuori il 7 ottobre nel modo un po' dogmatico in cui lo tirano fuori i sionisti: però c'è stato il 7 ottobre, dovete capire che c'è stato il 7 ottobre. Una data che per qualche motivo dovrebbe annullare quello che stava succedendo prima, e giustificare la catastrofe che è venuta dopo. Siccome la gente non c'è mai cascata (sono quei meme che funzionano solo in laboratorio e in qualche discussione on line) ha iniziato a fischiarlo, e Mentana se l'è presa: ma si trattava di qualcosa di assolutamente prevedibile. Mentana però non è professionalmente abituato a essere interrotto in pubblico da gente qualsiasi, il che ha portato l'Albanese di nuovo a mettersi in mezzo, a intercedere per il suo interlocutore: sì, il 7 ottobre c'è stato, è stato terribile, nessuno lo nega, ecc. Mentana, dal canto suo, ha evitato di accennare a feti sventrati e neonati nel forno. Un'altra parola che nessuno ha mai usato ieri è stata "antisemitismo".
– A un contestatore che ha urlato, semplicemente: "c'è stato anche il 6 ottobre", frase magari sibillina ma non insultante, Mentana ha risposto piccato, perché lui diceva quel che voleva, essendo "a casa sua". Era a Parma, in piazza Garibaldi. È vero, l'evento l'ha organizzato lui per conto di una testata che ha finanziato lui, e però una testata si può comprare, un po' di giornalisti si può stipendiare... ma una piazza no, in piazza può arrivare chiunque.
– Nella stessa piazza, qualche ora prima, aveva parlato Pina Picierno. Non se l'era cavata neanche male e i 100 posti a sedere erano occupati. Ma la fatica che ha fatto a trovare un po' d'applausi è interessante. C'era molta gente e non applaudiva, o applaudiva poco. Una piazza non significa molto, ma posso immaginare la frustrazione di una parte politica che ha puntato tutto sulla sacra difesa dei confini europei e non ce la sta facendo, è proprio un tema che non ha presa sulla gente. Mentana a un certo punto ha voluto chiedere all'Albanese il suo parere sull'Ucraina e anche lì l'Albanese è stata brava, secondo me: ha ribadito che il suo campo specifico è un altro, che il suo è un parere qualsiasi, ha accettato i fondamentali (la Russia ha invaso illegalmente l'Ucraina) e ha immediatamente riportato la questione su Gaza: se contro la Russia abbiamo immediatamente varato pacchetti di sanzioni, perché non l'abbiamo fatto con Israele? Se Mentana trova giusto armare i resistenti ucraini, perché non dovremmo armare i resistenti palestinesi? Ecco, questo è stato il momento in cui Mentana è stato preso di sorpresa. Si capiva che questa cosa di considerare i palestinesi come esseri umani con dei diritti era comunque una novità per lui, qualcosa che magari sta cominciando ad accettare, ma per la quale non è ancora emotivamente equipaggiato.
– A tempo abbondantemente scaduto, è stato Mentana ad aver ricordato che Francesca Albanese attualmente è perseguitata dagli autorità USA, che le impediscono di poter usare conti bancari (anche in Italia). Altri su un'evidenza così scandalosa costruirebbero un intero personaggio: ieri sera l'Albanese ne ha parlato soltanto un minuto prima di alzarsi dalla poltrona, e soltanto perché Mentana glielo ha chiesto.
La legge che si denuncia da sola
11-09-2026, 02:30antisemitismo, dialoghi, Israele-Palestina, razzismiPermalinkBuongiorno Leonardo.
Non è un gran bel giorno per me.
Di cosa ti preoccupi?
In parlamento stanno discutendo di una legge terribile, sicuramente anticostituzionale, che mi costringerà a espormi in pratiche di disubbidienza civile. E a parte questo, si tratta di una legge terribilmente stupida, che mi costringe a dubitare della buona fede e/o dell'intelligenza di chi l'ha scritta e di chi la voterà.
Ti riferisci al Disegno di legge Delrio sull'antisemitismo.
Proprio quello.
Eppure l'antisemitismo è un problema concreto.
Indubbiamente, ma nessun problema, per quanto grave, giustifica reazioni stupide o peggiorative. Anche il riscaldamento globale è un problema, no? Immagina che qualcuno suggerisca di risolverlo tenendo aperti tutti i frigoriferi. Non dovrei far presente che non è una soluzione, che anzi il bilancio energetico peggiorerebbe, e che soprattutto si tratta di una misura ridicola?
Ora però ti tocca spiegare perché il disegno di legge sarebbe così stupido... io ho dato un'occhiata e non mi sembra che contenga nessuna sciocchezza paragonabile a quella del frigorifero aperto.
La stupidità si annida nei dettagli. Il testo usa come riferimento la definizione di antisemitismo dell'Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (da qui in poi IHRA).
Certo. Si tratta della definizione di antisemitismo più accreditata presso gli organi internazionali.
Si tratta anche di un testo tragicamente stupido.
Questo lo dici tu.
Lo dicono in tanti... ma oggi non ne citerò nessuno. Voglio farti leggere la definizione IHRA come se fosse un testo anonimo, misteriosamente inciso sulla pietra. Voglio dimostrarti che la stupidità è intrinseca al testo stesso: che può essere osservata e misurata da chiunque lo legga, senza bisogno di chiedere a esperti. È un testo scritto male, e ci sono solo due motivi per cui un testo può essere scritto male. Uno è la malafede.
L'altro è la stupidità?
Precisamente. Anche se spesso le due cause si intrecciano. Un eccesso di malafede può portarti a commettere qualche stupido errore. Anche un eccesso di stupidità può indurti a comportarti in malafede per cercare di occultarlo. Del resto non mi interessa appurare i motivi storici o ideologici per cui la dichiarazione IHRA è tanto stupida. Voglio semplicemente dimostrarti che lo è. È un insieme di frasi così mal congegnate che finisce per contraddirsi da solo. Leggi pure e vedrai.
Va bene, comincio a leggere... "Nello spirito della Dichiarazione di Stoccolma che afferma: “Con l’umanità ancora segnata da antisemitismo e xenofobia la comunità internazionale condivide una solenne responsabilità di combattere questi fenomeni dannosi” la commissione sull’antisemitismo e sulla negazione dell’Olocausto chiese alla Plenaria dell’IHRA, che si teneva a Budapest nel 2015, di adottare la seguente definizione operativa (di lavoro) di antisemitismo..."
Ecco, per esempio, di chi stiamo parlando?
Beh, c'è scritto: della comunità internazionale.
Rappresentata da chi?
Dalla commissione sull'antisemitismo e sulla negazione dell'Olocausto.
Nominata da chi?
Ma non lo so... ci sarà scritto da qualche parte.
Valeva la pena di scriverlo anche qui, non trovi? Almeno in una nota. Non c'è scritto.
Comunque si tratta di organi internazionali, probabilmente faranno capo all'ONU...
Non c'è scritto. Anche la "Plenaria dell'IHRA" sembra un po' spuntare dal nulla: da chi è composta? Da chi è nominata?
Avranno voluto eliminare i dettagli per brevità.
Va bene, andiamo avanti.
Hai notato? C'è scritto "non giuridicamente vincolante". E invece in parlamento la stanno usando per fare giurisprudenza. Renditi conto del paradosso. Ma ti rileggo questo passo incredibile. L'antisemitismo sarebbe "una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei". Sul serio. Nella definizione ufficiale c'è scritto così.
Ok, è senz'altro una traduzione infelice, ma...
"Vediamo l'inglese, suppongo che l'originale sia stato stilato in inglese. "Antisemitism is a certain perception of Jews, which may be expressed as hatred toward Jews". Chi è che si esprime così? Chi è che confonde "perception of" con "hatred toward"? Sono due concetti diversi. Si potrebbe al limite sostenere che un determinato tipo di percezione conduca all'odio...
...o che l'odio possa modificare la percezione.
Ok. Ma sono comunque due concetti diversi. Chiedi a uno psicologo, a un filosofo, a un antropologo. Se uno studente mi scrivesse una cosa del genere, sottolineerei e inserirei un grosso punto interrogativo, perché qui qualcuno non è riuscito a spiegarsi bene. Ma nota anche il seguito: le "Manifestazioni di antisemitismo" sono dirette verso gli ebrei e "i non ebrei". Cosa vuol dire? In che modo commetto antisemitismo se offendo un "non ebreo"?
Beh, metti che un tizio non ebreo venga scambiato per un ebreo, e molestato per questo motivo. Si tratterebbe comunque di una manifestazione di antisemitismo.
Ah, dici che intende questo?
Forse sì.
Forse sì. Diciamo che non è chiarissimo. Ma andiamo avanti.
"Per orientare l’operato dell’IHRA le seguenti spiegazioni possono servire come esempi:"
Spiegazioni che "servono come esempi"? Sul serio?
Dai, qui è soltanto tradotto male. In inglese stavolta fila, sono examples che servono da illustrations.
Ma perché è tradotto così male? Voglio dire, avevano tutto il tempo e le risorse per...
Stai deviando. Avevi promesso di concentrarti sul testo.
Vabbe' ma non è questo il punto. Sta definendo un atteggiamento complottista che indubbiamente esiste.
Ma non è questo il punto...
Posso dire che lo Stato di Israele ha potuto contare, in Italia, su una stampa compiacente? Lo posso fare o secondo l'IHRA è antisemitismo? E anche se fosse antisemitismo, diventerebbe una bugia? Sai qual è il vero problema qui?
Questo era un motivo. Ma ce n'era un altro, altrettanto importante: era un falso. Ti propongo un esperimento mentale. Immagina di essere James Bond e di scoprire che esiste un'associazione segreta che trama per conquistare il mondo.
Quanto fa ridere quel "per esempio"? Cioè la faccia tosta di scrivere "per esempio" quando è l'unico esempio che t'interessa, l'unica cosa che ti premeva scrivere in due paginette di concetti confusi. Sai quel vecchio proverbio: ogni accusa è una confessione.
Questa è una cosa a cui i sionisti tengono tantissimo; allo stesso tempo diventa difficile da spiegare appena esci dai confini fisici o mentali di Israele. Chi è che applica "due pesi e due misure nei confronti di Israele"? Quale altro Paese "democratico" ne occupa un altro da quasi ottant'anni con la complicità dei Paesi più ricchi dello schieramento occidentale? Quale altro Paese si definisce come la patria di tutti gli appartenenti a una comunità religiosa, indifferentemente dalla loro provenienza geografica? Quale altro Paese poteva cacciarsi nella trappola di Gaza e farla franca per tre anni? Ma soprattutto, hai notato che non si parla più di ebrei?
Anche qui, hai notato? Ormai non fa neanche più finta. Il problema non è usare "simboli e immagini dell'antisemitismo classico" per accusare gli ebrei, macché, cosa gliene frega degli ebrei. Il problema è usare gli stessi simboli per caratterizzare "Israele o gli israeliani". L'unica cosa che gli interessi. Ti viene in mente un'altra dichiarazione internazionale scritta in un modo altrettanto goffo?
PiErre, creativo, da qui non esci vivo
31-08-2026, 20:18Le Solite StronzePermalink(Parte IX dell'intervista alle Solite Stronze che ormai dura da un mese)
Prima di passare alla parte più infernale dell'album, un piccolo appunto: alla fine di Mi chiami solo quando hai dei problemi, quando prendi una telefonata, per un attimo, solo per un attimo, ho sentito l'influenza di Elio e le Storie Tese. Ci sono anche gli Elii nella vostra foto di famiglia?
Senz'altro. Dobbiamo tanto agli Elii, fanno parte della nostra educazione musicale.
Altroché. Ne approfitto per esprimere tutto il cordoglio possibile per la scomparsa di Rocco Tanica.
Ma non è affatto scomp...
Per noi lo è.
E vabbe'. Veniamo a Sangue sulle passerelle.
La mia preferita. L'intro, almeno. L'intro spacca. Quasi Doolittle. Il resto della canzone, vabbe'.
Un inno alla rivolta, se mai ne avete scritto uno...
Sì, era una cosa che volevamo fare da sempre, ma di solito l'autoironia ci fregava. E anche stavolta ho paura che ne sia rimasta troppa.
In effetti rimane il dubbio che anche la rivoluzione sia uno spettacolo come tanti, e che la passerella continuerà a mostrarne.
La Design Week, la Fashion Week, la Revolution Week.
"Non è un pranzo di gala... ma il menu è interessante".
Anche musicalmente, all'inizio sembra che debba spaccare tutto, ma poi...
E arriviamo ai due ultimi brani, che come avete detto prima sono in realtà i più antichi.
Sì. Credo in Dio è un pezzo di Azzolina che esisteva già prima delle Solite Stronze, ma funzionava bene come finale di questo album.
E Vieni in una grotta ha un testo che addirittura risale al 1750!
Ah sì?
Sì, è la Canzoncina a Gesù Bambino AKA Tu scendi dalle stelle di Sant'Alfonso Maria de' Liguori.
Ma pensa. Beh, onestamente per noi il testo era un po' un objet trouvé, cioè è abbastanza chiaro che assume un significato profondamente diverso.
Come vi è venuto in mente di comporre una canzone natalizia?
Oddio, non so quanto suoni natalizia... però è l'unico caso fin qui in cui siamo stati sollecitati dal mondo reale: un invito a partecipare alla playlist di Natale di Memoria Polaroid.
Un invito che ci ha fatto molto piacere, ma ci ha anche mandato nel panico. Le abbiamo provate tutte.
Jingle Bells, O Tannembaum, gli Wham... non funzionava nulla, era un periodo in cui non riuscivamo a concludere niente, finché a un certo punto è spuntato fuori questo tappeto sonoro postpunk di cui sono abbastanza soddisfatta.
Il testo è direi l'unico in cui si accenna – se ho capito bene – al tema della maternità.
Forse non hai capito bene.
Parlavi di un tappeto postpunk. Potrebbe essere questo il futuro delle Solite Stronze? Dopo il punk, il post...
Non credo, sinceramente, non è così automatico. E in generale, lo sai che non ci piace fare piani per il futuro.
Fuck the future. Tra l'altro, ci siamo sciolte.
Di nuovo?
Stavolta è diverso, l'anno scorso avevamo sciolto il gruppo, stavolta ci siamo sciolte proprio come individue, almeno io mi sento personalmente liquefatta.
Lady esagera, ma devo dire che due anni fa, quando pubblicammo il primo, c'era comunque un po' di euforia, ci sembrava di aver capito come funzionava il meccanismo e che avremmo avuto ancora tantissime cose da dire. Invece stavolta siamo esaurite, non so quando e se ci tornerà la voglia di mettere insieme delle canzoni.
Mi dispiace.
Bugiardo. E comunque, se succederà, saranno canzoni completamente diverse, cioè io in questo periodo ho solo in testa il drum'n'bass, se hai presente.
Quindi possiamo aspettarci un'evoluzione inaspettata.
Non sarà un'evoluzione, e non sarà inaspettata se puoi aspettartela.
Ah già.
Ti stai liquefacendo anche tu.
È il caldo. Passerà.
Forse. O più probabilmente no.
Primavera, Estate, Autunno, Inferno.
Lo trovate su Youtube.
È davvero bellissimo.
Ma piantala.
Chi ha paura del Woke One
25-08-2026, 18:29cattiva politica, governo Meloni, manifestaiolismi, omofobiePermalinkNell'estate italiana in cui i 40 centigradi diventano una temperatura accettabile, la benzina oltrepassa serenamente i due euro al litro, la difterite ricomincia a uccidere i bambini, no scusate, riformulo: la fobia dei vaccini uccide i bambini, il governo apre crisi diplomatiche a casaccio, il fronte orientale dà preoccupanti segni di cedimento e un nostro alleato sta conducendo un genocidio alla luce del sole... in questa estate italiana, chi avesse voglia di dare un'occhiata ai giornali, scoprirebbe che l'argomento più dibattuto è il "woke", anzi la fine del "woke". Una cosa di cui la maggior parte degli italiani non ha mai sentito parlare – e giustamente, visto che alla maggior parte degli italiani il woke non ha fatto nulla: li ha passati da parte a parte come una tempesta di irrilevantissimi neutrini. Chi poi i giornali li leggerà per questioni di studio, tra decenni e secoli, si immaginerà che il woke fosse davvero qualcosa che ci appassionava e ci divideva, come la questione trinitaria faceva incazzare i fornai e gli straccivendoli ai tempi di Gregorio di Nissa; ed è ormai a questo tipo di lettori rari e postumi che mi rivolgo: non perdete tempo. "Woke", nel 2026 in una delle regioni più dinamiche d'Italia, era ancora una parola che non usava nessuno. E i giornali? Appunto, anche quelli ormai non li leggeva nessuno. Quelli importanti, quelli nazionali, quelli che ancora si ponevano il problema di costruire consenso intorno a una proposta politica. Galleggiavano nel vuoto, in una bolla oserei dire, ma le bolle sono trasparenti; il che non si può dire delle crisalidi di sciocchezze che essi si sono fabbricati intorno, secernendo disinformazione e luoghi comuni. E soprattutto: le bolle scoppiano al primo insistere del vento, loro no: loro andranno avanti ancora per parecchio senza vedere né da dove vengono né da dove vanno. Chi li guarda dal basso almeno si fa un'idea di dove tiri la corrente.
Il vento porta verso un ridimensionamento della destra – lo dico sottovoce, perché magari è un anticiclone superpasseggero, che già a settembre si infrangerà contro perturbazioni più serie. Però a fine agosto le nuvole vanno da quella parte. In coscienza, non credo che nessun elettore di Trump o daa Meloni con un briciolo di buon senso possa dirsi contento di come stanno andando le cose, e questa osservazione (che forse sopravvaluta il buon senso) ha già stimolato delle reazioni percepibili. In Italia, per esempio, è stato già lanciata l'alternativa ancora più estrema: Vannacci, il paracadutista in parapensione. Di fronte a una mossa quasi obbligata (coprirsi a destra), la squadra avversaria si è lanciata nella solita manovra: occupare il centro. Funzionerà? Non funziona quasi mai, chiedete ad Annibale. Ma insomma è una cosa istintiva, non bisogna pensare a un regista, anzi all'esatto contrario: è proprio la solita manovra che succede quando lasci la cavalleria libera di fare un po' quello che vuole: vedono un buco al centro e lo occupano; alè alè, se è una trappola ci penseremo poi. Negli USA, durante questo riposizionamento la Ocasio-Cortez si è lasciata sfuggire in tv che "Woke One was crazy", dove per "Woke One" si intendevano richieste estremiste che in Italia non si sono mai sentite (definanziare la polizia...) "Woke One" era già un meme prima che lo impugnasse la Ocasio-Cortez, e se ci pensate presume l'esistenza di almeno un Woke Two, per cui tradurlo in italiano come "il Woke era una follia" è una forzatura. Che comunque serve a uno scopo.
In Italia il "Woke" è il nemico immaginario identificato dalla retorica superdestrorsa di Vannacci, un orco transessuale determinato a distruggere la civiltà italiana a colpi di schwa e bagni unisex. Chi rincorre Vannacci al centro ha facile gioco nel rispondere: è vero, il "woke" ha fatto dei danni (ma quali?), bisogna superarlo, morte al "woke". Si credono probabilmente molto astuti, nel cantare la canzone del nemico: credono di disattivarlo. La canta Giuseppe Conte, uno che col "woke" ha avuto pochissimo a che fare; e subito accorre in suo aiuto Matteo Renzi, inconsapevole di essere stato il governante più woke che l'Italia abbia avuto (l'unico che ha davvero puntato sui diritti civili mentre ignorava quelli sociali). Ma insomma alla fine la questione è tutta qui: una manovrina a tenaglia per provare a contendere a Elly Schlein il ruolo di leader dello schieramento di centrosinistra. Chi parla di "woke" in questi giorni sta collaborando (la Schlein se ne guarda bene). A qualche figura del demimonde mediatico non sarà sembrato vero approfittarne; la confessione di aver trascorso una fase "woke" estrema, e di essersi ravvedutә, può essere scambiata con qualche buono omaggio di visibilità che i giornali stampano ancora, anche se non te li accettano in nessun supermercato. Non vale nemmeno la pena di fare nomi e cognomi, salvo forse il più buffo: Anna Paola Concia, una politica che senza il "woke" avrebbe dovuto trovarsi un mestiere.
Comunque: non ci siamo già passati? Non abbiamo studiato il '68 su antologie di testi che irridevano, sfottevano, prendevano le distanze dagli eccessi del '68? Epperò nel '68 la società stava cambiando davvero, anche in provincia. Il "woke" italiano è un fantasma ricorrente nei sogni a occhi aperti di gente di destra; per lo più coincide con la sua parodia, salvo che è la parodia di qualcosa che quasi nessuno ha visto. Avete mai litigato con una persona per i suoi pronomi? Lo schwa su un documento vi ha creato dei problemi? Vostra figlia non è riuscita a qualificarsi alle semifinali di judo a causa di un transessuale nerboruto? Un'università ha desessuato i bagni, intendo un'università che si concedeva il lusso di averceli sessuati (la mia non li aveva)? Siete vittima del fuoco amico dei bot di destra, staccatevi un po' dal telefono. Se dare addosso a un nemico immaginario vi aiuterà a spostare qualche equilibrio, buon per voi: dopodiché dopodomani saremo ancora qui. Le donne continueranno a chiedere maggiore visibilità e più sicurezza; il loro ruolo nella società è sempre più importante e non sarà la scaramuccia estiva a cambiare le cose. Al prossimo femminicidio, si ricomincerà a parlare di femminicidio, e sono proprio curioso di vedere chi si opporrà perché ormai il "woke" è passato di moda. Le minoranze continueranno a chiedere più rappresentanza e più rispetto, all'accademia come al cinema – e il cinema continuerà a reagire con più prontezza dell'accademia, perché le minoranze comunque hanno soldi da spendere, e due minuti di Elena di Troia nera ti assicurano comunque polemiche e visibilità – se funzionava fino al mese scorso, non si vede perché non debba continuare. Nessuno è andato in piazza per lo schwà, l'unico danneggiamento causato in Italia dal metoo è che per qualche ora una statua di un giornalista in un parco è stata coperta di vernice lavabile, fanno molti più danni gli ultras di una squadra di serie C in trasferta. In piazza in questi anni la gente ci è andata per l'ambiente, coi Fridays for Future; per la Palestina, contro la guerra; contro determinati provvedimenti di un governo reazionario. E domani in piazza ci tornerà per la benzina a due euro e mezzo; per la siccità; contro le guerre che non vogliamo combattere e contro le guerre che qualcuno non vuole guardare. Contro un fascismo che procede impettito verso il vuoto, inventandosi obiettivi militari e annunciandone pomposo la sconfitta. Finché la realtà non presenterà il suo conto, che credo sarà terribile per tutti.
Mi chiami solo quando hai dei problemi
24-08-2026, 02:40Le Solite StronzePermalinkMi chiami solo quando hai dei problemi,
mi chiami solo quando sei nei guai.
Io sono già in allarme quando suoni
e vedo che il tuo nome è sul display.
A volte sono i tuoi colleghi scemi,
o hai un uomo e non ci scopi più perché
si scopre che sta avendo dei problemi
che ora vuoi discutere con me.
Mi chiami solo quando hai dei problemi
coi soldi, la salute, il mondo, o Dio,
mi chiami per parlare di problemi
che tu non puoi risolvere, né io.
A volte sei sconvolta: piangi e tremi;
ti dico: "Non è niente, passerà..."
Mi chiami per parlarmi dei problemi,
non vuoi mica da me la verità.
Quando mi chiami, a volte, ho dei problemi
– del resto chi non ne ha sempre di più? –
a volte ti direi dei miei problemi,
ma il guaio è che hai chiamato prima tu.
Mi chiami solo quando hai dei problemi,
non perché, ma tra di noi è così;
se sei felice, invece, non mi chiami
(chissà chi senti, in quei momenti lì).
Con me fai la sconvolta: piangi e tremi,
ringrazi, chiedi scusa e metti giù.
Io resto sola con i miei problemi
e adesso, se li conto, ne ho uno in più.
VII
Questo pezzo se non altro conferma una mia teoria... non so se ci tenete a sentirla...
Non ci teniamo.
Ve la dico lo stesso, insomma, il punk più che uno stile è una rimozione. Chi lo ha adottato, nella maggior parte dei casi, ha scientemente deciso di rimuovere parte della propria cultura musicale. Ha deciso che un sacco di cose che aveva pur sentito non gli piacevano, o al limite non gli dovevano piacere, e le ha rimosse.
È un'idea molto superficiale.
Infatti funziona soltanto per i primi anni, in certi casi per i primi mesi... dopodiché si assiste a un ritorno del rimosso. I Clash forse sono stati i primi a concepire il punk come un approccio per riassorbire qualsiasi altro stile, ma alla fine è successo un po' per tutti, e se fate caso alla carriera di qualsiasi artista o gruppo che è salito alla ribalta tra il 1977 e il 1988, potete notare a un certo punto una specie di passaggio dal bianco e nero ai colori. Nei primi dischi c'è sempre l'urgenza di trovare un sound unico, che si possa realizzare anche con pochi strumenti ma che sia inconfondibile e nuovo; dopodiché c'è una crisi, al termine della quale la tavolozza all'improvviso si riempie di colori, e accadono i ripescaggi più impensabili – Johnny Lydon canta il lago dei cigni, gli XTC diventano i nuovi Beatles...
Chi è Johnny L...
Senti, tutto questo è persino interessante, ma cosa c'entra con noialtre?
Forse sono succube delle mie stesse ipotesi, ma ho la sensazione che in questo album voi stiate già cominciando a fare i conti col vostro rimosso: c'è del reggae, della trap...
Avevamo detto di lasciar perdere il pezzo trap...
...ma la cosa credo più impensabile è il progressivo venire alla luce di un'anima blues. Cioè Mi chiami solo quando hai dei problemi è un blues rock. E non è neanche l'unico...
Se ti riferisci a Credo in Dio, che è basato su una progressione blues, credo che contraddica la tua ipotesi, visto che è in assoluto il pezzo più antico di tutto l'album. Esisteva ancora prima che le Solite Stronze prendessero forma (è stata la prima collaborazione tra me e Azzolina), lo siamo andati a riprendere perché funzionava bene come finale, ma non abbiamo sentito la necessità di dargli una veste nuova più in linea con la nostra produzione.
Anche perché con Azzolina io non voglio più averci a che fare.
Ma vedete che invece mi state dando ragione... in principio c'era un'idea blues, poi avete varato un progetto che non aveva niente a che fare col blues, ma il blues sta riaffiorando.
È più complicato di così, tieni conto che alcune nostre canzoni hanno avuto una gestazione lunghissima, ventennale, per esempio questa era in un taccuino dell'università che è stato trovato in un cassetto a più di un decennio di distanza.
Ecco perché "il tuo nome è sul display".
Sì, display in effetti è una parola che non usa più nessuno, ma ormai faceva rima.
Assonanza.
Non è né una rima né un'assonanza. Voi ci tenete a far presente che non andate d'accordo, e in particolare in questa parte dell'album vi si può sentire letteralmente litigare tra un pezzo e l'altro. Non sembrate molto inclini a esprimere un'idea di sorellanza.
No, in questo periodo no. Preferiamo essere sgradevoli e sgarbate. Ma spero che si capisca che è una cosa che avviene nel contesto di un album, è il risultato di vivere in una città, in una società che ci toglie il fiato, ci mette le une contro le altre.
È per questo che nella versione singola del brano avete tolto l'insulto finale?
Sì, se uno passa e ascolta solo il pezzo, può sembrare una cosa molto gratuita. Ha senso soltanto se ascolti il brano successivo.
Che si intitola...
Troia lo dici a tua madre. Il testo è mio.
Non avevo dubbi. Ed è rivolto...
A chi ci dà delle troie.
E alle loro madri.
E significa...
Sul serio te lo dobbiamo spiegare?
Significa che l'amore vince sempre sull'odio.
Sempre?
Guardati in giro, basta dare un'occhiata alle quotazioni. L'amore si compra, l'odio si regala.
Evidentemente l'offerta surclassa la domanda.
Non si è allargato solo l'orizzonte
20-08-2026, 15:20Le Solite StronzePermalinkConfesso che ci ho messo un po'
a capire il perché
chi abitava in città
rivolgendosi a me G U A R D A M I L A N O
diceva: A S C O L T A M I L A N O
A M M I R A M I L A N O
E S P L O R A M I L A N O
Così rispondevo: "Vabbe',
se è davvero così,
qualche cosa per me
troverò forse T O C C A M I L A N O
qui". A N N U S A M I L A N O
I N S P I R A M I L A N O
ED E S P I R A M I L A N O
Non è che avessi tutte 'ste pretese
– magari stare meglio che al paese –
volevo un po' allargare l'orizzonte,
ma forse ci ho sbattuto proprio in fronte.
Non è stato facile, sai,
in mezzo a questo viavai:
tutta gente che ti
spiega il mondo A M M I R A M I L A N O
così: E S P L O R A M I L A N O
A D O R A M I L A N O
O N O R A M I L A N O
E io in mezzo a questi ogni giorno
a girare qui intorno,
per due soldi e un parcheggio
e c'è chi sta A S S A G G I A M I L A N O
peggio. A S S A P O R A M I L A N O
D A I M A N G I A M I L A N O
D E G U S T A M I L A N O
Non è che avessi tutte 'ste pretese,
ma con l'affitto a novecento al mese
non si è allargato solo l'orizzonte,
non si è sbattuta solo la mia fronte.
Comunque ormai è andata, lo vedi:
infatti adesso, se chiedi,
sono io che rispondo
spiegandoti R I C O R D A M I L A N O
il mondo. D E C A N T A M I L A N O
C O M P R A M I L A N O
E R I V E N D I M I L A N O
Ma se frugherai dentro me
forse tu scoprirai
una voce che urla
in silenzio A B B A T T I M I L A N O
che D I S T R U G G I M I L A N O
D E V A S T A M I L A N O
A N N I E N T A M I L A N O
(Ancora)
A B B A T T I M I L A N O
D I S T R U G G I M I L A N O
D E V A S T A M I L A N O
A N N I E N T A M I L A N O
(Tutti insieme...)
VI
Ecco, una cosa che ancora non avevate provato era la canzone col doppio senso volgare.
Quale doppio senso?
Perché volgare?
Mi è venuto in mente che due anni fa, parlando di una canzone, ammettevate di essere fiere di avere composto una canzone dal significato molto volgare, senza usare nemmeno una parolaccia: ecco, immagino che vi consideriate fiere anche di questa...
Poteva venire meglio, però non fa cagare del tutto dai.
La seconda parte dell'album, comunque, è molto più scurrile della prima.
Del resto è il lato B. Ma riflette anche le stagioni dell'anno e della vita. È autunno, tempo di tornare in città, tornare al lavoro...
Oppure incendiare la città, distruggere il lavoro.
Ed entrambe le opzioni, mi sembra, rispondono a una pulsione...
...Anale, certo. Parliamo di una città animata da fuorisede sradicati che tagliando i ponti col paese credevano di fare una rivoluzione, almeno individuale...
Non c'è dubbio che l'abbiano presa in culo.
...ma indietro non si torna. Non resta che portare all'estremo le proprie pulsioni, allargare il proprio orizzonte fino a comprendere l'umanità intera, al limite autodistruggersi.
A proposito, immagino che non valga la pena chiedervi il senso della versione baby dance di Sesso coi coleotteri.
No, non vale la pena. Posso dirti di avere combattuto perché restasse un episodio di trenta secondi.
Al trentatreesimo avrei chiamato io il centododici, cioè che roba è, mi spaventa.


