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L'orgoglio della Regia Marina

alessandrocoppola08
“Guarda… me lo ricordo come fosse ieri! Un giorno di novembre dei... primi anni ’70… credo…”
“Per l’esattezza era il 1972. Ho trascorso due pomeriggi alla Marciana a scorrermi tutte le annate del Gazzettino…”
“Bravo! Era proprio il novembre del 1972. Il mese me lo ricordo perché avevamo appena chiuso la stagione di immersioni con la grande pescata d’autunno, la festa e il falò in spiaggia per arrostire il pesce. Adesso voi non fate più queste cose…”
“Se uno dei miei allievi si azzarda a portarmi su anche solo un murex trunculus gli straccio il brevetto!”
“Murex...?”“Un murice, un ‘garusolo’ come diciamo noi veneziani!”
“Ah... e cosa vuoi che ti dica? Erano proprio altri anni! I... murex lì, ce li mangiavamo! Eravamo giovani allora, ed entusiasti di tutto quello che il mare ci poteva dare, sia come sensazioni e scoperte che come... pranzo! Solo noi eravamo così matti da scendere sott’acqua e avevamo l’esaltante convincimento di dover essere solo noi a scrivere le nostre regole. Hai presente Giuliano P*? Adesso è primario di non so cosa all’Ospedale Civile?”
“Sì, ho presente. Suo figlio è stato uno dei miei istruttori quando ho preso il primo grado”.
“Già. Ma nel ’72 Giuliano era solo uno studente di medicina che si pagava l’università lavorando come subacqueo nell’Umberto d’Ancona, la nave del Cnr che stava compiendo i primi studi sul campo delle tegnue adriadiche. Sai... noi siamo stati i primi ad esplorarle... e non ci serviva il jacket o il computer!”
“Sì! Attrezzature inutili e pericolosissime. Mi hai già spiegato come la pensi... ma mi scuserai se continua a tenermi le mie idee!”
“Beh... Giuliano era un amico. Di più, era un fratello di immersione! Lui non era uno di quelli che si teneva le scoperte per se! Quella sera, appena sbarcato, corse subito ad avvisarmi, Io abitavo in fondamenta del Rimedio, al piano terra. Avevo l’acqua alta in cucina un mese all’anno! Beh... quella volta Giuliano venne a bussare alla finestra della mia camera alle undici di sera! Mi raccontò tutto eccitato che quel pomeriggio l’ecoscandaglio dell’Umberto d’Ancona aveva segnalato una forte anomalia. Hanno battuto intorno per due ore e si sono accorti subito che non poteva trattarsi di una tegnua. Forse, forse era uno scafo, mi sussurrò. Non son saltati in acqua subito perché... perché… beh, il perché non me lo ricordo più! Sono passati vent’anni!”
“Più di trenta, per l’esattezza!”
“Ecco, trent’anni! Ma l’entusiasmo che aveva Giuliano… beh quella non me la scorderò più! ‘Abbiamo trovato qualcosa di grosso –mi disse-. Non so cosa sia, ma è grosso e non è una tegnua!” Il giorno dopo, alle otto di mattina, freddo cane, vento di bora e laguna gelata, e noi con le mute addosso in sopra un gommone che adesso ti farebbe ridere. Oh!? E mute umide, intendo! Mica la stagna in neoprene che tu ti infili pure in settembre, eh? A bordo con noi c’erano anche. Mauro C*, Stefano O* e suo fratello Alessandro. Loro li hai conosciuti?”
“No. Ma tu continua a raccontarmi del Quintino Sella...”


Tre giorni dopo l'Armistizio
E' l'undici settembre del '43. La guerra che avrebbe dovuto durare poche settimane e concludersi in un’apoteosi di italica gloria è finita in tragedia. A Cassibile, il generale Castellano ha firmato la resa incondizionata. Il Duce è stato arrestato per ordine dello stesso Gran Consiglio del Fascismo, il Re è scappato con tutto lo Stato Maggiore a Brindisi per mettersi sotto la protezione delle Forze Alleate. Nelle montagne si costituiscono i primi nuclei partigiani che scendono a valle per sparare sui fascisti e sulle truppe d’occupazione tedesche.
Giorni di confusione e di sbandamento.
A Venezia, il cacciatorpediniere Quintino Sella, definito dallo stesso Mussolini “l’orgoglio della Regia Marina”, se ne sta placidamente ormeggiato nei bacini dell'Arsenale. La guarnigione tedesca di stanza in città non è ancora numericamente sufficiente per impossessarsi della nave ma è solo questione di giorni prima che si stringa anche in Laguna il cappio dell'occupazione nazista. Così il maresciallo Badoglio in persona, ordina al comandante Corrado Cini di salpare le ancore senza ulteriori indugi e di far rotta verso il porto di Brindisi per consegnare la nave agli inglesi.
Il cacciatorpediniere reduce da oltre cento missioni di guerra nelle acque dell'Egeo, era approdato a Venezia a metà giugno per sottoporsi a diverse riparazioni.
Quell'undici settembre, la nave non sarebbe ancora pronta a salpare. La seconda caldaia fa ancora i capricci e ben difficilmente, in mare aperto, il cacciatorpediniere potrà superare i 14 - 15 nodi.
Ma il comandante Cini non è un uomo che discute gli ordini. Neppure in un momento come quello, in cui nessuno capiva chi comandava e, soprattutto, con che titolo.
Per evitare che vengano catturati dai tedeschi, imbarca sulla sua nave tutti i soldati italiani che riesce a far salire. Quelli che non trovano posto nelle stive o nei corridoi, si sistemano alla meno peggio sul ponte e nella tuga. Alle cinque del pomeriggio, il Comandante Cini ordina di mollare gli ormeggi e di prendere il mare. Verso Brindisi già liberata, verso il macello.

L'oberleutnat Schmidt
Quell'ex caporale di fanteria che sbraitava come un ossesso sugli gloriosi destini delle razze superiori, non era mai riuscito a riscuotere le simpatie dell'oberleutnat Schmidt, soldato e marinaio per scelta e professione. E proprio le scarse simpatie che nutriva per il nazismo gli erano costate qualche bel punto di carriera, considerato che un militare del suo valore era ridotto a comandare un paio di motosiluranti, l'S. 54 e l'S. 55.
Non che la situazione gli rodesse più di tanto… a questo punto della conflitto, solo un malato di mente poteva ancora nutrire qualche dubbio sulle sorti della guerra. Nelle mille barricate di Stalingrado, la Wehrmacht aveva trovato un ostacolo insormontabile. Sconfitta ed umiliata, l’armata che doveva conquistare il mondo si ritirava disordinatamente, abbandonando sulla steppa ghiacciata migliaia di camerati assiderati e di carri armati con i serbatoi vuoti.
L'Armata Rossa l'avrebbe incalzata senza pietà sino a Berlino, sino alla stessa Cancelleria del Terzo Reicht.
A sud, le cose non andavano meglio. L'Africa era oramai perduta ed i generali Patton e Montgomery erano sbarcati in Sicilia senza neppure sparare un colpo di cannone, preoccupati solo di fare a gara tra di loro per tagliare per primi il traguardo di Roma
Anche per quanto riguarda la guerra sui mari, stava calando il sipario, perlomeno in questa parte del mondo. Inutile farsi illusioni! La Royal Navy era oramai padrona incontrastata di tutto il Mediterraneo e per le navi battenti bandiera uncinata nessun porto era oramai sicuro.
Gli ultimi tragici anni di quella folle guerra, si sarebbero consumati tra bombardamenti a tappeto e combattimenti di trincea nel cuore stesso della patria tedesca.
Anche l’Ammiragliato germanico, lo aveva capito, e l'oberleutnat Schmidt era stato di fatto congedato con l’affido di quelle due Schnellboote, l'ordine di far più danni possibili al nemico e il consiglio di vendere cara la pelle. Cosa che lui, buon soldato e ottimo marinaio, aveva tutta l’intenzioni di fare.
A spasso per l'Adriatico sopra quelle due motosiluranti, Schmidt aveva compiuto sfracelli: minato il porto di Taranto, affondato l'Hms Abdiel, e distrutto o catturato altri quattro o cinque mercantili italiani che avevano avuto la sfortuna di passargli vicino.
Quella mattina dell'undici settembre Schmidt aveva fermato altre due navi che trasportavano soldati italiani: la Pontinia e la Leopardi. Carrette dei mari piene di sbandati in fuga. Traditori che valevano neppure il costo di una pallottola.
Ma non erano certo quei disperati il vero obiettivo dell’oberleutnant. Gli ultimi due siluri, lui li ha riservati per una vera nave. Una nave da guerra. Il cacciatorpediniere Quintino Sella.
In quel tiepido pomeriggio autunnale, a poca miglia da Chioggia, il tedesco ferma due pescherecci e si fa consegnare le reti da pesca con cui mimetizza il ponte delle sue Schnellboote. Posiziona le siluranti dietro le due motonavi italiane e ordina ai suoi marinai di sparare al primo italiano che avesse tentato di mettere in guardia con grida o segnali il cacciatorpediniere.
Quindi ammaina la bandiera di combattimento e attende, scrutando l'orizzonte con i suoi occhi di lupo.

Due soldati in fuga
Il giorno dell’Armistizio, il sottotenente di Vascello Francesco Toscano e il suo superiore, il capitano di Corvetta Vittorio Barich, si trovavano assegnati all'unità di guerra Pigafetta, al varo per riparazioni nei cantieri di Fiume. Non potendo salvare la loro nave dai tedeschi, Toscano e Barich si imbarcano in fretta e furia sulla motonave Leopardi e sul piroscafo Pontinia. Raccolgono tutta la guarnigione di stanza nella città istriana e salpano l'ancora velocemente per far rotta a sud. Non hanno neppure in mente una meta precisa: va bene un qualsiasi porto dell'Italia Liberata.
All'alba dell'11 settembre, i due ufficiali sono bruscamente svegliati dalle grida della vedetta. Due siluranti naziste si sono avvicinate e ora tengono sotto mira le due navi, intimando la resa agli italiani. Toscano prova a discutere col comandante tedesco. Inutile. Qual pirata non sente ragioni. La Leopardi ed il Pontinia non sono una nave adatte al combattimento e non ha senso tentare di difendersi con armi leggere contro i siluri e le mitragliatrici dei due Schnellboote. Barich fa alzare bandiera bianca. Un picchetto di marinai tedeschi sale sulle due motonavi e provvede brutalmente a disarmare gli italiani. Due tedeschi si piazzano nelle plance di comando e costringono i timonieri ad invertire a la rotta e puntare a nord.
Ma il comandante tedesco non è ancora soddisfatto. Non si fida degli italiani e vuole un ostaggio. Toscano si offre volontario e sale sull'S. 54. Viene trattato a sputi e a calci. "Traditore badogliano!" gli urlano in un italiano approssimativo. Quindi lo ammanettano al tienibene del ponte di comando.
Toscano, sorvegliato a vista da un piantone, non ha idea di quali siano i piani del tedesco. Ma intuisce che quel pirata sta facendo la posta a qualcosa di grosso.
A poco più di 10 miglia dal faro del Lido, rotta 141°, il tedesco piazza le sue siluranti con la bandiera ammainata e coperte da cumuli di reti da pesca, dietro le due navi mercantili italiane. Quindi intima il silenzio assoluto.
Sono di poco passate le cinque del pomeriggio, quando Toscano, vede un puntolino all'orizzonte che si avvicina sempre di più. Solo alla distanza di un miglio, l’italiano riconosce i contorni della nave: è il cacciatorpediniere Quintino Sella!
"Il cacciatorpediniere -racconterà quarant’anni dopo Francesco Toscano- se ne andava all'appuntamento con la morte nel caldo pomeriggio settembrino con uomini un po' dovunque, in coperta, nei ponti, sopra la tuga… Viaggiava a passo ridotto, senza zigzagare. Con la massima tranquillità".
Che pericolo potevano rappresentare quei due piroscafi civili che, per lo più, battevano il Tricolore scudato della Regia Marina?
Il comandante Corrado Cini non si degna neppure di prenderli in considerazione. La sua attenzione è tutta assorbita da quelle maledetta caldaia n. 2 che proprio non ne vuole sapere di fare il suo dovere. Come se la sarebbero cavata se nel frattempo avessero avuto la sfortuna di incocciare in una nave nemica?

L'affondamento
La battaglia dura lo spazio di un attimo. Quando il cacciatorpediniere è a 400 metri, le due Schnellboote escono allo scoperto alzando la bandiera di combattimento della Marina Tedesca e lanciano due siluri. Il timoniere italiano non ha neppure il tempo di tentare una manovra evasiva. Solo il mitragliere trova la prontezza di mettersi al pezzo e di lasciar partire una raffica che, per il colmo della cattiva sorte, rischia di uccidere solo il sottotenente Toscano ammanettato in coperta!
Per il Quintino Sella è una morte rapida. Il primo siluro colpisce appena sotto il ponte di comando. Il secondo squarcia la sala macchine. La nave è troncata letteralmente in due e mentre la prua si inabissa col tagliamare disperatamente rivolto al cielo, la poppa continua la sua corsa assurda per un paio di centinaia di metri, prima di affondare a sua volta.
Tutt'intorno, il mare ribollisce di fumo e fiamme, tra sibili di vapore e rigurgiti di nafta.
"Furono momenti tremendi -racconterà Toscano-. Mentre il Quintino annegava nel fuoco, l'equipaggio germanico lanciava urla di tripudio. Alcuni si misero a sparare con fucili e pistole contro la nave che affondava, più per manifestare la loro gioia che per necessità. Fu il comandante tedesco a mettere fine ai festeggiamenti ed a richiamare con forti grida i suoi soldati alla disciplina. Ordinò a tutti i suoi marinai di mettersi sull'attenti e di tributare in silenzio l'onore delle armi alla nave che affondava".
Compiuta la loro missione, le due siluranti si allontanano rapidamente, lasciando alle navi italiane che avevano fatto da schermo, l'onere di raccogliere i pochi superstiti.

Una tragedia naufragata in un mare di tragedie
Quanti marinai morirono in quel lontano pomeriggio settembrino? Nessuno lo può dire. Il cacciatorpediniere era salpato da Venezia in fretta e furia e il comandante Corrado Cini si era riservato di compilare in navigazione una lista completa dei fuggitivi. Secondo la stima di alcuni storici della Seconda Guerra Mondiale, in quel pugno di minuti, non meno di 270 marinai hanno trovato la morte tra i flutti. Nessuno può neppure affermare con precisione quanti furono i superstiti raccolti dai due piroscafi che avevano fatto da schermo e da alcuni pescherecci subito accorsi. Molti morirono nei giorni seguenti per le ferite riportate; altri subirono terribili mutilazioni, come il comandante Corrado Cini a cui fu amputa una gamba.
I pochi sopravvissuti, sbarcati in città la sera stessa, furono nascosti dai veneziani e salvati dai rastrellamenti tedeschi. Molti di loro entreranno a far parte della brigata partigiana Garibaldi. Altri combatteranno con la San Marco sino alla Liberazione.
L'affondamento del Quintino Sella fu senza dubbio la più grande tragedia marinara del novecento nell'Adriatico. Eppure, i giornali dell'epoca non riportarono che poche righe. Quanto vale l’affondamento di una nave, quando l’intera l'Europa affonda nella guerra?

Il relitto che non voleva farsi trovare
“Per noi il Quintino era un mito, al pari della perduta città di Metamauco che si narra si sia inabissata nell’anno mille. Sai? Noi vivevamo di questi miti come dell’aria che comprimevamo nelle bombole e che ci regalava il sogno di respirare sott’acqua! Adesso voi sognate il diving in Mar Rosso con la guida che vi accompagna per mano e il marinaio premuroso che vi prende la cintura dei piombi e le pinne quando risalite. Ma, solo trent’anni fa, chi andava sott’acqua era considerato un pazzo pericoloso. E gli assessori del Comune si rifiutavano di darci le piscine per i corsi perché, ci dicevano, non volevano morti sulle coscienze! Ogni immersione era un voler dimostrare che i matti non eravamo noi, ma chi si ostinava a vivere solo sulla terraferma... quelli che non volevano capire che sott’acqua c’era un mondo incantato e ancora sconosciuto abitato da Atlantidi dimenticate e relitti perduti. E i relitti, sai, i relitti hanno ciascuno una loro personalità! Puoi cercarli fin che vuoi ma, alla fin fine, debbono essere loro a scegliere di farsi trovare. E così è stato col Quintino. Quel giorno pareva che ci chiamasse. E noi, pigiati come sardine su un gommone mezzo spompato, strapieno di attrezzature e lanciato a manetta, tra gli spruzzi ghiacciati di un mare invernale... Col gesso, avevamo segnato sulla prua la posizione dell’ombra della bandierina a 120°, per aiutarci a mantenere la rotta. In mano l’orologio per calcolare le miglia percorse e arrivare al punto stimato da Giuliano: 13 muniti e 45 secondi esatti dalla piattaforma del Cnr”.
“L’orologio?Pensavo alla clessidra…”
“Prendimi pure in giro, ma vorrei vedere te, a trovare un punto senza neppure il Loran!”
“Ti confesso che personalmente riesco a finire in sabbia, pure col Gps e l’ecoscandaglio!”
“Vuol dire che in quel momento la nave non vuole subacquei in visita! Capita a tutti e non solo a te. Ma quel giorno, il Quintino aveva proprio voglia di raccontare la sua storia. Appena giunti al punto stimato, lo scafo si lasciò immediatamente agganciare dal nostro ancorotto in traina. Quando scendemmo non riuscivamo a credere ai nostri occhi! Il “qualcosa di grosso” battuto dall’Umberto d’Ancona era proprio il cacciatorpediniere Quintino Sella! Sullo specchio di poppa era ancora visibile il nome della nave. Gli organismi incrostanti avevano coperti tutta la fiancata ma risparmiato proprio la scritta in rilievo che risultava perfettamente leggibile... L’incredibile fu che sin dalle immersioni successive il nome scomparve sotto la copertura delle solite spugne, anemoni e altri organismi. Sembrava che la nave avesse voluto farci sapere chi era prima di tornare a nascondere per sempre il suo nome nel mare!”
“Siete stati i primi a scendere sul relitto?”
“Non lo so. Nelle successive immersioni, quando tornammo ad esplorare il relitto. Trovammo un buco circolare sulla fiancata di dritta aperto con la fiamma ossidrica subacquea. A quei tempi, era una attrezzatura accessibile a ben pochi subacquei. Ricordo che ci facemmo molti scrupoli per entrare nel foro. In fondo, era violare la tomba di tanti marinai. Ma la spinta avventurosa fu più forte del timore del sacrilegio. Dentro però non trovammo nessun corpo e neppure vestiario. Ed allora erano passati solo una trentina d’anni dalla tragedia. Ci venne da pensare che qualcuno –e chi se non i corpi speciali subacquei della Marina Militare?- appena finito il Conflitto abbia cercato il Quintino per dare una cristiana sepoltura a quei poveri resti di marinai. L’azione, se davvero ci fu, non fu pubblicizzata perché di questa tragedia nessuno ha mai parlato volentieri”.


Mezzo secolo dopo...
Facciamo ora un salto di quasi cinquant'anni. E' una bella domenica mattina di settembre. L'anno è il 1988. Dalle bocche di porto del Lido un inconsueto corteo di imbarcazioni ripercorre la tragica rotta del cacciatorpediniere. Lo guidano il dragamine Ebano e il rimorchiatore d'altura Saturno con tanto di picchetti militari in alta uniforme, bandiere sventolanti, ammiragli impettiti, autorità comunali, monsignori benedicenti e giornalisti scazzati. C'è anche una speciale motonave messa a disposizione dall’azienda di trasporto pubblico di Venezia con a bordo venticinque di quei superstiti di cui abbiamo raccontato la travagliata storia. Attorno alle navi militari, guizzano una decina di gommoni con a bordo i subacquei di Venezia cui è stato chiesto di posare sulle lamiere del Quintino alcune corone di fiori opportunamente zavorrate.
Dopo 45 anni di oblio, l'Italia Liberata rende omaggio ai suoi caduti dimenticati.
Già, 45 anni di oblio. Perché dell'affondamento del Quintino, per quasi mezzo secolo, non se ne era più parlato e soltanto quei venticinque superstiti conoscevano la vera storia dell'affondamento, così come è stata raccontata a me.

La valigia perduta
“Fu la Marina Militare a proporci, in qualità di scopritori, di partecipare alla commemorazione. Aldilà della retorica che troppo spesso accompagnano queste cerimonie, per noi, partecipare fu una sorta di dovere. Chi scopre il relitto di una nave diventa in qualche modo parte integrante della storia della nave, così come i marinai che sopra hanno vissuto e, in casi come questi, pure combattuto. Insomma, ci siamo detti, non potevamo certo lasciare il Quintino da solo in un momento come quello! E come noi devono averla pensata anche quei 25 sopravvissuti al naufragio che mi è toccato veder piangere mentre gettavano le loro corone di fiori in mare. Uno di loro, quando ha visto che mi stavo per infilare la muta, ha buttato giù con una biro su un foglio di quaderno lo schizzo di un corridoio della nave, quindi mi ha avvicinato con la massima cortesia e mi ha sussurrato: ‘Guardi... in questo punto, c’era la mia cabina. La mia cuccetta era la seconda a destra. Se passa di là, potrebbe riservarmi la gentilezza di guardare sotto la branda? Ci dovrebbe essere ancora una valigia in pelle. L'ho dovuta abbandonare quando la nave è affondata! E dentro c’era l’unica foto che ho mai avuto della mia ragazza di tanti anni fa...’”

Gli Anni di Piombo: l’ultimo sfregio
Affondando, una nave non muore. Come relitto, continua a vivere e ad intessere storie su storie che solo i subacquei riescono ad ascoltare.
Così è stato e continua ad essere anche per il Quintino Sella.
Tutte le estati, io ci porto i miei secondi gradi col loro brevetto ancora fresco nel logbook. Infilo il mio jacket a volume posteriore, il computer, le pinne a coda di balena che mi evitano di far troppa fatica, e mi vergogno solo un pochino al pensiero di chi si immergeva qui una trentina di anni fa, quando io sapevo appena camminare sulle mie gambe.
Poi guardo i miei allievi e mi accerto che siano attrezzati di tutto punto, proprio come prescrive il manuale federale di immersione.
Ogni volta, racconto loro la storia del Quintino, così come l’ho raccontata in queste pagine. Ogni volta mi stanno ad ascoltare con cortesia, sforzandosi di non far trasparire la voglia che hanno di saltare subito in acqua senza sorbirsi troppe chiacchiere. E ogni volta mi ritrovo a sorridere tra me e me, perché mi rendo conto che non sono poi così diversi dai subacquei di trent’anni fa!
Il Quintino invece è cambiato. E non per le ingiurie del mare e del tempo.
Negli anni ’70, negli Anni di Piombo, la nave dovette subire l’estrema offesa degli uomini. Le sue stive, dove si trovavano le stecche di balestite ancora protette da involucri stagni, furono depredate. L’esplosivo –come stabilirà la Corte di Cassazione- fu vigliaccamente adoperato come innesco per la strage di piazza Fontana. Su richiesta dei magistrati che indagavano su Ordine Nuovo e su altre organizzazioni neofasciste, la Marina Militare si attivò per, come si disse all'epoca, "bonificare definitivamente" il relitto.
Così, nel luglio del '74, il cacciatorpediniere Quintino Sella, l’antico orgoglio della Regia Marina, le cui mitragliatrici restavano ancor salde nel ponte sommerso di prua, dovette subire l'ultima umiliazione. Per due volte fu minato e per due volte fu fatto brillare dai reparti militari di incursori subacquei sino a trasformarsi in quel cumulo di lamiere contorte ed a fatica distinguibili che è oggi.
I due grossi cannoni da 120 che ancora dal fondo del mare si ostinavano a puntare orgogliosamente il cielo, adesso affondano la loro bocche da fuoco nella sabbia.
Silenziosi testimoni di una invincibile resa.