In questa pagina ho riportato gli ultimi articoli che ho scritto per il quotidiano ambientalista Terra, il settimanale Carta, Manifesto, per siti come Global Project, FrontiereNews o siti di associazioni come In Comune con Bettin e altro ancora.

Gli “enfants de la Creuse”: i bambini rubati dalla repubblica francese

Colonialismo interno e infanzia negata: la deportazione silenziosa dei bambini di Réunion.

In Francia sono conosciuti come gli “enfants de la Creuse” – i bambini della Creuse, una regione rurale nel cuore della Francia – ed è una di quelle storie di cui si fa fatica a parlare, persino a scrivere. Si fa fatica perché pare impossibile che un’infamia del genere possa essere accaduta in un Paese così geograficamente vicino al nostro come la Francia, sotto un governo che aveva tutti i crismi per potersi definire “democratico” e, per di più, in un’epoca così recente, dagli anni ‘60 agli anni “80. Vien da chiedersi, proprio come quando si visita un campo di sterminio nazista, come sia possibile che tutto questo possa essere accaduto. Eppure è accaduto. E, proprio come per i campi di sterminio nazisti, nella totale indifferenza dell’opinione pubblica. Ma al posto di “indifferenza” potremmo scrivere meglio “vile complicità”.

Ancora oggi, nessuno sa quanti furono gli “enfants de la Creuse”. Nessuno li ha mai contati perché, semplicemente, non contavano nulla. Secondo gli studiosi che ancora oggi faticano ad abbattere il muro di omertà che circonda questa vicenda, sarebbero all’incirca duemila. Erano bambine e bambini nati nell’isola di Réunion, un possedimento francese, perso nell’Oceano Indiano dove lo sfruttamento intensivo delle risorse da parte degli invasori europei ha regalato agli abitanti solo fame e miseria.

Nel secondo dopoguerra, decenni di monocultura imposta della vaniglia e della canna da zucchero, destinata alla produzione di rum, avevano impoverito ed eroso i terreni agricoli dell’isola. La povertà era diffusa e strutturale e, tuttavia, una “ricchezza” da sfruttare Réunion sembrava averla ancora: i bambini. L’idea di usarli per ripopolare le aree rurali francesi colpite da un forte calo demografico, come il dipartimento della Creuse, venne al ministro gollista Michel Debré. L’operazione, come spesso accade in casi come questi, fu giustificata come una “missione umanitaria”: strappare dei poveri bambini alla fame e alla miseria per regalare loro un radioso futuro in Francia. In realtà, i minori furono sottratti alle famiglie con un consenso manipolato, quando non estorto con la forza, e trasferiti in condizioni traumatiche in un ambiente a loro del tutto estraneo, come la campagna francese, dove furono costretti a lavorare come manodopera agricola o domestica.

Abbandonati a sé stessi, senza alcun controllo da parte delle autorità, questi bambini e queste bambine subirono abusi, sfruttamento, violenze e isolamento culturale. Le conseguenze – fisiche, psicologiche e sociali – furono devastanti. Piccoli schiavi costretti a vivere in condizioni di totale vulnerabilità, senza che venisse data loro neppure la possibilità di mettersi in contatto con la loro famiglia originaria. Alcuni morirono per gli abusi e i maltrattamenti subiti, altri preferirono togliersi la vita.

Solo a partire dagli anni Novanta, grazie alle testimonianze delle vittime sopravvissute raccolte da alcuni giornalisti, il caso degli “enfants de la Creuse” riuscì ad emergere, senza comunque fare grande breccia nella coscienza francese.

Nel 2014, l’Assemblea nazionale francese ha riconosciuto formalmente una “responsabilità morale” dello Stato, ma senza alcuna conseguenza giudiziaria concreta, in quanto i crimini erano andati in prescrizione e tutti i procedimenti legali sono stati archiviati. Eppure, gli “enfants de la Creuse” furono qualcosa di più di una semplice “pagina nera” nella storia di Francia.

“Questi bambini furono le vittime di una sistematica politica colonialista di deportazione e sfruttamento di minori – spiega Maria Stefania Cataleta, docente di International Criminal Law e avvocata accreditata alla Corte penale internazionale –. I minori furono colpiti in quanto membri di una popolazione civile vulnerabile, discriminata sia per origine razziale sia per condizione sociale di povertà. Questi atti contro di loro furono perpetrati su larga scala, nell’ambito di un piano concertato e ben strutturato, conosciuto dai suoi autori e attuato con piena consapevolezza. Insomma, la vicenda dei bambini di Réunion può essere considerata, secondo tutti i criteri, un vero e proprio crimine contro l’umanità avvenuto in tempo di pace”.

Ma se ormai non ha più senso inseguire una condanna penale, la battaglia per portare giustizia agli “enfants de la Creuse” si gioca oggi su un altro terreno. 

 

Non più quello delle aule giudiziarie, ma quello della memoria, della politica e della coscienza collettiva. “Serve una ‘politica della memoria’ capace di fare i conti col passato: un percorso fatto di raccolta di testimonianze, ricerche storiche, iniziative culturali che mirino a restituire dignità alle vittime e a ottenere perlomeno un riconoscimento morale e politico. Non basta una risoluzione parlamentare, come quella approvata in Francia nel 2014 – spiega Maria Stefania Cataleta –. La vera posta in gioco è costruire una consapevolezza pubblica capace di trasformare una pagina rimossa in una responsabilità condivisa”.

Un percorso doveroso non solo per i bambini della Creuse, ma anche per gli altri “enfants”, vittime di un capitalismo colonialista tutt’altro che defunto e che, ancora ai nostri giorni, continua a trattare l’infanzia come una merce da gestire piuttosto che un diritto da proteggere. Dimenticare la storia significa, prima o poi, rischiare di riviverla.

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