Venezia, un tuffo in laguna contro le nozze di Bezos
15/06/2025Il ManifestoUna torta nuziale indigesta, quella che i veneziani si preparano a confezionare per le nozze del secolo tra il padrone di Amazon e terzo uomo più ricco del pianeta, Jeff Bezos, e la compagna Lauren Sanchez, di professione «filantropa». Dopo il grande striscione innalzato sul campanile di San Giorgio, l’isola che il magnate ha affittato per tutta la durate dei festeggiamenti, attiviste e attivisti del comitato «No space for Bezos» si sono trovati venerdì sera in campo San Giacometto, ai piedi del ponte di Rialto, per mettere a punto nuove mobilitazioni e impedire l’ennesima mercificazione della città.
Bezos affitta Venezia per il suo matrimonio. Cresce la protesta
11/06/2025Il ManifestoGiornalisti, oppositori e umoristi. Tutti nella “lista nera” di Brugnaro
4/04/2025Il ManifestoBasta davvero poco per finire nella “Lista Nera” del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, trovata nascosta in un armadio dell’ufficio del suo vice Capo di Gabinetto, nonché ex dipendente della sua azienda, Derek Donadini, in seguito a una perquisizione. Ci sono finiti i curatori della pagina Venice Goldon Awards che faceva satira del tipo «Scatta l’ora legale. Panico a Ca’ Farsett». C’è finito Giovanni Veronese colpevole di aver creato la pagina Facebook Sultanato del Brugnei. «Mi è venuto da ridere quando ho saputo che ero nella lista nera di Brugnaro – racconta – Si è offeso perché l’ho chiamato sultano? Ma se sono i suoi assessori a dire che “fa tutto lui” e che “in Giunta noi parliamo solo se interrogati”. Manca solo lo ius prime noctis e poi siamo a posto».
La lista, tuttora al vaglio degli inquirenti, ha suscitato una ferma presa di posizione da parte dell’Ordine dei giornalisti del Veneto che, oltre a esprimere solidarietà ai colleghi coinvolti, ha ricordato come non sia la prima volta che l’amministrazione comunale di Venezia si abbandoni a comportanti poco rispettosi della libertà di stampa e del diritto di informare i cittadini.
Cittadini che ieri hanno partecipato numerosi al consiglio comunale in cui il sindaco è stato chiamato per rispondere a una interrogazione avanzata dalla capogruppo del Pd Monica Sambo, e sottoscritta da tutti i consiglieri d’opposizione, per conoscere le ragioni di questa schedatura.
Sala gremita. Cittadini con cartelli in mano («Mettimi in lista») e urla: «Dimettiti, dimettiti». Brugnaro, dietro a un imponente cordone di polizia e di vigili armati, non si è scomposto: «Urlate pure che mi caricate di entusiasmo!», ha detto. Uno stile inconfondibile, quello del primo cittadino, che non è cambiato dai primi tempi del suo mandato in cui apostrofava i contestatori in aula con «Ve speto fora» (vi aspetto fuori). Uno stile da «Trump in saor», come si leggeva ieri su un cartello alzato da una elegante signora. Il saor è una tipica salsa tutta veneziana a base di cipolla con cui si condiscono le sardine.
E proprio con l’aggressività di un Trump lagunare, Brugnaro ha risposto alle domande dell’opposizione minacciando querele a raffica e sottolineando come «la lista era nascosta in un armadio e se non ci fosse stata la perquisizione nessuno ne avrebbe saputo niente». Un fatto privato, insomma, pure se operato da un altro dipendente comunale nel novero delle sue funzioni. La vera vittima di tutta questa faccenda, ha spiegato, è soltanto lui. «Sono io l’offeso, io che vengo continuamente perseguitato dalla magistratura e diffamato dai giornali». Così girano le frittate nel Sultanato del Brugnei.
In Patagonia Milei fa fuoco sui mapuche
22/02/2025Il ManifestoArgentina estrema A ridosso della Cordigliera gli incendi hanno mandato in fumo 100mila ettari di boschi. C’è la mano dell’uomo e c’è puzza di speculazione, ma il governo accusa e minaccia i popoli nativi. Per reprimerli meglio, in nome della «razza argentina»
La Patagonia brucia e i piromani, per il Governo argentino, sono soltanto loro: i Mapuche, il popolo originario. Da fine gennaio, le provincie del Chubut e del Rio Negro, soprattutto le aree a ridosso della Cordigliera, sono quotidianamente devastate da centinaia di incendi che hanno spazzato via almeno 100mila ettari di boschi. I giornali locali parlano di un ecocidio senza precedenti. Un ecocidio che ha fatto tabula rasa di intere aree protette come i parchi nazionali Lanín e Nahuel Huapi.
IL FUOCO HA BRUCIATO più di 150 abitazioni rurali. Interi quartieri periferici della cittadina di El Bolson e di altre località che si trovano nella zona, sono stati fatti evacuare. Le fiamme sono arrivate a lambire anche l’elegante località di San Carlos de Bariloche, la “Cortina d’Ampezzo” della Patagonia. La mitica Ruta 40 che attraversa tutta l’Argentina, correndo ai piedi della Cordigliera Andina, dalla frontiera con la Bolivia a nord, alla Terra del Fuoco a sud, è costellata di posti di blocco dei bomberos (vigili del fuoco) che deviano i mezzi in transito su strade polverose per aggirare le zone colpite dagli incendi mentre alte colonne di fumo nero oscurano l’orizzonte della pampa.
Ma qual è la causa di questo incendi? Certamente, i cambiamenti climatici e le alte temperature registrate in questa estate australe, hanno il loro peso, così come il forte vento secco che scende dalle Ande e che da queste parti non smette mai di soffiare. trasformando ogni piccolo focolaio in un rogo incontrollabile.
Ma, pure se da fonti ufficiali della polizia non è venuta nessuna conferma o smentita, nessuno da queste parti si illude che questi incendi non siano dolosi. Neppure il Servicio Nacional de Manejo del Fuego, l’ente statale che si occupa della prevenzione degli incendi, che ha dichiarato che «almeno il 95% degli incendi è causato dall’azione umana».
Anche le aree colpite sono significative: si tratta per lo più di parchi o zone sottoposte a vari livelli di protezione ambientale che, dopo l’incendio, perdono le tutele e vengono immediatamente predate dalle multinazionali dell’estrattivismo e della speculazione immobiliare turistica.
EPPURE, PER IL GOVERNO argentino, i colpevoli di questi incendi sono le comunità indigene che appiccicherebbero fuochi dappertutto per vendicarsi di essere state scacciate dalle terre che, sempre secondo il Governo, avrebbero abusivamente occupato. «Non è un caso che gli incendi sono iniziati quando abbiamo cominciato a mettere ordine in Patagonia sgomberando gli insediamenti mapuche» ha dichiarato Patricia Bullrich, ministra della sicurezza del Governo di “Motosega” Milei. Aggiungendo per di più che sarà usata la mano dura contro le comunità indigene che ancore resistono allo sgombero da quelle terre che «occupavano abusivamente» da qualche centinaio di anni prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo.
Non che sino a oggi il governo di Javier Milei abbia usato la mano morbida nei confronti dei popoli originari. Dall’arrivo al potere del presidente anarco-capitalista, come ama definirsi lui stesso – qualsiasi cosa voglia dire -, è cominciata una radicale contro-narrazione istituzionale volta a cancellare l’intera storia dei popoli nativi in nome di una presupposta «razza argentina». Il salone della Casa Rosada, sede del governo argentino, intitolato a «los pueblos originarios», è stato dedicato agli «Heroes de Malvinas». Il 12 ottobre, ieri giorno della «Diversità culturale», oggi è diventato «Il giorno della razza».
Anche il 2024 è stato ufficialmente nominato dal presidente Milei, con un significativo accorpamento di concetti contraddittori, «Anno della difesa della vita, della libertà e della proprietà».
Sul fronte legislativo, il governo ha soppresso la Commissione speciale dei popoli indigeni, uno sorta di consulta aperta alle comunità mapuche, chiuso il Registro nazionale delle comunità indigene, che permetteva alle comunità di diventare soggetti di diritto internazionale, e abrogato la Legge 26.160 del 2006 che garantiva, sia pure in linea puramente teorica, ai popoli originari il diritto di vivere nei loro territori ancestrali.
La terra è Wallmapu per noi, la madre di tutto. Chi farebbe del male alla propria madre? Non siamo certo noi gli incendiari, inconcepibile solo pensarlo
«È INCONCEPIBILE pensare che un Mapuche possa incendiare la sua terra – ha commentato Mauro Millàn, guida spirituale mapuche -. Per noi la terra è Wallmapu, la madre di tutto. Chi farebbe del male alla propria madre? Non siamo certo noi gli incendiari. Noi che vogliamo soltanto continuare a vivere nel pieno rispetto e sintonia con la terra, l’acqua e il cielo».
«La verità è che le comunità Mapuche resistenti che hanno recuperato le terre acquistate da imprenditori come i Benetton gestendole sotto una ottica comunitaria – spiega Sandro Muraro, attivista dell’associazione Ya Basta -, sono l’unico ostacolo che ancora si frappone in Patagonia alla privatizzazione dell’acqua e all’assalto dell’estrattivismo, delle colture intensive e della deforestazione. Gli indigeni e il loro modo di pensare, inconciliabile con il capitalismo, sono presenze scomode e gli incendi lo strumento perfetto per criminalizzarli e dipingerli come il nemico interno».
A Buenos Aires, l’opposizione punta il dito sul taglio governativo del 78% delle risorse dedicate alla prevenzione degli incendi. Giornali come El Cordillerano denunciano le azioni di gruppi di “gauchos“ nazionalisti che hanno bloccato la partenza di aerei antincendio occupando a cavallo le piste aeroportuali. Ma ad essere arrestati come piromani e terroristi sono stati comunque solo cittadini mapuche, tutti in seguito scarcerati per l’inconsistenza delle accuse.
PER DENUNCIARE questa persecuzione, Millàn e Muraro hanno condotto una carovana di attivisti italiani ed argentini, lungo tutto il corso del fiume Chubut, dalla Cordigliera alla foce, incontrando le comunità originarie e le associazioni ambientaliste locali.
A riceverli, nella manifestazione finale davanti alla sede del governo provinciale, a Rawson, c’era solo un vecchio cane. Un meticcio nero randagio che vive nella piazza della capitale del Chubut da quando, nel novembre del 2012, una protesta di ambientalisti contro la mega miniera fu repressa nel sangue e i partecipanti incarcerati. Da allora, segue tutti i cortei nella speranza di ritrovare il suo padrone.
Flop al Fondaco dei Tedeschi, l’alta moda chiude: 500 a casa
17/11/2024Il ManifestoVenezia A due passi dal ponte Rialto, i turisti ormai salgono solo per fare foto e non comprano. L’assessore: Dfs ci ha avvertito solo a decisione presa. La Cgil: per la città il modello estrattivo è nocivo
La notizia era nell’aria grazie a una mail inviata qualche giorno fa ad alcuni dei 226 dipendenti del Fondaco dei Tedeschi, ma la conferma è arrivata solo giovedì dall’assessore allo sviluppo economico del Comune di Venezia, Simone Venturini. «Abbiamo appreso oggi, con grande disappunto e preoccupazione, della decisione di Dfs Group di cessare l’attività all’interno del Fondaco dei Tedeschi. Una scelta che avrà un impatto drammatico per 226 persone, oltre all’indotto, del nostro territorio e per le loro famiglie». L’avessimo saputo prima, spiega l’assessore che si dichiara «arrabbiatissimo», «ci saremmo adoperati per individuare, insieme a tutti i soggetti coinvolti, possibili percorsi alternativi da una così drastica soluzione». La notizia della chiusura del Fondaco è stata confermata anche da uno scarno comunicato del gruppo Dfs in cui si fa riferimento «alle prospettive economiche molto critiche che Dfs e il settore del travel retail stanno affrontando a livello globale e, in particolare, dai risultati negativi del negozio di Venezia». Risultati negativi che hanno comportato un “rosso” che ha sforato i cento milioni.
Nello stesso comunicato, la Dfs ha annunciato che non rinnoverà il contratto di locazione con i Benetton, attuali proprietari del Fondaco, in scadenza a settembre del prossimo anno e che provvederà sin dai primi mesi del 2025 a chiudere la sessantina di boutique attualmente presenti nel duecentesco palazzo veneziano, antico punto d’approdo delle merci provenienti dalle città germaniche, che sorge proprio nel cuore della città, a ridosso del ponte di Rialto, dove il Canal Grande si piega ad ansa.
ACQUISTATO DAI BENETTON nel 2008 per 53 milioni di euro, il Fondaco è stato dato in locazione nel 2016 al Gruppo Dfs, società con sede a Hong Kong che ha alle spalle i più improntati brand della moda come Louis Vuitton, Fendi e Moët Hennessy. Completamente rinnovato nei suoi interni dall’archistar olandese Rem Koolhaas, non senza un bel po’ di proteste da parte di varie associazioni di conservazione dei beni culturali, il palazzo è stato trasformato in un supermarket del lusso sfacciato trasformandosi in un “non luogo” pieno di costosi negozi come quelli che si trovano in un qualsiasi aeroporto. Evitato come la peste nera dai, sempre meno, residenti della città lagunare, il Fondaco è diventato una trappola per turisti danarosi, pronti a porgere la carta di credito per una borsa di Luis Vuitton o per un paio di ciabatte con scritto in inglese “Venice”, finte forcole che non hanno mai visto un remo e costosissime paccottiglie Made in Taiwan che riproducono improbabilissime gondole.
EPPURE, UN TEMPO, il fondaco apparteneva a tutta la città. Prima dell’arrivo dei Benetton, lo storico palazzo era la sede delle Poste Italiane. I nonni salivano la grande scalinata per andare a ritirare la pensione al primo piano. I papà vi si recavano per spedire raccomandate o telegrammi, e poi accompagnavano all’ultimo piano i figli per fargli vedere quanto era bella la loro città, vista dall’alto di quella terrazza panoramica che spazia su tutti i tetti di Venezia. Quella terrazza dove oggi si può accedere solo con prenotazione on line e previa consumazione nel bar dei Vip.
«Quello che sta accadendo al Fondaco dei Tedeschi è l’esempio plastico dell’economia edell’indotto generato da un modello di turismo estrattivo, che danneggia la città e punta unicamente a drenare risorse – attacca la Cgil di Venezia, che stima in 500 i posti di lavoro persi con l’indotto – . Si accampa la scusa della crisi del lusso ma è evidente che si tratta di un’operazione di immagine, un utilizzo del marchio Venezia per poi buttare via la città e i lavoratori quando non più indispensabili».
«QUESTO MODO UNILATERALE di agire del Gruppo Dfs rivela una mentalità arrogante e padronale sia verso i lavoratori sia verso la città intera – fa eco il consigliere comunale verde Gianfranco Bettin – . L’importanza sia del polo lavorativo sia quella storica e architettonica del Fondaco, ho invitato l’amministrazione a intervenire subito per salvare l’occupazione ed evitare una torsione ulteriormente turistica dell’uso del palazzo che rischia di diventare l’ennesimo albergo di lusso». Una interrogazione è stata presentata da Luana Zanella, capogruppo Avs alla Camera.
Vita di Moussa Diarra ucciso dalla Polfer, oltraggiato da Salvini
22/10/2024Il ManifestoVERONA Presidio alla stazione di per ricordare il 26enne del Mali. Gli amici: «Non si risponde con le armi al disagio sociale e psichico»
In tanti si sono recati ieri sera alla stazione di Verona per ricordare con mazzi di fiori Moussa, il 26enne del Mali ucciso. L’episodio è accaduto domenica di prima mattina. Il giovane, in evidente stato di disturbo psichico, avrebbe tentato di aggredire tre poliziotti della Polfer con un coltello, uno dei quali gli ha esploso contro tre colpi di pistola, uccidendolo. Ma se la dinamica dell’episodio, attualmente al vaglio della magistratura, è ancora da chiarire, la politica non ha perso tempo a cavalcare il fatto. A Verona, l’opposizione di destra si è immediatamente scagliata contro i migranti e le politiche, a loro modo di vedere, troppo permissive della Giunta guidata dal sindaco Damiano Tommasi. Non poteva mancare un intervento a gamba tesa di Matteo Salvini che ha scritto sui social: «Con tutto il rispetto, non ci mancherà. Grazie ai poliziotti per aver fatto il loro dovere».
MA CHI ERA, QUESTO ragazzo del Mali che non mancherà al leader della Lega? Moussa Diarra, questo il suo nome, era fuggito dalla guerra che insanguina il suo Paese. Sognava di lavorare nei campi in Italia, come suo fratello. Sbarcato a Lampedusa nel 2016, dopo aver attraversato l’inferno libico, è stato ingabbiato nel Cas veronese di Costagrande, struttura ora chiusa e tristemente famosa per le condizioni in cui tratteneva i suoi “ospiti”. Qui Moussa aveva avviato la trafila per un permesso di soggiorno umanitario e cercare lavoro. Quando l’hanno rimesso in libertà, soffriva oramai di depressione e di disturbi psichici. Ma fuori del Cas, per Moussa, come per tanti altri, non c’è niente.
GLI ATTIVISTI DEL CENTRO sociale Paratodos gli avevano trovato un giaciglio al Ghibellin Fuggiasco, uno spazio occupato per offrire ai senza tetto quel minimo di assistenza che Stato non garantisce. La sera, mangiava qualcosa al Rifugio Due, un centro messo in piedi dalla Ronda della Carità e dall’onlus One Bridge To Idomeni per dare supporto legale e aiutare nella ricerca di un lavoro chi ne ha bisogno. Cittadini stranieri per lo più, ma anche tanti anche italiani. «Moussa si era rivolto ai nostri sportelli questa estate, cercava un supporto legale per ottenere i documenti necessari a regolarizzarsi e lavorare – spiega Jacopo Rui, coordinatore dello sportello -. I cedolini provvisori che la questura rilascia non vengono nemmeno presi in considerazione dalle banche e dai datori di lavoro e lui si era adattato a vivere per strada. Sono in tanti nelle sue condizioni. Non fa certo meraviglia che possano nascere disagi psichici. Doveva essere curato e non ucciso in questa maniera».
IL GIOVANE SI ERA RIVOLTO al Cesaim, Centro Salute Immigrati di Verona ma, raccontano i suoi amici, certi giorni non riusciva neppure ad alzarsi dal letto per la depressione. E così aveva perso l’appuntamento del 10 ottobre per il rinnovo del permesso di soggiorno. «Oramai non credeva più a niente – dice un migrate suo amico -. Sognava solo di tornare nel Mali».
GLI ATTIVISTI DEL Paratodos hanno provato in tutti i modi a scuoterlo dalla sua apatia e lo avevano sollecitato a partecipare al recupero di una grande struttura abbandonata in via Villa, a Quinzano. «Sabato e domenica siamo andati a ripulire l’area – racconta Giorgio Brasola del Paratodos -. Moussa ci aveva detto che ci avrebbe raggiunto in bicicletta. Ma non è arrivato mai. Eravamo riuniti in assemblea quando è arrivata la notizia della sua morte. Non abbiamo più avuto il coraggio di continuare, non si può morire così a 26 anni. Costituiremo un comitato per chiedere verità e giustizia per Moussa e per tutti gli altri come lui. Non vogliamo vivere in un Paese violento dove si risponde con le armi al disagio sociale e psichico».
TRA LE ALMENO 500 persone, che piangevano il ragazzo del Mali, c’era anche il fratello, Djemagan Diarra, appena arrivato da Torino. «Non era un delinquente. Non voglio che sia ricordato così. Stava male. Gli avevano fatto di tutto in Libia. Non è giusto». A lui sì che il fratello mancherà.
Porto di Venezia, sciopero a oltranza contro il bando iper precario
20/10/2024Il ManifestoProteste Operaie La lotta va avanti da quattro giorni. Il testo rischia di fare da apripista per tutte le altre autorità: «A rischio la sicurezza»
Sciopero, sciopero ad oltranza. Da quattro giorni, i lavoratori del porto di Venezia hanno incrociato le braccia e si sono riuniti in assemblea permanente, fermamente decisi a non tornare sulle banchine sino a quando non sarà ritirato il contestato bando varato dall’Autorità Portuale che determina i parametri del lavoro temporaneo. Uno sciopero proclamato mercoledì 16, dopo l’inevitabile rottura del dialogo col presidente dell’Autorità dell’Adriatico settentrionale, Fulvio Lino Di Blasio, che ha alzato un muro davanti alle richieste dei portuali.
Uno scontro durissimo, come non se ne vedeva da tempo nel nostro paese. Uno scontro che ha visto mobilitarsi tutte le sigle sindacali e occupazionali del porto: Filt Cgil, Fit Cisl, Uilt e la cooperativa Nuova Compagnia Lavoratori Portuali. Uno scontro che non ha come posta in palio solo il futuro occupazionale dei portuali di Venezia. Il nuovo bando infatti è solo un apripista per simili provvedimenti che minacciano di essere varati in tutte le altre realtà portuali d’Italia. Anche per questo, manifestazioni di solidarietà e l’invito a tener duro, ai 120 portuali di Venezia, sono arrivati da tutti gli altri lavoratori dei porti d’Italia, da Ravenna a Monfalcone, da Trieste a Napoli. Gli storici camalli di Genova si sono dichiarati pronti a scendere in agitazione a fianco dei portuali veneziani per fermare il bando.
«C’è una questione di metodo e una di sostanza – spiega Daniele Giordano, segretario della Cgil di Venezia – . Erano state stipulate a livello nazionale delle linee guida. Ci aspettavamo un confronto con l’Autorità Portuale che invece non c’è stato. Il bando è stato calato dall’alto senza nessuna discussione. Inoltre, il testo è assolutamente fumoso su questioni che per noi sono essenziali come le garanzie occupazionali e la sicurezza».
«Continueremo lo sciopero sino a che il bando non sarà ritirato – dichiara Mauro Piazza, presidente della Nuova Compagnia Portuale -. E chiediamo anche le dimissioni del presidente Di Blasio che prima ha firmato le linee guida e poi le ha disattese. Non è la prima volta che questo signore dice una cosa e poi ne fa un’altra».
«Ci siamo sentiti tradire nelle nostre aspettative – spiega Marino De Terlizzi, segretario Fit Cisl – Non soltanto non hanno trovato chiarezza punti qualificanti come la clausola sociale, ma sono stati resi di difficile interpretazione tutti gli elementi che riguardano le normali relazioni sindacali in ambito lavorativo come, ad esempio, l’applicazione della contrattazione di primo e secondo livello a salvaguardia dei livelli reddituali».
Il bando, in altre parole, non sarebbe che uno strumento per precarizzare il lavoro portuale, abbassare gli stipendi e aprire il ritorno del cottimo e del caporalato. Termini che ci si augurava fossero stati confinati solo nel vocabolario. E le condizione di precarietà, sottolineano i sindacati, non implicano solo sfruttamento sociale ma anche l’aumento dei rischi per la sicurezza. Soprattutto in un ambiente di lavoro come quello portuale, dove di incidenti gravi e anche mortali se non sono già verificati troppi.
Ieri pomeriggio era atteso un incontro nazionale tra le parti ma l’Autorità ha rimandato l’appuntamento a data da destinarsi per un non meglio specificato impedimento. Continua insomma il muro contro muro. Inutili gli inviti al dialogo lanciati da esponenti della Confindustria, e dallo stesso sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, che ha lanciato un generico appello alle parti, pure se il Comune, in quanto parte del Comitato del Porto, potrebbe sostenere con più forza la causa dei portuali, come fa notare Gianfranco Bettin, consigliere comunale d’opposizione nei banchi dei Verdi Progressisti: «La ripresa del dialogo è certo auspicabile ma questa ripresa passa necessariamente, come chiedono i lavoratori, per il ritiro del bando sul lavoro temporaneo. Il Comune deve lavorare per questo risultato, senza accettare forzature che mettono a repentaglio la sicurezza, la qualità dei posti di lavoro e la natura stessa delle relazioni tra autorità e lavoratori. Lo deve fare nell’interesse di tutti, perché la centralità del porto nell’economia e, prima ancora, nella storia della nostra città non può essere disconosciuta da nessuno».
In migliaia a Mestre per Giacomo e contro le politiche securitarie di Brugnaro
29/09/2024Il Manifesto«Riprendiamoci la città» Il Cso Rivolta e tante associazioni hanno ricordato il ragazzo morto il 20 settembre. «Riprendiamoci la città. l sindaco ha tagliato tutti i servizi di welfare a Venezia, noi reagiamo: oggi noi chiediamo una radicale inversione di rotta»
Più di cento sigle tra comitati di quartiere, associazioni cittadine, movimenti, partiti, sindacati, comunità di migranti, hanno aderito all’appello lanciato da «Riprendiamoci la città» e dal Cso Rivolta e si sono date appuntamento nel pomeriggio di ieri davanti alla stazione di Mestre per manifestare dietro al grande striscione con la scritta: «Per Jack, per noi, per tutti: riprendiamoci la città». Il corteo ha sfilato lungo corso del Popolo sino alla cancellata ricoperta di mazzi di fiori del liceo Guggenheim, davanti alla quale, nella notte di giovedì 20 settembre, il 26enne Giacomo Gobbato è stato ucciso e il suo amico Sebastiano Bergamaschi ferito a una gamba nel tentativo di soccorrere una donna aggredita.
Nel febbraio dello scorso anno, un simile corteo aveva sfilato per la stessa strada per commemorare un’altra vittima del degrado in cui la città è sprofondata dopo nove anni di amministrazione del sindaco Luigi Brugnaro. In cinquemila erano scesi in piazza per commemorare un altro ragazzo, ucciso da un’auto che condotta da un tossicodipendente che guidava contromano, e chiedere un’inversione di rotta nelle politiche sicurtarie dell’amministrazione. Una richiesta che il sindaco non si è nemmeno degnato di prendere in considerazione. Ma la manifestazione di ieri ha visto la mobilitazione di un numero davvero impressionante di cittadini. Almeno 12mila persone hanno riempito le strade chiedendo una «sicurezza» diversa da quella tanto vantata dalla Giunta e concentrata su interventi temporanei e operazioni ad effetto che non hanno fatto altro che emarginare e criminalizzare tante persone in difficoltà. «Hanno tagliato tutti quei servizi di welfare indispensabili per chi si trova in difficoltà, hanno chiuso tutti gli spazi di socialità, smantellato i presidi di prevenzione delle dipendenze – denuncia Sebastiano Bergamaschi -. È stata la scelta precisa di una amministrazione che ha sempre privilegiato gli interessi privati al bene pubblico. Oggi noi chiediamo una radicale inversione di rotta. Oggi noi vogliamo riprenderci la città».
Una presa di posizione che Brugnaro non ha preso bene. Fallito il tentativo di santificare i due ragazzi come “eroi cittadini” – né Sebastiano, né la famiglia hanno voluto incontrare il sindaco – e di cavalcare la protesta invocando come soluzione all’innegabile degrado in cui Mestre è precipitata misura ancora più repressive – «è necessario un inasprimento delle pene anche per i micro reati» -, il sindaco ha bollato la manifestazione come un inutile «sventolio di bandiere rosse». «Ci andranno solo quelli che difendono chi gira col coltello», ha rimarcato dopo aver invocato non meglio precisati «poteri speciali» per i primi cittadini. Intanto anche questa settimana, le pagine di cronaca nera non sono rimaste senza notizie. Martedì notte, nella parallela via Piave, si è verificata una violenta aggressione a colpi di cocci di bottiglia. Solo questa settimana, due vetrine sono state spaccate per bottini di poche decine di euro. Una anziana l’altro ieri è stata aggredita sul portone di casa per strapparle una collanina.
Il fallimento delle politiche sicurtarie di Brugnaro sono oramai sotto gli occhi di tutti. Compresi di quei negozianti che magari avranno anche lo avranno anche votato ma che ieri esponevano nelle vetrine dei loro negozi il manifesto che Zero Calcare ha dedicato a Jack.
I funerali del ragazzo si svolgeranno lunedì a Jesolo. Gli amici potranno dargli l’ultimo saluto la mattina all’obitorio di Mestre. Niente fiori, hanno chiesto i genitori, ma offerte per Mediterranea, l’ong che soccorre chi ha bisogno di essere soccorso e non si gira dall’altra parte. Proprio come ha fatto Jack.
Mestre, la veglia per ricordare Jack: «Non lo userete per campagne d’odio»
25/09/2024Il ManifestoIl marciapiede dove Jack ha versato il suo sangue ieri era coperto di fiori. Qualcuno ha appeso alla rete una sciarpa della palestra popolare del Rivolta.
Dei bambini hanno lasciato dei disegni con grossi cuori rossi. Altri hanno scritto dei pensierini. Il parroco della chiesa vicina, nel pomeriggio, ha radunato i fedeli per una veglia di preghiera. Non è ancora stato stabilito il giorno del funerale perché il corpo del giovane rimane ancora a disposizione degli inquirenti. Identificato invece il presunto omicida fermato dopo il fatto: Serghiei Merjievschii, un 38enne moldavo senza fissa dimora e dipendente da sostanze. Sarebbe stato lui a uccidere Jack e a ferire Sebastiano, intervenuti per difendere una donna da una aggressione in pieno centro di Mestre. Sono proprio i residenti di Mestre a voler ricordare in queste ore il sacrificio del giovane attivista del centro sociale Rivolta. Persone che subiscono tutti i giorni, sulla loro pelle, il degrado in cui la città è stata fatta precipitare. Ho incrociato una anziana signora di Marghera che ha deposto un mazzo di girasoli: «Tutti scrivono male dei ragazzi dei centri sociali ma io che vivo vicino a piazzale Concordia so che sono gli unici, con i dottori dell’ambulatorio che Emergency ha aperto proprio vicino al Rivolta, che mi hanno aiutata quando ho avuto bisogno».
La generosità, Jack, l’aveva cucita addosso come i suoi tatuaggi. Un anno fa, durante l’alluvione in Romagna, era partito assieme a tante altre compagne e compagni dei centri sociali del nord est per dare soccorso a chi ne avesse bisogno. «Gli angeli del fango», li avevano chiamati i giornali. Magari su quelle stesse pagine che li etichetta come «zecche rosse» o peggio, quando manifestano contro i cambiamenti climatici. Come se la generosità fosse una dote da elargire caritatevolmente solo in determinate occasioni, slegata da qualsiasi aspirazione di giustizia sociale. Una giustizia che, Jack lo sapeva bene, è per tutti o per nessuno, al di là del colore della pelle e della nazionalità.
«Non userete Jack per promuovere campagne di odio» hanno scritto su uno striscione gli attivisti del Rivolta. Ma nei social la macchina del fango si è messa in moto. «Ucciso da uno di quei clandestini che generosamente aiutava» ironizzano tanti che, al contrario di Jack, si sarebbero probabilmente girati dall’altra parte sentendo le urla della donna. Ma a uccidere Jack non è stata la sua generosità ma una mano criminale. «Non dobbiamo permettere che questa tragedia sia usata in maniera strumentale da quanti seminano odio e sostengono che l’unica soluzione sia la violenza e la repressione. Lo dobbiamo a Jack. Perché lui lottava contro le ingiustizie, per un mondo più giusto e senza discriminazioni» afferma Vittoria Scarpa, una delle portavoce del Rivolta e una delle prime a essere accorse, nella notte di venerdì, nel luogo della tragedia per tentare di soccorre i due ragazzi ancor prima dell’ambulanza.
«Il prefetto dice che si tratta solo di un caso isolato, che tutto è sotto controllo. Si vede che non abita su queste strade! Quello che è accaduto non è stato un caso ma ci sono precise responsabilità politiche. Sono nove anni, dall’arrivo del sindaco Luigi Brugnaro, che straparlano di sicurezza ed ecco a cosa hanno portato le politiche di repressione. Fatevi un giro per via Piave o per corso del Popolo che sono diventate le strade dello spaccio per tutta la Regione! Li vedi che si trascinano, senza un posto per dormire o per mangiare, che prendono calci in pancia da tutti. È stata creata una situazione esplosiva che trova negli episodi di violenza come quelli che hanno ucciso Jack uno sfogo persino ovvio. Una volta c’erano operatori di strada che conoscevano queste persone, cercavano di andare incontro ai loro bisogni elementari e a indirizzarli ai Sert o ai servizi. Erano loro i primi a individuare i criminali e a segnalarli. Ora sono tutti criminali e, in cambio dei servizi sociali tagliati, abbiamo il record dei morti per droga».
Quanto paventato da Vittoria Scarpa si sta già concretizzando. Il presidente della Regione Zaia ha invocato la presenza dell’esercito. Presenza che per altro c’è già. L’assessore di Venezia alla Coesione sociale, Simone Venturini, ha auspicato l’introduzione di leggi speciali repressive. Su richiesta delle opposizioni, il sindaco Brugnaro ha concesso il lutto cittadino per il funerale, riservandosi dopo il lutto di «esprimere le mie convinzioni». Convinzioni che non saranno certo quelle di Jack. Un ragazzo che guardava in faccia la realtà, chiedeva giustizia e non odio e non girava la testa dall’altra parte.
Giacomo, 26 anni. Morto per non essersi voltato dall’altra parte
22/09/2024Il ManifestoVITA DI JACK Mestre, un militante del centro sociale Rivolta accoltellato mentre sventava un’aggressione in pieno centro. Ferito anche un 25enne
C’è anche chi non si gira dall’altra parte. Giacomo Gobbato, o Jack come lo chiamavano gli amici del centro sociale Rivolta, apparteneva a questa seconda categoria di persone. La coltellata al petto ricevuta mentre tentava di difendere una donna da una aggressione, gli è stata fatale. Jack, 26 anni, è morto subito dopo il suo trasporto all’ospedale. L’amico che era con lui, Sebastiano Bergamaschi, 25 anni, se l’è cavata con una ferita alla gamba.
IL FATTO è accaduto poco dopo le 23 di venerdì, nel centralissimo corso del Popolo, la main street di Mestre. Una strada un tempo popolata di vita e di movida. Oggi – dopo la «cura» del sindaco Luigi Brugnaro che ha tagliato tutti i servizi sociali e le strutture di riduzione del danno della città in nome di una idea di «sicurezza» tutta sua fatta di taser, pistole e di vigili palestrati – corso del Popolo è diventata un supermarket regionale dello spaccio e della violenza. Di ritorno da una festa di compleanno, Jack e Seba hanno sentito una ragazza che urlava e che cercava di resistere allo scippo del suo zaino.
I due giovani sono immediatamente intervenuti in sua difesa ma l’aggressore era armato di coltello ed ha colpito i ragazzi, ferendo Saba alla gamba e uccidendo con una ferita all’addome Jack. Inutili i soccorsi degli operatori del Suem allertati dai residenti. L’aggressore, un cittadino moldavo di circa 40 anni che non sarebbe mai stato segnalato prima alle forze dell’ordine, è stato fermato pochi minuti dopo i fatti dalla polizia mentre cercava di scippare un’altra ragazza, questa volta di origine cinese, nella vicina via Aleardi.
JACK AVEVA 26 ANNI, e di mestiere faceva il tatuatore in uno studio di Vicenza, l’Electric Tiger House. Era anche un bravissimo musicista reggae. Sabato sera avrebbe dovuto esibirsi con la sua band al Veneto Blaze, in programma al centro sociale Rivolta. Ieri pomeriggio, i genitori, le compagne ed i compagni di Jack, assieme a tantissimi cittadini di Mestre e di Venezia, si sono trovati per ricordarlo nel luogo in cui è stato ucciso dietro ad un grande striscione con la scritta «Per Giacomo, per noi. Riprendiamoci la città». Anche Seba, appena dimesso dall’ospedale, è intervenuto per ricordare tra le lacrime l’amico. In mattinata, qualcuno aveva già deposto sul marciapiedi dei mazzi di fiori ed una sciarpa del Venezia, la squadra di cui era tifoso.
«Questo per noi è il tempo del dolore – si legge in un comunicato del Rivolta -. Troppo dolore, un dolore che toglie le parole. Quello che pensiamo, tutto quello che proviamo, troveremo il modo di dirlo. A breve. Ora diciamo solo che esigiamo di non essere usati da chi semina odio. C’è un colpevole. È una persona, una singola. Non importa dove sia nato o di che colore abbia la pelle. Non accettiamo strumentalizzazioni. E non le accettiamo per Giacomo che sarà sempre con tutti noi e per Sebastiano che è con il cuore a pezzi. A Giacomo, che nella sua giovane vita ha sempre lottato per una società inclusiva, multiculturale, antirazzista lo dobbiamo».
UN DOLORE senza scampo ma che non ha comunque evitato lo sciacallaggio di quanti hanno vomitato nei social frasi del tipo «Ma come? Le vostre risorse umane vi si sono rivoltate contro?» o anche peggio. Condoglianze sono arrivate dal sindaco di Venezia, che ha ribadito la sua fiducia nelle forze dell’ordine riservandosi in futuro di «esprimere la mia amarezza e le mie convinzioni» sull’accaduto. Condoglianze anche dal presidente della Regione, Luca Zaia, che ne ha approfittato per sottolineare la necessità di «un rafforzamento della presenza delle forze dell’ordine». Esattamente quello che Jack non avrebbe voluto. Lui che era tra i promotori del comitato «Riprendiamoci la città» per chiedere un approccio radicalmente diverso alle tematiche della «sicurezza» urbana. Un approccio fondato sulla diffusione capillare di servizi sociali, reti di operatori di strada e di assistenza.
«CHIEDIAMO che il sindaco Brugnaro proclami il lutto cittadino come atto di gratitudine verso Giacomo. Con lui è stata colpita una comunità storica di Venezia come è il centro sociale Rivolta che cerca risposte collettive e solidali ai problemi della nostra città. La nostra meglio gioventù». E Jack, che non si è girato dall’altra parte, era uno di loro.










