ASD Athletic Brighela: alla multa rispondiamo con la solidarietà verso chi salva vite in mare
21/03/2023«La politica dei respingimenti non è più accettabile»
Che una multa non li avrebbe fermati, lo hanno messo subito in chiaro. E neppure le giornate di squalifica inferte al capitano e all’allenatore, pure se, ammettono, “è la cosa che ci ha dato più fastidio”. Loro sono quelli dell’ASD Athletic Brighela di Bergamo, costituita nel 2021 “con la volontà primaria di provare a rompere determinati schemi e stilemi aberranti radicati nel sistema calcio – specie in provincia – riaffermando un modello più sostenibile, solidale ed inclusivo di gestione, amministrazione e coinvolgimento di atlete, atleti e supporter della pratica sportiva che da sempre ci appassiona“.
Una associazione sportiva salita agli onori della cronaca per essere scesa in campo domenica 5 marzo reggendo, prima del fischio di inizio, uno striscione che la Federcalcio ha ritenuto troppo politicizzato – come se il calcio e la politica non avessero mai avuto nulla in comune! – e deciso di punire con una multa di 550 euro e le sopracitate squalifiche ai vertici della squadra. Nello striscione incriminato si leggeva “Cimitero Mediterraneo. Basta morti in mare” con chiaro riferimento alle vittime del naufragio di Cutro.

Alla Federcalcio che li accusava di essere “politicizzati”, quelli dell’Athletic Brighela hanno risposto così: “La nostra associazione non ha alcun fine di lucro ed opera per fini sportivi, ricreativi, solidaristici e culturali. Il nostro statuto è pubblico, e chiunque può constatare che la nostra associazione poggia sui valori dell’inclusione, della cooperazione e del contrasto alle discriminazioni, alle disuguaglianze sociali e alla marginalità. Questa posizione è politica? Sì, lo è. È ideologica? No, non lo è“.
Quello che certo non immaginavano, i dirigenti, i giocatori e la stessa tifoseria che si stringe attorno a questa squadra che milita nel girone B della terza categoria di Bergamo, è l’enorme ondata di solidarietà sollevata dal loro gesto.
Sin dalla successiva giornata di campionato, tante altre squadre hanno alzato simili striscioni, come il Sant’Ambroeus di Milano, il Quadrato Meticcio e la San Precario di Padova, invitando provocatoriamente la Federcalcio a “multare pure noi”. Privati, altre squadre di calcio, associazioni sportive e non, si sono fatti avanti per pagare la multa. Anche un “romano de Roma” come Zerocalcare li ha voluti ringraziare disegnandogli un nuovo logo, pure se ci ha appiccicato davanti la scritta in romanesco: “Daje, Athletic Brighela”.
Proprio questa generosa ed inaspettata dimostrazione di affetto e di solidarietà giunta in maniera trasversale alla polisportiva da migliaia di persone – tanto da causare “qualche problema tecnico nella gestione di questo clamore mediatico” -, ha convinto l’Athletic Brighela a rilanciare il suo impegno “politico” proponendo una raccolta di fondi a sostegno di due realtà che lavorano concretamente per evitare le tragedie in mare: Resq People Saving People e Mediterranea Saving Humans.
Questo è il link al quale possiamo dare il nostro contributo attraverso la piattaforma Produzioni da Basso.
“La politica dei respingimenti – si legge nel testo del crowfounding – non è più accettabile. Le persone vanno salvate senza indugi, senza tentennamenti, senza se e senza ma”. Ecco, questo è il calcio che piace alle ragazze ed ai ragazzi dell’Athletic Brighela!
Forza Brighéla!
“Notizie dal fronte”. Le migrazioni fanno meno paura ma non tutte vengono raccontate con attenzione
16/12/2022Le migrazioni non fanno più paura. O, quanto meno, ne fanno molta di meno. Ecco quanto emerge dal decimo rapporto stilato dall’Associazione Carta di Roma in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, e presentato oggi pomeriggio al teatro dell’Università eCampus, a Roma.
Ricordiamo che l’associazione fondata nel dicembre 2011 è nata con lo scopo di diffondere nei media italiani i criteri per una corretta informazione sui temi dell’immigrazione in accordo con il codice deontologico dei giornalisti approvato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine (CNOG) e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI). Uno degli obiettivi dell’associazione è quello di realizzare ogni anno un rapporto che analizza i termini e le narrazioni utilizzate dai nostri media sul tema migratorio, sottolineandone sia le storture che le nuove tendenze.
Significativo il titolo dato a quest’ultimo rapporto: “Notizie dal Fronte”.
Perché “fronte”? Perché – si legge nel comunicato stampa – il dramma della guerra ucraina e dei milioni di rifugiati è centrale nell’agenda delle migrazioni del 2022. Perché il decennio 2013-2022 è caratterizzato da una informazione militante anti-migrazioni, con fazioni che, più che confrontarsi, si scontrano. Perché il lessico bellico caratterizza per tutto il decennio il racconto sulle migrazioni (assedio, invasione, trincea, bomba), costruendo quasi sempre solo narrazioni emergenziali. Perché nell’anno in corso, si torna a evocare frontiere, fisiche e metaforiche, dentro e fuori l’Europa. Ed infine perché le narrazioni si fermano al fronte degli arrivi, abbandonando nell’oblio le vite e le sorti dei migranti appena un’ora dopo il loro arrivo nella nostra Europa.
Ebbene, il decimo rapporto della Carta di Roma individua una inversione di tendenze sul tema migratorio. Per la prima volta, i media hanno registrato un forte calo di attenzione sulla questione. Tanto nei telegiornali di prima serata quanto sulle prime pagine dei quotidiani, le migrazioni hanno ottenuto all’incirca il 14% in meno di spazio rispetto all’anno precedente e oltre il 30% rispetto al biennio 2018-2019.
«Il Covid e la guerra in Ucraina hanno contribuito ad abbassare l’indice di inquietudine nei confronti delle migrazioni – ha commentato il sociologo Ilvo Diamanti intervenuto da remoto alla presentazione del rapporto -. Oramai solo il 3 per cento degli italiani indica i migranti come il principale problema del Paese. Altre paure hanno preso il posto delle migrazioni: le pandemie, la crisi economica, la guerra».
L’arrivo dei profughi ucraini ha in parte stravolto le storture utilizzate per lo più dai partiti “sovranisti” atte a inculcare nella gente timori ed insicurezza per l’arrivo dei migranti da altre rotte, scatenando, al contrario, gare di solidarietà e di sostegno. «La paura e la sfiducia – continua il sociologo – sono importanti argomenti elettorali. Ricordiamoci che i più votano per sfiducia e paura verso un partito avverso che per sostenere la formazione che scelgono. Se prima i rifugiati erano un cardine di questo meccanismo, in questi ultimi anni le cose sono cambiate; il fenomeno delle migrazioni è stato normalizzato per il sopraggiungere di nuove inquietudini ed i migranti non incutono più paura. Questo per certi versi è un bene. Attenzione però a non trasformare la questione in un non – problema. Le migrazioni sono comunque un fenomeno complesso che vanno affrontate con responsabilità e solidarietà».
Tra i tanti ospiti di prestigio intervenuti alla presentazione1, da sottolineare il pensiero del direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. «Concordo con quanto afferma Diamanti – ha specificato – ma non nascondiamoci che l’arrivo dei profughi ucraini, se da un lato ha stravolto le narrazioni sovraniste, dall’altro ha evidenziato come i migranti non siano tutti uguali per l’Europa. Ci sono persone nate in Italia che non hanno ancora diritto alla cittadinanza. Profughi fuggiti dall’Ucraina, Paese in cui erano a loro volta profughi, abbandonati fuori dalle frontiere perché senza passaporti ucraini. Tutte storture di un sistema di accoglienza che un giornalista ha il dovere di denunciare e di far conoscere a chi vuole conoscere».
La deportazione degli “enfants de la Creuse”
30/08/2022La storia dei bambini dell'isola della Riunione: strappati dalle loro famiglie e trasferiti in Francia
Rum, canna da zucchero e vaniglia. L’economia dell’Île de la Réunion, l’isola della Riunione, è tutta qua e niente di più. Tentativi di promuovere il turismo vengono periodicamente rilanciati dalle autorità francesi che governano l’isola ma senza ottenere risultati significativi. Non tanto perché la Riunione non goda di splendidi paesaggi naturali che spaziano da un mare azzurro cobalto e canyon ideali per il rafting, quanto per la distanza di questa isola, che si trova quasi 700 chilometri ad est del Madagascar. Perduta in mezzo al grande oceano Indiano, Riunione versa in una crisi economica pressoché endemica, cominciata con l’occupazione francese e l’imposizione delle sopracitate culture nel tentativo, fallito, di far concorrenza a Sua Maestà Britannica che importava queste merci dai Caraibi. Ancora oggi, l’isola, che costituisce un dipartimento d’oltremare della Francia, ha un tasso di disoccupazione e di povertà tra i più alti di tutti territori amministrati dai francesi.
Ed è proprio in questo quadro di povertà estrema che negli anni che vanno dal 1962 al 1984 è stata compiuta la più grande deportazione forzata di tutta la storia della Francia repubblicana e, presumibilmente, anche di tutta l’Europa. Una storia con la quale la Francia di oggi non ha ancora fatto i conti. Una storia che solo in questi ultimi tempi è uscita allo scoperto grazie alle testimonianze delle vittime raccolte in inchieste giornalistiche, libri e opere cinematografiche.
In quegli anni, 2 mila e 15 tra bambine e bambini di età compresa tra i due e i dodici anni, furono portati via dalle loro famiglie di Riunione e trasferiti di forza in Francia per essere distribuiti tramite adozioni forzate in aree rurali a bassa natalità. I giornali li chiamarono gli “enfants de la Creuse”, dal nome di una di queste zone. Artefice di questa politica di deportazione che continuò sino alla presidenza di François Mitterand, fu il prefetto dell’Île de la Réunion Michel Debré, già ex ministro gollista molto influente in quegli anni. Debré mascherò la deportazione forzata come un’opera umanitaria, volta a contrastare l’incremento demografico e la povertà dell’isola e, nello stesso tempo, a ripopolare le aree rurali più depresse della madre patria.
«Nei fatti, però, questi minori furono vittime di sequestro, deportazione e di ogni sorta di maltrattamento, quali riduzione in schiavitù e abusi sessuali. Essi erano per lo più impiegati in agricoltura e pastorizia, ma le condizioni durissime di vita e di lavoro portarono molti di loro alla morte o al suicidio» spiega Maria Stefania Cataleta, legale per i diritti umani alla Corte Penale Internazionale.
Solo a partire dai primi anni del nuovo secolo, le terribili testimonianze degli ex deportati trovarono spazio nei media, grazie soprattutto a libri di denuncia come “Une enfance volee” di Jean-Jacques Martial 1 e “La Déportation des Réunionnais de la Creuse” di Élise Lemai 2. Sempre in quegli anni, anche il cinema scese in campo per denunciare all’opinione pubblica la deportazione dei bambini di Riunione con opere come “Le Pays des enfants perdus”, una serie televisiva firmata dal regista Francis Girod 3. Questi lavori, fortemente criticati dalla destra sovranista, mettevano a nudo una concezione spiccatamente colonialista dell’infanzia: i bambini potevano essere sottomessi ad un processo di adattamento forzato che comportava la recisione dei legami familiari e di quelli con la società d’origine, per un superiore fine nazionalista.
«L’ideologia repubblicana sottesa era che ogni cittadino francese, in questo caso i cittadini dell’isola della Riunione, potevano essere trasferiti ovunque in Francia senza alcuna difficoltà – commenta l’avvocata Cataleta – . Dall’altro lato, la retorica ricorrente nell’immaginario del popolo della Riunione era che il bambino creolo poteva essere privato di tutto, anche di se stesso dalle forze egemoniche, che applicavano le vecchie pratiche di oppressione coloniale».
Lo scandalo che seguì alla pubblicazione di queste opere tra l’opinione pubblica francese, fornì agli ex “enfants de la Creuse” il coraggio di denunciare i soprusi patiti intentando azioni legali contro lo Stato francese, ma quasi tutte queste cause sono state rigettate dalle Corti di giustizia del paese transalpino.
Solo nel 2014, gli ex “enfants” e le associazioni che li sostengono hanno ottenuto un primo successo perché l’Assemblea Nazionale ha votato una “risoluzione della memoria”, che ha sancito le responsabilità morali della Francia nei confronti di questi bambini strappati alle loro famiglie e alla loro isola.
Fare i conti con il proprio passato non è facile neppure per la Francia democratica. La vergogna di quanto è accaduto sessant’anni fa all’Île de la Réunion continua a far discutere l’opinione pubblica ma le voci negazioniste sono sempre più frequentemente zittite dalle testimonianze che continuano ad emergere di quei bambini e di quelle bambine che furono rapite dalla loro isola per fare da schiavi nelle campagne e nelle case francesi. Scrive nel suo libro “La Bête que j’ai été” (quella bestia che sono stato) l’ex “enfant de la Creuse” Jean-Pierre Gosse 4. “I miei soli amici erano i maiali, così avevo finito per muovermi come loro, a quattro zampe”.
Le frontiere della memoria. Dai Pirenei alla Valsusa sulle rotte dei migranti di ieri e di oggi
28/07/2022Un viaggio lungo le rotte dei migranti. Un viaggio attraverso l’Europa di quelle frontiere che non dovrebbero esserci più ma che invece ci sono ancora, e che ancora continuano ad uccidere chi non ha il documento giusto in tasca. Ma un viaggio soprattutto nella memoria, questa carovana lanciata da Abriendo Fronteras, per ricollegare gli orrori del passato a quelli di oggi. Quegli orrori che la Spagna ha vissuto durante il periodo franchista, quando i combattenti libertari e repubblicani, costretti a fuggire oltre confine con le loro famiglie, sono stati internati in campi di concentramento francesi come quello di Gurs o di Argelès-sur-Mer o di Rivesaltes. Campi che con l’arrivo della Repubblica collaborazionista di Vichy si trasformarono in veri e propri lager di sterminio in cui vennero rinchiusi anche ebrei, rom ed oppositori francesi.
Campi di ieri e campi di oggi. Anche nell’Europa di Schengen, nell’Europa della “libera circolazione”, le frontiere continuano ad esigere tributi di sangue. I nuovi lager sono chiamati “Cpr” e, proprio come i campi di concentramento di un tempo, rinchiudono persone che non si sono macchiate di nessun delitto se non quello di non avere il documento “giusto” nelle tasche. E, proprio come i campi di concentramento, nei Cpr non c’è spazio per i diritti. Quando avviene dietro quelle mura deve rimanere dentro le mura. Impossibile, non solo per un attivista ma anche per un avvocato, per un giornalista, per un medico entrarci dentro per fare quelle che, in fin dei conti, è il suo lavoro: difendere un innocente, informare i lettori, curare un ammalato. Niente di tutto questo è consentito in un Cpr. E la carovana internazionale Abriendo Fronteras lo ha constatato durante la manifestazione di sabato scorso, 23 luglio, a Torino, davanti alla struttura tra corso Brunelleschi e via Monginevro, blindata da cordoni di poliziotti in assetto antisommossa. Agli attivisti e alle attiviste non è stato consentito neppure di depositare un mazzo di fiori dentro il Cpr per ricordare Moussa Balde, il ragazzo di 23 anni originario della Guinea, morto dentro quelle mura. I fiori possono essere solo depositati all’esterno, appoggiati alle mura.
La “Caravana” organizzata dalla rete spagnola Abriendo Fronteras, ha coinvolto circa 150 partecipanti, una dozzina dei quali venuti dall’Italia con il gruppo di Carovane Migranti. Partita da Irun, nel paese basco, il 15 luglio, il cui fiume / frontiera ha già ucciso almeno 21 migranti, le attiviste e gli attivisti hanno viaggiato lungo le Alpi ed i Pirenei, valicando le frontiere di Francia, Spagna e Italia, concludendo il suo cammino a Barcellona, domenica 24 luglio.
In ogni tappa del suo viaggiare, la carovana ha incontrato le realtà locali che lottano per le difesa dei diritti e dell’ambiente. Due battaglie che sono la stessa battaglia, perché il nemico è comune: quel sistema economico capitalista che mercifica tanto i diritti quanto i beni comuni. Lo si è capito molto chiaramente incontrando la gente dalla Valsusa, gli “zapatisti d’Italia”, che difendono la loro valle da quella mostruosa assurdità chiamata Tav che nemmeno la Francia sostiene più ma che in Italia continua a mungere denaro pubblico. E così Abriendo Fronteras ha viaggiato lungo splendide valli verdi dove a pacifici presidi di cittadini dove sventolavano le bandiere dei No Tav, si contrappongono intere aree recintate con filo spinato e difese da reparti dell’esercito con tanto di mezzi pesanti, cantieri fermi ma comunque militarizzati e continui checkpoint di polizia. Blocchi istituiti per fermare tanto i No Tav quanto i migranti senza documenti diretti in Francia. Ha conosciuto la straordinaria esperienza solidale del Rifugio “Fraternità Massi” gestito dall’Associazione Talitá Kum insieme ad una rete di associazioni, attivisti e volontari, luogo che nel 2021 ha dato ospitalità e sostegno ad oltre 15.000 persone migranti che cercavano di varcare la frontiera, sfuggendo alla morte dei percorsi innevati e ai respingimenti di una frontiera sempre più militarizzata.
Per gli antifascisti di ieri come per i valsusini di oggi, per gli ebrei di ieri come per i migranti di oggi, è la storia che si ripete.
In una stele posta nel campo di concentramento di Dachau, è incisa una frase di Edmund Burke: “Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”. Anche per questo Abriendo Fronteras ha attraversato i Pirenei e le Alpi.
Le orme verdi di Irún
21/07/2022«Le prime orme le abbiamo tracciate di notte. Siamo andate avanti a lavorare sino all’alba. Ogni tre passi, un’orma, stando attenti a marcare bene le deviazioni. Abbiamo scelto un colore verde fosforescente così che si veda bene anche al buio». Così racconta Maite Santamaria, attivista di Irungo Harrera Sarea, traducibile dalla lingua basca come “rete di accoglienza di Irún”.
Una città di frontiera di lunga tradizione, la basca Irún, che sorge a ridosso del confine francese che sorge a ridosso del confine francese, città da dove è partita la Carovana Abriendo Fronteras.
A soli sette chilometri di distanza, proiettato sull’oceano Atlantico, si trova il porto di Pasaia, uno dei più importanti di tutta la penisola Iberica. Più a sud, sorge l’aeroporto internazionale di San Sebastian, il più grande del Paese Basco. Anche lo scalo ferroviario della città è uno degli snodi merci principali che collegano la Spagna con la Francia e il nord Europa.
Ad Irún la frontiera è tangibile. Potremmo scrivere che i suoi cittadini ce l’hanno dentro casa. Il confine con la Francia corre sulla acque del fiume Bidasoa che la divide da Hendaye, la sua consorella che sorge in territorio francese. In pratica, è la stessa città con due nomi diversi. Tanto a sud quanto a nord del Bidasoa la gente è sempre la stessa, parla la medesima lingua e si identifica nella cultura basca. Nella parte spagnola, gli abitanti di Irún vanno a comprare le sigarette che costano meno. La benzina invece la vanno a fare in Francia, dove è meno cara. Quando manifestano contro la frontiera, cantano tutti insieme una versione in lingua basca della canzone di Eros Sciorilli, “La riva bianca, la riva nera”, che in Italia è diventata famosa cantata da Iva Zanicchi.

I migranti, ad Irún, sono arrivati all’improvviso, nell’estate del 2018, in fuga dalla ripresa dei conflitti nel Sahel e nei Paesi sahariani. I più arrivavano in treno da Madrid o da altre città di Spagna, imbarcati con un biglietto di sola andata dalla stessa Croce Rossa. “Non sapevano nemmeno dove erano capitati – racconta Maite – Si guardavano attorno spauriti, non sapevano perché non potevano proseguire per il nord Europa. Nessun o gli aveva spiegato che c’era un confine tra la Spagna e la Francia e che le guardie di frontiera non li avrebbe lasciati continuare il loro cammino. Le autorità comunali di Irún non avevano predisposto nessuna accoglienza. Respinti ai controlli effettuati sui ponti che attraversano il fiume, non avevano altra scelta che aspettare la notte per gettarsi in acqua e raggiungere la Francia. Almeno ventuno di loro sono morti affogati”.
Ad aprire per primo la porta dell’accoglienza è stato il gaztetxe (centro sociale, in basco) Lakaxita. Ma con l’arrivo dell’inverno e l’aumento del numero di migranti, gli spazi del gaztetxe non bastavano più. Le attiviste e gli attivisti di Irún allora hanno messo in pedi una efficiente rete divisa in quattro gruppi di lavoro. Il primo, Gautxori, si occupa di accogliere i migranti che scendono nel piazzale della ferrovia e dei bus. “Ci sono degli orari abbastanza precisi per gli arrivi – continua Maite -. Noi andiamo ad accoglierli, spieghiamo loro dove sono capitati e li accompagniamo alla Croce Rossa, che sta dall’altra parte della Città, dove possono trovare da mangiare e da dormire, sia pure solo per poche notti. Le orme verdi le abbiamo dipinte per dare una indicazione a quelli che arrivano quando noi non ci siamo e collegano la stazione con la sede della Croce Rossa”. Poi c’è il gruppo Ropero, che si incarica di fornire vestiti e cibo ai migranti, il gruppo Acogida che fornisce informazioni e mezzi a coloro che hanno passato la notte dalla Croce Rossa e ora intendono proseguire l viaggio. La strada tra la sede della Croce Rossa e l’Acogida è segnata da un’altra serie di impronte ma di colore bianco. Il quarto gruppo Laguntza Ayuda, si occupa invece delle persone vulnerabili come malati, bambini, donne in attesa.




“C’è una vergognosa ipocrisia di fondo alla base di un sistema di accoglienza così indegno – commenta Maite -. Questi migranti provenienti dal nord Africa non vogliono fermarsi in Spagna. Il Governo e la stessa Croce Rossa lo sanno bene, e così non si fanno scrupolo di spedirli con tanto di biglietto del treno alla frontiera, ben sapendo che non hanno i documenti in regola per poterla attraversare! La ‘soluzione’ che hanno adottato è quella di far finta di non vedere. Poi, se la gente affoga nel tentativo di guadare il fiume, tutto quello che hanno fatto è piazzare qualche cartello sulla riva con la scritta ‘Attraversare il fiume a nuoto è pericoloso’ scritto, per di più, in una lingua che ben pochi migranti conoscono”.
L’emergenza creata a Lampedusa aiuta a legittimare rimpatri e accordi dalla dubbia legittimità
14/07/2022Cumuli di immondizie alti come un uomo, bagni fatiscenti, stanzoni sovraffollati, pavimenti e mura di cemento, finestre sgarrate. Uomini malnutriti e stanchi, donne, bambini, che cercano riparo dal caldo assassino di questa estate, abbandonandosi su materassi sfondati, buttati nei cortili, sotto le fragili ombre di quei pochi alberi chi si alzano appena fuori del perimetro militarizzato del centro.
Sono immagini e video davvero terribili quelli che i migranti rinchiusi nell’hotspot di Lampedusa inviano quotidianamente ai referenti della Campagna LasciateCIEntrare per denunciare il modo in cui sono costretti a vivere.
Sin dal suo costituirsi la campagna ha denunciato i centri di detenzione e i grandi centri per migranti come zone franche in cui i diritti umani sono quantomeno sospesi, per non dire negati. Lampedusa non fa eccezione. Attivisti e giornalisti in queste strutture sono tenuti lontani. Impossibile anche solo sapere quante persone sono presenti nell’hotspot di Contrada Imbriacola. Secondo l’ex sindaca del Comune isolano Giusi Nicolini, la scorsa settimana sarebbero state ammassate almeno duemila e cento. Secondo i dati forniti dal governo venerdì scorso, 8 luglio, erano ospitate 1.878 persone per una capienza massima che dovrebbe essere di 350.
Uomini, donne, quattro delle quali incinte, e anche bambini costretti a subire trattamenti inumani e degradanti, a mangiare e dormire per terra tra i rifiuti, senza assistenza medica anche per i più vulnerabili, senza neppure sapere quale sarà il loro futuro. «Sembra la Libia ma è l’Italia» aveva dichiarato l’ex sindaca.
Il giro di purgatorio sulle navi quarantena, più volte denunciato come inutile, costoso e punitivo dalla campagna LasciateCIEntrare insieme a molte altre organizzazioni e inserito nella relazione al Parlamento dal Garante nazionale1, ha finalmente chiuso i battenti. L’ultimo viaggio è salpato i primi di giugno pure se la pandemia è tutt’altro che finita. Dopo le polemiche di questi ultimi giorni, a seguito del via vai delle navi militari che portano i migranti in accoglienza o nei CPR, il Viminale afferma che ora le persone presenti nell’hotspot sono 145. Ma sono numeri variabili e già gli approdi di queste ore e altri fattori li faranno aumentare o diminuire.
I tunisini, in particolare, vengono rimpatriati d’urgenza, senza che venga data loro la possibilità di contattare un avvocato e avviare la richiesta di asilo2. Vengono smistati con costi altissimi nei diversi CPR sparsi in giro per l’Italia, perfino i soggetti vulnerabili sottoposti a trattenimenti anche prolungati. Non a caso e non di rado scoppiano proteste, in questi giorni è il CPR di Caltanissetta teatro di violenze della polizia, ma domani potrebbe essere Torino o Macomer. «Questo che accade da due anni ed oltre è il leitmotiv» – denuncia Yasmine Accardo, referente di LasciateCIEntrare. «Ci sono anche casi di persone tornate in Italia per la seconda volta (oggetto quindi per la nostra normativa di reato di reingresso). La prima volta erano stati espulsi senza aver accesso nemmeno ad una informativa, molti speravano con la seconda di riuscire a riconquistare un diritto. Ma nulla cambia. Nemmeno stavolta ci sono riusciti».
«Le persone – prosegue l’attivista – sono trattenute nell’hotspot di Lampedusa senza accesso a legali di fiducia. Sanno che un giudice li giudicherà altrove, senza che possano essere presenti e soprattutto senza un difensore che ne conosca la storia, ricevendo così una veloce sentenza di condanna ed espulsione. Questa è la prassi oramai consolidata. Reato di reingresso che in realtà dovrebbe essere guardato come ricerca di giustizia negata ancora e ancora».
Paesi come la Tunisia o l’Egitto continuano ad essere ipocritamente considerati come “sicuri”, oggetto di accordi sui quali cosa ci sia scritto non è dato a sapere e sulla cui legittimità molto ci sarebbe da dire e fare.
«Vent’anni dopo, si continua ad affrontare il problema delle migrazioni sotto l’ottica dell’emergenza, creandola, come avviene oggi all’hotspot di Lampedusa – commenta amaramente Yasmine Accardo -. E proprio in virtù di quest’ottica, i diritti umani passano in secondo piano, se non addirittura disattesi. I finanziamenti milionari vengono dirottati in centri di detenzione e in pratiche di polizia invece che nell’accoglienza. Molte delle persone rinchiuse a Lampedusa non sanno nemmeno dove sono finite e perché. Non si aspettavano di ritrovarsi in un incubo simile. Uno dei tanti migranti tunisini che da Lampedusa è stato spedito nel CPR di Gradisca e qui trattenuto per otto mesi prima di essere rimpatriato, mi ha detto piangendo che lui l’Italia l’ha potuta vedere solo da dietro le sbarre».
E’ incredibile che ogni estate a Lampedusa si ripeta lo stesso copione. La possibilità di organizzare dei veloci trasferimenti verso le altre regioni italiane e il sistema di accoglienza sarebbe nelle facoltà di uno Stato che ad oggi è riuscito ad accogliere oltre 145 mila profughi ucraini. Ma lo stato di emergenza permanente serve a legittimare la politica del governo con le sue prassi d’urgenza e gli accordi bilaterali dalla dubbia legittimità, a stringere patti con dittatori costantemente riabilitati in quanto “necessari” fino a rifinanziare le milizie libiche, con l’ovvia conseguenza di riportarci ad un livello di dibattito pubblico sempre al punto di partenza e reso ancor più infimo dai facili slogan ed isterie della destra.
- “Nel 2021 ha determinato un’ulteriore bolla temporale nel percorso di viaggio delle 35.304 persone che vi sono transitate, senza possibilità di esprimere negli undici giorni di permanenza media a bordo le proprie esigenze di protezione internazionale“. Dalla Relazione 2022 al Parlamento del Garante, pag. 62 : https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/resources/cms/documents/c8c57989b3cd40a71d5df913412a3275.pd
- “Nel 2021, la sorte dell’immediato trasferimento in un Cpr e del ritorno forzato a chi era appena giunto in Italia è toccata a 1.221 persone, per lo più di nazionalità tunisina (1049) o egiziana (170), tutte allontanate con voli charter organizzati dalla Polizia di Stato“. – pag. 63
Dai Pirenei alle Alpi, dalle rotte dei migranti al filo della memoria
4/07/2022Una carovana per riprendere il filo di una memoria perduta, intrecciare reti ed immaginare un diverso futuro di accoglienza. Una carovana che percorrerà le Alpi e i Pirenei, seguendo le rotte dei migranti, attraversando quelle frontiere che l’Europa ha prima abbattuto e poi ancora eretto. Frontiere che continuano a mietere vittime ed a causare sofferenze.
“Cadono le frontiere di terra e di mare”, “Finalmente una Europa senza frontiere”. Così i giornali italiani aprivano le loro edizioni del 31 marzo 1998, lasciando ampio spazio alle cerimonie che i ministri dell’epoca avevano organizzato ai valichi di frontiera tra i Paesi europei, dove proprio quel giorno cominciavano a venir smantellati le barriere e le garrite di controllo. C’erano voluti tre anni per tradurre in pratica l’accordo di Schengen sulla libera circolazione, entrato ufficialmente in vigore il 26 marzo 1995. Accordo che inizialmente riguardava solo sette Stati ma che progressivamente si era esteso a quasi tutti i Paesi europei. Il 26 ottobre ’97 erano già stati aboliti i controlli aeroportuali, poco dopo toccava ai porti e ai traghetti.
Ma le frontiere non erano destinate a morire a Schengen. Altre frontiere venivano esternalizzate nel sud del Mondo, dalle acque del Mediterraneo al deserto del Sahara. Frontiere di sangue che hanno destabilizzando Paesi e portato guerre e devastazioni. L’Europa si trasformava in una fortezza. Poi altri muri, destinati a fermare le migrazioni “interne”, venivano alzati all’interno della stessa Unione Europea, là dove era stati abbattuti.
«Le frontiere interne che nel secolo scorso erano clandestine per coloro che fuggivano dai regimi totalitari europei, sono oggi tornate clandestine per coloro che sono costretti ad affrontare le politiche migratorie, economiche e commerciali dell’UE» si legge nell’appello lanciato dalla rete spagnola Abriendo Fronteras, che conclude: «Pertanto, sarà il filo della memoria a guidare il percorso di questa carovana». E le frontiere da aprire sono quelle che ieri erano state alzate per noi, cittadini d’Europa, ed oggi per i migranti, cittadini della Terra.
«Visiteremo luoghi della memoria – continua l’appello – come il campo di concentramento di Gurs, accanto a Oloron, costruito nel 1939 in cui furono detenuti più di 5 mila repubblicani, per lo più di origine basca, che dopo la sconfitta della Seconda Repubblica attraversarono il confine con la Francia e che in seguito divenne un campo di concentramento per prigionieri politici francesi e per più di 14 mila ebrei». C’è sempre un ebreo, un terrorista, un “clandestino”, una menzogna dietro il sorgere di una frontiera.
«Proprio per questo è importante conoscere le storie di queste frontiere, sentire i racconti di chi ne ha subito le conseguenze e di chi ha lottato nel passato e lotta nel presente per abbattere questi muri costruiti su menzogne e politiche disumane e razziste – racconta Gianfranco Crua, attivista torinese di Carovane Migranti -. Una conoscenza che ci dà anche l’opportunità di intessere relazioni e di fare rete con le attiviste e gli attivisti dei movimenti europei per i diritti umani».
Il percorso della carovana
La carovana partirà da Irun il 15 luglio per attraversare due catene montuose, far tappa in Val di Susa e arrivare a Torino dove si svolgerà una manifestazione di denuncia davanti al Cpr di via Brunelleschi. Quindi i carovanieri torneranno in Spagna per concludere il viaggio a Barcellona il 24 luglio. Sul sito di Abriendo Fronteras potete scorrere il fitto elenco di iniziative e di incontri previsti durante la carovana.
Almeno 150 saranno le attiviste e gli attivisti che parteciperanno alla carovana lanciata da Abriendo Fronteras col sostegno dell’associazione italiana Carovane Migranti e della francese Tous Migrants. Una quindicina circa saranno i partecipanti provenienti dal nostro Paese. Tra le numerose adesioni all’iniziativa, anche Melting Pot Europa e LasciateCIEntrare. «Non possiamo guardare dall’altra parte nella più grande crisi umanitaria della storia in cui l’inevitabilità degli sfollamenti forzati sta distruggendo la vita di migliaia di persone – conclude l’appello -. Ecco perché percorreremo i confini interni di ieri e di oggi, in memoria di coloro che nel passato e nel presente hanno perso la vita, per rivendicare memoria, giustizia, riparazione e non ripetizione e per spogliare il neofascismo del suo travestimento. Vogliamo vita, accoglienza dignitosa e diritti per tutte le persone».
Bloccato il primo volo dei richiedenti asilo per il Ruanda
17/06/2022Mobilitazione e Corte europea rovinano i piani del governo britannico
«Una giornata che sarà ricordata sui libri di storia». Così James Wilson, portavoce di Detention Action, una importante associazione per i diritti umani britannica, ha definito in una intervista al Guardian questo martedì 14 giugno.
«Finalmente la Corte europea dei diritti dell’uomo, che, ricordiamocelo, è stata istituita all’indomani dell’Olocausto, ha fatto ciò che avrebbe sempre dovuto fare». La Corte infatti ha ingiunto alla Gran Bretagna di fermare il volo che avrebbe dovuto decollare verso il Rwanda alle 22.30, ora di Londra, dall’aeroporto militare di Amesbury con lo scopo di “ricollocare” i primi sette immigrati irregolari come conseguenza del discusso accordo che il governo britannico ha stabilito con quello di Kigali.
«Raramente la Corte europea interviene in questioni legali dei paesi membri – ha spiegato Wilson -. Il fatto che lo abbia fatto ora, dimostra quanto sia potenzialmente pericolosa questa politica di ricollocazione forzata dei migranti in Africa». Delusione per il rinvio del volo è stata manifestata dalla portavoce del governo di Kigali, Yolande Makolo, che ha ribadito come «Il Ruanda rimane pienamente impegnata a far funzionare questa partnership». Sulla stessa lunghezza d’onda la ministra degli interni britannica, Priti Patel: «L’ingiunzione della Corte europea non ci scoraggerà dal fare la cosa giusta e dal continuare a controllare i confini della nostra nazione. L’accesso al sistema di asilo del Regno Unito deve essere basato sulla necessità, non sulla capacità di pagare i trafficanti di persone. Le richieste al sistema attuale, il costo per i contribuenti e i flagranti abusi sono in aumento e i cittadini britannici ne hanno giustamente avuto abbastanza».
Proprio su i costi della fallita operazione di ricollocamento, i giornali britannici – tradizionalmente molto attenti alla gestione del denaro pubblico! – hanno insistito per rimarcare il fallimento del loro Governo. Il volo non partito è costato la 500 mila sterline (576 mila euro), la firma dell’accordo con il Rwanda per “ospitare” i migranti espulsi dalla Gran Bretagna, 120 milioni di sterline (poco più di 138 milioni di euro). Senza contare che, notano con disappunto quelli del Guardian, «Il Governo ha rifiutato di specificare quanto ha pagato in spese legali e non ha neppure detto quanto costerebbero i futuri voli e di fare un bilancio di stima su l’alloggio e il costo della vita per i migranti inviati in Ruanda». Come dire: ci costa molto meno tenerli qua! Ma la vera notizia, al di là del mero calcolo economico che pure affascina da sempre l’elettorato inglese, e anche della sentenza della Corte europea a favore dei migranti, riguarda le partecipate manifestazioni di protesta che si sono svolte oltre Manica per impedire la partenza dell’aereo per Kibali contro le quali il Governo di Sua Maestà ha usato la mano pesante.
Un gruppo di attivisti per i diritti umani si è incatenato anche davanti al cancello d’ingresso del Ministero della Difesa, resistendo ai tentativi di sgombero sino a quando non hanno avuto la sicurezza che il volo sarebbe stato cancellato. Enver Salomon, responsabile del Refugee Council, si è dichiarato contento che il volo sia stato bloccato e ha manifestato preoccupazione sulla gestione della politica inglese sull’immigrazione: «E’ chiaro che il Governo rimane determinato a proseguire con questo accordo col Rwanda. Il fatto che il volo non sia riuscito a decollare testimonia la disumanità di questo piano che causerebbe sofferenze indicibili a persone disperate che hanno semplicemente bisogno di sicurezza, ma questo il Governo non lo vuole capire. Quelli minacciati di rimozione sono persone sfuggite a guerre, persecuzioni, torture e violenze. Ed è incredibile che ci siano voluti interventi legali per dimostrare che questa ricollocazione forzata era una chiara violazione dei loro diritti. Addirittura abbiamo dovuto intervenire per impedire che i dei minorenni fossero falsamente valutati come adulti e portati in Rwanda».
Nazia Perveen Bhatti in fuga dal patriarcato, vittima a Ferrara delle discriminazioni istituzionali
29/12/2021Fuori dalle graduatorie per una casa popolare perché il Comune privilegia gli anni di residenzialità al bisogno, e senza reddito di cittadinanza da tre mesi per una quando meno assurda motivazione dell’Inps.
E’ ancora in alto mare l’odissea di Nazia Perveen Bhatti, la donna pakistana 42enne, e dei suoi due bambini italiani di nove anni e dieci anni, la cui vicenda abbiamo raccontato su un precedente articolo per Melting Pot1. La donna che risiedeva a Sant’Angelo in Vado, in Provincia di Pesaro e Urbino, era stata portata con l’inganno in Pakistan dal marito, Shahid Muzammal, cittadino italiano di origine pakistana, che qui l’aveva abbandonata con i due figli, dopo aver sequestrato loro tutti i documenti, per rientrare da solo in Europa e raggiungere la nuova compagna. Nazia, caparbiamente, ha trovato il coraggio di ribellarsi: è scappata dal Pakistan, dove una donna non può nemmeno sognarsi di opporsi alla volontà del marito padrone, ed è tornata in Italia nell’estate del 2019 dove ha denunciato l’uomo per le violenze alle quali è stata sottoposta durante la vita in comune. Grazie all’aiuto della volontarie dell’associazione PortAmico, Nazia ha intrapreso una difficile battaglia legale e nei primi di giugno del 2020, è riuscita a riportare i suoi due bambini in Italia.
Ma la sua coraggiosa decisone di ribellarsi al patriarcato pakistano, le ha fatto scattare un protocollo di sicurezza in quanto possibile obbiettivo di vendette violente da parte del marito o dei parenti.
In fuga dalle Marche, Nazia e i suoi bambini hanno trovato rifugio a Ferrara. Impossibilitata ad ottenere velocemente la cittadinanza italiana in virtù dei nuovi criteri sulla “sicurezza” – imposti dall’allora ministro Matteo Salvini e non del tutto cancellati con il decreto Lamorgese -, Nazia ha fatto comunque richiesta per una casa popolare, ma è stata esclusa dalle graduatorie che, nel Comune amministrato dalla Lega, privilegiano gli anni di residenza al bisogno in nome del principio tutto legista di “prima gli italiani”.
Una aberrazione non solo etica ma anche legislativa, contro la quale, sempre su sollecitazione di PortAmico, gli avvocati Asgi Alberto Guariso di Milano e Massimo Cipolla di Ferrara hanno inoltrato ricorso, vincendo in prima istanza la causa. “Il tribunale di Ferrara ha accertato il carattere discriminatorio della condotta del Comune che ha impostato le graduatorie su un requisito di residenza senza alcun tetto – ha spiegato l’avvocato Cipolla -. In questo modo, l’assegnazione dell’alloggio Erp viene determinato a prescindere dalle condizioni di bisogno o di disagio”.
L’amministrazione della città estense nella persona del sanguigno sindaco leghista Alan Fabbri, non ha preso bene la sentenza. Nazia e un’altra donna di origine marocchina che aveva inoltrato ricorso con lei, sono state immediatamente bullizzate sui social del Comune gestiti dalla nuova squadra di comunicazione messagli in piedi da Michele Lecci, già giornalista di Libero, già sanzionato dall’Ordine, ed organizzatore della squadra di 4 persone (64 mila 662 euro di stipendio lordo l’anno ciascuno pagati con denaro pubblico!) che con il loro operato favoriscono le campagne di shitstorming del Comune in puro stile della Bestia di salviniana memoria. Nonostante Nazia si trovasse sotto un regime di protezione, è stata segnalata con nome e cognome in un post Facebook a firma del sindaco e pesantemente accusata di “ingratitudine” nei confronti dei veri italiani, in questo caso l’amministrazione leghista della città. Vi risparmio i commenti e i relativi insulti dei “bravi cittadini ferraresi” o di semplici troll, che mi è toccato leggere sotto il post!
Alan Fabbri, va detto, non è nuovo a questi attacchi personali. Solo pochi giorni fa, un avvocato, noto in città per il suo impegno civile, ha subito lo stesso trattamento di macelleria sociale solo per aver criticato un post del sindaco in cui compariva una bambina delle elementari con in mano un cartello in cui si ringraziava il sindaco per il suo impegno a favore di Ferrara.
La sentenza del tribunale a favore delle ricorrenti non ha fatto cambiare rotta al Comune che è andato in appello a Bologna. Il 14 si è svolta l’udienza cartolare e si attende una sospensiva. Gli avvocati sono moderatamente fiduciosi ma, come è comprensibile, non si sbilanciano.
Come se non bastasse, l’Inps ha congelato da ottobre il reddito di cittadinanza che permetteva a Nazia e ai suoi bambini di tirare avanti. E il perché di questa decisione lascia sbigottiti. Dopo tre mesi di burocratismi e di inutili colloqui ai vari sportelli, e dopo l’inoltro di una formale diffida all’Inps dell’avvocato Cipolla in cui si chiedevano lumi su questa esclusione sino ad ora immotivata, l’ente ha risposto che il nucleo familiare di Nazia risulta composto anche da suo marito, specificando che “Coniugi con diversa residenza fanno sempre parte dello stesso nucleo ad eccezione dei casi di separazione, cessazione degli effetti civili del matrimonio, decadenza dalla potestà genitoriale, provvedimento di allontanamento dalla residenza familiare, abbandono del coniuge accertato giudizialmente”. E pazienza se la donna ha inoltrato un bel po’ di formali denunce sulle violenze subite da parte del coniuge e sull’abbandono di lei e dei figli con tanto di furto dei documenti.
Quello che non hanno fatto i servizi sociali di Ferrara, ancora lontani dall’attivare qualche ammortizzatore sociale per Nazia, lo hanno fatto la solidarietà di tanti ferraresi e, in particolare, la Curia arcivescovile e la Caritas. Lo stesso arcivescovo della città estense, Gian Carlo Perego, attraverso la Caritas, si è fatto carico in prima persona della donna e dei suoi due bambini trovando loro un alloggio a prezzo calmierato, senza sollecitare nessun arretrato d’affitto, ed aiutandola nel sostentamento quotidiano. Qualche giorno fa, l’alto prelato ha inviato una lettera a Nazia in cui si firma come “Gian Carlo arcivescovo” e nella quale tira indirettamente le orecchie all’assessorato all’Assistenza Sociale del Comune leghista. “Gentile signora Nazia – si legge -, capisco la sua delusione in una burocrazia che disarma e anche indebolisce la rete di solidarietà di amici, amiche e realtà attorno Lei. Non disperi. I suoi figli, la sua libertà sono le premesse importanti per una vita nuova. Da parte mia le chiedo di affidarsi ancora alla Caritas che è il nostro organismo ecclesiale che cerca di far sentire al meglio la prossimità alle persone in difficoltà. Spero che il nuovo anno sia per Lei pieno di giustizia e di pace”.
Nazia intanto che la Corte d’appello di Bologna la riammetta nelle graduatorie e che l’Inps si renda conto dell’assurdità della sua decisione, sopravvive sbrigando qualche lavoretto domestico che i vicini o le amiche le procurano. I suoi figli vanno a scuola e piano piano stanno recuperando gli anni che hanno perso in Pakistan, dove non potevano nemmeno accedere all’istruzione. Attende la sua cittadinanza e che si concluda la pratica di divorzio con l’assegnazione degli alimenti. “Il mio obiettivo è quello di emanciparmi – spiega Nazia -. Parlo bene l’inglese e sto migliorando con l’italiano che, seppure sono da tanti anni in Italia, non ho mai potuto imparare perché mio marito non mi lasciava uscire di casa. Adesso ho potuto seguire corsi di formazione professionale di cucina, pulizia e di informatica. Vorrei lavorare e far crescere i miei figli in un mondo più giusto”.
- Due bambini sottratti alla madre e nascosti in Pakistan: https://www.meltingpot.org/2020/02/due-bambini-sottratti-alla-madre-e-nascosti-in-pakistan/
Lo “straniero” non fa più notizia per il Rapporto Carta di Roma 2021
17/12/2021La prima notizia è che l’immigrazione non fa più notizia. Da gennaio ad oggi, sono solo 660 gli articoli su questo tema che si sono meritati almeno uno “strillo” in prima pagina nei quotidiani italiani. Un buon 21% in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, il 2020, che già registrava un forte calo rispetto agli anni precedenti. L’immigrazione in altre parole, è un tema che preoccupa sempre meno gli italiani e la pandemia che è diventata il primo punto nelle agende delle redazioni, ha solo dato un’ulteriore spinta ad una tendenza al ribasso che si stava registrando da alcuni anni. Oggi, soltanto il 6% dei cittadini italiani ritiene l’immigrazione “un problema di emergenza prioritaria”.
Ecco quanto emerge dalla IX rapporto presentato mercoledì in diretta streaming dalla sede romana della Stampa Estera dall’associazione Carta di Roma. Rapporto dal significativo titolo di “Notizie ai margini”.
La seconda notizia è che, pure se se ne parla poco, dell’immigrazione si continua a parlare male.
Termini impropri e fuorvianti come “clandestino” o “invasione” continuano a tenere banco soprattutto in quotidiani come Il Giornale al quale va il triste primato dei titoli allarmistici. Va sottolineato che l’uso, anzi l’abuso, di questi termini, pur se diminuito in valore assoluto, è cresciuto di percentuale. Come a voler riconquistare l’interesse in calo dei lettori con toni più accesi e astiosi nel riportare la notizia.
“Le notizie che in questi anni hanno catalizzato l’attenzione, ispirato campagne elettorali, condizionato le politiche europee, nutrito l’odio di molti, portato la pura nelle nostre case, nel 2021 sono rimaste prevalentemente lì, in quello spazio un po’ indefinito a due passi dall’indifferenza, relegate in un angolino della comunicazione giornalistica – ha commentato il presidente dell’associazione carta di Roma, Valerio Cataldi -, ma sempre pronte a riprendere vita quando lo pretenda il ringhio preparatorio della prossima campagna elettorale”.
Il rapporto è stato curato da Chiara Zanchi e Giuseppe Milazzo, dell’Osservatorio e dell’Università di Pavia. A commentarlo, tra tanti giornalisti, anche il politologo Ilvo Diamanti che ha sottolineato come i tempi delle “grandi paure” siano oramai alle nostre spalle. Lo dimostrerebbe la preoccupazione suscitata dall’entrata dei talebani a Kabul che non ha riguardato tanto l’arrivo di una nuova ondata di profughi nel nostro Paese quanto, come ha dimostrato un sondaggio condotto da Demos, le terribili condizioni in cui sono precipitate donne, uomini e bambini afghani. In fondo, ha concluso lo studioso, “uno straniero senza patria e senza volto che naviga tra noi senza bisogno di imbarcazioni o di attraversare confini clandestinamente, ce lo abbiamo già in casa: il covid. Uno straniero invisibile che ha reso meno visibili gli stranieri che provengono da altri Paesi”.


