In questa pagina ho riportato gli ultimi articoli che ho scritto per il quotidiano ambientalista Terra, il settimanale Carta, Manifesto, per siti come Global Project, FrontiereNews o siti di associazioni come In Comune con Bettin e altro ancora.

Venezia, il Mose fa felice i commercianti ma trasforma la laguna in uno stagno

L’acqua alta non dà tregua a Venezia. Da più di due settimane, ininterrottamente, le paratoie del Mose non fanno altro che alzarsi e abbassarsi per fermare l’ingresso delle maree in laguna. I cellulare dei residenti sono un continuo trillare a tutte le ore per gli sms del Centro Maree: «Programmata l’attivazione del sistema Mose alle ore… Seguire gli aggiornamenti». Dal 27 gennaio a oggi, sono state contate 21 chiusure. Più di una al giorno. Non era mai successo prima. Quella che era la laguna dei Dogi è stata trasformata in uno stagno. In città è guerra aperta tra i lavoratori del porto, che rischia la chiusura delle attività per l’impossibilità di far transitare le navi, e gli operatori del turismo che, soprattutto in questi giorni di Carnevale, pretendono le calli sempre asciutte.

Sei anni dopo la sua inaugurazione nel luglio del 2020 (inaugurazione parziale perché l’opera non è tutt’ora completata), l’unica cosa chiara è che così non si può andare avanti. Cosa è successo? «Si è verificato esattamente quello che gli ambientalisti avevano previsto – spiega Gianfranco Bettin, coportavoce di Europa Verde Venezia – interrompere lo scambio secolare col mare non solo ha sconvolto l’equilibrio idrodinamico, portando conseguenze ancora tutte da verificare all’ecosistema lagunare, ma ha colpito al cuore la funzione portuale. Era un’opera sbagliata sin dalla sua concezione. Questa scelta scellerata ha portato un ritardo di decine di anni.
Sarebbe stato più utile un sistema diverso e meno impattante che poteva entrare in vigore almeno venti anni fa. Invece si è scelto un meccanismo di appalti miliardari perfetto per foraggiare la corruzione. Oggi il Mose continua a drenare tutti i finanziamenti che potrebbero essere utilizzati per la salvaguardia». Dal costo previsto di 1,3 miliardi di euro per la sua costruzione, l’opera è lievitata a 6,5 miliardi. E non è ancora completa. Ogni alzata di paratoia costa attorno ai 270 mila euro. La manutenzione minima dell’impianto vale circa 100 milioni all’anno. Mantenere efficiente ogni singola paratoia sommersa costa quasi 3 milioni. Tutti soldi che potrebbero essere investiti meglio.
Che il Mose non fosse idoneo a salvaguardare Venezia dalle acque alte lo affermava la stesso Via, la valutazione di impatto ambientale, che aveva dato un giudizio potenzialmente negativo sull’opera e, per realizzarla, l’allora governo Berlusconi aveva scelto di imboccare la scorciatoia del commissariamento. Il Mose era stato pensato inoltre per le acque alte eccezionali ma, con i cambiamenti climatici e l’innalzamento del livello del mare, le maree eccezionali sono diventate normali. Inizialmente venivano considerate maree eccezionali quelle superiori a 1,30 metri.
Limite che ha innescato le proteste dei commercianti di piazza San Marco, punto focale del turismo ma anche uno dei luoghi più bassi di Venezia, dispiaciuti che i loro clienti fossero costretti a bagnarsi i piedi: «Che avete costruito il Mose a fare se andiamo ancora sotto?». Inoltre, l’abbassamento da 6 a 12 metri del fondale delle bocche di porto ha innescato ingressi di marea più veloci e copiosi, rendendo più imprevedibili e più frequenti le acqua alte, con danni alle fondamenta e ai palazzi, lambiti da canali che sembrano fiumi in piena.
Così, complice anche il Carnevale e il suo indotto, la commissaria straordinaria del Mose, Elisabetta Spitz, ha deciso di portate il livello di guardia delle marea a solo un metro. Con la conseguenza che oggi le paratoie sono in un continuo saliscendi. Piedi asciutti e commercianti contenti; tanti saluti alla laguna, all’ambiente, al porto e alla salvaguardia della città.
Spiega la professoressa Andreina Zitelli, una delle firmatarie della Via: «L’opera era sbagliata nelle finalità. Non era idonea a salvaguardare la città dalla acqua alte normali essendo progettata solo per quelle eccezionali. Ora che l’eccezione è la regola non basta più. Servono soluzioni strategiche di ampio respiro come sollevare Venezia. Le tecnica c’è. Una società svizzera ha innalzato in via sperimentale l’isola lagunare di Poveglia. Bisogna cominciare a pensare a fare lo stesso per tutte le isole di Venezia. Costerà? Meno che mantenere il Mose. E poi bisognerà innalzare la soglia della bocca di porto del Lido a 6 metri per tenere lontano il mare, invece di scavarla per far spazio alle paratoie». E il Mose? «Tra una ventina di anni cominceranno a smantellarlo».

Olimpiadi Milano-Cortina, addetto alla vigilanza morto nel gelo

LAVORO Un uomo di 55 anni è deceduto mentre svolgeva servizio di vigilanza allo Stadio del ghiaccio di Cortina d'Ampezzo

Morire sul luogo di lavoro, morire di freddo. Morire a soli 55 anni in una gelida garitta di sorveglianza, davanti ai cantieri dei giochi olimpici. Pietro Zantonini era nato a Brindisi ma da qualche mese si era trasferito con la moglie nel Veneto alla ricerca di una occupazione stabile. Non c’era riuscito e, come tanti altri, per vivere si barcamenava nel precariato. La sua ultima occupazione era fare la vigilanza notturna nel cantiere dello stadio del ghiaccio di Cortina d’Ampezzo in vista delle Olimpiadi invernali. La notte di giovedì 8 gennaio il termometro è sceso a meno 11 gradi.

Pietro Zantonini ogni due ore doveva uscire dal suo gabbiotto per un giro completo di ricognizione ed è stato assalito dal gelo. Prima di perdere i sensi, l’uomo è riuscito a chiedere aiuto ai colleghi che hanno chiamato i soccorsi al 118. Ma gli sforzi degli operatori che hanno tentato di rianimarlo si sono rivelati inutili e l’uomo è spirato prima dei arrivare in ospedale. La moglie e la famiglia chiedono giustizia e hanno denunciato, tramite l’avvocato Francesco Dragone, le pesanti condizioni in cui il vigilante era costretto a lavorare e delle quali si sarebbe lamentato anche con i colleghi: orari massacranti, turni notturni prolungati e consecutivi senza nessuna difesa dal gelo delle Dolomiti. Il pubblico ministero Claudio Fabris ha aperto una inchiesta e disposto l’autopsia della corpo.

In una nota stampa Simico, la società di infrastrutture responsabile dei lavori per le Olimpiadi invernali di Milano e Cortina, ha espresso «condoglianze per la morte del vigilante» e «commossa vicinanza alla sua famiglia» sottolineando subito dopo che il decesso è comunque avvenuto in «un cantiere che non è di propria competenza». Il testo Testo unico sulla sicurezza sul lavoro asserisce che quando un’impresa affida lavori o servizi in appalto o subappalto, deve comunque garantire che i luoghi di lavoro siano sicuri. «Nell’esprimere il nostro profondo cordoglio alla sua famiglia, riteniamo inaccettabili queste condizioni di lavoro, tanto estreme da mettere a rischio la vita – ha commentato la deputata Luana Zanella, capogruppo Avs alla Camera -. Le Olimpiadi invernali sono un sistema complesso i cui costi esorbitanti sono a carico prevalentemente dello Stato, tra questi non è ammissibile che ci sia anche quello della vita di un lavoratore».

Trump contro il pianeta. Gli Usa silurano la lotta globale alla crisi climatica

Donald Trump ce ne ha regalata un’altra delle sue. Il suo personalissimo modo di augurare un “prospero anno” nuovo al pianeta Terra, è stato quello di ritirare gli Stati Uniti da 66 tra organizzazioni internazionali, trattati e organismi multilaterali legati alle Nazioni Unite e alla governance climatica globale. Tra questi figurano nomi centrali come la **Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici(UNFCCC), l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), l’International Renewable Energy Agency (IRENA) e l’International Solar Alliance. Tutte piattaforme fondamentali per coordinare politiche di mitigazione e adattamento al riscaldamento globale.

Una mossa a sorpresa che ha lasciato spiazzati anche i più critici oppositori al presidente Usa. 

La Casa Bianca ha motivato questa scelta definendo queste istituzioni “contrarie agli interessi nazionali”, “mal gestite” e “in contrasto con la sovranità americana”. In realtà si tratta dell’ennesimo rifiuto della cooperazione multilaterale che, oltre ad isolare ancora di più gli Usa, fanno carta straccia delle istituzioni mondiali costruite dopo la Seconda guerra mondiale con lo scopo di assicurare pace, sviluppo e giustizia al pianeta a vantaggio di politiche di bullismo basate sulla mera “legge del più forte”. L’idea che anche gli Stati Uniti facciano parte del pianeta Terra e che questioni niente affatto di secondo piano come i cambiamenti climatici vanno affrontate tutti insieme, non passa neppure per la testa del Tycoon

Proprio quel pianeta su cui poggiano i piedi anche gli elettori di Donald Trump, sarà la prima vittima di questa unilaterale scelta di campo.
La decisione statunitense di lasciare il trattato globale su cui si basano gli Accordi di Parigi (UNFCCC) infatti, segna una disconnessione formale dagli sforzi per contenere l’aumento della temperatura globale che rischia di pregiudicare tutto il lavoro sin qui svolto. Lavoro che per altro era assolutamente insufficiente agli scopi. Per decenni la partecipazione americana è stata sia simbolica sia operativa: ma senza la presenza degli USA – che, ricordiamolo, è il maggior storico emettitore di gas serra del mondo – la capacità di costruire coalizioni forti per ridurre le emissioni si indebolisce tragicamente. 

Per Simon Stiell, responsabile dell’UNFCCC “Questa scelta è un clamoroso autogol. Una grave battuta d’arresto per la cooperazione climatica internazionale, con effetti negativi sull’economia, sui posti di lavoro e sulla resilienza contro i disastri climatici.” Dello stesso avviso Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite che ha dichiarato: “Esprimiamo profondo rammarico per la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi da decine di enti delle Nazioni Unite. L’azione mette in pericolo la cooperazione globale su clima, diritti umani e sviluppo sostenibile”.
Rachel Cleetus, direttore dell’Union of Concerned Scientists (UCS), che ha sede proprio negli Stati Uniti e che raggruppa alcuni tra i più stimati scienziati del mondo, ha sottolineato come per Trump la scienza conti come un due a briscola. “Questa decisione rappresenta un nuovo minimo storico per gli Usa. Un’amministrazione anti-scienza e anti-cooperazione che sacrifica il benessere delle persone e destabilizza la governance globale. Uscire dai principali organismi climatici isola gli Stati Uniti e indebolisce la nostra credibilità internazionale”.

Uscire dall’IPCC, vincitore di un premio Nobel e tutt’ora il più accreditato organismo scientifico sui cambiamenti climatici, significa anche rendere più difficile l’accesso diretto delle istituzioni americane ai dati e alle valutazioni scientifiche globali. Non solo ciò riduce la qualità delle politiche climatiche interne (che alla fin fine è proprio uno degli obiettivi del Tycoon, ma indebolisce anche la voce degli scienziati statunitensi che sono sempre stati tra i più attivi nel denunciare i pericoli delle emissioni climalteranti.
Come se non bastasse, la retromarcia degli Stati Uniti darà ad altri governi occidentali, non ultimo il nostro, la scusa per ritardare, indebolire o cassare del tutto i propri impegni di riduzione delle emissioni, avvalorando il messaggio che la cooperazione climatica non sia più fondamentale per la prosperità e la sicurezza collettiva.

Ma l’uscita degli Usa da questi 66 organismi multilaterali avrà una ricaduta diretta anche nei cosiddetti Paesi “in via di sviluppo” che vedranno una drastica riduzione dei finanziamenti e delle risorse tecniche per progetti di energia pulita e adattamento. Con conseguente allargamento delle disuguaglianze globali. Gli attuali, e più che precari, equilibri geopolitici delle politiche ambientali verranno ridisegnati incentivando l’estrattivismo selvaggio a scapito delle popolazioni civili. 

Resta da vedere come la comunità scientifica, i – sempre più rari – governi progressisti e l’arcipelago associazionistico e ambientalista internazionale, riusciranno a rispondere a questa violenta presa di posizione targata Usa e a costruire una risposta globale. Perché l’ambiente non conosce confini, e la crisi climatica non può aspettare il prossimo ciclo politico.

 

L’immaghine di copertina è stata creata con l’AI

Venezia, la manifestazione contro Leonardo

LA PROTESTA Manganelli, idranti e un muro di scudi sorretti da agenti in tenuta antisommossa hanno impedito al corteo di entrare nei capannoni del sito di Tessera

Manganelli, idranti e un muro di scudi sorretto da agenti in tenuta antisommossa hanno impedito al corteo di entrare nei capannoni della Leonardo, a Tessera. I manifestanti si erano dati appuntamento venerdì mattina nel parcheggio di Ca’ Noghera, vicino all’aeroporto Marco Polo, e si sono mossi in corteo lungo lungo via Triestina, bloccando di fatto una delle principali arterie del Veneto orientale. Circa tremila le persone che hanno aderito alla manifestazione veneziana organizzata in supporto allo sciopero generale. L’obiettivo era quello di raggiungere lo stabilimento della Leonardo spa a Tessera e manifestare contro questa azienda a partecipazione statale specializzata nel settore bellico.

Ad aderire al corteo, oltre ai Cobas, all’Adl e alle altre sigle sindacali che avevano proclamato lo sciopero, anche varie associazioni Pro Pal, i centri sociale del Nord Est e le ragazze e i ragazzi di Extinction Rebellion che hanno colorato l’iniziativa alla loro maniera: suonano tamburi, campanelle e campanacci. Giunti davanti all’entrata dell’azienda produttrice di armi, i manifestanti si sono trovati davanti a un imponente cordone di polizia che ha aperto gli idranti e poi ha caricato il corteo provocando vari contusi e il ferimento di una ragazza alla testa. La manifestazione è comunque proseguita con un presidio davanti ai cancelli della Leonardo e bloccando il transito lungo la Triestina sino al primo pomeriggio.

Negli interventi che si sono susseguiti al megafono, i manifestanti hanno denunciato la responsabilità politica del nostro governo nell’alimentare un’economia basata sulla guerra e sugli investimenti militari a scapito di settori come l’istruzione, il welfare, la sanità e la ricerca. Sottolineato il ruolo crescete della Leonardo nella filiera militare internazionale riportando i dati diffusi da tante reti internazionali che documentano la partecipazione dell’azienda alla produzione di sistemi (su commesse siglate prima del conflitto) utilizzati anche nei bombardamenti su Gaza e nel genocidio palestinese. Con impennata del valore delle azioni della Leonardo Spa.

Importante la partecipazione alla manifestazione delle studentesse e degli studenti degli atenei veneziani che hanno denunciato il crescente coinvolgimento delle università nell’industria bellica e la preoccupante militarizzazione di università e di scuole di tutti i gradi, conseguente alle politiche contenute nel ddl Gasparri e alla riforma Anvur, considerata un ulteriore strumento di ingerenza governativa negli organi accademici.

In mille per le calli contro Venezi direttrice

ARTE E POLITICA Il corteo dei lavoratori e lavoratrici della Fenice, accorsi orchestrali da tutta Italia in solidarietà mentre uno stereo trasmetteva Vivaldi e Mozart


Una manifestazione come quella di ieri pomeriggio, indetta dagli orchestrali della Fenice per protestare contro la scelta di Beatrice Venezi come direttore del teatro, non si era mai vista a Venezia e, crediamo, in nessun’altra città italiana.

Circa un migliaio di persone si sono date appuntamento davanti alla stazione di Santa Lucia e hanno attraversato la città senza strepiti, senza altoparlanti e senza scandire un solo slogan. Tutti in silenzio dietro un dimesso striscione con scritto «Gran Teatro la Fenice» e ad uno stereo che trasmetteva composizioni di Vivaldi e Mozart. Nessuna bandiera di partito ma solo quelle delle sigle sindacali. Nessun cartellone di protesta.

Qualcuno reggeva un foglio bianco che riportava solo il nome del teatro da cui proveniva: la Scala di Milano, il Regio di Torino, il Verdi di Trieste e tanti altri ancora, venuti a portare sostegno ai colleghi della Fenice. Non si era mai vista tanta solidarietà tra musicisti e lavoratori dei teatri.

«LA PREPOTENZA che oggi è toccata a noi, domani potrebbe toccare anche a loro se passa l’idea che le nomine non debbano seguire canali di merito ma solo quelli della politica – commenta Francesca Poropat, corista del Teatro -. Mi chiedo come farà Venezi a lavorare in questa condizioni. La musica è un atto d’amore e nasce dalla stima e dalla fiducia che gli orchestrali nutrono tra di loro e nei confronti di chi li dirige».

Il corteo ha passeggiato per calli e campielli, fermandosi nei campi più larghi per brevi interventi. Musicisti, lavoratori dello spettacolo ma anche tanti cittadini, da sempre appassionati frequentatori del teatro veneziano. Molti di loro sono alla loro prima manifestazione pubblica. «Mio papà suonava alla Fenice e mi portava a sentire i concerti seduta per terra in buca d’orchestra – racconta una signora – Ho conosciuto così i più grandi direttori e mi piange il cuore vedere il teatro ridotto così per colpa di gente che non merita le cariche che gli sono state affidate solo perché sono amici dei potenti».

Nicola Atalmi, segretario regionale Slc Cgil non ha paura a confessare che non si aspettava una simile partecipazione. «La nomina della Venezi è stata fatta solo con lo scopo di occupare un posto di prestigio ed è avvenuta violando un accordo non scritto ma che era sempre stato rispettato dai sovrintendenti: ascoltare il parere di chi con questo direttore deve lavorare. È stata una operazione condotta in fretta e male che ha avuto come unico risultato quello di compattare gli orchestrali contro di lei».

Dall’altra parte della barricata, si fa finta di non sentire e non si retrocede di un passo. «La nomina di Venezi non si discute – dichiara il ministro Alessandro Giuli – Alla Fenice ci sarà un lieto fine».

Il sindaco Luigi Brugnaro rincara la dose dichiarando che non accetterà «le prepotenze degli orchestrali». «Dichiarazioni arroganti in linea con quanto l’amministrazione comunale ci ha abituato. – ribatte Gianfranco Bettin, consigliere Avs in Comune -. Ma di sicuro la nomina della Venezi non ha niente a che vedere con la musica e l’arte».

Ritorna Fiano, Ca’ Foscari blindata

Università Due cordoni di polizia in assetto antisommossa hanno chiuso le calli di accesso

Una settimana dopo l’interruzione della sua conferenza da parte di un gruppo di studenti pro Pal, Emanuele Fiano, ex deputato Pd e presidente dell’associazione Sinistra per Israele, è tornato alla Ca’ Foscari di Venezia. E lo ha fatto in pompa magna, con tanto di ministra dell’Università, Anna Maria Bernini, al seguito, accolto dalla rettrice Tiziana Lippiello nella sala più elegante dell’ateneo. Platea scarsa ma selezionatissima, composta per lo più da giornalisti, qualche docente e da alcuni rappresentanti della locale comunità ebraica.

Fuori dal portone, due massicci cordoni di polizia in assetto antisommossa chiudevano le calli di accesso all’ateneo e tenevano a distanza gli studenti del Fronte giovanile comunista, autori della precedente contestazione, che sventolavano bandiere rosse. Parallelamente, un altro centinaio di studenti di Ca’ Foscari, legati al collettivo universitario Liberi Saperi Critici (Lisc) e all’area dei centri sociali, organizzava un altro colorato presidio di protesta in Campo Santa Margherita. Tutto questo in nome del dialogo democratico tra opposte visioni e dell’università come «luogo di confronto, ascolto e crescita» come ha sottolineato la rettrice Lippiello.

Concetto questo ribadito anche da Fiano: «Sono pronto a discutere con tutti. Una settimana fa mi è stato impedito di parlare con metodi violenti, sono grato alla rettrice e alla ministra per avermi dato una seconda opportunità». Fiano ha spiegato come la soluzione “due popoli, due Stati” sia l’unica possibilità di pace. Ha ricordato Yitzhak Rabin come uomo di pace «assassinato da un ortodosso ebreo», ha preso le distanze dalla destra israeliana e dalle politiche di Benjamin Netanyahu, si è dichiarato favorevole ai confini stabiliti dal trattato del 1967 per il raggiungimento di una vera pace e ha speso anche parole di elogio per le piazze pro Pal, fatto salvo «gli striscioni che inneggiano agli integralisti di Hamas come a dei partigiani resistenti». D’altra parte, è contrario al termine genocidio e sostiene che nessuna corte internazionale abbia mai condannato Israele, unica democrazia liberale del Medio oriente, pure se ha ammesso che l’Idf a Gaza si è macchiato di crimini contro l’umanità. Dall’altra parte della barricata, Paolo Spena delle segreteria del Fgc spiega: «Parlano di dialogo e poi schierano la celere. Sostengono Israele e la soluzione ‘due popoli per due Stati’ quando sanno benissimo che l’obiettivo di Israele è quello di formare una sola nazione dal fiume al mare. Dicono che non li lasciamo parlare ma hanno televisioni e giornali tutti dalla loro parte. Ci accusano di usare metodi violenti ma chiediamoci prima dove sta la vera violenza».

E ancora: «Ci hanno chiamato antisemiti, confondendo consapevolmente l’antisemitismo con l’antisionismo – commenta Giosuè David, del collettivo Lisc -. Alle Camere, un disegno di legge firmato da Gasparri chiede di considerare le critiche verso Israele come atti razzisti nei confronti degli ebrei. E anche io, col nome che mi ritrovo, sarei considerato un antisemita. Se non è violenza questa».

Venezia, proPal bloccano la nave Msc diretta in Israele

VENEZIA - Una vera e propria battaglia navale quella che si è svolta ieri sera davanti al porto di Marghera tra una dozzina di imbarcazioni di attivisti “battenti bandiera palestinese” e i motoscafi della polizia e della guardia costiera con tanto di droni, moto d’acqua e un aereo al seguito. I manifestanti avevano accolto l’appello proveniente dal laboratorio Morion, il centro sociale di Venezia, e si sono imbarcati per raggiungere il canale dei Petroli, che mette in comunicazione il porto di Marghera col mare aperto, e arrivare alla banchina dove era ormeggiata la nave Msc Melani III. «Fuori guerra e genocidio dal porto di Venezia!» era lo slogan.

L’obiettivo era appunto bloccare la Msc Melani III, un cargo che fa spola ogni due settimane tra i porti italiani e quelli israeliani di Haifa e di Ashdod, rifornendo gli insediamenti dei coloni della Cisgiordania. La nave, che appartiene a una compagnia di navigazione svizzera e batte bandiera della Liberia, non è nuova a essere oggetto di proteste e ha già scatenato le azione degli attivisti contro il genocidio nei porti di Ravenna e Trieste, dove i lavoratori dell’Usb hanno bloccato i rifornimenti al loro porto.

A Venezia, la protesta è salita in barca. «L’unico modo che conosciamo per bloccare questa nave è farlo via acqua, con le nostre barche e i nostri corpi – si legge nell’appello -. Stiamo pronti a salpare e bloccare il carico di morte». Una ventina di imbarcazioni con le bandiere della Palestina assieme al gonfalone di “San Marcos”, dove il tradizionale leone marciano è raffigurato col passamontagna zapatista in testa, ha impedito per oltre due ore la partenza del cargo dal porto.

Proprio per evitare azioni di disturbo come questa, la Melani III, il cui arrivo in laguna era stato programmato per le 14 di lunedì, è stata fatta approdare nelle banchine di porto Marghera nella notte tra lunedì e martedì 22. Il gioco non è però riuscito alla partenza.

Nonostante il brevissimo preavviso lanciato sui social, le imbarcazioni ProPal sono riuscite a raggiungere il cargo, nonostante il presidio delle forza dell’ordine (polizia, guardia costiera, polizia municipale e carabinieri) in mare con tutti i mezzi a loro disposizione, dalle motovedette alla moto d’acqua, con le quali hanno letteralmente annaffiato i pacifisti compiendo caroselli e sollevando onde attorno alle loro imbarcazioni.

«È stata una bella manifestazione, come non se ne vedevano dai tempi delle proteste contro le grandi navi – ha commentato il consigliere comunale di Avs, Gianfranco Bettin, mentre scendeva dalla barca zuppo d’acqua -. Abbiamo ottenuto il nostro scopo che era quello di non far passare inosservata la partenza di questa nave che rifornisce di materiale gli insediamenti illegali dei coloni in Cisgiordania. Non si può rimanere indifferenti davanti a un genocidio».

Espulso perché pericoloso per Israele: «Non vogliono testimoni»

Don Nandino Capovilla Parroco “scomodo” di una parrocchia nel quartiere periferico della Cita di Marghera, è stato fermato dalla polizia israeliana, gli sono stati sequestrati telefono e valigie ed è stato tenuto sotto stretta sorveglianza sino alla notifica dell’atto di espulsione


«Non scrivete di me. Io sto bene. Piuttosto che farmi domande sulle mie sette ore di detenzione, parlate di quel popolo che da settant’anni è prigioniero sulla sua stessa terra». Non si smentisce per un momento don Nandino Capovilla. Neppure l’espulsione e la notifica di un denied entry israeliano che gli impedirà di ritornate in quella terra che tanto ama lo distoglie dal suo obiettivo principale: la giustizia e la pace per un popolo martoriato.

Era sceso all’aeroporto di Tel Aviv lunedì 11 agosto, nel primo pomeriggio, con una delegazione di una quindicina di persone tra le quali l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, per partecipare a un «pellegrinaggio di giustizia» condotto nell’ambito della campagna «Ponti e non muri». Don Nandino, parroco “scomodo” di una parrocchia nel quartiere periferico della Cita di Marghera, è stato fermato dalla polizia israeliana, gli sono stati sequestrati telefono e valigie ed è stato tenuto sotto stretta sorveglianza sino alla notifica dell’atto di espulsione come persona non gradita e pericolosa per la sicurezza dello Stato. Libero sì, ma solo di tornare in Italia. Quindi è stato rimpatriato con il primo volo utile.

Non era certo la prima esperienza di viaggio in Palestina per don Nandino, conosciutissimo esponente di Pax Christi, che da oltre quarant’anni si batte per la libertà del popolo palestinese: ha organizzato tante iniziative di solidarietà, come l’aiuto nella raccolta delle olive nei territori occupati, e ha scritto libri per dare voce a chi voce non ha, come l’ultimo Sotto il cielo di Gaza con Betta Tusse.

«I NOSTRI SONO pellegrinaggi di giustizia che hanno l’obiettivo di denunciare e condividere quanto accade al popolo palestinese», racconta al manifesto. Proprio quello che Israele non vuole. «Lo testimonia lo spaventoso numero di giornalisti uccisi. Ed è proprio per questo che chiedo a tutti voi giornalisti di non focalizzare i vostri articoli su quello che è successo a me ma su quanto accade ogni giorno a Gaza. Usate tutti i mezzi a vostra disposizione per chiedere sanzioni a questo Stato che con suoi cosiddetti ‘errori’ bombarda moschee e chiese e continua a fingere che tutti gli orrori che commette sulla popolazione civile siano solo esagerazioni».

A Venezia, la notizia del suo fermo a Tel Aviv ha suscitato una mobilitazione come non si vedeva da tempo. Gianfranco Bettin, consigliere di opposizione, ha subito chiesto al sindaco Luigi Brugnaro di attivarsi con il governo per un pronto intervento diplomatico. Solidarietà al parroco della Cita è venuta anche dalla deputata veneziana Luana Zanella, capogruppo alla Camera di Avs, che ha sottolineato l’ennesimo «atto di brutalità delle autorità israeliane, una vergogna che si aggiunge a una lunga lista: dal blocco delle missioni pacifiste in solidarietà con Gaza, al respingimento della relatrice dell’Onu Francesca Albanese e della nostra amica Luisa Morgantini». Anche l’Anpi provinciale è uscita con un duro comunicato: il caso di don Nandino «ci convince sempre più che dobbiamo continuare ad ampliare la mobilitazione popolare contro le politiche genocidarie del governo di Israele».

«MI CONSIDERO soprattutto un uomo di pace – aggiunge don Nandino – Pace per i palestinesi ma pace anche per i tanti israeliani che si oppongono alla guerra e alle politiche assassine di Natanyahu. Mi chiedo cosa hanno visto in me per considerarmi un pericolo per la sicurezza dello Stato». Un prete sempre in prima linea, amato sia in Palestina che nella sua Cita, dove organizza iniziative per i migranti e per le persone senza fissa dimora.

All’aeroporto, ad accogliere il «pericolo per la sicurezza dello Stato d’Israele» c’era tanta gente. Tutti con le bandiere bianche, rosse, verdi e nere, a gridare con lui «Free, free Palestine».

Vicenza, il festival dell’amicizia con gli Usa nel nome delle armi

NO REARM EU I movimenti contestano la rassegna e il patrocinio del comune, amministrato dal centrosinistra

Vicenza città della pace, città antimilitarista per eccellenza, teatro, negli anni Settanta, delle prime obiezioni alla leva obbligatoria, che ha saputo creare un radicato e variegato movimento contro la base militare Dal Molin. Oppure Vicenza città della caserma Ederle, sede principale dello United States Army Africa che ospita la 173a brigata aviotrasportata pronta a bombardare e a portare la guerra in tutti i Paesi finiti nella lista stilata da Washington degli “Stati canaglia”. O la Vicenza della caserma Dal Din e della caserma Miotto, che ospita la 207a brigata Usa di Intelligence militare. Qual è la vera Vicenza che merita di essere celebrata?

NON CERTO QUELLA PACIFISTA, secondo il comune che ha deciso di patrocinare il Friendship Festival, il festival dell’amicizia Italia Usa, in programma dal 12 al 14 settembre, concedendo per le celebrazioni un luogo fortemente simbolico come la basilica Palladiana. Un festa che vuole celebrare l’amicizia tra Italia e Stati Uniti a 70 anni dalla presenza militare americana a Vicenza. Una festa che ha ottenuto come primo effetto quello di riaccendere le proteste del movimento No Dal Molin. Giovedì pomeriggio, al bosco dei ferrovieri, centinaia di persone in rappresentanza di associazioni che spaziano dall’Anpi a Legambiente, di sindacati come Cgil e Cobas, di partiti come Avs, si sono ritrovate per ribadire che non c’è proprio nulla da celebrare. «Le basi militari Usa a Vicenza sono una presenza da alcuni tollerata da altri sgradita – commenta Francesco Pavin del Caracol Olol Jackson -. Questo festival da un lato svilisce consapevolmente la lunga lotta del movimento No Dal Molin, cancellando con un colpo di spugna una parte importante della storia della nostra città, dall’altro punta a normalizzare una presenza che non è mai stata neutra né benefica. Le basi militari statunitensi non hanno portato né sicurezza, né sviluppo, né integrazione. In questi 70 anni possiamo solo elencare i tanti scenari di guerra in cui le basi vicentine sono state protagoniste spesso come aggressori».

IL FESTIVAL, e la larga mobilitazione cittadina che questo ha scatenato, sta mettendo in crisi la giunta di centrosinistra guidata dal sindaco Giacomo Possamai che sta cercando in tutti i modi di dipingere l’iniziativa come un mero evento culturale. Peccato che nel programma del festival di culturale ci sia ben poco, inclusi una partita di baseball e qualche appuntamento enogastronomico. «La politica non c’entra – ha dichiarato il sindaco – questo festival vuole solo essere un ponte tra due culture. Non vogliamo di certo celebrare Trump». «Un narrazione che va smascherata – commenta Lorenza Zago dell’associazione Non Dalla Guerra -. Il festival ha come partner il Gruppo Maltauro Icm che detiene appalti per la costruzione di basi militari anche Napoli e Sigonella, il Polo Marconi che si occupa di telecomunicazioni tra navi militari. Inoltre, alla presentazione dell’iniziativa a Washington, assieme al ministro Crosetto erano presenti come sponsor Beretta, Leonardo e Dallara. Come si fa a organizzare un festival ‘dell’amicizia’ con gli Stati Uniti sorvolando su quanto accade a Gaza o in Iran?». Il festival è interamente finanziato con 150 mila euro dalla Niaf, fondazione culturale Usa, a sua volta finanziata da marchi all’industria bellica.

CONTESTATISSIMA anche la nomina di Jacopo Bulgarini d’Elci a delegato comunale ai rapporti con la comunità Usa. Un’autentica provocazione, secondo i pacifisti, volta a riesumare un politico, già vicesindaco nella giunta di Achille Variati, che ha perso le primarie del centrosinistra del 2018: oggi punta a rilanciarsi col festival ed entrando nello staff del candidato del centrosinistra alle regionali, Giovanni Manildo. I movimenti chiedono al comune il ritiro del patrocinio e la soppressione della sopracitata delega e promettono una grande mobilitazione contro la guerra e le basi militari il 13 settembre. Vicenza vuole essere una città di pace.

«Riprenidiamoci la città». Il corteo No Bezos a Venezia

VENEZIA In centinaia contro «il simbolo di quel capitassimo che nutre e si arricchisce con le guerre»


L’ultimo appello alla mobilitazione è arrivato venerdì sera dal palco del festival di Radio Sherwood. «Il terzo uomo più ricco del mondo è venuto nella nostra città, l’ha noleggiata, l’ha militarizzata per garantire la celebrazione del suo potere – grida Martina Vergnano del comitato No Bezos, No Way – l’uomo che è il simbolo dello sfruttamento lavorativo, l’uomo che siede alla corte di Donald Trump e che è il volto del nuovo fascismo economico, l’uomo che vende e che guadagna dalla vendita di software militare che vengono utilizzate dagli Usa e da Israele. Jeff Bezos è il simbolo di quel capitassimo che nutre e si arricchisce con le guerre».


APPELLO CHE NON È STATO lanciato invano. Almeno cinquemila attiviste e attivisti si sono ritrovati ieri pomeriggio nel piazzale della stazione di Venezia per dare vita ad un corteo colorato, dove le bandiere della pace e i gonfaloni di San Marco sventolavano assieme a quelle della Palestina. Striscioni contro la guerra, cartelli inneggianti alla pace o con scritte ironiche come «Di male in Bezos», salvagenti colorati e paperelle galleggianti per una mobilitazione come non si vedeva da tanto tempo nella città dei dogi. Sono state organizzate partenze dai principali capoluoghi del Veneto, Vicenza, Padova, Treviso ma anche da Trento e da Bologna. Presente anche una folta delegazione del gruppo inglese “Everyone hates Elon” (tutti odiano Elon Musk) che nei giorni precedenti ha letteralmente tappezzato calli, campielli e fondamenta con cartelloni con la scritta «Nel tempo che tu impieghi a leggere queste righe, la ricchezza di Jeff Bezos è aumentata di più del tuo stipendio mensile».


TRA I MANIFESTANTI, abbiamo trovato alcuni rappresentanti di Amnesty International. «Siamo qui per monitorare la protesta – hanno spiegato -. Siamo molto preoccupati di cosa potrebbe succedere dopo l’approvazione del decreto Sicurezza».

Un corteo festoso che ha mobilitato quella Venezia che non si arrende e non si rassegna a diventare una Disneyland per ricchi. Angelo, 50enne veneziano doc, è la prima volta che partecipa a un corteo. La politica, racconta, non lo aveva mai interessato prima. «Giovedì sera stavo tornando a casa dal lavoro – spiega -. Abito in fondamenta della Madonna dell’Orto (dove Bezos ha noleggiato un intero palazzo, ndr). Ho trovato la polizia con le moto d’acqua e subacquei dentro il rio. A cento metro da casa, uno sbarramento di vigili mi ha impedito di passare. Non ho potuto andare a casa mia! Gli dicevo che abito da 40 anni ai piedi del ponte la davanti. Niente. Non mi hanno lasciato passare. E meno male che il sindaco aveva giurato che non ci sarebbero stati disagi».


AD APPLAUDIRE BEZOS, oltre al sindaco Luigi Brugnaro e al presidente della Regione Luca Zaia che ringraziano umilmente per il «dono» di tre milioni di dollari ad associazioni come l’Unesco e la Venice International University, ci hanno pensato gli albergatori. «Il matrimonio di Bezos è un esempio del turismo di qualità che vorremmo per Venezia», ha dichiarato Antonio Onorato di Ava-Federalberghi.

«Questo matrimonio invece è l’ennesima dimostrazione della trasformazione della città in vetrina per i potenti, a scapito dei suoi abitanti e della sua identità – ribatte Luana Zanella, capogruppo di Avs alla Camera che ha partecipato alla manifestazione con altri attivisti Verdi e Avs – Ma Venezia non è un set cinematografico né un parco giochi per miliardari. È una città viva e fragile che ha bisogno di politiche pubbliche coraggiose, partecipazione democratica e giustizia ambientale e sociale».

Il corteo si snoda senza incidenti tra calli e campielli sino a Rialto dove viene appeso un grande striscione «No Space for Bezos, no Space for War», proprio di fronte al Comune e all’hotel extra lusso da 11 mila euro a notte dove alloggiano Bezos e Lauren Sanchez. «Il messaggio che vogliamo portare con questa manifestazione è un messaggio di pace, un messaggio che dice che non è questo il mondo in cui vogliamo vivere – grida Federica Toninello al megafono – Vogliamo spostare i riflettori da tutto quel lusso costruito calpestando i diritti di tante persone e lavoratori per ribadire che non possono essere pochi miliardari a decidere delle vite di tutti».

La manifestazione si chiude in campo San Giacomo. «Adesso loro sono rintanati dentro all’Arsenale – conclude Federica, alludendo allo spostamento per questioni di sicurezza del party inizialmente previsto nell’Abbazia della Misericordia -, noi siamo qui a Rialto, nel centro di Venezia, a riprenderci il cuore della nostra città».

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