Clima - Ultimo tango a Parigi

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Non è il primo "pacco" targato Stelle&Strisce, questo di Trump, che arriva al pianeta Terra, pur se rischia di essere l'ultimo e il più pesante. E sempre in nome del principio "American First". Prima l'America. Come se l'America non facesse parte del pianeta Terra! Considerazione questa che ha fatto dire al regista Michael Moore che «il partito Repubblicano americano è la più grande organizzazione criminale su scala planetaria». 
Ricordiamoci che il percorso istituzionale per contrastare (ma sarebbe più corretto dire “contenere) i cambiamenti climatici, cominciato a Kyoto nel 2005, è partito senza l'appoggio degli Usa. Questo perché un altro repubblicano, l'allora presidente George Bush, aveva rifiutato di sottoscrivere l'accordo e, anzi, si era dimostrato particolarmente ostile ad ogni mediazione sostenendo che «lo stile di vita degli americani non può essere oggetto di trattativa». 
Altri tempi. Il negazionismo allora, era considerata dai più una teoria rispettabile pur se errata, nonostante tutti i libri e tutte le pubblicazioni a suo sostegno fossero opera di supposti "scienziati" al soldo diretto delle compagnie minerarie o di "giornalisti" che riempivano solo le pagine di diversi giornali. 


Altri tempi. Dieci anni dopo, a Parigi, nessuno ha potuto tirarsi indietro: Cop 21, in tutti i suoi limiti politici ed ambientali stessi, è stato sottoscritto da tutti i Paesi del mondo tranne la Siria (che ha altri problemi) e il Nicaragua (che comunque è già ad emissioni zero ed ha promesso di aderire a breve). Oggi, dire che i cambiamenti climatici non esistono ha la stessa valenza scientifica di affermare che la terra è piatta. Ci possono credere, o far finta di credere, al massimo personaggi tra il grottesco e il cialtronesco come Trump, per l'appunto, o il sindaco di Venezia che ha appena comunicato che il Comune aderirà alla giornata dell'ecologia, ma sottolineando che «non sarà una manifestazione contro l'amico Trump» e che «per contrastare l'inquinamento noi abbiamo già agito in tempi non sospetti con azioni concrete». Una considerazione che non può non lasciarci sgomenti.
Dopo il primo No a Kyoto, gli Usa piano piano sono rientrati nell'accordo, e, grazie all’impegno di Barack Obama, paladino del green capitalism, sono stati tra i promotori dell’accordo parigino del 2015. Stavolta però, non sarà così facile, perlomeno sino a che in sella rimarrà un dinosauro politico del calibro di Donald Trump. 
La sua uscita dagli accordi di Parigi era ampiamente nelle previsioni, giacché in campagna elettorale non aveva fatto che derubricare i cambiamenti del clima come di una "bufala messa in giro dai cinesi". 
Il Donald è un esempio vivente di quell'economia da rapina a mano armata che sottende ad un capitalismo fondato sullo sfruttamento feroce dei fossili ed è comprensibile che del parere della comunità scientifica non abbia alcuna cura. Così come del futuro del pianeta. 
Ma cosa accadrà ora alla Terra? Intanto va a farsi benedire l'obiettivo - già utopico! - di contenere l'impennata del riscaldamento globale sotto i 2 gradi celsius, considerato che gli Usa sono una delle principali cause di questo aumento. E parliamo solo di fonti dirette, di emissioni provenienti dal suolo nazionale, perché andrebbero, a mio parere, considerate anche le emissioni - che non sono affatto trascurabili - che gli Usa spargono nel pianeta con le loro missioni di "pace" ai quattro angoli del globo. La guerra sì; non è un caso che la Siria, da anni teatro di guerra tra i più importanti del globo, non abbia sottoscritto Cop21.
Una prima conseguenza dello svincolamento degli Usa, potrebbe essere una reazione a catena. Già Russia e Paesi arabi ci stanno stretti su Cop21 e non è un caso che siano stati proprio loro a spingere perché non fossero vincolanti. E questo era un limite dell'accordo che avevamo già sottolineato a suo tempo. 
Gli Usa, dando via libera allo sfruttamento indiscriminato delle risorse fossili, si aggiudicano un innegabile vantaggio, oggi negato agli altri Paesi le cui economie ancora puntano su questo mercato e la cui crescita è “frenata” dalla firma del trattato Cop21. 
Perché dovrebbero lasciare agli Stati Uniti un tale vantaggio in questa corsa? Certo. Stiamo parlando di una corsa che ha come traguardo finale un mondo dove l'umanità non può sopravvivere. Ma questo è il capitalismo, bellezza! 
Qualche considerazione invece fa fatta sulla politica americana. Non è un mistero che Trump sia inviso ad una buona parte del suo stesso partito. Non certo per una sciocchezzuola come quella di mettere a repentaglio il futuro del pianeta, ma perché temono che stia dirigendo il Paese dalla parte sbagliata del… capitalismo! Già. Perché c'è una economia, che qualcuno chiama green, che sta spingendo per farsi largo nella spire della finanza mondiale. 
Senza addentrarci su considerazioni etiche riguardo questa nuova finanza -  sempre ammesso che il capitalismo un'etica ce l'abbia, da qualche parte - facciamo notare come la decisione di Donald Trump abbia trovato una immediata e ferrea opposizione da parte delle tante e potenti aziende o multinazionali che si sono riconvertite al verde. 
Un solo esempio: la fondazione Rockefeller ha annunciato da qualche giorno che liquiderà tutte  le sua azioni nel settore dei combustibili fossili in nome della salvaguardia del pianeta. La notizia ha avuto una pesante ricaduta proprio nel momento in cui Trump annunciava l'affondamento di Cop21. Tanto che gli investitori di una compagnia trivellatrice come la ExxonMobil hanno spinto perché questa si impegnasse a rispettare i limiti parigini, indipendentemente dalle decisioni del presidente degli Stati Uniti. E così hanno fatto altre multinazionali, non solo quelle green. Google, Microsoft nel settore dell'informatica, Unilever nel campo dell'alimentazione e tante altre ancora hanno dichiarato che, Trump o no, i limiti di Parigi, loro li rispetteranno in ogni caso; così come stanno andando verso questa direzioni molti sindaci americani, tra cui Bill de Blasio a New York .
Secondo un dato diffuso dal Partito Verde Europeo, nel solo 2016 oltre 5 trilioni di dollari a livello globale sono stati sottratti ai fossili e reinvestiti in energia pulite. La Cina e l'Europa - a parte l'Italia dove il trend è contrario, considerato che trivelliamo i mari, abbattiamo uliveti per costruire oleodotti e continuiamo a voler realizzare Tav e autostrade - sono all'avanguardia nella costruzione di questa nuova economia. «La cosiddetta green financing - sostiene la co-presidente del Partito Verde Europeo, Monica Frassoni - conviene non solo eticamente, ma anche economicamente, poiché la società è ormai direzionata verso le rinnovabili, a causa del crollo dei profitti per le fonti possibili, alla riduzione del costo delle energie pulite, alla creazione di posti di lavoro green vis à vis la perdita di molti posti di lavoro nei settori estrattivi sporchi». 
La svolta di Trump va letta, quindi, come una contraddizione interna al capitalismo stesso, ma anche come una forzatura rispetto al ruolo che gli stessi USA ambiscono ad avere all’interno delle potenza del G7, in particolare sulle scelte che riguardano l’economia.  E poi - chissà? - magari in questo spietato tiro alla fune tra capitalismo fossile e capitalismo verde, potrebbe spezzarsi proprio la fune. Sempre che prima non si spezzi la Terra!
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